Ma gli astuti condottieri che s’erano scissi quando lor entrò in mezzo Argiro, ed alcuno era passato al principe di Salerno,[84] tosto s’accorsero che nell’unione sola era da sperar salute e trionfo sugli Italiani. Rifanno pertanto la lega normanna; le prepongono, con titolo di conte di Puglia, Guglielmo Braccio di Ferro, primo tra loro per riputazione nell’armi e numero di aderenti; si associano il conte d’Aversa; e riconoscono signor feudale Guaimario principe di Salerno. Celebrossi il nuovo patto a Melfi, di settembre millequarantatrè, fatto insieme il partaggio della terra occupata per forza o per accordo, talchè il conte d’Aversa e i dodici condottieri, Guglielmo al par degli altri, ebbero ciascuno una grossa città, rimanendo Melfi in comune come capitale.[85] Ordinamento misto tra feudale e federale, che presto volse a pretta feudalità. I condottieri tennero da baroni, com’e’ sembra, ereditarii, le città assegnate, levando tributi, sforzando gli abitatori a servigi secondo le costumanze longobarde che trovavano nel paese non cancellate dalla dominazione bizantina; ed anzi che smettere gli abusi di quella, aggiunsero quanti ne ricordavano di casa loro in Normandia.[86] Sembianza feudale anche ebbe l’omaggio al principe di Salerno; credo senz’obbligo di servigio militare, nè altro. Il nuovo conte di Puglia, elettivo, fu capitano a vita e magistrato federale, ma ebbe dritto di creare o almen di proporre novelli baroni pei territorii che mano mano s’acquistassero:[87] dimodochè il senato federale s’empiva di creature sue, ed a capo di trent’anni il terzo conte inghiottì e signor feudale e confederati, e regnò con titol di duca su la più parte dell’Italia meridionale.

La famiglia che si levò a tanta altezza veniva dal Cotentino, provincia normanna più che nessun’altra di Normandia.[88] Quivi nei principii dell’undecimo secolo tenne la picciola terra di Hauteville presso Marigny nella diocesi di Coutances,[89] un Tancredi, gentiluomo di nobiltà mezzana, di scarso avere, di gran forza e coraggio, non ignoto a corte dei duchi di Normandia, ma non congiunto loro, come poi si favoleggiò;[90] il quale fu padre di dodici robusti figliuoli, educati secondo il secolo e paese, in cacce, armi, cavalli, pietà cristiana e morale da rubatori di strada. Fatti guerrier di ventura, tre dei maggiori, per nome Guglielmo, Drogone e Unfredo,[91] capitarono dopo varie vicende in Italia; militarono a Capua, indi a Salerno, e passarono con l’esercito di Maniace in Sicilia (1038); dove Guglielmo, preposto a un drappello o compagnia che fosse,[92] meritò il nome di Braccio di Ferro. Rifulse al paro la sua virtù nella guerra di Puglia: co’ brividi della quartana addosso si gittava nella mischia a Montepeloso (1041) e ristorava la battaglia: prode tra i prodi, affabile e savio, spalleggiato da due fratelli conti anch’essi o capitani di compagnie, chi potea contendergli il primato nella repubblica militare di Melfi? Morto costui a capo di tre anni (1046), fu rifatto conte di Puglia Drogone, ch’ebbe primo l’investitura dallo imperatore Arrigo terzo (1047); e ucciso Drogone (1051), i Normanni gli surrogarono l’altro fratello Unfredo, sotto il quale repressero un gran tumulto di principi e popoli.[93]

Tumulto legittimo nel popolo che avea cercato libertà e pativa oltraggi novelli; tumulto suscitato anco dal papa e dagli imperatori d’Occidente e d’Oriente per interesse proprio, sotto la solita specie di ben pubblico, morale, giustizia, religione. I Normanni lor davano appicco. E veramente se mancassero attestati precisi della costoro insolenza e cupidità in Italia, si argomenterebbe dagli eventi contemporanei d’Inghilterra, dove gli ospiti normanni di Eduardo primo fecer tanto che provocarono i Sassoni alla ribellione.[94] Crederemo dunque agli scrittori tedeschi, italiani e bizantini di quel tempo i soprusi che narrano delle bande stanziate in Puglia, mescolate d’oltramontani e Italiani, ai quali era sola patria il campo, sola virtù il disciplinato valore.[95] I nuovi sudditi, spogliati dai conti e oltraggiati dalle soldatesche, dettero ascolto ai tre potentati che inopinatamente stendean loro la mano. Costantinopoli, per estremo rimedio, richiamava gli esuli a Bari; facea duca d’Italia Argiro figliuol primogenito della rivoluzione; prometteva alla Puglia l’età dell’oro. L’imperatore germanico si apprestava a mandare soldati, sollecitato dal papa che in quella stagione era come suo castaldo in Italia. Più che ad ogni altro premea l’impresa alla corte di Roma, la quale sorgendo da due secoli di vergogne, a’ consigli d’Ildebrando monaco e cardinale prendeva a riformar i costumi del clero e le elezioni ecclesiastiche, per le quali combattè Ildebrando papa: e con quelle nuove armi di castità e libertà ritentava gli acquisti nell’Italia meridionale. Leone nono, uom di religione e virtù private, condusse eserciti per liberare i popoli, com’ei diceva, dalla tirannide: a difendere i poveri cospirò coi due imperatori, con Argiro e coi Pugliesi tinti tuttavia del sangue di Drogone, che fu pugnalato alle spalle alla soglia del tempio. E tranquillava la coscienza con l’equivoco sacerdotale. «La morte d’alcun Normanno io non bramo, nè d’alcun uomo,» scrivea Leone pochi anni appresso a Costantino Monomaco, «ma voglio far pentire col terrore umano chi non paventa il giudizio di Dio.»[96]

Mentre i nemici si sfogavano senza unità di consiglio nè d’azione, i Normanni si rassodarono, si estesero nelle Calabrie sopra i Greci;[97] e vennero d’oltremonti i figliuoli di Tancredi per la seconda moglie Fredesenda, primo tra essi Roberto Guiscardo (1047); al quale il fratello Drogone non sapendo come provvedere, mandollo con un pugno d’uomini ai confini di Calabria; fe’ racconciare un ridotto di legname in cima a un monte; lo chiamò Rocca di San Martino; disse lì al giovane di pigliar se potesse quanto scopriva con gli occhi; e volte le spalle se ne tornò in Puglia.[98] Cominciò Roberto il conquisto della Calabria da ladrone: rapire bestiame, saccheggiar ville, sequestrare le persone che paghin riscatto, ardere i cólti a chi ricusa la taglia, ammazzare cui difende la roba; tantochè un distretto si sobbarcava alla signoria feudale e i masnadieri passavano a un altro. Nel pessimo tirocinio, Roberto si fe’ gran capitano; si rimpannucciò con un matrimonio ed un tradimento; assoldò gente e se ne attirò molta più con promessa di bottino, con giustizia nel dividerlo, con quel suo sembiante marziale e risoluto, con piglio da buon compagno, e riputazione di smisurato coraggio, costanza, astuzia e profondità di consiglio. Un’oste di Calabresi per tal modo seguiva le fortune di Roberto quando papa Leone calò in arme a Civita sul Fortore, e i Normanni ragunarono tutte loro forze per difendersi. Affamati, ributtata dal papa ogni lor proposizione e preghiera, furono costretti a combattere (18 giugno 1053), capitanando Unfredo l’esercito e la prima schiera, Riccardo conte d’Aversa la seconda, e Roberto la terza, tutta di Calabresi. Gli Italiani del papa, senza capitano, fuggirono; i Tedeschi si fecero tagliare a pezzi; gli Italiani delle compagnie e que’ di Roberto trionfarono allato ai Normanni.[99]

Lasciata da canto la supposta concessione feudale del papa in questo tempo,[100] certo è che i vincitori il fecer prigione baciandogli i piedi, e che Leone benedisse lor vivi e loro morti, lagrimò, fece lunghe penitenze, dicon anche miracoli, e dopo dieci mesi tornò libero a Roma, rannodate con Argiro e coi due imperatori sue trame contro i Normanni;[101] ma la morte le troncò (1054) e prevenne anco Stefano nono che parlava di ripigliare l’impresa (1058).[102] Unfredo intanto usando la vittoria di Civita, soggiogava il rimanente della Puglia; minacciava Bari e qualche altra città da non potersi espugnare di leggieri; il Guiscardo ripigliava l’opera in Calabria;[103] e con questo crescea la potenza di casa Hauteville, fatti conti Malgerio in Capitanata e Guglielmo in Principato, e venuti altri fratelli e aderenti.[104] Sperò Unfredo lasciare l’oficio in retaggio: in punto di morte, chiamato a sè Roberto, lo istituì tutore del figliuolo minore; raccomandò forse entrambi ai capi normanni; e quando ei spirò (1056) il Guiscardo fu promosso a conte di Puglia.[105] Il quale fe’ sentir la mano del masnadiere al pupillo ed ai compagni; represse duramente con forza e frode quei che si ricordavano dell’uguaglianza; e divenne di fatto signor feudale. Compose agevolmente una sembianza di dritto, prendendo titol novello e investitura dalla corte di Roma.

Già Ildebrando preludeva per bocca di Niccolò secondo alla guerra del sacerdozio contro l’impero, ordinando libera la elezione dei pontefici (1059); già l’idea guelfa lampeggiava nella mente del cardinale toscano e del papa savojardo vissuto a Firenze: la corte di Roma, volendo sciogliersi della soggezione ai Tedeschi, dovea farsi puntello delle forze, quali che si fossero, che trovava in Italia. Niccolò dunque, tenuto un concilio a Melfi sopra la disciplina ecclesiastica, vi compì faccenda più grave: abboccatosi con Roberto scomunicato, lo ribenedisse, l’investì della signoria di Puglia e Calabria, che le tenesse, con titol di duca, in feudo della Chiesa romana, giurassele fedeltà, le fornisse servigio militare al bisogno, e pagassele censo annuale di dodici denari a jugero su i terreni tenuti da lui medesimo o conceduti a’ Normanni fino a quel dì. Promise inoltre a Roberto l’investitura della Sicilia.[106] La corte di Roma non aveva dunque posseduto Puglia, Calabria nè Sicilia, in fatto nè in carta, se non che nella falsa donazione di Costantino e nelle interpolazioni dei diplomi di Lodovico il Pio, Otone terzo ed Arrigo secondo; ma avea nel clero dell’Italia meridionale fautori e clienti; avea nel popolo riputazione di liberatrice e santa, e spirava religioso terrore nei feroci venturieri d’oltremonti. La sostanza dunque fu, che il gran censore della simonia diè in soccio a Roberto que’ suoi partigiani e un podere d’incerto padrone, per cavarne censo in buona moneta ogni anno, servigio di buone spade occorrendo, più i guadagni contingenti della sovranità feudale. Onesto o no tal baratto, la corte di Roma prestava forze vere in Terraferma; all’incontro nel patto aleatorio della Sicilia non mettea nulla del suo. Alla quale origine corrisposero i successi, poichè, conquistata l’isola, niuno domandonne l’investitura alla corte di Roma; anzi il papa risegnò parte dell’autorità ecclesiastica al principe che procacciasse un po’ di credito a San Pietro nell’isola bipartita tra Fozio e Maometto. Nello stesso modo che a Roberto e per gli stessi motivi, Niccolò secondo largì l’investitura d’Aversa al conte Riccardo; il quale poco appresso carpiva il principato di Capua (1062). Così la dominazione normanna mettea radici, rafforzata dalla parentela e comunanza d’interessi di Riccardo e Roberto; dal matrimonio di costui (1058) con una sorella del principe di Salerno, per la quale ripudiò con ippocriti cavilli Alverada, prima cagione di sua grandezza; e infine dall’acquisto della Calabria che Roberto e Ruggiero compirono nella state del millesessanta.

Ruggiero, ultimo figlio di Tancredi, passò in Italia verso il millecinquantasei, giovane di venticinque anni o in quel torno,[107] grande, ben complesso, di bell’aspetto, facil parola, coraggio a tutta prova, animo vago di lode, ambizioso per tanti esempii di sua casa e nazione, turbolento, ma aperto e liberale, scevro dei vizii capitali di Roberto, suo pari forse in guerra, savio nelle cose di stato, senza quegli alti voli che sapea spiccare il Guiscardo. Il quale promosso a conte di Puglia, ricominciata dopo breve spazio l’impresa di Calabria, e fatta invano una punta infino a Reggio (1056), era tornato in Puglia, quando gli parve di tentar con poche forze nuovo colpo, tra quelle popolazioni spicciolate, discordi, disubbidienti all’impero bizantino: verghette agevoli a spezzare, poichè lor nojava di stringersi in fascio. Manda Ruggiero con sessanta cavalli (1057) sugli estremi gioghi meridionali dell’Apennino; e quegli compie da maestro l’usata fazione normanna, del piantarsi in un ridotto su le alture e dare il guasto giù nei piani: talchè tutta la val di Saline presso il Capo dell’Armi si sottomesse alla signoria feudale di Roberto. Con giovanil probità, Ruggiero gli consegnava il danaro rubato: con sagacità lo consigliava sopra un nuovo sforzo che s’apprestò contro Reggio; e andativi entrambi, Ruggiero con audaci scorrerie provvide l’esercito di vittuaglie; ma resistendo forte i cittadini e sopravvenuto l’inverno, l’assedio fu sciolto. Allora nacque discordia tra i fratelli, lagnandosi Ruggiero che Roberto per avarizia e invidia male assai lo rimeritasse; ond’ei s’accostò all’altro fratello Guglielmo conte di Principato, fatto anch’egli nimico di Roberto, al quale recarono molestia con depredazioni e scaramucce; poi rappattumati, Ruggiero tornava agli stipendii del duca con quaranta cavalli; e tosto non vedendogli snocciolar moneta, se n’andava e ripigliava le scorrerie. A Melfi, il giovane incapricciatosi dei cavalli di un vicino, li avea rubati di notte con un di sua masnada per nome Blettiva, maestro di furti; e di lì a poco saputo di certi mercatanti che viaggiavano da Amalfi a Melfi, li appostò, spogliò e taglieggiò, e col danaro accrebbe la compagnia fino a cento uomini. Ma entrato l’anno millecinquantotto e straziata la Calabria dalle genti di Roberto, da una pestilenza e da orribil fame, le popolazioni sottomesse alla signoria normanna si levarono; trucidarono intere compagnie: onde Roberto si consigliava di tramutar di Puglia in Calabria, dal campo nemico al suo proprio, il lioncello ch’avea messo tal giubba in due anni. E gli interessi raccendeano subitamente l’amore fraterno: Roberto concedeva a Ruggiero la metà dei territorii acquistati e da acquistarsi nell’estrema Calabria. Fermata la sede a Mileto, Ruggiero, del millecinquantanove, soggiogò la più parte del paese; conciò male due vescovi, greci al certo, che gli vennero incontro armati in Val di Saline; balzò in Capitanata insieme con Roberto e fece cavar gli occhi a un altro Normanno che s’era ribellato contro il fratello Goffredo; tornò con Roberto in Calabria per far una scorreria fino a Reggio (1059) ed apprestaronsi a maggior guerra. E in vero, del millesessanta, Roberto, raccolto quasi un esercito e preso con seco Ruggiero, calò a Reggio nel mese di luglio, e dopo molti combattimenti, nei quali il giovane si segnalò come in tutta sua vita, i valorosi cittadini furon chiusi dentro le mura, piantate le macchine a far la breccia; sì che Reggio esausta s’arrese a patti, riconoscendo signore il duca. Il quale mentre assestava la città, Ruggiero soggiogò le castella vicine, fuorchè Squillaci; e anch’essa, dopo qualche mese, aprì le porte.[108]

In venti anni così dalla ribellione d’Ardoino, le compagnie di Normanni e Italiani s’erano impadronite della vasta provincia bizantina. Salerno, che fu prima a chiamarle e sempre le favorì, divenuta era difatto lor tributaria, e i principi imparentati per forza con casa Hauteville. Non van contati i piccioli stati: Napoli mezza libera; Benevento carpita dal papa; Monte Cassino badia o feudo, non si sapeva; Amalfi presa e lasciata da Salerno. La casa di Aversa, congiunta per matrimonii con gli Hauteville e coi principi di Salerno, stava per dar di piglio al principato di Capua ed a Gaeta. Della dominazione lombarda rimaneva a Salerno appena il nome che sparve tra non guari (1077). Con ciò la compagnia, mutando ordini a poco a poco, da federazione ch’era di venturieri trapassava a nobiltà territoriale, vassalla la maggior parte di Roberto di Hauteville, la minore di Riccardo d’Aversa: e le due novelle dinastie, riconosciuta la sovranità feudale, prima di Salerno, poi degli imperatori germanici, le aveano disdette entrambe, acconciandosi in quella del papa. Garbuglio di dritto pubblico, se dritto si dovesse cercare in quel periodo, tra la fermentazione degli elementi onde poi s’aggranellò un reame, non conquistato da un popolo sopra un altro, non riformato per movimento nazionale, nè religioso, nè sociale, ma per una rivoluzione mista di tutti que’ modi. I soldati mercenarii che fecero trionfare dopo mezzo secolo la ribellione di Melo, longobarda, latina ed aristocratica, usurparono la dominazione coi suoi frutti sopra i Bizantini e sopra gli abitatori ad un paro. Nella lunga e vana guerra, i venturieri furon costretti a mutar sovente i patti tra loro stessi, con le popolazioni soggiogate o confederate e coi principi vicini; e il duca di Puglia che s’innalzò tra quelle vicende, non venne a capo d’allargarsi in Calabria e quindi in Sicilia, senza la spada d’un altro condottiere; onde nacquero nuovi piati e andirivieni, finchè Roberto Guiscardo, correndo ad altre ambizioni, morì in Grecia (1085), e primeggiò in casa di Hauteville il conte Ruggiero signor della Sicilia. Infino a quel dì non vi ebbe dritto pubblico propiamente detto nell’Italia dal Garigliano a Trapani, se non che patti temporanei, i quali ben si assomiglierebbero a quei del wicking sotto gli Hastings e i Roll.

E come i compagni di Roll, così i Normanni d’Italia, in lor vita da masnadieri mostrarono splendidamente le virtù che fondano gli stati. Virtù di guerra, la quale s’apprese immantinenti agl’Italiani entrati nelle compagnie; poichè non istà nella forza e nel coraggio, comuni alla più parte degli uomini, ma negli ordini, nello esercizio, nella fidanza singolare e collettiva dei combattenti, nell’onor militare, nella tradizione delle vittorie. Prudenza civile adattata a quegli umili principii: attirar sotto lor bandiere forti Italiani; accomunarli d’interessi ai Normanni; trovare partigiani nelle città; vezzeggiare ed arricchire il clero; divider opportunamente i furti; non sperperare la parte propria, ma ammontarla col capitale comperando nuovi uomini e nuove armi; tosare i sudditi senza lasciarli ignudi al tutto; azzuffarsi tra loro al partaggio e fin venire alle armi, ma rifar l’amistà e la fratellanza come se nulla fosse stato, quando i popoli si sollevano incoraggiati da quella discordia. Tali erano i condottieri normanni. Pieghevoli alle usanze del paese, fermatavi per sempre la dimora, e pochi di numero, non sembravano reggimento straniero: l’Italia meridionale godea sotto di loro la independenza e governo men molesto, da non meritar odio e molto meno disprezzo.

CAPITOLO II.