Tra queste disposizioni de’ Siciliani d’ogni origine e religione, Matteo e il gaito Riccardo, l’un prigione, l’altro confinato in palagio, tentarono di rapire o uccidere il primo ministro, proprio sotto gli occhi della regina e del re. Adoperarono i servi e gli arcieri stanziali della reggia, i quali, non potendo cogliere il Cancelliere entro lor mura, corrono a cercarlo fuori; si tiran dietro, con promessa di bottino, i facinorosi abitatori di via Coperta e della parte superiore di via Marmorea;[346] assalgono il palagio arcivescovile; e mentre i Francesi difendeansi col solito valore, i trombetti e i tamburini del re suonavano la chiamata contro il capo del governo. Trasse in arme tutto il popolo; Cristiani e Musulmani irruppero nel palagio. Rifuggito nel campanile, Stefano pattuì d’uscire di Sicilia con tutti i suoi seguaci (1168) e andò a Gerusalemme, dove non guari dopo morì.[347]
La regina senza partigiani, il re sempre fanciullo, non potean far che gli autori dell’attentato e i loro amici venuti di Messina con forze militari, non si appropriassero i frutti della vittoria. A nome di Guglielmo II, un decemvirato, se tal può dirsi, prese il reggimento della cosa pubblica; e furono: l’inglese Riccardo vescovo eletto di Siracusa, Gentile vescovo di Girgenti, Romualdo arcivescovo di Salerno, Giovanni vescovo di Malta, Ruggiero conte di Geraci, Riccardo conte di Molise, Arrigo conte di Montescaglioso fratello della Regina, Matteo d’Ajello salernitano, il gaito Riccardo e l’inglese Gualtiero Offamilio, decano di Girgenti e precettore del re. Ma poco appresso, avendo Guglielmo compiuto il diciottesim’anno, Gualtiero che in questo mezzo con pessime arti s’era fatto eleggere da’ canonici arcivescovo di Palermo, si fe’ fare dal re primo ministro; prese a compagni del governo Matteo e il Palmer, e congedò ogni altro. Il Falcando termina la storia con tali fatti e con queste gravissime parole: “che allora la potestà del regno e la somma degli affari cadde nelle mani di Gualtiero, attaccatosi al re con dimestichezza assai sospetta, sì che parea governasse non tanto la corte, quanto lo stesso monarca.”[348]
Pur Guglielmo fuggia talvolta di mano all’arcivescovo; al quale non venne fatto mai di allontanare il cancelliere Matteo, espertissimo nell’amministrazione pubblica e terribile maestro d’inganni. Era Matteo a corte capo della parte nazionale, nella quale noveravansi principi del sangue e nobili, con tutti i gaiti, con l’arcivescovo di Salerno ed altri prelati. Cotesta parte avean seguita i due inglesi Offamilio e Palmer contro Stefano e i suoi Francesi; e nella divisione delle spoglie s’eran prese le due sedi arcivescovili della Sicilia. Ma separandosi i complici quand’ebbero fatto il colpo, si trovò dall’un de’ lati Matteo con gli indigeni; stettero dall’altro, capitanati oramai da Gualterio, gli oltramontani d’ogni linguaggio e qualche barone: e le parti rimasero quali erano state nei primi anni del regno; rinsavite pur tanto che non proruppero a sedizioni, nè a scandali fuor della reggia. La quale moderazione venne, com’io penso, dalla bassa estrazione dei capi, uomini nuovi e cortigiani entrambi; dalle disposizioni del popolo che non avrebbe sofferta sedizione contro il buon re; e dall’indole stessa di Guglielmo, il quale contentava a vicenda i due ministri e maneggiava bene le fazioni ch’ei non sapea reprimere: savio nelle piccole cose e insufficiente alle grandi. Dopo il suo matrimonio (1177) vedendo ch’ei non avea prole, studiossi ciascuna delle due parti a designar il successore: gli indigeni cercarono di tirar su il principe Tancredi, non ostante la nascita illegittima; gli oltramontani vollero assicurare i diritti della Costanza, maritandola a un gran principe, e piombasse poi il diluvio su l’Italia meridionale. Si scorgono vestigie di quel piato in alcuni avvenimenti che noi narreremo; poche o nessuna nell’amministrazione interna, la quale era sì ordinata e salda che le discordie della corte non la turbarono. E veramente del regno di Guglielmo il Buono si posson dare due giudizii al tutto diversi, secondo che si consideri il governo in casa, o l’azione politica al di fuori. L’un comparisce giusto senza debolezza; ordinato senza avarizia nè severità; condotto secondo le leggi fondamentali, fuorchè nelle materie ecclesiastiche; sollecito della sicurezza de’ cittadini in casa e fuori: la quale fu piena e maravigliosa, come ai tempi di re Ruggiero, favorita anco ed accompagnata dalla prosperità economica. Al di fuori non si può chiamar Guglielmo nè pacifico, nè guerriero; poich’ei fece tante guerre che non dovea; scansò la sola che occorreagli, grande e necessaria; e vivendo ne’ suoi palagi e giardini, tra studii gentili e passatempi onesti, sciupò in imprese lontane forse più vite d’uomini e più tesori che non avessero mai consumati l’avolo e il bisavolo nei loro conquisti.
Continuando il disegno di narrar quelle sole azioni esteriori, che toccarono Stati musulmani, dobbiamo ricordar che Guglielmo il Buono, per bocca degli oratori mandati al congresso di Venezia (1177) si vantò di non aver mai fatta guerra a principi cristiani; e che tra quelli, ei solo ormai perseguitasse per terra e per mare i nemici di Cristo, sì che ogni anno, senza perdonare a spesa, mandava “sue triremi” con milizie a combattere gli Infedeli e assicurar il mare a’ Pellegrini de’ Luoghi Santi.[349] Le quali protestazioni se dovessero tenersi fronde oratorie e se lo scopo delle imprese fosse stato di favorire il commercio del reame in Affrica e in Levante, parrebbe assai più savia la corte di Palermo. Il vero è che Guglielmo prendea sul serio le Crociate, ancorch’ei fosse in sua schiatta il primo che fuggì i pericoli e le fatiche del campo e che vide il più delle volte ritornare malconci i suoi soldati. I Musulmani, a lor volta, risero dell’insolito zelo della corte di Palermo. Abbiamo una epistola di Saladino, il quale, scrivendo al califo di Bagdad per man di un retore arabo, compiangea quel ragazzo di quindici anni che avea dato fondo al suo tesoro nella spedizione contro Alessandria, per mera vanagloria e ticchio di mostrare al mondo ch’ei pur sapesse provarsi contro un nemico il quale avea respinte poc’anzi da Damiata le prime spade di cristianità.[350]
Nè le armi di Guglielmo eran rimase addietro in questa impresa di Damiata, con la quale Manuele Comneno ed Amerigo re di Gerusalemme aveano sperato aprirsi la via al conquisto dell’Egitto, nel primo scompiglio della usurpazione di Saladino. Ritraggiamo dagli storici musulmani che i collegati, venuti con mille dugento legni, assediarono Damiata per cinquantacinque giorni, nei mesi di novembre e dicembre del millecensessantanove; ch’ebbero ajuti di Sicilia e d’altre terre cristiane; ma ch’e’ si ritrassero con perdita di trecento legni, essendo stata soccorsa la città da Saladino con uomini, danari e vittuaglie, e da Norandino con una impetuosa diversione in Siria.[351]
Il quale esempio non bastò ad ammonire la corte di Palermo che non si gittasse ad un’impresa assai più temeraria, quando Saladino avea già spento l’ultimo califo fatemita, rinnalzato in Egitto il pontificato degli Abbasidi, spartiti i beneficii militari a’ suoi Curdi e Turchi e mostrato al mondo che sorgeva tra i Musulmani un nuovo conquistatore. Uomini d’alto stato, mossi da un ardente sciita del Jemen, per nome Omâra-îbn-Abi-l-Hasan, giurista e poeta di nome in quel tempo, cospirarono a ristorare la dinastia fatemita; trovaron seguaci tra i cortigiani, e le milizie d’Egitto, tra i Negri mercenarii e tra gli emiri stessi di Saladino; e pur non fidando nelle proprie forze, chiamarono in aiuto il re di Gerusalemme e quel di Sicilia, profferendo e danari e cessione di territorii. Omâra intanto, sendosi insinuato nella corte di Saladino, spinse Turan-Sciah fratello di lui ad una impresa nel Jemen, per allontanarlo dall’Egitto; ma il perfido consiglio tornò a gloria di casa ajubita, poichè quegli insignorissi di Zobeir, di Aden e di tutto il paese.[352] L’ordine della congiura in Egitto era che, sbarcati i Cristiani, se il Saladino correva a combatterli con l’esercito, i partigiani al Cairo sollevassero il popolo e rimettessero in trono i Fatemiti; e s’egli, mandate le genti contro il nemico, rimanea con pochi soldati al Cairo, s’impadronissero i congiurati della sua persona. Designato il nuovo califo e gli ufiziali della corte fuorchè il primo ministro, altro non s’aspettava che l’assalto de’ Cristiani, quando Alì-ibn-Nagia, predicatore d’una moschea, scoprì la trama a Saladino e rimase, per costui comando, tra’ congiurati a far la spia. Saladino poi seppe da’ suoi rapportatori in Gerusalemme che dovea venir un ambasciatore di Amerigo a negoziare in apparenza con lui e in realtà con Omâra e i consorti; onde arrivato l’ambasciatore, gli pose addosso un cristiano suo fidato ed ebbe i nomi de’ congiurati. Dissimulò il tradimento degli emiri suoi, allora e sempre; mandò gli altri capi al supplizio, il due di ramadhan del cinquecensessantanove (6 aprile 1174) e gli parve finita ogni cosa.[353]
E veramente il re di Gerusalemme abbandonò l’impresa. Ma quel di Sicilia tirò innanzi ed apprestò sì grande armamento, che tenne in sospetto il califo almohade, e l’imperatore bizantino. I reggitori soli d’Alessandria non ci badarono, nè seppero il pericolo pria che il nemico s’affacciasse al porto, il ventisette dsu-l-higgia[354] del cinquecensessantanove (28 luglio 1174). Erano dugento sessanta galee, montate da cencinquanta uomini ciascuna, trentasei teride pei cavalli, sei grosse navi per gli ordegni da guerra e quaranta legni da carico per le vittuaglie: e recavano cinquantamila uomini, dei quali trentamila combattenti, tra fanti e marinai, mille uomini d’arme, cinquecento cavalleggieri Turcopoli[355] ch’erano, com’io penso, musulmani di Sicilia; e il resto gente di servigio, mozzi di stalla, carpentieri navali e manifattori d’artiglierie.[356] Tra queste notarono gli Alessandrini tre mangani di mole non più vista, che lanciavano con gran forza di tiro immani massi di pietra negra recati a bella posta dalla Sicilia, e tre torri mobili, piene d’armati e munite in piè d’un ariete, come si chiamava la ponderosa testa di ferro messa al capo d’una trave.[357] Delle macchine minori, si ricorda il gerkh, da trar grossi dardi.[358] Capitanava l’oste, dice Ibn-el-Athîr, un cugino del re: forse quel Tancredi conte di Lecce, che salì sul trono alla morte di Guglielmo.
Approdate le prime navi poco appresso mezzodì, cominciarono a sbarcare le genti presso il faro;[359] e nelle ultime ore del giorno i Siciliani caricavano gli Alessandrini, usciti a impedire lo sbarco, contro il divieto del wâli della città che ammonivali a combattere dalle mura. E veramente e’ furono respinti, con perdita, a’ ripari. L’armata intanto sforzò l’entrata del porto, ch’era pieno di navi mercantesche e da guerra e appiccovvi il fuoco; se non che i Musulmani, accorgendosi della mossa, corsero per terra e arrivati a tempo, affondarono la più parte dei legni loro. Fatto buio tra coteste scaramucce, i Siciliani rimasero sul terreno occupato, dove rizzarono trecento tende.
Al nuovo giorno avean già piantati i mangani; messe su le torri, appressatole alle forti mura della città,[360] le quali furono fortemente difese dal popolo e da’ pochissimi soldati del presidio. Respinti anco gli assalitori il martedì trenta luglio, ricominciavano il mercoledì la tempesta di lor tiri co’ mangani, riconduceano le torri verso il muro; ed erano arrivati a una gittata d’arco, quando si videro piombare addosso i Musulmani, rinforzati dalle milizie de’ contorni le quali, il secondo giorno, erano accorse in città da lor terre di beneficio militare e ne vennero anco dal Cairo. Chetamente aveano gli Alessandrini disserrate le porte più vicine alle macchine nemiche, lasciando chiuse le imposte di fuori;[361] gli emiri delle milizie aveano ordinati lor cavalli dentro dalle porte e il popolo armato s’affollava a tergo. Spalancate d’un subito le imposte, si gettarono disperatamente d’ogni lato cavalli e fanti, sopra i Siciliani; irruppero infino alle macchine; vi poser fuoco e sostennero il combattimento tanto che le videro consumate. Lieti rientravano in città a far la preghiera del vespro, quando trovarono tal nunzio che li risospinse immediatamente alle armi.[362]
Fin dallo sbarco de’ Siciliani, il wâli d’Alessandria avea mandato a Saladino uno spaccio per colombi. Era egli attendato con l’esercito a Fâkûs, su i confini orientali del Basso Egitto; dove ricapitato lo spaccio il martedì, ei mandava immantinenti una schiera a rinforzare il presidio di Damiata, temendo anco per questa; partiva ei medesimo col grosso delle genti alla volta d’Alessandria e spacciava innanzi, a dar l’avviso, un fido schiavo con tre cavalli menati a guinzaglio, da ricambiarsi via via. Il quale giunse il mercoledì a vespro, percorsi in men di ventiquattr’ore, a un di presso dugento chilometri.[363] Assembrato il popolo, si bandisce il prossimo arrivo di Saladino: ed ecco, scrive Ibn-el-Athîr, che dimenticandosi la fatica e le ferite, parendo ad ognuno di avere allato, testimone del proprio valore, il gran capitano, riaprono le porte e tornano addosso a’ Cristiani.