Non essendo ormai impresa che non paresse da tentare contro così fatti nemici, Roberto si diè a strignere la città. Il dì appresso la vittoria si poneano i Normanni in sul lago di Pergusa a mezzogiorno di Castrogiovanni, donde è men aspra la salita; al secondo giorno tramutarono il campo a Calascibetta, discosta due miglia a settentrione, dove fu diviso il bottino; indi scesero al piano detto delle Fontane,[175] rizzaron castella da quattro parti della città per chiudere tutti i passi; dettero il guasto alle messi ed agli alberi fruttiferi.[176] In una delle quali scorrerie Ruggiero con trecento giovani si spinse presso Girgenti, ardendo e depredando la campagna, e riportonne ricchissima preda che diè a dividere a Roberto.[177] Mentre il presidio di Castrogiovanni teneva il fermo contro ogni offesa, veniano al campo i kâid di parecchie rocche minori con danaro e presenti chiedendo la tregua, e Roberto l’accordava.[178] In ultimo giunsero i messaggi di Palermo con sontuosi doni, vesti lavorate a modo di Spagna, tele di lino, vasellame d’oro e d’argento, muli con selle ornate d’oro e ricchi morsi; e secondo costumanza saracena, scrive Amato, recaron anco in un sacco ottantamila tarì.[179] Ci si narra che Roberto “con sottil trovato”[180] inviasse in Palermo, sotto specie di render grazie del dono, un esploratore; un diacono Pietro, che intendeva e parlava l’arabico, ma per comando del duca s’infinse d’ignorarlo affinchè non si guardassero di lui. Il quale andato alla capitale musulmana, l’emir tutto lieto d’essersi fatto amico Roberto, l’accolse onorevolmente, rimandollo con presenti, e quegli avea sì ben guardato e udito che riportò parergli la città decaduta e sbigottita, proprio un corpo senz’anima.[181]

Il blocco di Castrogiovanni si travagliava da un mese[182] e due n’erano scorsi dallo sbarco a Messina,[183] quando Roberto si deliberò alla ritirata, di mezzo luglio.[184] Onde non può credersi al Malaterra che ne fosse cagione l’inverno imminente. Poche le genti e scornate al certo in battaglia e per malattie, raccolte le taglie e il bottino, Castrogiovanni inespugnabile, che altro restava ai Normanni se non che tornarsi in Terraferma, tener la via aperta a nuovo passaggio, nutrire la discordia per mezzo d’Ibn-Thimna e ordinar le popolazioni cristiane sì che li aiutassero almen di danari? Le popolazioni cristiane del Valdemone mostratesi un po’ ai Normanni nel campo di Maniace, trassero tanto più sotto Castrogiovanni ovvero nella ritirata, chiedendo al duca liberassele dal giogo, offrendogli danari e vettovaglie, dice il cronista, in tributo:[185] e qui par vero perchè non si può far che Roberto negli accordi con Ibn-Thimna non abbia stipulato almeno la cessione di una provincia. Sostò dunque a mezza via su la costiera settentrionale; bandì mercato com’era uopo a chi volesse vendere o barattare tanta preda di bestiame; di che molto si rallegrarono i guerrieri e s’invogliarono a soggiornare nel luogo circondato di popolazioni Cristiane. Quivi a tre miglia dal mare in territorio fertile e ameno, presso le antiche rovine di Alunzio o Calacta, chè ancor ne disputano gli eruditi,[186] Roberto fabbricò o ristorò in sito fortissimo un castello al quale pose nome di San Marco, come la fortezza ond’avea principiato il conquisto delle Calabrie, sperando che il buon augurio e la protezione del santo evangelista gli portassero pari fortuna in Sicilia. Lasciovvi presidio sotto un Guglielmo de Male; e continuato il viaggio, fece venir la moglie in Messina,[187] rafforzò meglio la città d’uomini e vettovaglie; indi tornossi in Puglia e Ruggiero a Mileto in Calabria. Ibn-Thimna era ito intanto in Catania per continuare la infestagione sopra i nemici che gli rimanevano in Sicilia,[188] ch’è a dire gli abitatori delle odierne province di Caltanissetta e Girgenti. Le province di Catania e Siracusa ubbidivano a lui;[189] quella di Messina, che a gran pezza risponde al Val Demone, stava sotto la protezione dei Normanni, i quali a bella posta avean munito il castel di San Marco.[190] Le province di Palermo e Trapani avean fatto l’accordo, forse un patto di federazione con l’emir di Catania. In tali condizioni lasciava la Sicilia Roberto, capitano degli ausiliari cristiani d’Ibn-Thimna. Vedremo per brev’ora sottentrargli il fratello Ruggiero, e poi farsi vero capitano dei conquistatori cristiani della Sicilia; e Roberto venir com’ausiliare in due sole fazioni di sì lunga guerra.

CAPITOLO III.

La sconfitta d’Ibn-Hawwasci sotto Castrogiovanni portò in Palermo un mutamento di stato analogo a quello che avea seguita, nel mille quaranta, la rotta d’Abd-Allah-ibn-Moezz.[191] Narravaci Amato l’ambasceria dei Palermitani, la tregua ch’egli chiama sommissione, stipulata con Roberto dalla capitale e da altre città e castella, e l’occupazione del Valdemone. E Ibn-el-Athîr scrive come il signore di Castrogiovanni, vinto dai Franchi, riparasse nella fortezza; come quelli cavalcando per l’isola s’impadronissero di varii luoghi; come non pochi sapienti e patriotti musulmani si rifuggissero in Affrica appo Moezz-ibn-Badîs, per chiedergli aiuti, esponendo la misera condizione di lor popolo, straziato dalla discordia e dalle armi straniere. Messe insieme le due tradizioni appare dunque l’usata vicenda delle guerre civili: l’opinione pubblica dannò i vinti; i partigiani loro nella capitale fuggirono o furono scacciati; nè è maraviglia che l’oratore di Roberto vi trovasse tanto scompiglio e squallore, nè che la parte dei nobili, amica d’Ibn-Thimna, mandasse a rallegrarsi coi Normanni, forse a trattare accordo per dar tutti insieme la pinta a Ibn-Hawwasci. Nè scarseggiano tra i Musulmani dell’undecimo e duodecimo secolo cotesti esempi di lega coi Cristiani; chè oltre i raccontati fatti d’Akhal e d’Ibn-Thimna stesso in Sicilia, ne son piene le istorie della Spagna. Con men biasimo gli usciti di Palermo si rivolgeano adesso a Moezz-ibn-Badîs, sollecitandolo a portare le armi in Sicilia.

La dinastia zîrita, sopraffatta come dicemmo dagli Arabi d’oltre Nilo, avea perduta la terra, non il mare; le rimaneano nella munita penisola di Mehdia il navilio, un forte nodo di schiavi stanziali, e denaro da reggere alla guerra: quegli Arabi medesimi, rapaci e fieri quanto le belve, tornavano al par di esse inetti a durevole sforzo comune, inferiori alla virtù dell’ingegno che sapesse adoperarli agli intenti suoi. Fin dai primi impeti della irruzione, avea Moezz guadagnati alcuni capi di tribù con doni e parentadi, sposando ad essi le proprie figliuole; onde quei l’aiutarono alla ritirata da Kairewân a Mehdia, nel millecinquantasette. A capo di pochi anni, distrutto ogni industria agraria e cittadinesca nell’Affrica propria, fuorchè le cittadi marittime, consunto il bottino, quelle masnade, non sapendo altro mestiere, furono costrette a mendicare stipendio alle porte di Bugia, Tunis, Mehdia, Sfax, Kabes: fortezze inespugnabili, poi ch’essi non poteano chiudere il mare e ridurle per fame. Le quali città dettero ascolto ai barbarici condottieri, avendo a lor volta bisogno della terra pei commerci e sendo spinte l’una contro l’altra da quella forza dissolvente della società musulmana, che abbiam notata in tutto il corso di queste istorie. In Bugia un ramo di zîriti, ribelle al ceppo della famiglia, agognava ad usurpar tutto lo stato; nelle altre città le fazioni o i governatori faceano opera a sciogliersi dalla ubbidienza; e da Mehdia il principe si sforzava a ripigliare l’autorità dove potesse. Le tribù masnadiere si messero dunque a combattere per l’uno o per l’altro, talvolta tra loro stesse; mescolaronsi nella briga i Berberi della campagna e le popolazioni delle città marittime: Arabi del primo conquisto, Berberi e avanzi d’altri antichi abitatori. La quale tenzone da pigmei, tanto più rabbiosa, durò ottant’anni, accompagnata dalla desolazione e dalla fame, ed aprì la via ai conquisti dei Normanni siciliani (1148) e degli Almohadi (1160).

Onde Moezz impotente contro i ribelli della costiera e tanto più contro gli Arabi, anzichè consumare le forze che gli rimaneano in vane imprese contro province perdute, volle tentare la fortuna in Sicilia con l’aiuto degli stessi nemici ch’egli avea in casa.[192] Allestì le navi, le fece salpare l’inverno del millesessantuno. Arrivate alla Pantelleria, una tempesta le disperse; ne affondò la più parte,[193] e sgomentando i nemici d’Ibn-Thimna delusi nella speranza dell’aiuto, diè incentivo, com’e’ sembra, a nuova impresa di Ruggiero.

Il quale, nel dicembre, ripassato il Faro con dugencinquanta cavalieri, tagliava l’isola per lo mezzo, spingendosi fino a Girgenti, quasi fossevi aspettato; depredava il paese e tornava ratto addietro. Le popolazioni cristiane gli veniano incontro liete e disposte a dargli favore senza affidarsi troppo: ma quei di Traina, gente greca, l’accoglieano in città con grande allegrezza ed ossequio, tanto che ordinò la terra come ei volle, dice lo storiografo del conte[194] e l’Anonimo che Traina si sottomesse al suo dominio; ma scrivea questi ottant’anni dopo. Parrebbe piuttosto che i Troinesi, liberi di fatto dalla signoria musulmana, aspirando a ripigliare l’ordinamento di municipio tributario[195] avessero data ospitalità al fortunato avventuriere cristiano, ascoltati i suoi consigli militari e, se si voglia, appiccata una pratica di confederazione, come la chiamarono e stipularono allora i Normanni con alcune città di Calabria, cioè che il condottiero s’obbligava a difendere il comune, e questo a riconoscerlo console e pagargli stipendio. E la condotta non sarebbe divenuta signoria feudale a Traina che dopo la guerra dell’anno seguente, così come accadde in quel torno a Geraci ed altri luoghi in Calabria, quando il console afforzò un castello dentro la terra, mutò lo stipendio in tributo, aggravandolo di soprusi feudali, e gli abitatori o piegarono il collo, o resistettero e furono soggiogati a pretto vassallaggio. Veramente non ci si narra che Ruggiero ponesse questa prima volta presidio in Traina. Passovvi le feste di Natale; poi, per avviso venutogli di Calabria, frettolosamente partissi.[196]

Era giunta in Calabria una donzella che schiudeva in terra il paradiso all’ambizioso giovane di trent’anni: Giuditta, figliuola del conte di Evreux, discendente dei duchi di Normandia. Par che Ruggiero, pochi anni innanzi, uscendo dal tetto paterno senz’altro retaggio che il cuore e la spada, si fosse invaghito della giovinetta reclusa nel Monastero di Saint-Evrault, e che dopo parecchi anni, il fratello materno di lei, Roberto di Grantemesnil, priore de’ Benedettini a Saint-Evrault, indi a Santa Eufemia in Calabria, avesse trattato il matrimonio della Giuditta con Ruggiero, ormai capitano di molta fama, signore di Mileto e sperava di più. La fidanzata venne con la sorella Emma, lasciando entrambe il chiostro, si dice anco il velo, per trovare mariti normanni in Italia. Sposatala a San Martino in Val di Saline, Ruggiero celebrava solennemente le nozze a Mileto, dissimulando sua povertà con sfarzo di vesti e di cavalli e strepito di stromenti musicali. Le dolcezze dell’amore non gli fecero scordare gli sperati acquisti. A capo di pochi giorni, racchetata la sposa che piangeva e volea ritenerlo, sopraccorse in Sicilia dove Ibn-Thimna lavorava per lui credendo far per sè stesso.[197]

Data la posta al musulmano che venissegli incontro da Catania, sbarcò a Messina con quanti uomini d’arme potè accozzare, e tentando nuova regione cavalcarono insieme alla volta di Petralia,[198] terra abitata da cristiani e musulmani. I quali, consultato insieme nell’imminente pericolo, e mossi forse gli uni dalla riputazione di Ruggiero e gli altri dalle pratiche d’Ibn-Thimna, deliberarono di rendere il castello e prestare obbedienza al conte. Munita la fortezza di cavalieri e di mercenarii, egli si volse a Traina, afforzolla in simil guisa, e tornossi in Calabria ad abbracciare la sposa ed attaccare briga col fratello.[199]

Ibn-Thimna proseguì l’opera in Sicilia con ridurre altre terre e infestare i contadi di quelle che ricusassero.[200] L’odiavano i Musulmani, ma più il temeano: quest’uomo che tra le prime guerre civili per poco non rinnalzò il trono dei Kelbiti; questi che rovinato al gioco d’una battaglia s’è venduto l’anima e pur s’è vendicato; il signore del Val di Noto, il compagno degli invincibili cavalieri di là dal mare, ai quali stendono le braccia i nostri vassalli, ed essi nel cuor dell’isola ci sfidano dalle castella di Traina e di Petralia! Però approdarono sovente le pratiche del traditore. Il quale movea contro Entella, fortissima rocca a ponente di Corleone,[201] quand’ebbe un messaggio di Nichel, così Malaterra scrive il nome,[202] uom potente in que’ paesi, stretto d’antichi legami ad Ibn-Thimna, quando ubbidiva a costui la Sicilia. Pretendea Nichel disposti i notabili d’Entella a trattare la resa: venisse a parlamento a tal luogo, presso la rocca. Fidandosi nell’amica fortuna, Ibn-Thimna v’andò con poca mano d’armati, e trovò i terrazzani; quand’ecco uccisogli il cavallo d’un colpo di lancia; ei casca a terra, gli saltano addosso e l’ammazzano; così com’avvenne due secoli innanzi ad Eufemio, traditor della Sicilia cristiana. Il qual gastigo percosse di spavento i partigiani dei Normanni, e tanto rivoltò le cose, che i presidii di Petralia e di Traina si ritirarono a Messina, dove in fretta s’apprestarono alla difesa. È da riferire la morte d’Ibn-Thimna ai primi di marzo del mille sessantadue.[203]