Arrivati quegli avventurosi uomini a Reggio, non si potea far che non agognassero al ben di Dio che si stendea sotto gli occhi loro di là dallo Stretto. Roberto lo vagheggiava tanto che ne avea già accattata dal papa la concessione eventuale;[109] Ruggiero, al dir del suo storiografo, ardea della brama di guadagnarvi meriti spirituali e temporali acquisti.[110] Nè si potea far che i Normanni non fossero chiamati in Sicilia da Musulmani cui costrignesse cieco furor di parte, da Cristiani levati a subita speranza del riscatto. Primi dovean essere i Cristiani di Messina. Le sei miglia di mare che corrono tra le due rive dello stretto, se contrastano il passaggio qualche dì, lo rendono nel rimagnente dell’anno, agevole e comodo agli uomini, e sopratutto alle merci; donde gli è avvenuto da tanti secoli che l’estrema Calabria e i dintorni di Messina facciano come un sol paese per le relazioni commerciali, i parentadi, i costumi, le usanze, fin le passioni politiche degli abitatori: e n’abbiamo esempio nelle rivoluzioni del milleottocentoquarantotto e del milledugentottantadue. Non fu meno stretta al certo nel decimo secolo e prima metà dell’undecimo la fratellanza delle due popolazioni cristiane, l’una soggiogata e l’altra svaligiata ogni anno: gli stessi Musulmani, quand’e’ non correano a Reggio con la spada in alto, venian pacifici mercatanti o rifuggiti. Dopo le disposizioni degli animi, è da ricercare il numero. A legger Malaterra si direbbe Messina abitata da soli Musulmani nel millesessantuno; non facendosi parola di Cristiani di Sicilia pria che i Normanni fossero giunti alla valle che si stende tra l’Etna e la catena d’Apennino. Amato scrive più espresso che Roberto, entrato in Messina, la rifornì di suoi cavalieri trovandola abbandonata.[111] Ma ciò non va inteso in senso litterale, sendo inverosimile e direi quasi assurdo supporre che i Musulmani avessero cacciato ogni cristiano dalla città, il che mai non fecero nè in Sicilia nè altrove, nè loro condizioni sociali ed economiche il comportavano. È da ritenere pertanto che la popolazione di Messina fosse notabilmente diminuita fin dal nono secolo,[112] sì che nel millesessantuno, sgombrata la piccola colonia musulmana, la città si trovasse, per modo di dire, spopolata. E con tale intendimento va esaminato il solo ricordo che abbiamo di pratiche tenute dai Cristiani di Messina coi Normanni.
In sul principio del decimottavo secolo, uscì alla luce nelle Miscellanee del Baluzio,[113] e fu ristampata dal Muratori[114] e da altri, una Breve istoria della Liberazione di Messina, lasciata tra mille altri documenti manoscritti da Andrea Duchesne, con annotazione che fosse copia d’antichissimo codice del Senato di Messina.[115] Spartivasi la Sicilia, al dir di quella cronica, in cinque principati che si stendessero lungo la costiera da Tindaro a Taormina, a Siracusa, a Trapani, a Palermo ed a Patti; e li reggean cinque Mori, nimici l’un dell’altro; dei quali il primo, Raxdis per nome, avea sede in Messina, dove i Cristiani, in virtù di capitoli fermati al conquisto, godeano più alto stato che in niuna altra città dell’isola; serbando lor possessioni e culto e lo stemma della croce d’oro in campo rosso, conceduto già da Arcadio imperatore in merito di gloriosa gesta de’ Messinesi a Tessalonica. Ma sentendo aggravare ormai la mano degli Infedeli e vedendo affranti gli altri Siciliani da servaggio assai più duro, tre nobili uomini della città, Ansaldo di Patti, Niccolò Camulio e Iacopo Saccano, bramosi di liberare la patria, a dì sei d’agosto millesessanta, s’adunavano nell’isola di San Giacinto, come un tempo si chiamò il Braccio del Salvatore. La conchiusione fu d’offrire la Sicilia al conte Ruggiero e al duca Roberto che soggiornavano col papa a Mileto. I congiurati fan parte molto cautamente nella città; colgono il destro della festa in cui i Mori soleano chiudersi in lor case per dodici giorni; s’imbarcano travestiti in un legnetto, fingendo veleggiare per Trapani, ed approdano in Calabria. Sopraccorsi a Mileto, scansano di negoziare col papa; apron gli animi sì a Ruggiero esortandolo a venire in Sicilia; gli danno per arra il gonfalone d’Arcadio. Ruggiero consultò dell’impresa col papa e con sei cardinali; il papa, non perdendo mai di vista le cose di questo mondo, assentì, a condizione che si dividessero i beni della Sicilia in tre parti, la prima al clero, la seconda ai cavalieri, l’altra al principe. Allora il conte giura i patti, e che sarà in arme a Messina a capo d’una settimana. E al dì detto, cavalca con millesettecento uomini a Palmi, indi a Reggio: alfine, affidate le navi al fratello Goffredo, sbarcato ei con le genti a tre miglia da Messina, gli vengono visti nell’isola di San Giacinto i cadaveri di dodici cristiani impiccati dai Mori per indizio della congiura. Muove Ruggiero all’assalto; i Cristiani di dentro piglian le armi, apron le porte, aiutano al macello degli Infedeli; egli entrato in città chiama i congiurati, rende loro il gonfalone vittorioso, ch’è riposto nella chiesa di San Niccolò; e il conquisto cominciato per virtù de’ cittadini di Messina si compie con la pattuita tripartizione delle terre. Così la cronica. Seguono due diplomi, l’un di re Ruggiero del millecentoventinove, l’altro di Guglielmo I del millecensessanta, nei quali leggonsi le larghe e vere franchigie municipali di Messina, interpolate bensì di favole che la fan capitale dell’isola sotto i Romani, i Greci e’ Saraceni.[116] Talchè il lettore, dopo lungo giro nella storia dello undecimo secolo, riesce in ultimo al gran campo di battaglia dove si travagliarono gli eruditi siciliani dal decimoquinto al decimottavo, a furia di paradossi e di falsi documenti. L’autore si vanta da sè medesimo contemporaneo; ma lo tradiscono gli intenti, le idee e la latinità del secol decimosesto.[117]
E in vero torna ai primi quarant’anni del secolo seguente la copia più antica che abbiamo, quella cioè del Duchesne. Risalendo addietro, si rinviene in altre parole lo stesso racconto nella storia del Maurolico messinese, il quale non ne cita l’origine, nè par vi presti piena fede;[118] ed una ventina d’anni avanti Maurolico, si legge breve cenno della congiura nella storia del Fazzello, il quale par si riferisca a tradizione orale.[119] Dalla forma volgendoci alla sostanza e mettendo da canto la tripartizione legale dei beni, il soggiorno del papa a Mileto, il gonfalone d’Arcadio e il rimanente della macchina municipale, troviamo due fatti genuini, tolti da altre fonti che il Malaterra e l’Anonimo, e però inediti infino al tempo di Maurolico: cioè che un Goffredo fratel di Ruggiero, capitanasse le navi nella impresa di Messina,[120] e che la Sicilia Musulmana fosse allor tenuta da parecchi regoli discordi e nemici.[121] Parmi si scopra a cotesti segni una primitiva e verace tradizione messinese, accresciuta e guasta dal duodecimo secolo in giù, a misura che crescea l’importanza ed ambizione della città; distesa in latino forse dal Maurolico stesso senza intento di frode; e in ultimo rabberciata da non so qual falsario, che interpolò anche il diploma del millecentoventinove, e si provò a ingannare il Duchesne. Della tradizione primitiva parmi si debba accettare i nomi dei tre congiurati o capi d’una congiura di pochi Messinesi, il viaggio loro a Mileto e le pratiche con Ruggiero; le quali sono taciute dai cronisti normanni, perchè i padroni le dimenticavano volentieri. E poteano dimenticarle, perchè non se ne vide effetto pubblico e flagrante come quello d’Ibn-Thimna. I Cristiani Messinesi vegliavano di certo sul nemico, svelavano le condizioni e andamenti di quello, ci rischiavan la vita non men che si fa con le armi alla mano; ma non arrivarono giammai a prendere le armi. E forse avvenne una o due volte che lo promettessero e non lo compissero, poichè le prime fazioni di guerra contro Messina sembrano fondate in su l’aspettativa di movimento qual che ei fosse dentro la città.
Sia per pratica di tal fatta, sia per esplorare soltanto il terreno e tastare gli animi, s’arrischiavano i Normanni ad una correria nel settembre del millesessanta,[122] poco appresso l’occupazione di Reggio. Non uso a metter tempo in mezzo,[123] Ruggiero togliea seco da dugento cavalli;[124] traghettato il Faro, entrava nel porto di Messina discosto alquanto dalle mura in quella età. I Musulmani, all’insulto di sì picciol drappello, uscirono in furia. Il conte volendo combattere lungi dalle mura e far disordinare il nemico, s’infinse di fuggire a briglia sciolta: tornò d’un tratto alla carica, sbaragliò la schiera sparsa, la inseguì fino alle porte, uccidendo i più tardi; e presi i cavalli, armi, robe che lasciavano per via, rimbarcatosi prestamente, tornò a Reggio.[125] Indi mosse con Roberto alla volta di Puglia ove il duca avea da compier l’usurpazione sopra i capi Normanni e le città non sottomesse.[126] E pur tra cosifatte brighe i due fratelli pensavano di portare la guerra in Sicilia alla nuova stagione; quando Ibn-Thimna affrettolli all’impresa; il quale perduta parte dello stato ch’aveva usurpato, spinto da timore, sete di vendetta ed inestinguibile ambizione, saputi i gloriosi fatti de’ Normanni, fors’anco le pratiche loro coi Cristiani di Sicilia, corse da Catania a chiamarli in aiuto contro i suoi nemici musulmani. Abboccatosi a Mileto con Ruggiero, e quindi a Reggio con lui e con Roberto che vennevi a posta,[127] Ibn-Thimna lor profferiva il partaggio dell’isola.[128] A che obiettando i Normanni non avere tante forze da combattere le possenti milizie musulmane della Sicilia, replicava esser quelle divise e discordi, avervi lui moltissimi partigiani,[129] rimanergli soldati e castella ubbidienti: tantochè i Normanni acconsentivano, egli giurava la lega,[130] e dava un figliuolo in ostaggio a Roberto. Ruggiero s’apprestava allora ad andare in persona con sue genti d’arme; Roberto forniva i pochi cavalieri e i marinai ch’ei potè avere a Reggio, su i quali ponea Goffredo Ridelle, sperimentato uomo di guerra; e tornato prestamente in Puglia, chiamativi a consiglio suoi condottieri, n’ebbe altre forze,[131] in guisa che s’accozzò uno stuolo di cinque centinaia d’uomini[132] capitanati da Goffredo Ridelle e da Ruggiero, accompagnati da Ibn-Thimna come quegli che conosceva i luoghi e vi tenea pratiche e più se ne vantava.[133]
Negli ultimi di febbraio del millesessantuno, a vespro, sbarcarono i Normanni in su la lingua del Faro, presso i laghi.[134] Preser la via di Rametta; di che addatisi i Musulmani di Messina, uscì un drappello a far la scoperta. Cavalcando dunque Ruggiero la notte su per que’ monti, vide, all’incerto chiaror della luna, appressarsi un Musulmano: sguainata la spada, senza tor lancia e scudo che gli recava dietro il valletto, spronò contro il nemico, gli diè d’un rovescio alla cintola, che lo tagliò netto in due pezzi, scrive il Malaterra con vezzo da romanzo. L’ucciso era fratello d’Ibn-Meklati già signor di Catania. Sbrigatisi da costoro, ma scoperti e perduta indi l’occasione d’un colpo di mano, scorsero predando bestiame nei territorii di Rametta e Milazzo, e al nuovo dì riduceansi a lor navi; cominciavano a imbarcare la preda, quando levossi un vento che li ritenne. A Messina intanto, ch’è presso a nove miglia, si notò la ritirata; si armarono cavalli e fanti, corsero al Faro per assalire i Normanni mentre fossero chi in terra chi in nave disordinati. Li trovarono al contrario stretti a schiera, preparati sì bene al combattimento che Ruggiero avea mandato Serlone, figliuol del fratello del medesimo nome, a girar di fianco con una torma di cavalli. Colti tra due schiere, i Musulmani furono rotti con molta uccisione: e i Normanni a incalzarli fino alla città, e s’apprestavan anco a darle assalto, quando trovaron le mura difese perfin dalle donne,[135] e uscì nuova gente con le fiaccole in mano a combatterli. A lor volta i vincitori erano circondati, ricacciati nelle alpestri coste dei monti ai quali s’appoggia la città. Raggiornando se ne strigarono con un impeto che lor aprì la via della pianura;[136] scesero al Braccio del Salvatore, senz’altra speranza ormai che d’imbarcarsi per Reggio. La tempesta infuriava. Per tre dì rimasero su quella lingua di terra,[137] intirizziti dal freddo; aspettandosi che i Musulmani ingrossati di tutte le milizie dell’isola venissero a gittarli in mare; confortandosi con far voti al Cielo che se li cavasse di briga darebbero il bottino per riedificare una chiesa di Santo Andronico a Reggio.[138] Abbonacciato, come avviene sempre, il mare, scannavano i buoi predati, non volendo provarsi al tragetto con tali impedimenti; poi caricarono il carname ai conforti di Goffredo Ridelle che vergognava di tornare a casa e agli amici con le mani vote. Messisi, com’e’ pare, i Musulmani a inseguir loro barche, gli abitatori di Reggio ch’erano Cristiani e Saraceni, dice Amato, e di Saraceni si deve intendere i mercatanti e rifuggiti, per mostrar fede a Roberto novello signore della città, armarono navi, uscirono contro quei di Messina; dopo molto trar di saette, se ne tornarono con la peggio, uccisi nove uomini cristiani e presa una lor nave dal nemico.[139] Ibn-Thimna in questo mezzo s’era rifuggito ed afforzato in Catania.[140] Fallì dunque l’impresa fondata, come il mostrano i narrati fatti e que’ che narreremo, in su le pratiche d’Ibn-Thimna in Rametta e di Ruggiero in Messina; e compresero i Normanni che a rincorare lor partigiani infedeli o battezzati, fosse uopo di maggiori forze, e sopratutto navali.[141]
Roberto nei mesi di marzo e aprile convocava di nuovo i condottieri con belle parole di vendicare la offesa di Dio, sterminare i Pagani della Sicilia, liberare i diletti fratelli in Cristo, e v’aggiunse più efficaci argomenti, doni e concessioni.[142] Accozzati per tal modo da mille cavalieri e mille fanti,[143] venne di Puglia in Calabria nei primi di maggio; postosi a un luogo presso la Catona, il quale s’addimandava Santa Maria del Faro,[144] ov’adunò barche da traghettare le genti; ma avea pochi legni da battaglia, tra dromoni e galee, troppo deboli a fronte dell’armata musulmana.[145] Nella quale si noveravano ventitrè tra corvette e dromoni ed uno o parecchi navigli grossi che chiamavan gatti, forniti di macchine da guerra;[146] chè Ibn-Hawwasci[147] risapendo i preparamenti di Roberto e sollecitandolo ansiosamente quei di Messina, aveavi mandato da Palermo l’armata, oltre ottocento cavalieri e vettovaglia.[148] La vera difesa era l’armata. Poche milizie oltre quelle venute di Palermo potea fornire la colonia di Messina picciolissima e minore al certo della popolazione cristiana.[149] Rimasti dubbiosi alquanto di tentare il passaggio,[150] contro tal navilio, Roberto e Ruggiero montati su due velocissime galee, s’avvicinavano a Messina per esplorare: avvistati dai Musulmani e inseguiti, si dileguarono fuggendo dopo avere sopravveduta appieno la costiera;[151] e tornati al campo fermavano coi più esperti uomini di guerra, di portare un finto assalto di fianco. Adunarono l’oste; ogni uomo solennemente si confessò e comunicò; i due fratelli fecer voto di menar vita più che mai religiosa ed esemplare se arrivassero al conquisto della Sicilia; con gran fervore s’implorò l’aiuto divino.[152] Ruggiero andava alla fazione a malgrado di Roberto, il quale volle ritenerlo, dicono i cronisti, per fraterno amore, e alfine gli die’ dugentosettant’uomini in luogo di cencinquanta ch’ei n’avea tolti dapprima. Su tredici legni passarono a Reggio: indi la notte quetamente traghettato lo Stretto e sbarcati, s’appiattarono in un luogo detto le Calcare, a sei miglia per mezzogiorno da Messina, ove poi surse la Badia di Santa Maria di Roccamadore e la terra di Tremestieri;[153] e Ruggiero rimandò le barche per troncare ogni speranza di ritirata, scrive con trito concetto il Malaterra; il vero è che lì svelavan l’agguato, e tornando in Calabria gli poteano riportare nuove forze. All’alba Ruggiero montato co’ suoi a cavallo s’avviava a Messina, quand’ecco un kâid che andava, come poi si riseppe, a pigliare il comando della città, con iscorta di trenta uomini d’arme e un convoglio di muli carichi di danaro. Svaligiati ed uccisi costoro, i Normanni avvistano lor proprie barche reduci da Reggio, le quali misero a terra altri censettanta cavalieri. Fu un abbracciarsi a vicenda un augurarsi certa la vittoria: e spronarono baldanzosi inver Messina.[154]
Ed ebberla senza combattere. Dalle navi, dalle mura, i difensori aveano scorto l’estranie armadure e i muli tolti al kaid; onde tennero già passato tutto l’esercito normanno, vana ormai la guardia del navilio in cui più s’affidavano e perduto ogni cosa;[155] tanto più che i Cristiani della città per pochi e disarmati ch’e’ fossero poteano levarsi al punto dell’assalto.[156] Percossi di subito terrore, i Musulmani d’ogni ordine, sesso ed età si danno a fuggire chi quà chi là, in barca, per la spiaggia, pei monti, per la selva, dice Amato; i Normanni sopravvenuti non hanno che ad uccidere i sezzai, spartirsi le donne, i bambini, gli schiavi, la roba.[157] Tra gli altri correa su per l’erta un gentiluomo traendo seco l’unica sorella sua, bella giovinetta, gracile, educata tra gli agi nelle stanze della madre. I Cristiani incalzavano. Le mancava la lena; la paura allacciava le gambe: e il fratello a sorreggerla, a scongiurarla con lagrime che facesse animo. Ma rifinita stramazzò a terra e’ nemici eran presso: il guerriero anzi che lasciarla all’ignominia, alla schiavitù, all’apostasia, di propria mano la uccise.[158] Il creder vana ogni difesa facea cader le braccia ai più forti. Anco l’armata salpò non guari dopo, tornandosi a Palermo, perchè non osava riassaltare i nemici in città, nè rimanere in mezzo alle due rive tenute da quelli.[159] Ruggiero mandato aveva intanto al fratello le chiavi di Messina, invitandolo a prendere possessione della città.[160] E il duca ragunava in fretta quanti marinai e quanti legni piccoli e grandi si trovassero a Reggio;[161] chiamati alle armi cavalieri e fanti, rendea grazie a Dio della vittoria con gran fervore e dimostrazione d’umiltà cristiana. Comandò poi d’entrare in nave. Corservi tutti con furiosa impazienza di gioia, sì che il vassallo non si ritenne dal passar dinanzi al suo signore, il signore non aspettò che lo seguissero i vassalli. Il mare sorridea lieto e tranquillo; nè tardarono a sbarcare in Messina.[162]
Roberto diede opera incontanente ad assicurare la chiave della Sicilia, sì agevolmente cadutagli in mano; onde sopravveduto il porto, le mura, le fortezze, le case, munì Messina di nuove difese, ordinovvi presidio di suoi cavalieri.[163] A capo d’otto dì, fatta la rassegna dei mille cavalli e mille fanti ch’avea seco, mosse con Ruggiero e Ibn-Thimna per la medesima via battuta da quelli pochi mesi innanzi. Precorreano sparsi i cavalleggieri predando; a volta a volta si raccoglieano, aspettavano i fanti e ripigliavano la marcia. Giunti alla formidabile fortezza di Rametta, lor uscì incontro il kâid a chiedere accordo: narrano i cronisti che in umil atto offrisse presenti, promettesse di obbedir a Roberto come a suo signore e giurasselo sul sacro libro di sua setta.[164] Forse ei non fece che disdire l’autorità d’Ibn-Hawwasci e sottomettersi a Ibn-Thimna col quale pur avesse tenuto pratiche. Viltà o incostanza, l’esempio di Rametta incoraggiò Roberto a tirare innanzi per la costa dei monti che corrono lungo il Tirreno. Posò la prima giornata a Tripi,[165] la seconda a Frazzanò;[166] poi volgendo a mezzogiorno, valicati i gioghi, scese alla pianura di Maniace e piantovvi le tende. Quivi accorreano i Cristiani abitatori dei contorni con vettovaglie e presenti, scusandosi coi signori Musulmani che il facessero per salvar la vita e la roba da quei predoni. Roberto e Ruggiero raccolti benignamente i Cristiani, lor dettero sicurtà;[167] e dopo alquanti dì ripresero il cammino giù per la valle del Simeto, che par segnasse il confine tra gli stati d’Ibn-Thimna e d’Ibn-Hawwasci.
Primo intoppo lor fece la rocca di Centorbi, celebre nelle antiche istorie; le cui alte mura e profondi fossi fortemente eran difese da arcieri e frombolieri; nè vollero ostinarvisi gli assedianti, portando la fama che Ibn-Hawwasci lor venisse alle spalle con gran gente. Passato il Simeto, trovate sgombre Paternò ed Emmelesio, grosse terre al dir d’Amato,[168] dalle quali e da ogni altro luogo dei dintorni i Musulmani si dileguavano e struggeansi come cera al fuoco, stette l’esercito a campo ben otto dì nella pianura di Paternò,[169] capitanato, continua il cronista, da Roberto e da Ibn-Thimna:[170] ond’è chiaro che non picciola parte fossero Musulmani; e ciò ne aiuta a comprendere i fatti. Ritraendo poi dagli esploratori d’Ibn-Thimna non essere nè vicino nè apparecchiato Ibn-Hawwasci, l’esercito, traghettato di nuovo il Simeto, espugnava con molta uccisione le grotte di San Felice, s’innoltrava infino ai mulini posti sotto Castrogiovanni in riva al Dittaino, dove piantava il campo.[171]
S’erano tra coteste fazioni raccolti intorno Castrogiovanni i Musulmani che sgombravano dalle assaltate province, i quali aveano ingrossato l’esercito d’Ibn-Hawwasci, sì che la tradizione normanna lo fece sommare, tra Siciliani ed Affricani, a quindicimila cavalli e centomila fanti; e lor attelò a fronte, per maggior ornamento della leggenda, settecento cavalieri soli, tralasciando gli uomini d’arme, i pedoni, e quel ch’è più, le genti d’Ibn-Thimna.[172] A capo di pochi dì Ibn-Hawwasci veniva ad assalire i Normanni con l’esercito diviso in tre schiere. Roberto l’aspettò ordinatosi in due, vanguardia e battaglia; diè la prima a Ruggiero, capitanò l’altra egli stesso; arringò tutta l’oste: Non temessero di venire alle mani con tanta moltitudine, quando il Redentore avea detto: Se hai fede quanta n’entra in un grano di senapa e comandi alla montagna, la si muoverà:[173] la montagna che avean dinanzi non esser di pietra no, ma di brutture, d’eresia, d’iniquità; soffiasservi sopra invocando lo Spirito santo e si dissiperebbe, sendo Iddio con loro; si confessassero delle peccata, ricevessero il corpo e il sangue di Cristo, impugnasser bene le lance e le spade, e non dubitassero della vittoria. Compiuti i sacri riti, rimontano a cavallo, s’alza il gonfalone, ogni guerriero fa il segno della croce e sprona innanzi; e ributtano i nemici; li scompigliano, li inseguono ammazzando infino ai ripari; e accalcandosi i fuggenti alle porte, molti son fatti prigioni in su l’orlo del fosso: i vincitori tornano addietro lasciando per tutta la campagna orrendi segni di strage. Le cronache v’intessono loro prodigi, l’una dice non ucciso nè ferito nella battaglia nessun cristiano, un’altra pochissimi, e dei Musulmani caduti diecimila: le quali frasi se non fossero da romanzo, farebbero tornare a Ibn-Thimna ed a’ suoi l’onor principale della giornata. Il vero è che la disciplina delle bande normanne e italiane, il coraggio, la sapienza dei capi, le forti armadure, gli animi infiammati di religione, d’onor militare e di cupidigia, ragguagliavano e sorpassavano l’avvantaggio del numero ch’aveano i Musulmani, ragunaticci senza fiducia nè consiglio. La preda fu tanta che qual cristiano avesse perduto un cavallo in battaglia ne guadagnò dieci nel partaggio. I prigionieri fatti schiavi si contarono con l’altro bestiame.[174]