La savia amministrazione, fondamento del gran segreto, sembra retaggio de’ tempi musulmani, ben usato dal vincitore. Avendo sotto gli occhi i ruderi, noi possiamo ricomporre in parte quell’antico edifizio. E prima scorgiamo un censimento universale di beni demaniali e feudali, chè gli uni e gli altri furono in origine la stessa cosa, possessi, cioè, dello Stato, de’ quali altri si concedeano in feudo, altri ricadeano al fisco e questo ne riconcedeva o ritenea. Provan cotesto censimento le platee de’ villani appartenenti a ciascun feudatario dell’isola, promulgate in Mazara, come già notammo, il 1093, che è a dir due anni dopo il compimento del conquisto;[780] poichè tanto valea concedere i villani, quanto la terra assegnata a ciascun di loro, detta rab’ ne’ documenti arabici, e cultura ne’ latini.[781] Nè mancano, nell’undecimo secolo, le vestigie di un’antecedente descrizione de’ territorii; sapendosi essere stato il casale di Regalbuto concesso il 1090 alla chiesa di Messina «con tutto il suo contado ed appartenenze, secondo le antiche circoscrizioni de’ Saraceni.»[782] Più precise notizie ci danno di cosiffatta descrizione le carte del duodecimo secolo, dalle quali si scorge che quel censimento, s’ei non raffigurava, come i nostri d’oggidì, una selva di righi e colonnini terminati col reddito di ciascun podere in lire e centesimi, che son pur cifre d’approssimazione e talvolta direbbonsi d’allontanamento, racchiudea, sì, la descrizione sommaria de’ confini noti a tutti in ciascun contado, la misura della superficie, il numero e i nomi de’ villani, e, alla grossa, la qualità del suolo.[783]

Le medesime carte ci fanno conoscere il titolo dell’ufizio che serbava cotesto censimento; ed era, in arabico, Diwân-el-Tahkîk-el-Ma’mûr, ossia «Ufizio di riscontro della tesoreria,» se non ci inganna l’analogia con gli ordinamenti dell’azienda pubblica, posti in Egitto da que’ medesimi califi Fatemiti che furon legislatori dell’azienda in Sicilia:[784] il quale ufizio in latino barbaro fu detto Dohana de Secretis[785] per la medesima ragione che altrove fece chiamare segretarii gli scrittori del carteggio ufiziale. L’origine musulmana è provata dalla denominazione dell’ufizio e da quella de suoi strumenti, i defetarii, de’ quali fa menzione il Falcando, e se n’ha riscontro ne’ documenti; ma si è molto disputato su quel ch’e’ contenessero e donde venisse quella voce.[786] Defêtir è plurale arabico di difter, e questo, mera trascrizione di διφθέρα «pelle» e «codice di cartapecora:»[787] un di que’ vocaboli che gli Arabi necessariamente tolsero in prestito da’ Greci, sia in Levante o sia in Sicilia, e andandosene dall’isola, ce li riconsegnarono storpiati a loro modo. I defetarii erano dunque i libri, i registri, degli ufizii d’azienda. Ancorchè non mi sia occorsa altra appellazione speciale che del difter-el-hodûd, ossia «registro de’ confini,»[788] egli è verosimile che ve ne fossero stati di varie maniere, come appunto soleano averli i Musulmani, e che in una serie di que’ registri fossero pur notati i diritti dello Stato su ciascuna classe di abitatori in ogni terra; i quali diritti si riscuoteano dal Fisco quando la terra era ritenuta in demanio e si trasferivano ai baroni quando la si concedea. Possiam anco supporre con fondamento che non mancassero i catasti de’ beni allodiali.[789] L’ordinamento de’ catasti risultante dalle carte del XII secolo fu ristorato forse e perfezionato ai tempi di re Ruggiero; ma questi di certo non imitollo dal “Doomsday book” di Guglielmo il Conquistatore, come si è immaginato:[790] l’ebbe in retaggio dal primo Conte, dal governo musulmano e fors’anco dal bizantino.

Par che il Conte abbia rivendicati al demanio tutti i possessi e i diritti usurpati da lunghissimo tempo; leggendosi nella concessione feudale della città di Catania (1092), esser data quella al vescovo «con tutte le sue appartenenze, possessioni ed entrate,.... sì come la teneano i Saraceni quando i Normanni passarono la prima volta in Sicilia»[791] e dati anco «i Saraceni che dimoravano in Catania a quel tempo, e i figliuoli dei Saraceni di Catania stessa e di Aci, nati in altre parti della Sicilia, dove i genitori si fossero rifuggiti per timore de’ Normanni.» L’interpretazione più ovvia di coteste parole farebbe risalire la rivendicazione a trent’anni innanzi (1061); se non che mal si comprende qual principio di gius pubblico o quale utilità avrebbe potuto suggerir termine così fatto al conquistatore. Avea forse Ibn-Thimna prestato omaggio feudale a Ruggiero o a Roberto il sessantuno? Ovvero si pattuì quel termine nella dedizione di Catania ai Normanni? Il primo supposto parmi privo di fondamento; l’altro gratuito affatto e credo più plausibile un terzo: cioè che la passata alla quale si alludea, fosse quella della compagnia normanna che seguì la bandiera di Maniace il milletrentotto. Allora, occupata da Cristiani tutta la Sicilia orientale, moltissime famiglie emigrarono senza dubbio nelle regioni occidentali. A capo di due anni, lacerata la Sicilia dall’anarchia e surti i regoli, erano stati di certo occupati da questo e da quello i beneficii militari, parte principalissima dell’entrata pubblica e pomo della discordia nell’isola, come in tutt’altro Stato musulmano. Gli è verosimile dunque che il vincitore, potendolo fare con buon diritto, abbia messa la scure alla radice, in luogo di tollerare le concessioni de’ regoli ch’egli avea combattuti e vinti ad uno ad uno. Nè era da temere maggior odio per lo spogliamento degli ingiusti occupanti dopo cinquant’anni che dopo trenta; e molto minore difficoltà si sarebbe incontrata a scoprire i poderi notati nei registri dei diwân kelbiti della capitale, che a rintracciare la condizione del patrimonio militare al principio della guerra in ciascun centro di governo: Palermo, Castrogiovanni, Girgenti, Siracusa e Catania. D’altronde la rivendicazione si può con fondamento supporre estesa a tutta l’isola, perocchè la non toccava al certo le proprietà, ne’ luoghi dove per accordo o necessità rispettolle il vincitore.

De’ possedimenti demaniali fruiva il Conte, come ciascun feudatario de’ suoi proprii, riscotendo da’ villani ed altri coloni il tributo in danari e grani, e il servigio d’opere manuali; e da’ borghesi delle terre e città le gabelle, tasse o guadagni di vendita privativa: dei quali pesi abbiam toccato nel trattar le condizioni del popolo e ci siamo riferiti al Gregorio.[792] E conviene rimanerci alle generalità; perchè le prove che dà il Gregorio non bastano in tutti i particolari. Egli argomentò il sistema de’ primi tempi normanni dalle liste di que’ che alla metà del XIII secolo si chiamavano diritti antichi, per opposizione ai nuovi ordinati da Federigo imperatore; ma non possiamo non supporre che grandissime innovazioni fossero seguite nella prima metà del XII secolo. Si affidò inoltre il Gregorio alla descrizione dei detti pesi per Andrea da Isernia, senza considerare che questo dotto giureconsulto del XIII secolo avesse lavorato su le memorie del Napoletano al par che della Sicilia. In fine ei fece assegnamento su certi documenti del XIII secolo, ne’ quali si noveravano le entrate pubbliche soggette a decima ecclesiastica; ma non s’accorse che il clero per lo meno esagerava i proprii diritti.[793] Occorrono quindi novelli studii su i documenti, stampati o no, per appurare ciascun capo di entrata pubblica ne’ tempi di cui si ragiona. Ma tutto insieme si vede il fatto che dovea nascere, l’innesto della ragione feudale su la fiscalità musulmana: da una parte, nuovi diritti dominicali e angherie feudali; dall’altra alcune maniere di testatico, e da entrambe, gabelle di consumo e di produzione. Sappiamo, per testimonianze di contemporanei, recata in Sicilia da’ Normanni la privativa de’ bagni, de’ molini, de’ forni e delle canove.[794] I diritti di erbatico, legnatico e simili, nacquero dalla nuova forma della proprietà; i proventi giudiziali, dal potere politico attribuito a proprietarii privati. Continuò la capitazione su i Giudei, trovato musulmano. Scendeano da tempo più antico, modificate da’ Musulmani ed accresciute al certo da’ Normanni, le gabelle alla entrata o uscita delle merci, le tasse su i movimenti delle navi mercantesche, i diritti su le industrie e i mestieri. Dalle denominazioni si può talvolta conghietturare l’origine; per esempio, la cabella bucherie sembra normanna tanto certamente, quanto il diritto di rahaba e quello di cangemia musulmani.[795] Non è poi da dimenticare che coteste gravezze variavano forse da terra a terra in quantità e in qualità e che, se in teoria le appartenean tutte al principe, sì come i terreni non allodiali, pure ei non ne fruiva se non che ne’ paesi del demanio, ma nelle città e terre concedute le andavano a beneficio dei feudatarii. Il supposto del Gregorio che, per lo meno, quelli che or diciam diritti doganali si riscuotessero dal principe per ogni luogo[796] non mi pare avvalorato da alcun fatto, nè consentaneo al diritto pubblico de’ tempi.

Tributo generale bensì, la colletta, si poneva anco su i feudatarii ne’ noti quattro casi feudali; della quale ancorchè non abbiam ricordi al tempo del primo conte, la si dee supporre, quando e’ si ritrae che Roberto Guiscardo levolla in Terraferma e in Palermo[797] e poi i re normanni in tutta la Sicilia.[798] Generale anco il diritto di marineria, col quale si manteneva il navilio; se non che, com’e pare, i municipii vi contribuivano, più che i feudatarii, e ciò in compenso del servigio militare.[799] Ed ancorchè non risulti da alcun documento di quella età, credo fermamente sia da aggiugnere alle sopradette e da tener principalissima entrata del conte Ruggiero, come la fu de’ successori, la tratta de’ grani. Sappiam noi dagli annali musulmani le spaventevoli carestie che patì l’Affrica propria in quella età,[800] sendo permanente la causa principale: gli Arabi ladroni d’Egitto i quali desolarono tutta la campagna e corserla in guisa da impedirvi per tanti secoli ogni maniera di coltivazione.[801] Sappiamo dal raccontato aneddoto del conte Ruggiero quanto assegnamento facesse il governo di Sicilia in sul traffico de’ grani con l’Affrica; il qual fatto non rimarrebbe men vero, se il racconto si riferisse alla prima metà del XII secolo, anzichè alla seconda dell’XI.[802] E veramente la reciproca pazienza degli Ziriti e della casa di Hauteville a mantenere la pace negli ultimi diciotto anni della sanguinosa lotta che il cristianesimo combatteva contro l’islamismo in Sicilia,[803] non si potrebbe credere, quand’anco si supponesse in ambo le parti inalterabile saviezza e freddo giudizio degli interessi politici; ma la parrà naturale e necessaria, supponendo che il conte Ruggiero mandasse a vendere i grani dell’azienda in Mehdia, in Tunis e nelle altre città della costiera, sì come fece il figliuolo Ruggiero quindici o venti anni dopo la morte di lui: e questo commercio di grani aprì la via alle imprese del re sopra l’Affrica, e rese per due secoli i principi di Tunis tributarii a que’ di Sicilia, come si dirà nel libro seguente. Con ciò la tratta de’ grani comparisce fin dalla prima metà del XIII secolo ricchissimo capo d’entrata del tesoro siciliano e se ne scorge vestigia al principio del XII.[804] Tutte le ragioni conducono al supposto che il conte Ruggiero l’abbia istituita o forse continuata in ciascuna città marittima della Sicilia, come prima egli se ne insignorisse: ed è verosimile ch’ei v’abbia fatto doppio guadagno; cioè levare grossa contribuzione in denaro o in genere all’uscita de’ grani altrui, e intanto, aumentato così il prezzo della merce, mandar a vendere in altri paesi i grani ch’ei possedea, raccolti da’ canoni in derrata ne’ suoi proprii demanii o ritratti dalla medesima tassa d’uscita. Ammessa questa sorgente, non farà maraviglia l’inesauribile ricchezza del conquistatore.

Dopo i tributi verrebbero i servigi, ch’erano sì gran parte de’ pubblici pesi negli stati feudali; e possono dividersi in servigi di pace e di guerra. Dei primi, cioè le giornate di lavoro ne’ campi, i trasporti, l’opera manuale nelle edificazioni e simili fatiche, abbiam già toccato; nè occorre altro aggiugnere, sendo simili coteste obbligazioni nelle terre demaniali e nelle feudali.[805] Il servigio militare di terra era prestato da’ baroni in Sicilia al par che in ogni altro stato feudale, come si legge nel Gregorio.[806] Notiamo tuttavia che i feudi ecclesiastici non andarono esenti per generalità dal servigio militare, sì com’ei dice; ma alcuni ne furono eccettuati e similmente alcune città. Inoltre i fatti narrati da noi provano come il Conte chiamasse talvolta alla guerra i Musulmani di Sicilia;[807] il quale esempio fu seguìto dai re suoi discendenti e dalla dinastia sveva. Verosimile egli è che i Musulmani facesser oste capitanati dai loro kâid,[808] nutriti a spese del principe durante l’impresa e gratificati col bottino. È da ricordare infine che il Conte ebbe schiere di stanziali stipendiati, e che i suoi successori ne tenner anco di Cristiani e di Musulmani.

Del navilio siciliano allo scorcio dell’undecimo secolo non avanza alcuna memoria. Si potrebbe anzi supporre, se non distrutto, decaduto di molto; ritraendosi che verso il millesessantotto la gente dell’armata, per cagion delle guerre civili, riparò in Affrica,[809] e che le forze navali operaron poco nella difesa di Palermo il 1071, ancorchè quello fosse stato sempre il gran porto militare de’ Musulmani di Sicilia.[810] Ciò nondimeno, s’egli è vero che a metter su un navilio di guerra si richiegga tempo e spesa e grandissima cura, convien che il conte Ruggiero abbia adoperato a ristorare il navilio siciliano i buoni elementi del pugliese e del calabrese già messi alla prova negli assedii di Bari e di Palermo e usati da Roberto nella guerra di Grecia; e ch’ei gli abbia felicemente innestati con que’ del navilio musulmano. Perchè i Normanni di Sicilia rivaleggiaron in sul mare con le repubbliche marittime nella prima metà del XII secolo; e, fin dal 1113, l’Adelaide, vedova del Conte, andando in Ascalona per rimaritarsi a Baldovino re di Gerusalemme, era scortata da nove legni da guerra siciliani, due de’ quali portavano cinquecento uomini ciascuno; e gli altri rifulgean d’oro, argento, porpora, e i guerrieri di preziose vestimenta e ricche armadure, senza contare i tesori profusi nella galea dell’Adelaide, nè una schiera di arcieri saraceni splendidamente vestiti, ch’ella recava in dono allo sposo.[811] La mole de’ legni e il lusso, provano che la Sicilia avea già di nuovo un’armata possente.

Della quale noi possiamo figurarci la costituzione, rannodando le notizie che n’abbiamo ne’ tempi appresso, con quelle che si ritraggono ne’ tempi innanzi, del navilio bizantino e de’ musulmani.[812] Or del primo sappiam noi ch’era di due maniere, il regio cioè e il provinciale, ch’è a dire fornito e armato a carico delle città di certe province. Così leggiamo nella Tattica dell’imperatore Leone.[813] Il tumulto di Rossano al quale noi accennammo, dimostra qual fastidio recasse ai popoli così fatto armamento:[814] e n’abbiamo anco riscontro da Ibn-Haukal, il noto viaggiatore del X secolo, il quale, descrivendo i paesi marittimi dell’Asia minore e le varie maniere di legni da guerra che vi armava l’impero bizantino, dice che la spesa era levata su i villaggi vicini al mare «a tanto per fumajolo, ossia tanto per casa.»[815] Ma come i Musulmani, venuti in sul Mediterraneo, necessariamente messer su forze navali, e necessariamente usarono gli ordini e gli uomini che le avevano mantenute appo i popoli vinti,[816] così veggiamo nelle armate loro i legni mandati dalle varie città. Un antico scrittore citato da Makrizi, ci narra che in Egitto, al tempo dei califi fatemiti, la più parte del navilio era fornita da’ governatori delle province e pagati gli stipendi dal “diwân dell’armamento navale” insieme con quelli de legni regii; e che inoltre ciascuna provincia avea la sua armatetta.[817] Sappiamo da Ibn-Khaldûn che il navilio de’ califi omeiadi di Spagna, il quale arrivò talvolta a dugento legni, era raccolto da tutti i porti del reame, ciascun de’ quali forniva i suoi.[818] Ora in Sicilia ricomparisce una sembianza di cotesto ordinamento, insieme con l’armata che soggiogò la costiera d’Affrica e infestò le isole della Grecia (1123-54): la marineria dovuta dalle popolazioni lombarde;[819] i dugencinquanta marinai che dovea fornire il Municipio di Caltagirone; i dugento novantasei richiesti a quel di Nicosia, che giace tra i monti come quell’altra città; i venti marinai dovuti dal vescovo di Patti.[820] Le galee delle varie città si veggono combattere contro il navilio angioino allo scorcio del decimoterzo secolo.[821] Quanta parte poi prendessero durante il duodecimo i Musulmani nelle armate di Sicilia, si vedrà nel libro seguente.

E quivi sarà discorso di que’ fatti d’incivilimento che riferir si potrebbero al tempo del primo conte, ancorch’e’ compariscano nei regni de’ suoi successori. Breve e sanguinoso, il periodo che abbiamo studiato in questo libro non lasciò campo alle arti della pace; non permesse di ricordar quelle che, per necessità dell’umana natura e della convivenza sociale, si esercitavano pure in mezzo alle stragi e alla distruzione. Pertanto abbiamo raccolti nel libro precedente[822] que’ bricioli di storia letteraria de’ Musulmani che riferir si poteano al tempo della guerra. Della storia letteraria de’ Cristiani di Sicilia altre reliquie non abbiamo che i codici, le immagini e le minuterìe del Prete Scholaro.[823] Le chiese e i monasteri che Roberto e Ruggiero edificarono, in luogo de’ sontuosi palagi distrutti, sono state consumate dal tempo, come i loro diplomi in carta bombicina che fu mestieri di rinnovare entro mezzo secolo; o, se qualche pietra n’avanza, la non si riconosce tra le costruzioni eleganti di re Ruggiero e de’ Guglielmi. Ma abbiam citati a lor luogo i ricordi che ne fanno i cronisti o i documenti.

Ci è occorso altresì di rammentare le opere di fortificazione, che a’ vincitori premeano al men quanto gli edifizii ecclesiastici: la cittadella e il castel di Roberto in Palermo,[824] i baluardi di Ruggiero in Messina,[825] e quelli che si affrettò a costruire San Gerlando con le pietre de’ tempii agrigentini.[826] Edrisi fa un cenno della ristorazione di Marsala, mostrando non ignorare che la fosse surta su le rovine di Lilibeo e attestandoci una seconda distruzione seguìta nella guerra de’ Normanni o poco innanzi. «Marsa Alì, egli scrive, antica, anzi primitiva città, delle più notabili della Sicilia, era abbandonata, che ne rimaneano appena le vestigie, quando il conte Ruggiero primo la ripopolò e cinsela di mura. Indi la s’è riempita di case, mercati e magazzini.»[827]