Da’ pochi ricordi che abbiamo di questo gran fatto sociale, si ritrae che seguì negli ultimi tempi della guerra. Tra fortuna ed arte, il conte eliminò i grandi feudi divisati da Roberto;[722] cominciò poi concedendo piccole terre (1077); e quando il fratello fu morto, il nipote avvinto a lui da obblighi e speranze, e abbattuta l’ultima insegna musulmana in Sicilia (1091), allora «chiamati i suoi cavalieri e reso lor grazie, scrive il Malaterra, li rimeritò delle fatiche, qual con terreni e vasti possessi e qual con altri premii.»[723] In quell’anno sembra in vero seguìta la gran lotteria feudale della Sicilia. Le platee de’ villani della Chiesa di Catania portan la clausola di tenere come cancellati quelli che fossero stati scritti per avventura nelle platee de’ baroni del millenovantatrè,[724] ch’è a dire due anni dopo l’epoca notata dal Malaterra; i quali due anni in vero non sembrano troppi per ispedire i diplomi con le descrizioni dei territorii e i ruoli de vassalli.
La breve lista che può accozzarsi dei feudatarii alla fine dell’undecimo secolo, basta a mostrare il fine politico al quale mirava il conte Ruggiero. Sappiam noi tenuto da un nobil uomo il val di Milazzo, vasto territorio ch’è da credere conceduto ai tempi di Roberto; sappiam tenute anco da nobili San Filippo d’Argirò, Geraci, Castronovo, Caccamo, Brucato, Carini, Partinico, piccole terre; tenute da principi del sangue o stretti congiunti della dinastia, Siracusa, Noto, Ragusa, Butera, Paternò,[725] Sciacca, grosse città[726] e da vescovi o prelati molte città e terre: e di certo i feudi ecclesiastici e i principeschi, messi insieme co’ paesi demaniali, presero tal parte dell’isola che passava di gran lunga il cumulo di tutti gli altri feudi. Da’ nomi topografici si argomenta anco che il conte abbia date ai piccoli condottieri le terre minori della Sicilia settentrionale, occupata infino al mille ottanta o in quel torno, ed oltre a ciò grande numero di piccoli poderi sparsi per tutta l’isola,[727] e ch’egli abbia serbati alla propria casa, alle Chiese e al demanio i più vasti e ricchi paesi conquistati nell’ultimo decennio, nelle regioni del centro, di mezzodì e di levante; tra i quali la contea di Butera, conceduta al marchese Arrigo perch’egli era fratello d’Adelaide, se pure il conte non isposò la principessa aleramica perch’ella era sorella di Arrigo. La poca importanza dei feudi privati a riscontro degli altri, collima co’ ricordi del Malaterra intorno gli stanziali tenuti dal conte e i guiderdoni di beni mobili; sendo evidente che il capitano supremo dovette rimeritare con feudi, non già i mercenarii, ma i condottieri che lo seguirono col patto aleatorio di partire all’apostolica, com’egli avea promesso innanzi il combattimento di Misilmeri,[728] il bottino e gli acquisti stabili. Quanto fossero pericolosi que’ cavalieri intraprenditori, l’avea fatto sperimentare ei medesimo a Roberto; l’avean provato entrambi in Puglia e in Calabria, per tutta la loro vita.
Le concessioni alle Chiese mi conducono a trattare il capolavoro che fu di piantare in Sicilia, a comodo e sostegno del principato, quella pericolosa macchina del sacerdozio cattolico. Quanto fosse disposto il conte Ruggiero ad anteporre gl’interessi politici alla pietà, lo sappiamo noi molto particolarmente[729] e ch’egli e Roberto e i loro predecessori, giocando co’ papi, fossero soliti a guadagnare più che a perdere. Vissuto per mezzo secolo in sì alto stato in Calabria o in Sicilia, e necessitato poscia a consultare i savii del paese intorno la ristorazione del cristianesimo nell’isola, Ruggiero non potè ignorare le dottrine canoniche di Costantinopoli, le quali attribuivano al principe una suprema giurisdizione su la Chiesa e l’autorità d’istituire sedi vescovili, nominare, tramutare e deporre vescovi, metropolitani e patriarchi.[730] Intanto la lite delle investiture che ferveva in Ponente, ammonìa Ruggiero del pericolo che corresse ogni principe in grembo della Chiesa latina. La sua casa stessa avea testè provata la nimistà d’Ildebrando. Evidentissimo, ciò non ostante, scorgeasi il bisogno di instaurare fortemente in Sicilia una Chiesa che convertisse i Musulmani al cristianesimo,[731] i Greci alla credenza latina, e assicurasse l’esercizio del patrio culto ai coloni di Terraferma, agli Oltramontani, ed ai Siciliani di schiatta italica: se no, un rivolgimento di fortuna avrebbe potuto di leggieri rendere l’isola agli antichi signori d’Affrica o di Costantinopoli. Scansò Ruggiero l’uno e l’altro pericolo, prendendo il partito d’istituire una Chiesa cattolica apostolica e romana, dipendente da Roma il meno, e dal principe il più che si potesse. Ne venne egli a capo, perchè la ristaurazione ecclesiastica premea al papa non meno di lui, e pur dipendea da lui solo che aveva in mano i tesori da spendere in fabbriche e arredi e sì le entrate da dotare le chiese, i monasteri e i vescovadi. Par ch’egli abbia tentata la prova come prima Ildebrando accostossi a casa Hauteville; ritraendosi che il conte fondò nel 1081 il vescovato di Traina ed elesse il vescovo, non atteso alcun legato, nè chiesta licenza di sorta al papa, e che questi brontolando, ma senza rabbia, promise di consacrare l’eletto.[732] Morto Gregorio VII, venuto Urbano II a Traina e compiuto il conquisto, Ruggiero non tardò a fondare le altre sedi: assegnò i limiti alle diocesi ed elesse i vescovi, con decreti nei quali ei parla come chi eserciti diritto suo proprio; e cita per mero rispetto filiale gli accordi fatti verbalmente col papa, il quale poi sempre consacrò gli eletti.[733] Eccettuato l’arcivescovo di Palermo, anteriore al conquisto, la cui diocesi pur sembra determinata dal conte Ruggiero, tutte le altre sedi debbono a lui la fondazione: Traina il 1081, com’abbiam detto, trasferita a Messina il 1096; Catania il 1091; Siracusa, Girgenti e Mazara il 1093, alle quali fu aggiunto il 1094 il monastero di Patti, dandosi all’Abate dignità e funzioni vescovili;[734] oltrechè il conte, per licenza del papa e, com’ei dice una volta, ad esempio del papa, sciolse parecchi monasteri dalla giurisdizione de’ vescovi.[735] Spicca vie più il diritto inaugurato da Ruggiero nell’esempio contrario di Lipari; la quale sendo stata abbandonata da’ Musulmani, e avendovi certi frati fondato un monastero e raccolti de’ coloni, papa Urbano die’ all’abate la giurisdizione vescovile, vantandosi padrone di quell’isoletta in virtù della falsa donazione di Costantino.[736] Ma anco in questo caso Ruggiero seppe stender la mano sopra l’Abate, con donargli Patti e non poche altre possessioni.[737] In vero ei messe un tesoro per comperare le regalie ecclesiastiche bizantine, le quali esercitò, com’abbiam detto, nella fondazione de’ vescovadi; anzi trascorse oltre a quelle, fattasi anco dar dal papa l’autorità di scomunicare in certi casi.[738] Ruggiero vivea sicuro» della parola del papa, che tutto gli aveva assentito senza scrivere un rigo, quando Urbano, con apostolica ingenuità, mandava a fascio ogni cosa, nominando un legato appo di lui. Ma egli nol soffrì. Dopo la vittoria di Capua, si fece rendere, quasi a forza, una parte di que’ privilegi, nella notissima bolla del millenovantotto, quando Urbano avea da sperar molto e da temer qualcosa da lui.
Lo storiografo del conte, il quale narra quello scandalo schiettamente anzi che no,[739] riferisce pur tutta a pietà cristiana la fondazione de’ vescovati. «Impadronitosi, egli dice, della Sicilia intera, fuorchè Butera e Noto, Ruggiero non volle mostrarsi ingrato a Dio: cominciò a vivere devoto, ad amare i giudizii giusti, seguire il diritto, abbracciare la verità, frequentare le chiese, assistere al canto degli inni sacri, soddisfare al clero le decime d’ogni entrata sua, consolar le vedove, gli orfanelli e gli afflitti. Ei racconcia i templi per tutta l’isola; in molti luoghi dà del suo, perchè sieno edificati più presto. Innalza in Girgenti una Cattedra con infule pontificali; per suoi chirografi la dota a perpetuità di terreni, decime e varie altre entrate che bastino a mantenere il pontefice e il clero; fornitala largamente, oltre a ciò, di ornamenti e arredi sacri: alla quale chiesa ei prepone ed ordina vescovo un certo Gerlando, di nazione allobrogo, uomo, come si dice, di molta carità e nelle ecclesiastiche discipline erudito.»[740] Era dunque del Delfinato, o savojardo, questo vescovo, del quale il Malaterra non volle affermare le virtù, come il facea pe’ francesi: Stefano da Rouen nominato a Mazara, Ruggiero provenzale a Siracusa, e un bretone Ansgerio, come si ritrae da’ documenti, a Catania. Il quale sendo abate di Sant’Eufemia in Calabria e ricusando di abbandonare i monaci, ed essi lui, Ruggiero trovò modo di vincerlo. «Gli concede perpetuamente, ripiglia il Malaterra, la città di Catania e sue dipendenze. Egli, trovando inculta la Chiesa, come quella che di fresco era stata strappata di gola al popolo infedele, la prima cosa die’ mano ai lavori di Marta, tanto che in breve provvide la Chiesa di quanto le abbisognasse; e poi, alternando con gli studii di Marta que’ di Maria, adunò non piccolo stuolo di monaci e, come buon pastore, con la parola e con l’esempio, li sottomise al giogo di regola rigorosa.»[741]
Marta, in vero, meglio che Maria inaugurò la Chiesa siciliana; meglio che la vita contemplativa, l’opera civile: la propaganda cattolica, necessario stromento di governo nelle condizioni della Sicilia, musulmana più che mezza, e bizantina quasi tutto il resto; l’invito a coloni di Terraferma; il contrappeso alla feudalità laica. Ancorchè allo scorcio dell’undecimo secolo il periodo vescovile fosse quasi finito nell’Italia di sopra, par sia giovata la consuetudine di quella autorità ad attirare coloni ne’ feudi ecclesiastici della Sicilia con promessa di franchige, com’abbiamo notato dicendo di Catania e di Patti. E che la prova non fosse fallita, lo dimostra la concessione di Cefalù al vescovo, fatta il 1145 da re Ruggiero, insieme con una vera carta di franchige municipali. Ma il vescovo di Catania, l’abate di Patti, l’arcivescovo di Messina e gli altri vescovi e gli abati di monasteri liberi da giurisdizione vescovile, possedendo feudi da ragguagliarsi ai baroni e taluno a’ primarii del regno,[742] e dipendendo per molti rispetti dal re e per nessuno dall’aristocrazia militare, aggiugnean forza al principato di Ruggiero. Il quale, dovendo affidar loro sì vitali interessi dello Stato, chiamò alle sedi vescovili i suoi fidati, li fece entrare ne’ Consigli dello Stato[743]: ne’ quali rimasero pur troppo fino alla continua minorità di Guglielmo II. Le sette diocesi coincidono a un dipresso con le divisioni politiche nate tra i Musulmani verso la metà dell’undecimo secolo;[744] e le tornano esattamente per numero e con poco divario per circoscrizione, alle province odierne dell’isola: dove il numero de’ vescovi è ormai triplicato per la vanità di alcuni municipii e la cieca devozione de’ Borboni di Napoli, i quali procacciarono la istituzione di otto sedi novelle in ventotto anni.[745] Ma tornando addietro all’XI secolo, è da notare come la diocesi di Palermo fu di gran lunga più piccola che ogni altra: un trapezio da Corleone a Vicari, foce del fiume Torto e Capo di Gallo. E ciò si comprende, poichè Palermo ubbidiva al duca di Puglia quando il conte Ruggiero costituì le finitime diocesi di Traina, Mazarae Girgenti.[746] Fors’anco non si stendea più oltre la giurisdizione politica della città innanzi il conquisto.
Su la circoscrizione territoriale dell’isola abbiam detto altrove ritrarsi sotto la dinastia fatemita l’ordinamento dell’isola in iklîm, i quali sembrano distretti militari.[747] Or si ritrovano gli iklîm sotto i Normanni. Non ne cerchiam noi la prova ne’ passi d’Edrisi dove si fa menzione di parecchi iklîm della Sicilia; perocchè il geografo di re Ruggiero usa quel vocabolo genericamente; anzi, amando i giuochi di parole come ogni altro scrittore arabico de’ suoi tempi, loda l’ampiezza o la feracità dei territorii con dare talvolta allo stesso luogo le appellazioni di ’aml e di iklîm.[748] Ma quest’ultima voce occorre appunto in qualche diploma del XII secolo, estratto dai registri degli ufizi pubblici, che risalivano a’ principii della dominazione normanna.[749] Inoltre gli è da sapere che in quelle quattro circoscrizioni diocesane del conte Ruggiero nelle quali si leggono i nomi de luoghi,[750] scarsissimo n’è il numero al confronto di quello che dà Edrisi a capo di mezzo secolo, avvertendo pure ch’ei ricordi le città e terre principali e lasci addietro quelle di minor conto.[751] E per vero i diplomi ci ragguagliano di moltissimi villaggi taciuti dal geografo; talchè in qualche tratto di paese il numero cavato dai diplomi sta a quello di Edrisi, come il numero di Edrisi a quello della circoscrizione ecclesiastica. Il divario poi che corre tra questa e la descrizione geografica or or citata, nasce in alcuni casi dalla fondazione di nuove colonie; ma il più delle volte evidentemente vien da ciò, che la cancelleria del Conte notava nelle diocesi i soli capoluoghi, invece delle terre sottoposte alla giurisdizione politica e militare di ciascuno, ch’era, a creder mio, l’iklîm. Così nella vasta diocesi di Catania, descritta il 1091, si notano solamente Aci, Paternò, Adernò, Sant’Anastasia, Centorbi e Castrogiovanni, ciascuna delle quali è assegnata «con tutte le appartenenze sue:» e si vede che le appartenenze di Castrogiovanni stendeansi da una parte sino ai confini di Traina e dall’altra sino al fiume Salso;[752] ond’eranvi comprese Caltanissetta e Pietraperzia, taciute qui, ma nominate ben da Edrisi, con questa particolarità ch’egli attribuisce a ciascuna parecchi iklîm. Darò anco in esempio la diocesi di Palermo, alla quale il primo attestato di circoscrizione (1122) attribuisce soltanto Palermo, Misilmeri, Corleone, Vicari e Termini;[753] ma al dire d’Edrisi erano cospicue nella medesima regione Trabia, Cefalà, Marineo, Godrano, Margana, Menzil Iusuf, Caccamo, Brucato, Raia, Prizzi, Pitirrana e Abragia, terre anteriori, la più parte, al conquisto;[754] e, una trentina d’anni dopo Edrisi, i diplomi ci mostrano nell’iklîm di Corleone quattro villaggi,[755] e tra Palermo e Termini Ibn-Giobair vide il bel paesello di Kasr Sa’d,[756] le carte fanno ricordo di Ain-Liel[757] e di Rahl Esscia’rani.[758] Così anco nella diocesi di Mazara il diploma del conte Ruggiero ha dieci nomi[759] e sedici la geografia d’Edrisi. Si ritrae da’ diplomi inoltre che il territorio della città di Mazara prendea quasi tutto l’odierno circondario di tal nome e metà di quello d’Alcamo.[760] Vasto territorio anco sembra il val di Milazzo tenuto in feudo da Goffredo Borello ne’ primi tempi del conquisto.[761] Il conte Ruggiero ritenne dunque, chè altrimenti far non potea, gli iklîm de’ Musulmani, chiamandoli «appartenenze» del capoluogo;[762] i quali territorii, per la estensione loro, variavano tra il «mandamento» e il «circondario» della presente circoscrizione dell’Italia. Erano contadi, talvolta sì vasti, che alcuno, come Adernò, Paterno o Siracusa, divenne contea.
Pur se alcuni iklîm in Sicilia, come in altri paesi musulmani, eccedeano le proporzioni ordinarie, non si veggono a’ tempi del conte Ruggiero grandi circoscrizioni civili o militari che ne comprendessero tanti da potersi chiamare province. Se Edrisi dice che Sciacca era divenuta la città primaria[763] degli iklîm d’intorno, in luogo di Caltabellotta la cui popolazione s’era quasi tutta tramutata in quella città marittima, questo sembra fatto economico non amministrativo: d’altronde torna alla metà del XII secolo. Sola eccezione mi pare il Val Demone, citato qual nome di regione da due scrittori cristiani contemporanei al conquisto,[764] e come tale anco usato nella geografia di Edrisi[765] e in molti diplomi della fine dell’undecimo e prima metà del duodecimo secolo;[766] ancorchè per noi s’ignori se allo scorcio dell’undecimo, rispondesse all’antico nome un vero compartimento amministrativo. Io nol credo, perchè ne’ ricordi del conquistatore non rimane vestigio di altra autorità provinciale che i vescovi; perchè un ordinamento provinciale non è verosimile in quella prima applicazione della feudalità, dove i magistrati provinciali sarebbero stati i Conti; e perchè le province non avrebbero potuto differire, per numero nè per confini, dagli Stati musulmani distrutti. Pertanto rimanderei ai tempi di re Ruggiero la tripartizione in valli, o piuttosto la ristorazione di tal ordinamento, che si potrebbe riferire, sì come ho già detto, ai Musulmani.[767]
E tanto meno verosimile sarebbe un ordinamento di province sotto il primo Ruggiero, quanto risulta dalle croniche e da’ documenti ch’egli non ebbe mai capitale propriamente detta. Povero venturiere, si fece il primo nido in Mileto che sola possedea; levato a maggiori speranze in Sicilia, ne usurpò un altro in Traina; ma divenuto principe e potentato, alternò sempre tra Mileto e Traina quel che potrebbe chiamarsi il soggiorno suo, poche settimane, cioè, ch’ei posava in casa, correndo da impresa ad impresa, tra il Lilibeo e il Garigliano. Ei volle essere sepolto in Mileto;[768] fece comporre le ossa del figliuolo Giordano in Traina;[769] e quivi tenea il tesoro, quivi per qualche tempo la famiglia, ritraendosi che una sua figliuola, andando sposa in Ungheria, entrò in nave a Termini e quindi a Palermo, donde fece vela per la Dalmazia.[770]
La triplice origine degli abitatori della Sicilia portò seco tre denominazioni di magistrati, che a nome del principe reggessero le terre demaniali e del barone le feudali; rendessero ragione e riscuotessero le entrate. E veramente occorrono in moltissime carte del tempo i nomi di strateghi e vicecomiti; e due diplomi arabici del 1149 e 1154 danno entrambi il doppio titolo di ’Amil e Stratego di Giato ad un Abu Taib, il quale, insieme con gli sceikh cristiani e musulmani di Partinico, N»zh»r»d, Desisa e di Giato medesima, designava il sito e i confini di un terreno conceduto dal demanio regio.[771] Similmente in un atto notarile greco del 1156, appartenente a un comune dell’attuale provincia di Palermo, è citato un kâid Hosein, stratego.[772] Parve al Gregorio, se non certa, verosimil cosa che gli strateghi avessero avuta autorità maggiore e giurisdizione territoriale più vasta che i vicecomiti e che i primi fossero stati magistrati criminali, i secondi civili e d’azienda.[773] Ma novelli documenti e que’ medesimi dati alla luce infino al secol passato, dimostrano la competenza civile e amministrativa degli strateghi.[774] Che se veggonsi ad un tempo nello stesso luogo lo stratego e il vicecomite, come a Stilo di Calabria e in Siracusa,[775] ciò non prova esclusivamente la differenza del grado; ma il doppio uficio ben adattasi a terra abitata da due genti diverse, sì come in Palermo sedeva il cadì e il magistrato cristiano, e in Giato lo stesso uomo era ’âmil e stratego. Il fondamento del diritto pubblico della Sicilia in quel tempo, cioè che ciascuna gente fosse giudicata secondo sua legge, richiedea che a ciascuna si desse il proprio magistrato; e la primitiva semplicità ed economia dell’amministrazione portava che il giudice fosse incaricato di ogni altra faccenda del principe o del barone. Lo stratego, governatore di provincia nel IX secolo, era rimaso, com’io penso, supremo magistrato politico quando, caduta la dominazione bizantina, ciascuna città independente, tributaria o anche soggetta a’ Musulmani, si resse più o meno largamente da se medesima: e ciò non solo in Sicilia, ma avvenir dovea in varii luoghi della Calabria. Era dunque naturale che il conte normanno lasciasse il medesimo titolo al governatore ch’ei mandava nelle città greche e chiamasse vicecomite quello delle nuove colonie, come solean dirlo in casa loro.[776] Per la medesima ragione veggiamo l’’âmil nelle terre musulmane; se non ch’egli era privo di autorità giudiziaria, appartenendo questa ai cadi e agli hâkim.[777] Come portava lor civiltà superiore, ebbero i Musulmani, oltre gli appositi magistrati, anco leggi, se non buone, almen certe e coordinate da sottile giurisprudenza; mentre il codice dell’umanità, la legge romana, facea capo qua e là nelle consuetudini delle città cristiane, traendo seco qualche innovazione bizantina e lottando contro le barbariche usanze dei Longobardi e de’ Franchi.[778] Per vizio comune alle legislazioni europee, riserbossi il principe gli appelli nelle cause civili, facendole decidere da ottimati delegati a volta a volta. Ritenne egli inoltre i giudizii capitali nella più parte de’ feudi.[779]
Or toccheremo delle entrate pubbliche nei primi tempi normanni; nella quale ricerca e’ convien adoprare con maggior cautela, e quasi con diffidenza, i ricordi dell’ultima metà del XII secolo; sendo, i fatti in materia di azienda, assai più mutabili che quelli discorsi fin qui, verbigrazia le condizioni sociali o i municipii, e mancando pertanto quella presunzione d’un’origine più antica, che sovente ci ha confortati a riferire a’ principii della dinastia gli ordini che si ritraeano in su la fine. Intraprendiamo ricerca di fatti ch’ebbero grande conseguenza nella storia dell’Italia meridionale, perocchè il conte Ruggiero negli ultimi venticinque anni dell’undecimo secolo, salì a tanta potenza mercè l’oro, non meno che il ferro. Quella ricchezza ond’ei fu rinomato in tutta Cristianità, non potea venir dal solo bottino; non dal frutto de’ possessi demaniali, necessariamente scarso tra le fazioni di guerra e lo sconvolgimento sociale. E pur allora veggiamo il conte stipendiare grosse schiere di stanziali, largire doti regie a tante figliuole, porgere sussidii ai papi e, quel ch’era più grave, aiutar di danari il fratello nell’impresa di Grecia; e poi innalzare per ogni luogo chiese e monasteri. Donde venian cotesti tesori? E’ si direbbe che il conte avesse appresa l’alchimia dagli Arabi, o scoperto dassè il gran segreto: quel medesimo con che raddoppiossi d’un tratto il reddito della città di Palermo, come prima ei vi messe le mani.