Al par che il wicking mutò forme in Normandia la saga che il solea celebrare,[45] della quale se fu tentata alcuna imitazione,[46] la poesia popolare francese la soverchiò sì tosto, che alla battaglia d’Hastings (1066) il menestrello di Guglielmo il Conquistatore appiccava la zuffa recitando la canzone d’Orlando, francese di lingua e d’argomento. Alla saga che andava in disuso con la favella e modi del vivere degli Scandinavi, era succeduta la cronica cristiana, da che Dudone di San Quintino, chierico piccardo, cominciò (994) a richiesta del secondo conte di Normandia e compiè sotto il terzo, in prosa latina tramezzata di versi, il racconto dei fasti di quel popolo e dinastia, seguendo la tradizione orale di Rodolfo conte d’Ivry.[47] Fu necessariamente la istoria di Dudone, pei tempi innanzi il trattato d’Epte, mescolala di vero e di romanzo scandinavo, difettosa molto in cronologia; pei tempi appresso, fu diario di corte con orpelli di leggenda monastica e frasi di rettorica latina: e sotto gli altri duchi, altri chierici la copiarono e continuarono chi in prosa latina, chi in versi francesi, fino allo scorcio del duodecimo secolo.[48] Ma i principi normanni surti in Italia in questo mezzo, vollero auch’essi lor croniche ad imitazione della corte di Rouen, compilate su i racconti dei guerrieri che aveano compiuto que’ gloriosi fatti e riteneano le tradizioni de’ più antichi; onde raccontatori e scrittori vi posero ornamenti di discorso a foggia or cavalleresca or claustrale: e son queste le fonti principali di storia nel periodo che prendiamo a trattare.
Prima in ordine di tempo la Storia dei Normanni di Amato, campano e monaco di Monte Cassino, scritta tra il millesettantotto e l’ottantasei,[49] della quale corre per le mani degli eruditi da trent’anni in qua un’antica versione francese, interpolata di annotazioni e forse scorciata e infedele in qualche luogo.[50] Documento preziosissimo contuttociò; poichè l’autore, italiano di nascita e di studii, ossequioso a Roberto Guiscardo e Riccardo principe di Capua, ma assai più devoto al monistero, è testimonio immediato per la seconda metà dell’undecimo secolo; attinge per la prima metà a doppia tradizione, cassinese e normanna; e, con monacale prudenza, pur va dicendo il vero. La dedica all’abate Desiderio e l’andamento tutto dell’opera, mostran che fu dono fatto dal Monastero ai due principi protettori, per rimeritarli di loro larghezza con la fama. Proprio scrittor di corte, Guglielmo detto Appulo, ai conforti di Ruggiero duca di Puglia e di papa Urbano secondo, compose in su la fine dell’undecimo secolo[51] una cronica in versi latini, che comincia dalle prime imprese de’ Normanni in Italia e finisce alla morte di Roberto Guiscardo: narrazione molto viva, diligente e verace, fuorchè qualche episodio accattato dai classici, dalle favole scandinave e da’ romanzi francesi;[52] e d’origine francese parmi l’autore.[53] Lo fu di certo il monaco Goffredo Malaterra, il quale scrisse in prosa latina, a riscontro di quei fasti di casa Guiscarda, le geste di Ruggier di Sicilia, ritratte in parte dalla bocca del conte; e finisce, due anni avanti la costui morte, il millenovantotto. Malaterra avea letto le croniche di Normandia e qualche classico latino; avea meditato, egli o il conte Ruggiero, sull’indole degli uomini e vicende degli stati; onde da storico, anzi che cronista, tratta i primordii di casa di Hauteville in Italia, i particolari della guerra siciliana; nè parmi semplice quand’ei v’intreccia i miracoli dei Santi e delle spade normanne, quando dissimula il numero degli ausiliarii ed esagera quel dei nemici; quando salta a piè pari le imprese fallite o troppo scellerate. Dei delitti privati di Roberto e di Ruggiero, furti, rapine e agguati da masnadieri, truffe e violenze tra fratelli, il Malaterra è largo raccontatore al par che Guglielmo di Puglia; non tanto per libertà loro e grandezza d’animo dei principi, quanto per l’opinione di quelle compagnie di ventura passata nelle corti, dove si tenean vezzi guerrieri da vantarsene, e peccati veniali prodigalmente pagati alla Chiesa.[54] Tolto dunque l’orpello mitico nelle prime imprese, un po’ di reticenza o di esagerazione qua e là nelle altre, gli scritti di Amato, Guglielmo e Malaterra ci trasmettono le tradizioni normanne per tre vie dirette, paralelle e non comunicanti. Un buon compendio che parmi anco palatino e torna al millecentoquarantasei, aggiugne qualche particolare, secondo tradizioni che il tempo e gli interessi andavano guastando.[55] Leone d’Ostia, compilando nei principii del duodecimo secolo la storia generale di Monte Cassino, copia spesso Amato e vi aggiugne altri fatti con doppia circospezione di monaco e cardinale. Lupo Protospatario, autor della fine dell’undecimo, ci aiuta da magro cronista, diligente e imparziale tra Greci e Normanni. Altri contemporanei italiani e d’oltremonti, che citerò a’ luoghi opportuni, raddrizzano talvolta le opinioni degli scrittori di parte normanna; e così anche correggono qualche fatto per lo conquisto di Puglia i Bizantini, e per quel di Sicilia i Musulmani: frettolosi gli uni e gli altri e svogliati nel discorrere la caduta di lor dominazioni.
I primi Normanni capitati di qua dalle Alpi il millediciassette per le pratiche del principe di Salerno,[56] venturieri per bisogno, cupidigia o persecuzioni nel paese natio,[57] trovarono in Italia una gran voglia a scuotere il giogo degli imperatori d’Oriente. I quali, essendo rimasti signori per la seconda fiata della Calabria e della Puglia, le ressero a lor solito; lasciarono i Musulmani di Sicilia a correre e taglieggiare quelle province, non frenati da buone armi nè da prudenti accordi; e con ciò ripigliarono le antiche pretensioni su i principati di Benevento, Capua e Salerno. Indi que’ signori longobardi si voltavano ad ora ad ora agli imperatori d’Occidente; e i popoli della Puglia, maturi a novità per le condizioni generali dell’Italia, si sollevavano, chiamando in aiuto gli Infedeli di Sicilia.[58] Dopo Smagardo, patriotta mal noto (997-1000), sorgea Melo, nobil cittadino di Bari, di schiatta longobarda, del quale la balba storia dell’undecimo secolo narra le sventure piuttosto che la virtù, passando sotto silenzio come egli suscitasse o rinnovasse la ribellione pugliese; come ordinasse tre guerre in dieci anni; come traesse a cospirar seco i principi longobardi, l’imperatore d’Occidente ed il papa:[59] Melo, il ribelle italiano, morto in Germania con onori da principe; uomo di maravigliosa costanza, operosità, arte politica e valore. Come città longobarda fatta capitale dei dominii bizantini in Italia, Bari parteggiava in due fazioni,[60] onde la ribellione dapprima vi trionfò; poi la parte greca rimbaldanzì pei rinforzi di Costantinopoli, e fu ristorato il governo straniero (1011). Melo rifuggito alle corti longobarde che l’aiutavano sottomano,[61] s’abboccò a Capua co’ venturieri arrivati di Normandia, lor diè armi, cavalli e stipendio (1017), levò altre genti ne’ territorii di Salerno e Benevento,[62] e mosse con tutta l’oste contro i Greci.
Ruppeli in tre o più scontri (1017-19), tornando ai Normanni i primi onori del trionfo; ed era libera la Puglia, se non che novello capitano, mandato di Costantinopoli, tagliò a pezzi l’esercito dei ribelli sul funesto piano di Canne (ottobre 1019). Ritentò Melo la fortuna, con altra schiera di Normanni sopraccorsa da Salerno, ove in tre anni n’era venuto grande numero alla sfilata; e toccò la seconda strage presso Melfi. Indi i principi longobardi a tentennare; Melo a correr oltre le Alpi, chiedendo gli aiuti d’Arrigo imperatore, e, mentre si apprestavano, morì. Dato, compagno di ribellione e fratello della moglie, andò al supplizio (1021), venduto dal principe di Capua e dall’abate di Monte Cassino. I popoli tornarono al giogo, resistendo alcun capo qua e là con aiuti dei Musulmani di Sicilia. I cinquecento Normanni che rimaneano de’ tremila passati in Italia, s’acconciarono agli stipendii di Salerno e di Monte Cassino, divisi in sei compagnie, due con l’abate e quattro col principe; qualche altro militò a Capua ed a Napoli.[63]
Non oscuri, non potenti, vissero per altri venti anni da soldati di ventura. Crebbero di riputazione nelle risse tra i piccioli stati, passando sovente dall’uno all’altro per avarizia ed arte di mantenerli tutti vivi ed infermi. Secondo i guadagni crebbero un po’ di numero, per gente di lor sangue che cercava fortuna oltre le Alpi e per uomini facinorosi arruolati nella Lombardia propria ed Italia inferiore, i quali prendeano i costumi ed apparavano la lingua dei Normanni. Sopra ogni altro si avvantaggiò di coteste compagnie il principe di Salerno, allargando suoi confini. Sopra ogni altro lor giovò il duca di Napoli, il quale ripreso lo stato mercè una compagnia, donolle il territorio ove fondarono Aversa (1029), e ’l condottiero Rainolfo funne chiamato console e poi conte. Arrigo secondo e Corrado il Salico, calando in questi tempi nei principati per mantenervi la precaria autorità dello impero occidentale sopra quella del bizantino, guardaron d’occhio benigno i Normanni come stranieri; e Corrado investì solennemente Rainolfo della contea d’Aversa (1038), dandogli a mano il gonfalone imperiale attaccato in cima a una lancia.[64]
La compagnia normanna nella primitiva sua forma sembra squadron di cavalli, da venticinque ad ottanta, condotto da un capitano intraprenditore che assoldasse gli uomini e guadagnasse per sè, ovvero da capitano eletto che amministrasse il peculio sociale, cioè lo stipendio toccato in comune e il bottino. In battaglia par che le compagnie dessero comando temporaneo ad un capitano a scelta di tutti, per quel giorno colonnello, com’or diremmo, d’un reggimento.[65] Due reggimenti o bande erano in Italia verso il milletrentotto; delle quali la prima, di veterani e lor aderenti chiamati di Normandia, stanziati ad Aversa, fatti possidenti e però meno avventurosi, s’andava rassettando, a mo’ delle istituzioni patrie, sotto un colonnello perpetuo o si chiami conte privilegiato dall’imperatore; ma più ritenea del wicking che non avesse preso del feudo. L’altra, vero wicking, di giovani che tentavano la sorte, mescolati a più numero d’Italiani, lasciò i soldi del principe di Salerno per seguire le insegne bizantine in Sicilia. Eran circa cinquecento cavalli, condotti da un capitano amministratore, il milanese Ardoino.[66]
Il savio cavaliere lombardo, ripassato co’ suoi il Faro dopo l’insulto di Maniace, gittò il dado a un gran disegno. La ribellione di Puglia male spenta con Melo,[67] si ridestò per opera del figliuolo Argiro, come prima le soldatesche bizantine sgomberavano il paese, traendo alla guerra di Sicilia: ma fe’ testa ai ribelli la fazione costantinopolitana, talchè Bari fu presa e ripresa; e infine Michele Doceano, tornato di Sicilia, ricominciò i supplizii nella capitale (nov. 1040). Argiro nondimeno rimase nella provincia, latitante o in arme.[68] Ardoino, giunto in questo medesimo tempo, praticò coi malcontenti; e non si fidando, come soldato ch’egli era, nelle forze tumultuarie, nè in Bari aperta ai Bizantini dalle fazioni e dal mare, divisò di piantar altra bandiera di rivoluzione a Melfi, addossato all’Apennino allo sbocco della maggior valle onde si valicava agli stati del Tirreno, nemici naturali di Costantinopoli; ma sopra tutti fece assegnamento su i Normanni. Andò pertanto ad Aversa ad esporre le condizioni delle cose; il fior degli eserciti greci avviluppato in Sicilia, i popoli della Puglia pronti a ripigliare le armi: «E perchè ti starai,» disse al conte Rainolfo, «contento a due spanne di terreno, come il topo nella buca, quando puoi meco signoreggiare quei ricchi campi, cacciandone le femine vestite da soldati che li hanno in guardia?»[69] Ristretti i capi a consiglio, deliberano l’impresa; stipolano federazione con Ardoino, e ch’egli s’abbia metà degli acquisti. Aversa fornì trecento uomini sotto dodici capitani, che allora e poi si addimandarono conti, uguali tra loro in grado e con ugual diritto nel partaggio.[70]
All’entrar del millequarantuno Ardoino una notte conduce chetamente le compagnie a Melfi; si fa incontro ai cittadini che pigliavano l’arme, ed «Ecco, lor grida, vi reco la libertà che sospiraste. Io tengo parola: compite or la parte vostra ed accogliete come compagni e fratelli cotesti amici miei, mandati proprio da Dio per togliervi di servitù!»[71] Fermasi il patto che Melfi non abbia signor feudale; reciprocamente si giura lega e amistà.[72] La dimane i Normanni corron predando a Venosa; il secondo dì ad Ascoli, poi a Lavello e per tutta la Puglia senza contrasto.[73] Tra le due bande e i Pugliesi che le seguirono, sommavan già a tre migliaia d’uomini; settecento soli a cavallo e pochi tra essi vestiti di corazza.
A’ diciassette marzo, Doceano lor presentava la battaglia su le sponde dell’Olivento sotto Melfi, con la legione Obsequiana dell’Asia Minore e gli ausiliarii, russi: cinque o sei contr’uno ed assai meglio armati; ma furono sconfitti.[74] I Greci toccarono la seconda rotta ancorchè rinforzati di Traci e d’Italiani a Montemaggiore su l’Ofanto, del mese di maggio; la terza, di settembre, a Montepeloso, dove i Normanni non riconobbero al certo il comune legnaggio nei Varangi, schierati contr’essi con genti greche e slave, sotto il catapano Boioanni. Si bilanciò la fortuna delle armi nel quarantadue, ripassato in Italia il fiero Maniace. Poi tornò per sempre ai Normanni.[75]
Tra coteste guerre, le due bande d’Aversa e di Sicilia stanziavano a Melfi, accomunate, com’ei sembra, e ridivise sotto dodici condottieri, i quali si reggeano a repubblica, e ciascuno s’acconciò un palagio e un quartiere nella città:[76] independenti l’un dall’altro e gelosi; ma gareggiarono sempre di virtù sul campo. Col danaro, le armi e i cavalli tolti ai nemici, e con promesse di maggiori acquisti, levaron cavalieri e fanti italiani nei principati longobardi e nella Lombardia propria;[77] incorporandoli, com’e’ parmi chiaro, in lor compagnie anzichè formarne delle nuove. Ardoino disparve: morto nei primi scontri, o messo da canto e sbeffeggiato s’ei volle comandare; rimaso doge senza soldati dopo l’unione delle due bande.[78] Gli sostituirono innanzi la battaglia di Montepeloso (1041) Atenolfo, fratello del principe di Benevento, per guadagnar fede appo i popoli dei quali avean bisogno;[79] ed a capo di pochi mesi dettero lo scambio ad Atenolfo per le medesime cagioni, in persona di Argiro, il quale a quel precipizio de’ Greci era stato gridato duca di Italia a Bari (febbraio 1042), ed avea ripigliato virtuosamente le armi.[80] Argiro, capo della rivoluzione, conveniva meno che ogni altro ai Normanni vogliosi non di liberare la Puglia, ma di sottentrare agli antichi signori. Donde all’assedio di Trani un condottiere per poco non l’uccise;[81] ed egli a dirittura praticò con la corte bizantina di riformare lo stato in Puglia;[82] tentò invano d’adescare i Normanni che uscissero d’Italia per acquistar nuove palme e nuovi tesori ai soldi dell’impero in Persia; e finì lor nemico mortale, duca di Puglia per doppia grazia dei popoli e dell’impero d’Oriente, cospirando col papa e l’imperatore tedesco allo sterminio dei Normanni.[83]