Con aulica serenità, prosegue l’arcivescovo a dir che il presidio, scarseggiando di vittuaglie e non avendo speranza di soccorsi, fe’ pace coi Masmudi; lasciò loro la città e tornò in Sicilia, ciascuno con la sua roba. Il Falcando, all’incontro, rincalza le accuse in quest’ultimo tempo dell’assedio: che gli eunuchi della corte assicuravano per lettere Abd-el-Mumen non si manderebbero aiuti; ch’egli offerì ai Cristiani di prenderli a’ suoi soldi o rinviarli in Sicilia; che stretti dalla fame promessero di lasciare la fortezza se chiesto soccorso l’ultima volta non l’ottenessero entro pochi dì; e che giunto il messaggio loro a corte, Majone diè ad intendere al re non mancar punto le vittuaglie in Mehdia; onde que’ prodi alfine, delusi e affamati, la consegnarono al nemico. Non parmi punto verosimile quell’ultimo messaggio in Sicilia. Al dir degli scrittori musulmani, quando il presidio ebbe mangiati tutti i cavalli e stava per morir di fame, che fu in su la fine di dsu-l-higgia (primi di gennaio), dieci gentiluomini scesero dalla fortezza a domandar salva la vita, la roba e la libertà. Rispondendo loro Abd-el-Mumen che più tosto abiurassero, replicarono: non esser venuti per questo, ma per implorare la magnanimità sua; che nulla aggiugnerebbe alla sua gloria il far perire di fame tanti cavalieri; che al contrario, s’ei li rimandasse alle case loro, gli sarebbero obbligati per tutta la vita. Andaron e ritornarono più d’una volta, finchè il monarca almohade, ammirando la fortezza dell’animo loro, il signorile sembiante e le oneste parole, o temendo, com’altri dice, che re Guglielmo non si vendicasse della morte loro sopra i Musulmani di Sicilia, accettò la resa e fece traghettare con navi tutto il presidio in Sicilia. Entravano i Musulmani nella fortezza la mattina del dieci di moharrem del cinquecencinquantacinque (21 gennaio 1160). Aggiungono gli scrittori arabi, ma il silenzio del Falcando mi distoglie dal crederlo, che la più parte dei reduci periva per naufragio. Intanto aveano gli Almohadi ridotte altre terre dell’Affrica settentrionale; sì che l’impero di Abd-el-Mumen si misurò da Sus dell’Oceano infino a Barca; da’ confini settentrionali dell’Andalusia alle estremità meridionali del Sahra.[313]

La cronologia, trascurata pur troppo da’ due cronisti di Guglielmo, ci mostra che il caso di Mehdia rinfocò le ire nel regno. Già da parecchi anni la parte feudale, per onestar la rivoluzione, movea di strane accuse contro Majone: ch’egli ambisse il trono, attentasse alla vita di Guglielmo, lo spingesse agli atti più crudeli per farlo comparire tiranno: or aggiunsero, troppo sottilmente, che avesse fatta cader Mehdia a bella posta per gittar novello odio sopra il re.[314] Ma non mancavano forti sospetti contro la corte tutta quanta: la connivenza degli eunuchi co’ Musulmani e di Majone con gli eunuchi; la nimistà del ministro e del re contro i nobili, che tanti ve n’era in Mehdia; e la voglia di liberar l’erario di quella dispendiosa e disutile dominazione.[315] Perchè non avean arso l’eunuco Pietro come Filippo di Mehdia?[316] Perchè non aveano rimandato il navilio in Affrica con un ammiraglio, uomo e cristiano, che sapesse vendicar la bandiera di Sicilia e liberar dalla fame il presidio? I cronisti scrivon poco o nulla di tai querele e notan secco il grave fatto che, il medesim’anno sessanta, Majone avea disarmati i Musulmani di Palermo.[317] Di che non ci si dice la cagione: se per punire i soldati musulmani dell’armata che fuggì nelle acque di Mehdia, o per reprimere la baldanza mostrata dopo le vittorie di Abd-el-Mumen, o per pratiche scoperte, o per querele dei Cristiani sbigottiti e umiliati. Di certo Abd-el-Mumen in quella stagione riordinava la costiera d’Affrica in guisa da dar molto pensiero ai vicini.

Pochi mesi eran corsi dalla dedizione di Mehdia e già, in Terraferma, città e baroni facean la giura che non si ubbidisse più a comandi sottoscritti da Majone: nè andò guari ch’egli stesso cadde una notte (10 novembre 1160) presso le case dell’arcivescovo di Palermo, intrattenuto a bella posta dal reo prelato che gli s’era giurato fratello, trafitto da Matteo Bonello, nobil giovane, creatura sua, confidente e satellite, il quale infingendosi più fedele che mai, tramava coi baroni malcontenti; e dopo il misfatto divenne l’eroe popolare di Palermo e di tutto il reame. E Guglielmo dapprima l’ebbe a ringraziare che gli avesse morto il primo ministro. Dissipato lo spavento, la combriccola dei prelati e degl’eunuchi di corte, incominciò a minacciare Matteo: indi parve ai malcontenti di affrettare il gran colpo, ch’era, deporre il re, esaltare il fanciullo Ruggiero suo figliuolo e regnar essi.

Non riuscì della congiura se non che l’esordio. Principi del sangue legittimi e bastardi e baroni e cavalieri, ai quali diè mano un capitan di guardie e prestaron forza soldati mercenari e uomini della plebe, presero Guglielmo nelle stanze del consiglio; si spartirono i tesori accumulati dal gran Ruggiero e le donne dell’harem; saccheggiarono la reggia; (9 marzo 1161) condussero per le strade della città il successore designato.[318] Non versarono i congiurati altro sangue che di Musulmani: e ciò mostra quali fossero i loro principali nemici. Quanti eunuchi trovarono, li messero a morte nella reggia e fuori, mentre andavano a nascondersi a casa gli amici; ucciser anco i Musulmani che stavano negli ufizi a riscuotere le gabelle, o ne’ fondachi a vendere lor merci; e spogliarono i cadaveri. Al qual romore i Musulmani del Cassaro, ch’era il quartiere più ricco della città, si ridussero nel borgo occidentale, asserragliarono le viuzze che vi mettean capo, e così, sprovveduti pur d’armi, fecero testa agli assalitori. Non picciol numero di Musulmani perì in questa sedizione.[319] Tra gli altri, il poeta Jehia-ibn-Tifasci, oriundo di Kafsa, cittadino di Kâbes, il quale forse, spazzate ch’ebbe Abd-el-Mumen le piccole corti d’Affrica, era venuto a tentar la fortuna in quella di Palermo.[320] Possiam supporre che fosse andato via dopo quell’eccidio l’Edrîsi, il quale era rimaso dapprima a corte di Guglielmo; poichè sappiamo da un contemporaneo ch’egli avea dedicata al nuovo re una edizione ampliata del Nozhat, la quale non è pervenuta infino a noi.[321]

Matteo Bonello era assente; tra i congiurati entrò subito la discordia; il popolo di Palermo che avea guardata la scena curioso e perplesso aspettando che vi comparisse Matteo, cominciò a mormorare che non si potea lasciar lo Stato a un’accozzaglia di facinorosi, buoni a saccheggiare il palazzo, scannare gli inermi e nulla più. I prelati ch’aveano tentennato e i più erano stati quatti, presero animo a questo, eccitarono il popolo a liberar il re: dai pochi, dice il Falcando, passò la voce alla moltitudine; come al comando di capitano audacissimo, come sospinti da una voce del Cielo, corsero alle armi: che ci par leggere i principii stessi di tutti i tumulti di Palermo, dal Vespro siciliano infino ai nostri dì. Il popolo circonda la reggia; e i congiurati, non bastando a difender quel vasto ricinto di mura, patteggiano col re, vanno via perdonati ed ei riman padrone (11 marzo); concede nuove franchige ai Palermitani; si assicura col navilio chiamato da Messina e con le forze che vengono a lui spontanee da varie parti dell’isola; e rimette su la sconquassata macchina del governo. Uscì allora in persona a combattere i baroni chiaritisi ribelli nella Sicilia orientale; li vinse (estate del 1161); e domò con pari fortuna e crudeltà maggiore i moti delle province di Terraferma (1162). Fece poi prendere a tradimento Bonello, accecarlo e sgarettarlo. Una seconda sollevazione tentata in palagio, finì con la morte di tutti i congiurati (1173). Come ognun vede, le città maggiori dell’isola teneano pel re contro i baroni, che lor pareano tiranni assai più molesti.[322]

Parteggiarono al contrario pei baroni ribelli le popolazioni lombarde, delle quali abbiam già notati gli umori e ordini municipali. La causa del divario mi sembra questa, che nella regione lombarda i comuni eran frammisti a feudatarii della stessa origine; onde l’umor della schiatta prevalea sopra quello del ceto; ed anco l’interesse, sendo negli uni come negli altri contrario a’ diritti degli antichi abitatori che la corte sempre difendea. E sappiamo dal Falcando che Ruggiero Schiavo, un de’ capi ribelli, tirate a sè Piazza, Butera e “altre terre di Lombardi” lor diè, gratissimo premio, il sangue, ed io correggo, la roba, de’ Musulmani; i quali, al dir di Falcando, in quelle regioni abitavano alcune terre insieme coi Cristiani e parte soggiornavano soli in lor case rurali. I Lombardi dando addosso improvvisi a quelle popolazioni agricole (primavera del 1161), ne uccisero moltitudine innumerevole; non perdonarono ad età nè a sesso. Camparono pochi dalla strage, chi fuggendo per boschi e monti, chi sgusciando travestito da cristiano; e ripararono nelle castella della Sicilia meridionale abitate da’ correligionarii loro: dove soggiornavano ancora quando scrisse il Falcando (1188), e tanta paura aveano del nome lombardo, che non solo non voleano ritornare alle case loro, ma non c’era modo di farli passar dal contado.[323]

L’odio di religione sopito per due o tre generazioni, ridesto dalle guerre civili, operava poi, come cieco e furibondo ch’egli è, senza distinguer parte, nè interessi. Militando nell’esercito di Guglielmo Cristiani e Musulmani, surse tra loro sanguinosissima zuffa, mentre insieme distruggeano la città di Piazza, nè valse a raffrenarli la voce de’ capitani, nè il comando del re, pria che cadessero uccise centinaia di Musulmani.[324] Tornati su intanto gli eunuchi, incominciò la reazione musulmana. Un gaito Martino, rimaso al governo della reggia e della capitale mentre il re osteggiava i ribelli, si messe a vendicare sopra i veri o supposti rei di maestà, un fratello suo ucciso dai congiurati: faceva accusar questo e quello; facea sostener l’accusa da accoltellatori ne’ giudizii di Dio e da testimonii infami ne’ giudizii secondo legge romana; e i condannati erano impiccati per la gola, straziati di battiture, al cospetto dei Saraceni che se ne facean beffe, scrive il Falcando.[325] Il gaito Pietro, quello stesso eunuco, traditore dell’armata a Mehdia,[326] ritornato a galla dopo la ristorazione di Guglielmo, facea sue vendette per man di un carceriere o boja cristiano, reo di mille turpitudini, cagnotto e mezzano dei Musulmani. S’egli è da credere senza limite all’onesta ira del Falcando, tutti i magistrati dello Stato, giustizieri, camerarii, stratigoti, catapani, creati dalla fazione de’ paggi di corte, servivano a quella ed alle proprie passioni, taglieggiavano ed opprimevano a man salva.[327]

La morte intanto di Abd-el-Mumen, (26 maggio 1163), la quale sciolse da gran timore i Cristiani di Spagna,[328] par abbia desta a speranze la corte di Palermo, o datole animo ad una dimostrazione contro gli Almohadi: con che i prelati della corte pare abbian voluto ostentare zelo per la religione e la patria; nè gli eunuchi, Pietro sopra tutti, poteano senza scortesia ricusar loro questo bel giuoco. Perchè leggiamo negli annali musulmani d’Occidente, che il cinquecencinquattotto (10 dic. 1162, 29 nov. 1163) i Rûm sbarcati a Mehdia, o credo io a Zawila, recarono spavento e danno; che quindi il navilio improvvisamente piombò sopra Susa, tenuta allora a nome degli Almohadi da un Abd-el-Hakk-ibn-Alennas; che i Cristiani fecero di molti prigioni, ammazzarono gente, distrussero il paese e portarono via in Sicilia il governatore co’ suoi figliuoli, i quali poi furono riscattati; ma Susa non era per anco ripopolata nel decimo quarto secolo.[329]

Guglielmo, stanco di quel secondo suo sforzo contro i ribelli, aveva abbandonato il governo alle mani dei ministri, non volea più sentir parlare di guai. Rivaleggiando col padre ne’ passatempi soli, ei si messe a fabbricare tal palagio che fosse più splendido e sontuoso di que’ lasciatigli da Ruggiero. Fu murato in brevissimo tempo, con grande spesa, il nuovo palagio e postogli il nome di El-’Aziz, che in bocche italiane diventò “La Zisa” e così diciamo fin oggi.[330] Il qual nome suona “il Glorioso,” sottintendendo palagio o castello; ed è arabico, come le iscrizioni di che rimangono deboli vestigie nella cornice e lunghi squarci nella sala terrena, come i rabeschi, le colonnine, gli ornamenti; anzi come la struttura stessa e com’era forse la più parte degli artefici e quasi tutta la corte, con quella mistura, sì, d’incivilimento cristiano che abbiam notata altrove; la quale mescolanza con l’andar del tempo, riuscì più leggiadra nell’arte che non fosse proficua nel reggimento della cosa pubblica. Circondavano il castello ridenti giardini ed orti, acque correnti e vivai.[331]

Pria che si desse l’ultima mano alla Zisa, morì Guglielmo di quarantasei anni, il quindici maggio millecensessantasei;[332] nelle esequie del quale, che duraron tre dì, trasse immensa folla di cortigiani e cittadini, vestiti di gramaglie; ma tra tutti, nota il Falcando, e ben glielo crediamo, le sole donne musulmane piangeano davvero, mentre vestite di sacco, scarmigliate le chiome, giravano per le strade dietro una brigata di ancelle, mettendo lamenti e rispondendo con flebil canto al suono dei cembali.[333]