CAPITOLO V.

Singolare fortuna ebbe Guglielmo II a raccogliere della tirannide paterna i frutti buoni, scansare l’odio, e tra la saviezza de’ tutori e la giustizia e mansuetudine dell’animo suo, guadagnar l’amore de’ contemporanei e le lodi dalla storia, in casa e fuori. Sia virtù o vizio del popolo, l’affetto in lui prevale sempre alla ragione; onde i posteri hanno perdonato a Guglielmo il Buono quella debolezza e levità di consiglio che alla sua morte fe’ aprire un abisso: la corte divisa, il reame insanguinato, l’Italia in preda all’impero, nonostante la vittoria di Legnago e la pace di Venezia. Il padre, al contrario, avea fiaccato in ogni modo il baronaggio, nemico massimo dello Stato; mantenuta l’amministrazione di Ruggiero, se non che vi mancava il re, e dopo la morte di Majone anco il primo ministro; poichè fu partita l’autorità tra un vescovo, un segretario ed un gaito, i quali personificavano le sole tre classi di sudditi favoriti a corte.

A que’ medesimi Guglielmo I aveva affidata la tutela del figliuolo; preposta loro la regina Margherita, la navarrese, nè inetta donna, nè debole, amica de’ ministri operosi: onde la dissero amante di Majone, poi di Stefano, e per poco non messero in lista l’eunuco Pietro. La reggenza fece opera, la prima cosa, a rabbonire le classi più offese: creò nuovi conti; die’ in feudo terre e villaggi; condonò debiti; abolì la tassa della “redenzione” che aggravava, com’e’ pare, i ribelli perdonati o i sospetti; concesse franchige ai cittadini; liberò schiavi della corte o del demanio.[334] Guglielmo II, biondo e soave in viso, giovanetto di quattordici anni, ben avviato alle lettere, fu coronato in Palermo tra speranze ch’ei non ismentì giammai volontariamente.

Posando dunque gli umori di ribellione, e perfino di scontento, scoppiò la discordia in corte: e tra le gare delle persone venne fuori l’antagonismo degli indigeni contro gli stranieri. Abbiam noi mostrato fin dal regno di Ruggiero, come la fazione cattolica d’occidente, monastica, francese e papalina, stendesse le trame fino alla corte musulmana di Palermo.[335] La provvedea di avventurieri ecclesiastici, dei quali non solamente veggiamo i nomi tra gli arcivescovi, i vescovi, i grossi prelati e i precettori dei re, ma scopriamo anco il linguaggio ne’ segretarii o copisti; poich’essi, ne’ diplomi, trascriveano il più delle volte i vocaboli arabici conforme alla pronunzia francese.[336] Le mandava anco avventurieri di spada, i quali occorrendo chiappassero qualche feudo.

Un parente, così, della regina Margherita, divenuto conte di Gravina, congiurò insieme con Riccardo Palmer inglese, vescovo eletto di Siracusa, contro l’eunuco Pietro, ch’era primo tra i ministri e forte nel favore della regina, nel seguito de’ cortigiani e de’ pretoriani e nella pratica dell’amministrazione. La briga si riscaldò tanto, che l’eunuco, uomo di poco animo, dice il Falcando, temendo per la propria vita, fuggì dalla corte e dal reame. Munita una buona saettia di marinai, d’armi e d’ogni cosa, e fattovi portar nottetempo gran copia di danaro, Pietro, la sera appresso, montò a cavallo con pochi eunuchi suoi fidati, pretestando di andare ad un nuovo palagio ch’egli avea fatto murare nel quartier della Kemonia;[337] e voltosi al porto, entrato in legno, riparò in Affrica, appo il re de’ Masmudi. Così il Falcando e, con poco divario, l’arcivescovo di Salerno.[338]

Scrive Ibn-Khaldûn che un Ahmed detto il Siciliano, nato nelle Gerbe della famiglia di Sadghiân ch’era ramo della tribù berbera di Seduikisc, preso dall’armata siciliana sulle costiere di quell’isola, educato in Sicilia, entrato al servigio particolare del re e fatto suo intimo, cadde in disgrazia appo il successore per suggestioni de’ suoi rivali; ond’egli, sentendosi in pericolo, fuggiva in Tunis, governata allora da un figliuolo di Abd-el-Mumen e passava indi in Marocco, appo il califo Jûsuf. Dal quale ei fu accolto con grande onoranza, arricchito di doni e preposto all’ordinamento dell’armata. E Ahmed la rese grande e possente, qual non era mai stata, nè fu poi; e con quella segnalossi contro i Cristiani per splendide fazioni e famose vittorie.[339] Ora Jusuf regnò dal millecensessantatrè al centottantaquattro. Al par che il tempo, coincidono le condizioni riferite al gaito Pietro e all’Ahmed Sikilli: l’uno ammiraglio siciliano dinanzi Mehdia e primo ministro alla corte di Palermo, accusato di pratiche con gli Almohadi; l’altro rifuggitosi appo quelli con gran tesoro, accolto a braccia aperte a Tunis e Marocco e immediatamente adoperato nelle cose navali; entrambi schiavi, saliti ad alto grado nella corte di Palermo e cacciati per nimistà di parte. E notisi che a Pietro apponeasi piuttosto tradimento che viltà pel fatto di Mehdia.[340]

Perduto appena il gaito Pietro o Ahmed Sikilli ch’ei fosse, la combriccola degli indigeni fortuneggiò gravemente, per novella irruzione di avventurieri che la fazione cattolica di Francia e d’Inghilterra mandava al conquisto della corte di Palermo: una trentina d’uomini, capitanati da un bel giovane congiunto della regina, Stefano Des Rotrous,[341] dei conti di Perche (1167). Premeva ai tutori oltramontani del papato che il governo di Sicilia fosse in mani sicure, mentre si decidea la gran lite d’Italia; nella quale il reame di Sicilia, co’ suoi tesori e le sue armi, avrebbe fatta piegare la bilancia, s’e’ si fosse gittato risolutamente alla parte d’Alessandro III, invece di baloccarsi, come fece la corte di Palermo per opera de’ consiglieri indigeni, sospettosi al par dell’imperatore e del papa. Con questa occasione si tentava anco un bel colpo di rimbalzo a pro del Becket, il celebre arcivescovo di Canterbury, il quale avendo attaccata briga col suo signore ed aspettandosene la decisione da Roma, la corte e il clero francese voleano che la corona di Sicilia proteggesse il turbolento arcivescovo appo il papa e i cardinali. Provan ciò le epistole di Pietro da Blois, Giovanni da Salisbury, Luigi VII re di Francia e del Becket stesso; il quale una volta scrisse alla regina Margherita, mandarle a nome suo proprio e del monastero di Cluny, un tale che le avrebbe palesata a voce “la mente di tutta la Chiesa occidentale.”[342] E bastin tai parole a svelare la sètta.

Il nobil giovane, audace e amante della giustizia, venne in Sicilia in compagnia d’uomini dotti, di satelliti valorosi ed anco di faccendieri affamati: accolto dalla regina come parente e campione e dicono più di questo; creato immantinente gran cancelliere del regno e non guari dopo arcivescovo di Palermo, con grande allegrezza del papa. Stefano si messe incontanente a ripulire i tribunali e gli ufizii pubblici, dove lo esercitato comando avea lasciate di molte sozzure. La giustizia allora diede occasioni e pretesti di vendetta contro i paggi e lor fautori, tanto più che, con le leggi giuste, si adoperaron anco le inique, condannando per apostasia, a sollecitazione de’ Cristiani di Palermo, parecchi Musulmani accusati di mentir la fede.[343] L’esempio di quegli sventurati incoraggiò la cittadinanza a domandare il supplizio d’uno scellerato protetto a corte, Roberto di Calatabiano, incolpato di brutti eccessi e, tra quelli, d’avere ristorata una moschea nel Castello a mare e di tener bettole, dove fanciulle e giovanetti cristiani erano prostituiti a’ Musulmani. Poco mancò che per cagion di costui non si sfasciasse tutta la macchina del Becket; poichè i paggi s’eran gittati a’ pie’ della regina, scongiurandola non abbandonasse il fedel servidore ed ella avea resistito per la prima volta a Stefano e vietatogli di procedere. Il giovane di buona scuola, smesse allora le accuse capitali appartenenti alla giurisdizione laica; indossò i panni arcivescovili e tirò innanzi per le materie che la Chiesa avocava a sè nella confusione del medio evo. Adunata pubblicamente, con gran rumore, la curia ecclesiastica, Roberto fu convinto di spergiuro, incesto, adulterio e condannato alle verghe, al carcere ed alla confiscazione de’ beni; ond’ei morì negli stessi ergastoli dove solea tormentare altrui. Esempii di giustizia non meno strepitosi die’ Stefano a Messina: per ogni luogo ei soddisfece a’ clamori del popolo e ne cattò il favore. Benedivanlo i Lombardi di Randazzo, Vicari, Capizzi, Nicosia, Maniaci e d’altre castella di montagna; e poco appresso, quando fu uopo, gli offriano ventimila uomini in arme, per combattere le città e i baroni sollevati contro di lui.

Perchè i cortigiani, acquattatisi ai primi romori di giustizia, aveano cominciato pian piano a malignare, calunniare, mormorare contro l’insolenza straniera, contro la rapacità dei famigliari, contro gli aggravii de’ cavalieri francesi, ai quali Stefano concedea qualche feudo per attirarli in Sicilia e ingrossar le schiere sue fidate, necessarie ogni dì più che l’altro a mantenergli il comando. Sospettavasi che il vicecancelliere Matteo d’Ajello, l’eunuco Riccardo e Gentile, vescovo di Girgenti, praticassero di farlo uccidere da sicarii; e più certo è che parecchi baroni di Terraferma, mettendo su un Arrigo fratello della regina, concertarono contro Stefano drammi parlamentarii, prepararono armi feudali, suscitarono sedizioni di plebe in Messina. Già, tra gli errori de’ Francesi e le arti degli indigeni, l’aura popolare per ogni luogo avea girato contro il Cancelliere. Ond’egli, ritornato in Palermo (marzo 1168), s’apprestava alla guerra civile, quando fu messo giù con un colpo di mano.

Al quale ajutarono i Musulmani. Scrive il Falcando[344] ch’essi, ne’ primi tempi, amarono il Cancelliere; nei primissimi forse, quando non s’era incominciato a lavorare co’ giudizii d’apostasia. Ed Abu-l-Kâsim, nobilissimo e potentissimo uomo, del quale or ora diremo più largamente, fattosi amico del Cancelliere, continua il Falcando, e presentatolo di molti doni, s’era poi dato a suscitare i Musulmani contr’esso, tenendosi ingiuriato perchè Stefano usava familiarmente con un gaito Sedicto (Siddîk?) musulmano ricchissimo, privato nemico d’Abu-l-Kâsim. Il Falcando ripete qui, come ognun vede, le parole di Stefano o de’ suoi satelliti e scorda le principali cagioni, dico le persecuzioni religiose e le usurpazioni de’ feudatarii francesi sopra i vassalli.[345]