Caso tanto più grave, quanto Ruggiero stava per venire alle mani con Roberto. Il giovane, imbaldanzito per lo parentado, cominciò a lagnarsi altamente: aveano fatto insieme il conquisto di Calabria, pattuito a Scalea il partaggio del paese metà e metà, e il duca lo differiva da due anni; sopportò egli finchè fu scapolo, or si vergognava di far vivere poveramente sposa di sangue principesco; era tempo che il duca gli tenesse parola. Tai querele moveva a Roberto, sollecitava i nobili normanni a rincalzarle; e il fratello s’induriva tanto più al niego. Alfine Ruggiero s’accomiatò da lui forte crucciato, corse al suo castello, ragunovvi armati e denunziò la guerra se tra quaranta dì non gli fosse resa ragione.[204] Il duca mosse incontanente sopra Mileto nella primavera del sessantadue. Si combattè senza furore; e l’assedio andava in lungo per la imperfetta arte del tempo e soprattutto dei Normanni alle espugnazioni, quando sforzolli ad accordo un episodio che ricordava loro non potersi sfogare in guerre civili se voleano soggiogare l’Italia meridionale. Aveano già i terrazzani di Gerace in Calabria giurata fedeltà a Roberto, senza consegnargli la città; e perch’egli studiavasi a por loro il freno in bocca fabbricando un castello, aveano innanzi l’ossidione di Mileto trattato di darsi a Ruggiero; il quale eludendo le poste del duca uscì una notte con cento cavalli e gittossi in Gerace, per trarne gente, com’e’ pare, e piombar sopra l’oste che minacciavalo in casa. Roberto, lasciata guardia nei due ridotti con che stringea Mileto, sopraccorre co’ suoi a Gerace; pria d’impacciarsi in un secondo assedio tenta sue arti: travestito entra nella città, va difilato a trovare un suo partigiano, per nome Basilio. E sedea a mensa con esso e la moglie, allorchè un famigliare lo riconosce; il popolo si leva a romore, trae alla casa, fa in pezzi l’ospite, impala la donna; già Roberto è minacciato da cento ferri, i cittadini più savii non bastano a rattenerli. L’animo suo e la pronta parola lo camparono da morte. Disse con impavida faccia agli infelloniti che pagherebbero caro il suo sangue; che i guerrieri suoi proprii e quelli di Ruggiero correrebbero insieme a spiantar la città; all’incontro se lasciasserlo andar via, concederebbe loro quanto fossero per domandare. Titubanti lo menarono in carcere. Ma Ruggiero che non si trovava quel dì in Gerace, torna a precipizio chiamato dai cavalieri del fratello; fa venire i notabili fuor le mura; prega e minaccia affinchè gli consegnino il Guiscardo per vendicarsi con le proprie sue mani: “mi giuraste fedeltà, lor dice, ubbiditemi in questo o saprò sforzarvi; pendon ormai dai miei cenni le genti di Roberto, stanche del reo signore; se di presente nol portate qui legato, ecco io comincio a far tagliar le viti e gli ulivi.” Condussero Roberto, fattogli pria giurare che mai non edificherebbe castello in Gerace. I due fratelli s’abbracciarono, scrive Malaterra, come Giuseppe Giusto e Beniamino, piangendo di tenerezza tutti i guerrieri normanni. Ma Roberto, asciugate le lagrime, accomiatatosi da Ruggiero, trovò altre magagne; ci volle il biasimo universale de’ suoi, e il principio di nuove ostilità perch’ei venisse in Val di Crati a stipolare il partaggio della Calabria, abboccandosi col fratello sul ponte che indi si chiamò Guiscardo. Dopo l’accordo, Ruggiero levava tributo su i novelli dominii per fornire i suoi d’armi, vestimenta e cavalli. Aggravò la mano su Gerace; dove andato con l’oste, si metteva ad innalzare un castello fuor le mura; ed ai cittadini che allegavano la fede data da Roberto, rispondeva: “Egli giurò, non io:” e sforzavali a grossa taglia.[205]
Armati per tal modo trecento cavalieri nell’agosto o il settembre,[206] ripassava Ruggiero in Sicilia, menando seco la moglie, paurosa delle fatiche e rischi ai quali andava incontro, e non se li aspettava pur sì gravi. All’entrar dello stuolo in Traina, i cittadini fecero buon viso, assai tepidamente. Lor increbbero tosto quegli ospiti alloggiati per le case, pronti a far vezzi a loro mogli e figliuole. Con ciò Ruggiero afforzava sempre più la città e andava osteggiando le vicine castella dei Musulmani. Sentendosi dunque nuovo giogo sul collo, i cittadini un dì ch’egli era uscito col grosso delle genti a depredare i dintorni di Nicosia, piglian le armi a stigazione d’un Plotino, dei primi del paese; assalgono il poco presidio; non però sì improvvisi che i Normanni non si accorgessero del movimento e non si preparassero; talchè infino a notte ributtarono il nemico. Questo allora, aspettandosi addosso Ruggiero, s’afforzava alla sua volta con serragli e fosso nella mezza città opposta alla collina che teneano i Normanni[207] ov’era il palagio del console, scrive una cronica,[208] dando argomento a supporre che così fatto titolo avesse preso Ruggiero in Traina, e nota, quasi a ricordare l’indipendenza del Municipio greco, che sorgesse dall’altra parte la torre della città. Ruggiero, chiamato per messaggi, sopravveniva in fretta; si metteva a combattere i sollevati: e intanto risaputo il fatto nelle vicinanze ch’abitavano i Musulmani, trassero alla città da cinquemila armati, proffersero aiuto a’ Greci e fu accettato. Ormai, circondati d’ogni banda, i Normanni pativan la fame; non potendo uscir grossi a predare senza grave pericolo dei rimagnenti, nè mandar piccole gualdane senza la certezza di vederle fatte a pezzi. Si stenuavano in vigilie, guardie, continue avvisaglie e brevi ma disperate sortite, in una delle quali poco mancò non fosse spacciato lo stesso Ruggiero. Perchè vedendo balenare i suoi, spinse innanzi il cavallo, gli fu morto; si trovò avviluppato in un nodo di nemici che sel portavan di peso; se non che gli venne fatto di trarre la spada, la girò a cerchio, si fe’ larga piazza, restò solo; e sì fermo cuore serbò, che tolta la sella del destriero, lento e minaccioso ritraevasi.
Nondimeno s’aggravavano ogni dì più che l’altro le strettezze degli assediati; pativa il nobile al par del mercenario; la Giuditta stessa talvolta fu costretta a ingannar la fame bevendo acqua pura e lagrimando; a lei ed allo sposo non rimase che un sol mantello di che si copriano a vicenda, qual fosse più intirizzito. Contuttociò i guerrieri normanni resisteano risoluti, dissimulavano con lieto aspetto e motteggi. Aprì loro scampo inaspettato l’abbondanza in che viveano i nemici, provveduti a gara dalle altre città e spensierati per troppa fidanza; i quali nel rigore del verno, su quelle vette alte mille e cento metri sul livello del mare, stavano a mala guardia, e sovente si riscaldavan col vino. Di che addatisi i Normanni, finsero smetter anch’essi le scolte; ma più attenti spiarono il nemico. Una notte vistolo spreparato, Ruggiero fa impeto con tutti i suoi alla barrata; mena al taglio della spada gli ubriachi assonnati; occupa l’altra mezza città e la torre, e chi fu preso, chi fuggì; i Musulmani accampati nei dintorni non stettero ad aspettare. Impiccato allora per la gola Plotino, altri morti con altri supplizii, i vincitori trovavano gran copia di frumento, olio, vino e d’ogni cosa abbisognevole: con le fortificazioni e col terrore si assicuravano nella domata città. Ruggiero andò solo in Terraferma a rifornirsi dei cavalli perduti nell’assedio: lasciò in Traina la sposa, che a dura scuola avea appreso a far le veci di capitano; la quale mantenne la disciplina nel presidio, girando i ripari ogni dì, vegliando su le guardie, confortando tutti con benigne parole e promesse, e rammentando i pericoli corsi insieme e che aleggiavano lì intorno; guai a chi li credesse dileguati.[209]
Tardo, al solito, e fugace balenò pure in questo tempo tra i Musulmani di Sicilia un raggio che mostrava la via della salvezza: accordarsi tra loro e con gli Zîriti d’Affrica; ubbidire a questi, anzichè piegare il collo al giogo cristiano. Morto Moezz l’ultimo d’agosto del sessantadue, il figliuolo Temîm che gli succedette, usò con migliore fortuna gli Arabi d’oltre Nilo, i quali per le condizioni già dette[210] porgeano orecchio ogni dì più che l’altro a’ principi Zîriti. Veggiam nel primo anno del suo regno, gli Arabi e le milizie di Temîm ridurre Sfax e Susa e rompere in sanguinosa battaglia l’esercito di Bugia, accozzato di Berberi delle tribù di Senhagia e Zenata ed Arabi della tribù di Helâl.[211] È da supporre dunque che paresse in quel tempo mirabile consiglio nella corte di Mehdia ripigliare l’impresa di Sicilia, la quale prometteva a un tratto il merito della guerra sacra, l’acquisto dell’isola e l’allontanamento degli Arabi: di questi valorosi che aveano vinto, un contro dieci, gli eserciti Zîriti, guastato il paese e dato mano ai ribelli. Dai susseguenti fatti si vede che i Musulmani di Sicilia, rincorati dall’uccisione d’Ibn-Thimna, dalle divisioni de’ cristiani e dalla apparente ristorazione della potenza zîrida, ne implorassero in questo tempo od accettassero l’aiuto. Il quale invero, con tutte le novelle vittorie dei Normanni, arrestò i conquistatori per molti anni; nè tornò vano se non che per le discordie ripullulate nell’infelice terra, quando gli Affricani combattuti dal signor di Castrogiovanni e dalla turbolenta aristocrazia di Palermo, furono costretti a partirsi.
Lo stesso anno mille sessantatrè sbarcarono in Sicilia i feroci ausiliarii di Temîm, ritraendosi dagli annali musulmani ch’egli facesse l’impresa dopo la morte del padre, e dalle croniche cristiane che Ruggiero reduce di Calabria si trovasse a fronte novella milizia venuta dall’Arabia e dell’Affrica per dar di piglio nella roba altrui, col pretesto di recar aiuto ai Siciliani; nella quale tradizione ognuno vede di quali Arabi dicessero i Normanni.[212] Mandava Temîm un esercito ed un’armata sotto il comando di due suoi figliuoli, Aiûb ed Alì; de’ quali il primo venne col grosso delle genti in Palermo, il secondo a Girgenti:[213] e par che l’uno col favor della cittadinanza della capitale e delle terre che ubbidivano a quella, da Mazara infino a Cefalù o Tusa, reggesse il paese a nome del padre; l’altro com’ausiliare d’Ibn-Hawwasci, tenesse presidio in Girgenti;[214] ed una schiera andò a rinforzare Castrogiovanni. Ma Ruggiero, tornato di Puglia e di Calabria, com’ape industre, scrive il Malaterra, onusto d’ogni cosa bisognevole ai suoi, s’affrettò a dispensar loro cavalli ed armi; e fatti riposare i cavalli alquanti dì, mosse alla volta di Castrogiovanni, bramoso di provarsi coi cinquecento Arabi ed Africani giuntivi di fresco. Sostò a due miglia dalla città; con l’usato stratagemma e l’usato capitano di vanguardia Serlone, spiccò innanzi trenta militi, o vogliam dire un centinaio di cavalli, che provocassero il nemico; ed egli s’appiattò in una valle boscosa col resto delle genti. Scoperto il drappello di Serlone dall’alto di lor bastite, i Musulmani calavano grossi alla zuffa, incalzavano con tal furia che due soli cavalieri normanni pervennero salvi infino all’agguato, e gli altri, presi o scavalcati, mancavano, quando Ruggiero proruppe come leone ferito: dopo aspra battaglia sgarò i Musulmani, inseguilli più d’un miglio e tornossi a Traina; facendo tal giubbilo di quel po’ di preda e della sanguinosa vittoria contro forze uguali, da mostrarci quanto i Musulmani fossero imbaldanziti per lo nuovo aiuto e sgomentati i Cristiani.
Usando la riputazione della vittoria, Ruggiero cavalcava audacemente per l’isola, spintosi presso le sorgenti dell’Imera settentrionale a Caltavuturo, poscia per la valle dell’Imera meridionale fin sotto Castrogiovanni, donde i Musulmani non arrischiaronsi ad uscirgli incontro; e infine corse a Butera, in vista del mare affricano. D’ogni luogo riportò ricca preda; da Butera gran tratta d’armenti e di prigioni. Passando per la valle del Simeto, fermossi ad Anattor, e dopo breve giornata a San Felice,[215] e si ridusse a Traina; perduti molti cavalli per la rapidità della arrisicata correria, il calor della stagione e la penuria d’acqua. Il che mostra esser già l’anno innoltrato almeno al maggio, e rimanda indietro all’aprile o al marzo il combattimento di Castrogiovanni testè raccontato.[216]
Intanto l’oste zîrita, unita alle milizie musulmane del paese,[217] movea di Palermo[218] sopra Traina, per calpestare gli Infedeli in lor nido. Trentamila cavalli e ventimila fanti, al dir di Malaterra (cioè del conte Ruggiero) veniano addosso a centotrentasei militi, che tornano a quattro o cinquecento combattenti: ma si scemi pur di molto il numero de’ Musulmani, e s’aggiunga alla contraria parte qualche frotta dei cristiani di Sicilia ch’è da supporre accorsa ai combattimenti,[219] comparirà tuttavia prodigioso il valore normanno, e credibil solo alla generazione che ha vista l’impresa di Garibaldi in Sicilia. Valicando gli aspri contrafforti che spiccansi a mezzogiorno degli Appennini Siculi, l’oste musulmana era giunta alla giogaia di Capizzi,[220] paralella alla quale corre quella di Traina e la valle di mezzo è solcata dal fiumicello di Cerami che prende il nome da un castello fabbricato sovr’alte rupi su la sponda sinistra, ch’è a dire nel pendio occidentale di Traina, a sei miglia a ponente maestro di questa città. Entrava, il giugno del mille sessantatrè.[221] Ruggiero, avuta spia del nemico, deliberassi ad affrontarlo pria che venisse ad affamar lui in Traina: ond’uscito col piccolo stuolo normanno, si apprestò a contendere il passaggio della valle; e i Musulmani schieraronsi sul ciglione opposto. Pur non osando nè questi nè quello calar giù per lo primo, caduto il giorno, si tornarono gli uni agli alloggiamenti dietro il monte di Capizzi e l’altro a Traina. Le quali mosse ripeteano entrambi il secondo e il terzo dì. Al quarto, i Musulmani vennero a porre il campo su i gioghi dove soleano presentar la battaglia. Addandosi di tal disposizione alla zuffa, i Normanni si confessano della peccata, chieggono l’assoluzione a’ sacerdoti, e muovono verso il nemico.
Ma saputo dagli esploratori che quello volgesse contro Cerami, allor soggetta o confederata di Ruggiero, e rinforzata di piccolo presidio normanno,[222] il conte vi manda Serlone con trenta lance, per difendere la fortezza tanto ch’ei giunga sopra gli assalitori con le cento che gli rimaneano. E Serlone entrò in Cerami pria del nemico, e quando questo s’appresentava,[223] senz’aspettare il conte, disserrate le porte, caricò con trentasei lance tutta la cavalleria musulmana, o, come e’ sembra, la sola vanguardia; sbaragliolla al primo scontro, la inseguì con molta uccisione; e trascorrendo fino al campo, fattovi un po’ di preda, si ridusse a Cerami ov’era sopravvenuto Ruggiero. Ristretti allora i capi a consiglio, avvisando altri di appiccare la battaglia lì lì, altri ch’e’ non fosse da sforzare la fortuna con prove troppo temerarie, Orsello di Baliol diè su la voce ai prudenti, disse aspramente a Ruggiero non seguirebbe mai più sua bandiera, se di presente non si combattesse: dalle quali parole confortato anzi il conte, proruppe anch’egli in rampogne contro i dubbiosi; e messo il partito, si trovò che nessuno avea paura. Intanto s’erano rattestati i Musulmani in lor campo; ingrossati di nuova gente, comparvero più formidabili che prima, ordinati in due corpi e pronti alla zuffa. In due schiere spartironsi anco i Normanni, capitanata l’una da Serlone, Orsello e Arisgoto di Pozzuoli, l’altra dal conte. Al punto dello scontro, la prima schiera nemica, schivando la vanguardia normanna, giravale di fianco, spronava ad un colle e sperava occuparlo pria che vi giugnesse Ruggiero; il che le venne fallito. Orsello nell’una torma, Ruggiero nell’altra, inebriavano in questo i Normanni con sublimi parole di religione e d’onore; tanto che si tuffarono in quella moltitudine non più vista; disparvero tra le onde della cavalleria musulmana. Chi diè loro la vittoria? Racconta il Malaterra che un cavaliere possente e bello della persona, montato su destrier bianco, vestito di bianca armadura, armato d’una lancia con pennoncello bianco e croce vermiglia, entrasse il primo a rompere e stracciare lo stuolo musulmano là dov’era più fitto. Il cronista dice che raffigurarono proprio San Giorgio; sì che i Normanni piangendo di tenerezza lo seguirono nella mischia; lo smarrirono; e già avean vinto. Ma tanto spesso torna tal visione nelle guerre de’ Crociati, da parere fior di rettorica del cronista, anzichè allucinazione de’ combattenti. Al conte Ruggiero anco fu attribuito il favor celeste d’un pennoncello crociato che gli ornasse la lancia, dov’egli nè altro mortale non l’aveva attaccato. Più certamente il ferro della sua lancia squarciò una corazza di stupenda fattura[224] sul petto del kâid di Palermo,[225] capitano dell’oste o della schiera, uom fortissimo il quale galoppando innanzi a’ suoi minacciava e imprecava a’ Normanni. Il valore, la disciplina, l’unita e ferma volontà, la viva fede, trionfarono dopo lunghissima tenzone sopra la moltitudine ragunaticcia d’Arabi prodi ma ladroni, schiavi africani, nobili siciliani sospettosi, plebe feroce nei tumulti e inetta nel campo. Diradossi la calca d’intorno ai Cristiani: come nubi squarciate dal vento, come stormo d’augelli se vi piombi il falcone, scrive Malaterra, si sbaragliò la cavalleria musulmana, lasciando quindicimila morti; ventimila rincalza l’Anonimo. I vincitori passavan la notte nel campo nemico riposandosi per le tende, si spartivano la preda; ma al nuovo dì, messisi a dar la caccia ai ventimila pedoni che s’erano riparati tra le rupi, fecero macello; e la più parte imprigionati mandarono a vendere in Calabria ed in Puglia, che fu il maggior lucro della vittoria. Così i cronisti, accumulando le inverosimiglianze in guisa da far credere ch’e’ favoleggino o dimentichino in que’ fatti le popolazioni cristiane di Sicilia; e per colmo della metafora ci narrano che Ruggiero tornasse in Troina per fuggire il puzzo dei cadaveri.[226] Quinci ei mandava a papa Alessandro secondo un Meledio per ragguagliarlo della vittoria e presentargli quattro cameli. I quali il papa ricambiò con indulgenza plenaria al conte, ed a chiunque avesse combattuto o fosse per combattere in avvenire i Pagani di Sicilia; ed aggiunse una bandiera sotto la quale più sicuramente si compisse la santa gesta. Malaterra, nel raccontar questo fatto, si studia a dargli significato di mera pietà, senz’ombra d’omaggio feudale nel dono dei cameli, nè d’investitura in quello del gonfalone.[227]
Poco appresso la battaglia s’offriano a Ruggiero importuni ausiliarii ad una impresa sopra Palermo. I Pisani conducendo frequenti commerci nella città, ebbero a risentirsi d’alcuna ingiuria;[228] e maggior colpa dei Musulmani di Sicilia fu che andavano le cose loro in rovina e fors’anco che Roberto Guiscardo, nella irrequieta attività della sua mente, avea pensato di usare contro la Sicilia le forze navali di Pisa, ed appiccata a questo effetto una pratica che poi si dileguò.[229] I mercatanti pisani allestivano lor navi pronte al pari al commercio e alla guerra: popol d’ogni ordine, com’attesta una iscrizione di quell’epoca, grandi, mezzani ed infimi entrarono nell’armata.[230] Fatto vela per la Sicilia, sursero in un porto della costiera settentrionale[231] donde spacciaron oratori in Traina per invitare Ruggiero che cooperasse coi suoi cavalli. Rispose aspettasserlo un poco, dovendo dar sesto a certe sue faccende; ma que’ mercatanti, prosegue sprezzante il cronista, non sapendo come va fatta la guerra, non usi a sciupare il tempo senza guadagno, amarono meglio andar soli in Palermo. Il venti settembre del mille sessantatrè, i Pisani, assalito il porto, spezzata la catena che lo chiudea, preservi con sanguinoso combattimento sei navi cariche di merci;[232] e ributtati, com’ei sembra, dal porto, metteano a terra cavalli e fanti presso la foce dell’Oreto, respingeano i cittadini usciti a combattere; piantavan le tende in su la riva e scorreano a depredare le deliziose ville suburbane.[233] Arse poi cinque delle navi che avean predate, riportarono l’altra a Pisa, con tanto tesoro, che bastò a cominciare la fabbrica del Duomo, dove una iscrizione contemporanea attesta l’arrisicata fazione.[234]
Ruggiero intanto, volendo sostare nel sollìone e ristorare sua gente menomata dalla vittoria di Cerami,[235] pensò di andare in Puglia, vettovagliata prima Traina. A questo effetto spingeasi con rara audacia nella valle dell’Imera settentrionale, correva il primo dì a Collesano, l’altro a Brucato,[236] il terzo infino a Cefalù: tornato a casa con abbondantissima preda, munì il castello, vi lasciò la moglie e i compagni, ai quali raccomandò di far buona guardia come se avessero sempre il nemico alle porte, non dilungandosi dalla città per niuna occasione propizia. Ito quindi in Terraferma a consultare con Roberto, n’ebbe cento militi non sappiamo a che patto, ai quali aggiunse cento de’ suoi: al rinfrescare della stagione, ritornato in Sicilia, irruppe nelle parti di Girgenti. Parve allora agli Arabi ed agli Affricani di vendicare la rotta di Cerami: un’eletta di settecento lor cavalli uscì cheta di Girgenti per appostar i Normanni al ritorno; si pose sopra un burrone in fondo al quale correa la strada. Frettoloso e guardingo cavalcava Ruggiero col grosso de’ suoi, mandate innanzi le some del bottino con una scorta d’armati; la quale come giunse all’agguato, assalita da forze superiori, sopraffatta dall’alto coi sassi, presa di subita paura voltò le spalle, perdè qualche uomo ed anelante si rifuggì ad una balza ch’era inaccessibile fuorchè da un viottolo aspro e stretto. Al romore accorreva Ruggiero a spron battuto con l’altra schiera; gridava a que’ della scorta venissero a ristorare la battaglia, ma gli fu forza di salire egli stesso, chiamar ciascuno per nome, rinfacciare ch’ei non riconosceva i vincitori di quello stesso nemico tanto maggior di numero a Cerami. Rattestatili a stento, caricò, ruppe i Musulmani, ritolse la preda e si ritrasse a Traina; piangendo sì la morte di Gualtiero di Semoul, il più valoroso giovane della schiera, il quale fu trafitto spingendosi primo alla riscossa.[237] Un Malaterra musulmano racconterebbe, credo, altrimenti questa dubbia fazione, e più altre ne aggiungerebbe favorevoli ai suoi, le quali è forza supporre nello autunno, e sino allo scorcio dell’inverno, allorchè il Malaterra normanno ci rappresenta Roberto Guiscardo costernato dalle nuove che giugneano di Sicilia, risoluto a partecipare ne’ pericoli come avea fatto negli acquisti; ond’ei venne in aiuto a Ruggiero che i Saraceni travagliavano e strigneano con frequenti assalti.[238]