A un tempo con le cause che rodeano al di dentro lo stato musulmano in Sicilia, operarono le cause esteriori ond’ebbe la pinta. Oltre quella universale reazione dei Cristiani occidentali contro i settatori di Maometto, s’accese all’entrar dell’undecimo secolo un genio di libertà nelle popolazioni indigene e oltramontane mescolate da parecchi secoli nel nostro territorio e fatte il nuovo popolo italiano. Il qual movimento, come sempre accade, mutò aspetto secondo gli ostacoli locali: dove fece vendetta di assalti forastieri; dove aspirò alla emancipazione da reggimento straniero; dove portò ad opere ed ordini e in ultimo a forme di repubblica; sovente partecipò dell’uno e dell’altro, e più spesse furono le nimistadi scambievoli dei cittadini. Ma dalle guerre civili ne allontana per ora l’argomento nostro, e ne conduce alle due serie di fatti che prelusero al conquisto della Sicilia: cioè la guerra di Pisa e Genova contro i Musulmani, e la cacciata dei Bizantini dall’Italia meridionale.
I Pisani, fin dalla seconda metà del decimo secolo, compariscono nella storia liberi in mare e sudditi in terra: qui reggeansi a nome del marchese di Toscana e dell’imperatore germanico, sovrano feudale; lì il commercio, necessariamente armato in mezzo ai Musulmani che solcavano d’ogni parte il Mediterraneo, portò i cittadini ad autonomia, non che non sospetta, gratissima ai signori della patria, i quali non avendo forze navali, volentieri ne accattavano da loro. Certamente i privati armatori si associarono; certamente deliberarono le imprese navali e provvidero ai mezzi, nella stessa guisa che avean fatto quand’era scopo principale il traffico; la preda si spartì come i guadagni; e la compagnia, qual che ne fosse il nome e la forma in quei primi tempi, diè nascimento al governo della repubblica. Aveano i Pisani combattuto la fazione del novecensettanta contro i Musulmani di Sicilia[1] e forse altre minori contro que’ d’Affrica e di Spagna, e avean già patito le vicende di lor nuova industria del mille e quattro, quando un’armata musulmana saccheggiò un quartiere della città.[2] Per farne vendetta ed assicurare lor commercio, i Pisani metteano in mare il navilio che sconfisse i Siciliani a Reggio; alla quale impresa molto inopportunamente si è data sembianza di guerra religiosa, scrivendo che il dotto monaco francese Gerberto, salito al trono pontificale col nome di Silvestro secondo, bandì la crociata per liberare Gerusalemme, e che i Pisani a tal invito corsero alle navi e tagliarono in pezzi i primi Infedeli in cui s’imbattessero.[3] Il vero è che la potenza surta allora nel Tirreno dovea venire alle prese coi Musulmani, come gli antichi popoli che dettero nome a quel mare avean fatto coi Fenicii, predecessori dei Musulmani in Sicilia, Affrica, Sardegna, Baleari e Spagna. Uscì dai porti di Spagna il navilio che rinnovò del mille undici l’assalto e il guasto sopra Pisa;[4] forse dagli stessi porti e per le medesime genti che a capo di pochi anni occuparono la Sardegna, infestaron Luni e soggiacquero alle forze unite di Pisa e Genova.
Mentre in Spagna tre usurpatori si contendeano il califato, e i governatori si prendean le province, trovossi a regger Denia un Abu-l-Geisc[5] Mogêhid-ibn-Abd-Allah, cristiano d’origine,[6] liberto della casa del celebre Almansor, indi soprannominato Amiri:[7] uomo intraprendente, valoroso, educato alle lettere e alle scienze coraniche in Cordova e mecenate dei dotti.[8] Appo il quale rifuggitosi da Cordova, con molta mano di partigiani, un Abu-Abd-Allah Mo’aiti, giurista chiarissimo per sapere e antica nobiltà, chè discendea di schiatta collaterale agli Omeiadi, Mogêhid, non osando per anco aspirare al principato, volle mettere su quel regolo di sua fattura; gli prestò giuramento e rese onori da califo, di giumadi secondo del quattrocentocinque (dicembre 1014); ed a capo di cinque mesi, allestita l’armata, andò con Mo’aiti ad occupar le isole Baleari. Non guari dopo, rimandato il finto principe a Denia, Mogêhid con un migliaio di cavalli e centoventi navi tra picciole e grandi, fece prora per la Sardegna.[9]
Ormai gli autori arabi chiariscon erroneo il moderno racconto della dominazione musulmana in Sardegna e confermano i nostri antichi ricordi, da’ quali si scorgea travagliata sì quell’isola con depredazioni e guasti, ma non mai occupata innanzi il brevissimo regno di Mogêhid. È verosimile, anzi direi certo, che i Sardi, abbandonati dall’impero bizantino, dai re longobardi e dall’impero d’occidente, fin dall’ottavo secolo si reggessero per loro giudici o re, chè s’intitolavan l’uno e l’altro. Fiera gente, assecurata dalla povertà, dal proprio valore e dai luoghi aspri e salvatici, scansò il giogo dei Musulmani; i quali fatto fardello (710, 752, 813, 816, 817, 935) dell’oro e argento, ma spaventati insieme dai frequenti naufragi e dalla resistenza degli isolani nelle scorrerie minori, li lasciarono tranquilli;[10] tenendoli uomini indomabili, avvezzi a star sempre con le armi allato,[11] da buscarsi appo di loro più colpi che preda. Gli annali musulmani ci narrano che dopo la strage fatta in Sardegna da Abd-er-Rahmân-ibn-Habîb (752) gli abitatori si sottomessero a tributo; onde per lungo tempo non furono molestati, anzi i Rûm ristorarono le cose dell’isola.[12] Erronea parmi la fazione dei Musulmani di Spagna a Cagliari nel mille ed uno, che si legge in un compendio di storia pisana di tre secoli appresso.[13]
Sbarcato Mogêhid in Sardegna, ruppe gli isolani con molta strage, di rebi’ primo del quattrocentosei (18 ag. a 16 settem. 1015); uccise Maloto lor condottiero e fece grandissimo numero di prigioni, donne e fanciulli.[14] L’armata, com’e’ sembra, si mostrò, prima o dopo, su la costiera tra Genova e Pisa, approdando a Luni, cui saccheggiò forse e si ritrasse; ma bastò a provocare i Pisani già possenti in mare, e i Genovesi, i quali prosperando nel commercio dovean anco adoperarsi a cacciare il vicin nemico. Par si collegassero le due repubbliche nell’umile sembianza di compagnie di mercatanti, premurose d’ubbidire ai comandi del papa e dell’imperatore; e il papa ch’era Benedetto ottavo, partigiano favorito d’Arrigo secondo e vago di por mano nelle cose temporali, par s’arrogasse di promulgare la guerra, e di negoziare con Moghêid. Nondimeno l’importanza dell’impresa stava tutta nelle forze, interesse e volontà dei Pisani e dei Genovesi; i quali andati a trovare il navilio musulmano in Sardegna, riportarono una prima vittoria nello stesso anno mille e quindici.[15] Mogêhid si sfogava con atroci supplizii sopra i Cristiani di Sardegna,[16] innasprito forse dalla resistenza che facessero i Sardi qua e là per l’isola; e sapendo i grossi armamenti che s’apparecchiavano in Terraferma, diede opera a fabbricare una fortezza.[17] Intanto i suoi, scontenti del poco acquisto, sbigottiti dal clima malsano e dai travagli della guerra, mormoravano:[18] tardava alla più parte di tornare in patria, dove li chiamavano tutte le passioni della guerra civile. Talchè, di maggio millesedici, venuta grand’oste di Pisani e Genovesi, Mogêhid si deliberò a sgombrare.[19] Combattuto dagli Italiani mentre s’imbarcava, in su l’entrar di giugno,[20] fu sconfitto, e atrocemente straziati i suoi da una tempesta, che ruppe molte navi, altre spinse a terra, ove i naufraghi erano spacciati dai Cristiani.[21] Campò Mogêhid a Denia con le reliquie dell’armata, lasciando prigioni un fratello e il proprio figliuolo Alì che gli succedette nel principato:[22] altri scrive il figliuolo e una moglie.[23] Con sì lieve fatica i nostri riebbero la Sardegna.[24]
E tosto voltarono le armi l’un contro l’altro: i Genovesi assalivano i Pisani; i quali, avutone l’avvantaggio, li cacciarono dall’isola.[25] Onde i mercatanti di Pisa cominciarono ad esercitare una clientela su quei giudici, o regoli, bisognosi di lor danaro e di loro forze navali; tennero fattorie; forse usurparono privilegi commerciali: nelle quali brighe ebbero sempre a gareggiare coi mercatanti genovesi.[26] Nel secolo ap- presso, quando le due città si reggeano a comune e Genova adulta agguagliava la rivale, si contesero la Sardegna con le armi, con le pratiche appo quei regoli ed a corte di Federigo Barbarossa,[27] e poscia con falsare la storia, immaginandosi dai Pisani due concessioni papali (1016 e 1049) e due novelli conquisti del mille diciannove e mille quarantanove, sopra Mogêhid che alfine fosse caduto in lor mani.[28] Da ricordi più genuini si ritrae che i Musulmani, dopo la fuga di Mogêhid a Denia (1016), non assalirono mai più la Sardegna.[29] Quei si tuffò tutto, scrive Ibn-el-Athîr, nelle guerre civili di Spagna;[30] molestò la contea di Barcellona; fu costretto alla pace, dicon anco a pagar tributo (1018), da una man di Normanni ausiliari della contessa Ermenseda, nella minorità di Berengario,[31] e morì nel millequarantaquattro.[32] Di certo, i corsali di Denia e delle Baleari lungo tempo infestarono le parti occidentali del Mediterraneo, poichè quel nome di Mugeto, supposto re d’Affrica, suonò terribile appo i Cristiani; chiunque combatteva gli Infedeli spagnuoli o affricani, si vantava d’aver preso o ammazzato il gran Saracino.[33]
Tolte così le favole che son debole fondamento alla gloria dai popoli, quella dei Pisani e Genovesi risplende nella liberazione della Sardegna; nel primo esempio dato in Ponente di grosse espedizioni contro i Musulmani; nell’acquistata signoria del bacino occidentale del Mediterraneo. Venuti loro a noia li armamenti navali di Moezz-ibn-Badîs,[34] i Pisani assaltarono l’Affrica il milletrentaquattro, presero Bona:[35] strepitosa vittoria che suonò oltremonti come trionfo della Cristianità sopra l’Islamismo, e probabil è vi abbiano partecipato i Genovesi e qualche nave provenzale.[36] Le due repubbliche italiane messero da parte lor odii quand’occorrea domare il nemico comune: i Pisani uniti di nuovo ai Genovesi schierarono dinanzi Mehdia (1087) quattrocento navi italiane; e prima avean assalito soli Palermo (1062), poscia occuparono le Baleari (1113-4); per tutto il duodecimo secolo i navilii d’Italia, terrore dei Musulmani, apriron la via agli accordi commerciali e alla fondazione delle fattorie nelle città marittime d’Affrica e di Levante. Quella virtù cominciando ad operare, come si è notato, nei principii del secolo undecimo, diè incentivo ed aiuto al conquisto della Sicilia.
La rivoluzione di Puglia e Calabria contro i Bizantini fu capitanata e confiscata da poche famiglie novelle in Cristianità. Verso il settimo secolo, a’ primi albori della storia settentrionale, si scopre in Danimarca, Norvegia e Svezia una gente la cui lingua al par che la complessione dei corpi e gli ordini sociali attestavano l’origine germanica; se non che, sendo lor toccato in sorte un paese inculto e disabitato o quasi, non ebbero vassalli, e non trovando vitto in terra, lo cercarono in sul mare con la pesca e la pirateria. Per tali cagioni si mantenne tra essi l’uguaglianza civile perduta da’ lor fratelli nel conquisto delle province romane. Serbaron anco l’antica religione. Si reggeano in piccioli stati, sotto capi (iarls) di famiglie nobili per valore, eletti nelle adunanze (things), nelle quali gli uomini liberi, cioè tutti, deliberavano le pubbliche faccende. Ma nell’ottavo secolo, i combattimenti e traffichi nel Baltico con altri Germani e con genti finniche e slave avean già condotto gli Scandinavi a migliorare lor costruzioni navali, lor armi, e le arti necessarie all’uno e all’altro: allor fecero più grosse imprese al di fuori, e seguì in casa l’accentramento sotto regoli (kong, konung ec.); s’apparecchiò quello dei piccioli nei maggiori reami, di Danimarca, Norvegia e Svezia. I quali rivolgimenti, al par che le spesse carestie in un paese presso che privo d’agricoltura, portavano all’emigrazione. Gli uomini più audaci e procaccianti facean compagnia; sceglieano apposta un capo sperimentato, re marittimo (soekongar) come il chiamavano; varavano frotte di barche, e sì usciano a lor wicking, noi diremmo pirateria, in cerca di bottino e di gloria: chè virtù si tenea presso di loro l’astuzia e valor nel rubare. I morti per naufragio o di spada sederanno in eterno allato d’Odin, nel Walhalla, a tracannare cervogia; i reduci faranno mostra della preda, canteranno lor geste, bevendo a cerchio nelle romorose brigate l’inverno. Orgoglio dunque, cupidigia, necessità, costumi, rigoglio di corpi e d’animi, uso alle fatiche del mare, non curanza della morte, moveano i Normanni (Northmen) o Dani[37] a lontane espedizioni fuori il Baltico.
Nelle quali desolarono (787-885) lungo la marina e le rive dei fiumi, le isole britanniche, la Germania in su l’Oceano, i Paesi Bassi, e la Francia; infestarono anco la Spagna: Hastings, lor terribile eroe, pensando arricchirsi delle spoglie di Roma, s’imbattè in Luni (859), la saccheggiò;[38] ed egli o altri assaltò anco Pisa (860). Con lor lievi barche solean costeggiare, entrare nelle foci dei fiumi, risalire per ventine o centinaia di miglia dentro terra; afforzarsi nelle isole marittime o fluviali; smontati dar di piglio a quanti cavalli poteano, e temerarii innoltrarsi nelle province, taglieggiando, depredando, ardendo, ammazzando; più crudi nei monasteri, sapendoli più ricchi, o per vanto di calpestare il nume rivale d’Odin. Da Londra e Dublino ad Utrecht, Aquisgrana, Colonia, Coblentz, Treveri, Parigi, Tours, Bordeaux, e Tolosa; ed a Lisbona, a Siviglia, ad Arles, a Valenza sul Rodano, i Barbari addimesticati sentiron la mano dei Barbari freschi della Scandinavia: i quali dopo la rapina presero come gli altri a stanziare qua e là; conquistarono l’Inghilterra, e la perdettero; si posero alla foce della Loira e ne furon cacciati; si posero in su la Senna e v’allignarono.[39]
Un secolo era corso dall’esaltazione di Carlomagno, e restava appena a’ successori col titol di reame di Francia la regione che si stende dalla Loira alla Mosa, toltane a ponente la Bretagna, quando vennero a scemare il breve territorio gli Scandinavi che l’aveano già guasto, e saccheggiata Parigi (846), arsi i sobborghi (857), e strettala nuovamente d’assedio per dieci mesi (885-6). Avvenne nel medesimo tempo che Aroldo dalla bella chioma (Harald Haarfager) soggiogasse gli altri regoli di Norvegia, e facesse opera ad accentrare ed assestare il novello reame; onde molti uomini impazienti del giogo espatriarono o furon cacciati e incalzati per le isolette e pei mari, dove ripigliavano l’antico mestiere di loro schiatta. Ragunati in grande frotta, tentarono l’Inghilterra, tentarono la Fiandra, e alfine s’imboccarono nella Senna; ebbero di queto Rouen;[40] ne fecero pianta a guerra di conquisto; ruppero (898) un esercito francese che li assalì; occuparono cittadi e castella. Nelle quali fazioni ebber dapprima condottieri senza comando politico;[41] poi s’innalzò sopra tutti per valore e civile prudenza Roll,[42] nobile corsaro norvegio, bandito per atto di rapina in patria. E già s’erano costoro in sedici anni assuefatti a vivere nelle nuove stanze coi vinti, quando i popoli e clero di tutto il reame, vedendo non potere spezzar quel flagello, costrinsero re Carlo il Semplice a stornarlo con la pace. Trattò la pace il vescovo di Rouen, amico per necessità dei Normanni; ed a Saint Clair sull’Epte (912) il re concedette a Roll e sua gente il paese che occupavano:[43] quei gli prestò omaggio feudale, diè e compì la promessa di farsi cristiano egli e’ suoi, e di sposare una figlia naturale del re. Ebbe titol di conte; poi s’addimandò duca; e il territorio, Normandia; il quale fu esteso da lui e dai successori, tra le discordie dei grandi vassalli coi re, e tra le guerre civili che portarono al trono i Capeti. I compagni d’arme di Roll, avuta ciascun sua parte del territorio e divenuti signori dell’antica popolazione, presero gusto alla vita di cavalieri francesi; mutarono il culto d’Odin nel cristianesimo; l’uguaglianza del wicking in gerarchia feudale; l’incerto frutto del saccheggio in perenne esercizio d’abusi baroneschi; dimenticarono la patria che li avea cacciati; ebbero figliuoli la più parte da donne del paese. E però alla seconda generazione parlarono il linguaggio della Francia settentrionale, fuorchè nelle parti di Bayeux e di Coutances, dove, per essere sopravvenuti altri stuoli di Norvegia e Danimarca, si mantenne qualche anno di più il paganesimo, la favella scandinava oltre un secolo, e sempre un animo riottoso e contumace. Insieme con la religione e la lingua, la Francia diè ai nuovi conquistatori fogge, usanze, un po’ di cultura clericale, e tutti gli ordini della feudalità; se non che i baroni serbarono liberi spiriti in loro soggezione al duca, senza aggravar manco le infime classi. Il ducato fu più pericoloso vicino che nessun altro gran feudo, alla corona di Francia; l’odio nazionale arse per cinque o sei secoli tra gli abitatori dell’uno e dell’altro.[44] Tanto più che i Normanni, sì agevolmente gallicizzati al di fuori, non aveano perduta l’indole degli avi: insieme con gran valore, disciplina e sagacità militare, mostrarono saviezza nelle cose di stato ed economiche; ebbero sempre odorato fino del guadagno, mente astuta e man lesta a carpirlo, ira pronta raffrenata sol dall’interesse, amplessi e zuffe alternati fin tra fratelli, tra padri e figli nel partaggio degli acquisti; e con ciò un genio avventuroso, procacciante, migratorio, il quale all’entrar dell’undecimo secolo sfogò in pellegrinaggi al sepolcro di Cristo, ma non chiuse gli occhi per istrada essendoci da buscare. Qual cavaliere vivesse a disagio in casa, uscì a nuovo modo di wicking per terra, ai soldi d’altri stati; ed alla spicciolata fecero maravigliose prove in Spagna e nell’impero bizantino; raccolti e rinforzati d’altre genti, conquistarono l’Inghilterra e l’Italia meridionale.