Gli scrittori musulmani giudicano altrimenti questo “tiranno Margarit, preposto al navilio del tiranno di Sicilia:[388] sessanta galee, ciascuna delle quali pareva una rôcca o una roccia[389], montate da diecimila uomini avvezzi a scorazzare e desolare i paesi. Ma questo famigeratissimo tra i più fieri oppressori e i più brutti demonii, entrato con gran fracasso nel porto di Tripoli, non seppe di miele nè di fiele, non giovò nè nocque, e com’egli aprì bottega di sue vittuaglie, così rinacque in Tripoli la carestia. Tirò verso Tiro e tornò a Tripoli; guazzò per quelle acque, avanti e dietro, a dritta e a manca per parecchi mesi, senza saper che si facesse; finchè il suo navilio si sparpagliò, il suo valore tramutossi in codardia, la sua gente fuggì alla sfilata ed ei se ne tornò a casa, con poca gente e molte miserie.” Così un contemporaneo, prendendo a celebrare i fatti di Saladino, straziava la rettorica ed anco un po’ la storia, narrando dell’ammiraglio siciliano le imprese fallite, non quelle compiute e tacendo sopratutto la cacciata de’ corsari musulmani.[390] Del rimanente, l’autore attesta la fama di Margarito; il nome di tiranno ch’ei gli dà, s’accorda con quel di potente principe che leggiamo in Marino Sanudo;[391] e il predicato di pessimo demonio non differisce tanto da’ titoli di pirata, archipirata e principe de’ pirati, con che lo chiamano gli scrittori bizantini, gli italiani e’ tedeschi.[392] Par che la corte di Palermo, dopo le sventure dell’impresa di Grecia, abbia affidata l’armata a questo valente uomo di mare, il quale prese in Cipro settanta galee bizantine andate a soggiogar quell’isola.[393] Sappiamo da scrittori inglesi contemporanei ch’egli possedea le isole di Scarpanto, Cefalonia e Zante;[394] nè sembra inverosimile ch’egli abbia lasciato col mestiere anco un soprannome datogli dapprima e che Margarito, conte di Malta, sia lo stesso Sifanto, corsaro ausiliare del re di Sicilia, entrato innanzi ogni altro per la breccia di Tessalonica (24 agosto 1185), ricordato con gratitudine dall’arcivescovo Eustazio che fu suo prigione.[395]
Nei due episodii nei quali Margarito si trovò a fronte di Saladino, meritano fede ’Imad-ed-dîn e Ibn-el-Athîr, i quali militavano entrambi nell’esercito musulmano. Il sultano, ragunato l’esercito presso Emesa, andò con una gualdana a far la scoperta a Tripoli, guastò il contado, differì l’assedio e tornando addietro, si volse al principato di Antiochia. Occupata Tortosa il sei giumadi primo (3 luglio 1188), indi Marakia, movea alla volta di Gebala, costretto a passare a randa a randa del mare, per iscansar la montagna e il fortissimo castello di Markab, ch’era tenuto dagli Spedalieri. Angustissima con ciò e malagevole la via; talch’era forza valicarla ad uno ad uno. L’armata siciliana allora salpando da Tripoli, attelossi lungo la spiaggia: con catapulte e balestre[396] facea grandinare dardi e saette sulla strada. Saladino a questo, fatti recare i mantelletti e altri ordegni d’assedio,[397] dispose dietro quelli le catapulte e gli arcieri; sì che a lor volta le navi siciliane furono costrette ad allontanarsi e tutto lo esercito passò. Presa Gebala senza contrasto a’ diciotto del mese (15 luglio), egli entrò a capo di due settimane in Laodicea; dove trovò abbandonate le case, rifuggiti i Franchi in due castella, e surto di faccia al porto il navilio siciliano.
Il quale, venuto ad ajutare e trovato perduta ogni cosa, cominciava a prender chiunque fuggisse per mare. Erano i Siciliani adirati contro i cittadini per la viltà di sgomberare sì presto la terra, non aspettando gli amici, nè i nemici. Ma l’effetto dei mali trattamenti fu che que’ di Laodicea si affrettarono a scendere dalle castella e ritornare a lor case, stipulando di pagare la gezîa. Saladino, ordinato il reggimento della terra, era già in su le mosse con tutto l’esercito, quando l’ammiraglio siciliano, volendo abboccarsi con lui, mandò a chiedergli salvocondotto ed ei lo diè. Sopraffatto, dice un testimone oculare, dall’aspetto del principe, s’inchinò Margarito, all’uso orientale, in atto di baciar la terra; raccolse gli spiriti, pensò, e alfin prese a parlare per mezzo del turcimanno. Fatto un esordio di lodi, egli ammonì Saladino a dar piena sicurtà a’ Cristiani, tanto gli indigeni, com’e’ parmi, quanto gli europei, mostrandogli che, se il principe li ascrivesse al suo giund, lo aiuterebbero a conquistare i paesi vicini e i lontani. E finì con la minaccia che se, al contrario, fossero maltrattati i Cristiani di Siria, verrebbero di là dal mare le migliaia di guerrieri congregati d’ogni terra di cristianità, con tanto sforzo di guerra, che niuno lor potrebbe far testa. Saladino rispondeagli, avere Iddio comandato ai Musulmani di ridurre tutto l’orbe alla vera fede; ch’egli combattea per osservare questo precetto; che Iddio l’aveva aiutato e l’aiuterebbe: onde se tutto il resto del genere umano, dagli estremi gradi di longitudine e di latitudine, si adunasse contro i Musulmani, ei non conterebbe i nemici, sì li combatterebbe; e forse che lor farebbe provar di nuovo le sciabole e le catene de’ Musulmani. Vedendo accolti in tal modo i suoi consigli, Margarito si fe’ il segno della croce e andò via. Così, con parole poco diverse, ’Imad-ed-dîn e Ibn-el-Athîr, testimoni oculari forse entrambi, il primo di certo.[398] Nè parrà inverosimile la somma del dialogo, quando si consideri che Margarito non poteva ignorare le ambizioni di Saladino contro varii principi musulmani, nè le disposizioni d’animo che i Crociati attribuivano al formidabile nemico loro; onde i cronisti affermarono ch’egli, del millecentonovantadue, avesse proposta ai re di Francia e d’Inghilterra una lega contro gli eredi di Norandino.[399]
Guglielmo venne a morte (18 novembre 1189) mentre apparecchiava assai maggiore armamento, per mandarlo o menarlo egli stesso in Levante, insieme con Filippo Augusto e Riccardo cuor di Leone; avendo già stipulato con Arrigo II di fornire gran copia di vino, orzo e frumento e cento galee armate e provvedute per due anni.[400] Pria di quel funesto evento che par abbia costretta l’armata a tornare immantinente in Sicilia, Margarito avea cominciato a sciogliere le promesse di Laodicea. Uno scrittore anonimo, contemporaneo sì e benissimo informato, narra che l’ammiraglio siciliano avea, da vero maestro dell’arte, chiuse le vie del mare a’ presidii musulmani di San Giovanni d’Acri e d’altre fortezze di Palestina; e che un giorno, colte le navi di Saladino che recavano armi e vivanda in Acri, ei le combattè e vinse e messe a morte quanti le montavano.[401] Van riferiti questi avvenimenti allo autunno dell’ottantanove, sendo cominciato l’assedio d’Acri ne’ primi di settembre.
Guglielmo secondo, voglio io qui replicarlo, merita tanto biasimo nelle cose di fuori, quanta lode nell’interna amministrazione dello Stato. Fuorchè la pace con gli Almohadi e il gastigo dato a quando a quando ai pirati musulmani, non va commendato nel suo regno alcun atto di politica esteriore. Fece Guglielmo sempre guerre disutili e infelici; nelle vicende della Lega Lombarda ei non seguì consigli nè savii, nè generosi, nè coerenti; ed annullò gli effetti della Lega per quanto uomo il poteva, con un partito pessimo e stoltissimo: il matrimonio della Costanza nella casa di Svevia, nemica naturale degli Hauteville, del papato e dell’Italia tutta. Quand’anco non cel affermassero i contemporanei, vedremmo ad ogni respiro di Guglielmo ch’ei tentennò sempre tra i due ministri Gualtiero Offamilio e Matteo d’Ajello. Matteo per far dispetto, come dicono, al rivale, avea consigliato Guglielmo a fondare l’arcivescovato di Morreale, alle porte proprio di Palermo (1182). Pria di ciò, l’impresa d’Alessandria, affidata al principe Tancredi (1174) era stata, com’e’ sembra, opera del Cancelliere, bramoso di dare riputazione e potenza di capitano al candidato ch’ei destinava al trono. Con minor dubbio il diciamo della spedizione di Grecia, la quale sappiam fatta contro l’avviso di Gualtiero e di Riccardo Palmer.[402] E fu appunto nella catastrofe di quello esercito (autunno del 1185) che riuscì Gualtiero a fermare il parentado con casa di Hohenstaufen, celebrato indi in gran fretta (27 gennaio 1186); nel quale alcuni contemporanei ravvisarono la vendetta del metropolitano di Palermo per la mutilata diocesi.[403]
Sotto un principe sì mansueto e benigno, i Musulmani di Sicilia non durarono aspre persecuzioni, ma non furon sicuri dalle occulte e lente. Conferma questo fatto Ibn-Giobair, il dotto pellegrino spagnuolo, capitato in Sicilia con molta riputazione di pietà, il quale solea scrivere ogni dì le cose viste, o udite, e in quattro mesi di soggiorno, visitò i centri principali delle popolazioni musulmane, conversò con uomini d’ogni ordine, dai servitori di corte infino al primo nobile dell’isola, rampollo della sacra schiatta d’Alì. Ne’ principii, quand’egli non avea visti se non che gli eunuchi della corte, Ibn-Giobair loda il giovane re, tollerante, amico anzi de’ Musulmani. Dice ch’ei parlava l’arabico, che usava ne’ rescritti l’alâma, che vivea tra’ Musulmani, convertiti in apparenza; e che, non ignorando la occulta fede loro, solea chiudere gli occhi quando, all’ora della preghiera, li vedea scantonare ad uno ad uno. Racconta Ibn-Giobair che nel tremuoto di febbraio millecensessantanove, Guglielmo giovanetto, girando attonito per la reggia, udì le donne e i paggi invocare Allah e il Profeta, e vedendoli sbigottiti al suo arrivo, li confortò con queste auree parole: «Che ciascuno preghi il Dio ch’egli adora! Chi avrà fede nel suo Dio, sentirà la pace in cuore.» Intenerito della gran bontà del principe, Ibn-Giobair prega Iddio che lo serbi in vita per lunghissimi anni. Ma a capo di due mesi, risaputa meglio la condizione de’ suoi correligionarii, il viaggiatore dà del tiranno a Guglielmo; l’accusa d’avere afflitto e umiliato Ibn-Hammûd, d’avere sforzato all’apostasia il giureconsulto Ibn-Zura’; e raccapricciando narra che costui, fatto giudice, rendea ragione, or secondo il vangelo, or secondo il Corano e perfino avea mutata in chiesa una sua moschea.[404] In quel torno (1179) veggiam anco una moschea di Catania destinata al culto cristiano da un Giovanni da Messina e consacrata con la invocazione del novello santo, Tommaso di Canterbury.[405]
Ancorchè l’indole di Guglielmo non renda inverosimili le contraddizioni, ognun vede come quel molesto proselitismo piuttosto che a lui, sia da apporre al clero, impaziente di stendere l’autorità sopra tanta parte della popolazione, di accrescere le decime, i casuali, i lasciti. Era imbaldanzito il clero per la potenza dell’arcivescovo di Palermo; e armavasi già dei fasci della giustizia, se non delle scuri. Perchè Guglielmo, tirato alle dottrine oltramontane, cominciava ad abbandonar quelle seguite da’ suoi maggiori; ponea le cause de’ chierici sotto la giurisdizione delle curie ecclesiastiche;[406] facea tradurre dinanzi a queste i Musulmani accusati di ratto in persona di donne cristiane. Contro i quali egli è vero che i vescovi non pronunziavano sentenze di morte, nè mutilazione; ma poteano condannar sì a multe e battiture, com’è detto in un rescritto di papa Alessandro III, indirizzato all’arcivescovo di Palermo.[407] Ed egli è da supporre assai frequenti le condanne, per la interpretazione larghissima che si dava a quel capo d’accusa e per lo guadagno che ne tornava ai giudici. Ma i Cristiani impunemente strappavano i figliuoli, maschi e femmine, alle famiglie musulmane, sotto specie di convertirli; aggravavan di multe i ricchi; rendeano loro insopportabile il soggiorno in Sicilia: talchè i più timorati pensavano a vendere ogni cosa e andar via; i padri davano le figliuole a’ pellegrini di Spagna o d’Affrica senza richiedere dotario; e i savii già prevedeano che l’islamismo tra non guari sarebbe stato spento in Sicilia, sì com’era testè avvenuto in Candia.
E pur l’universale della popolazione non aborriva per anco dai Musulmani. In viaggio erano salutati cortesemente; la voce del muezzin non facea ribrezzo nelle grandi città; i Cristiani di Trapani tranquillamente vedeano passare le turbe de’ Musulmani, che al suon di corni e taballe, preceduti dall’hâkim, andavano al mosalla a far la preghiera pubblica del Beiram.[408] Che se guardiamo alla reggia, vi troviam l’una accanto all’altra, le sorgenti della persecuzione e del favore: da una parte le sollecitazioni de’ prelati oltramontani; dall’altra le consuetudini, spesso più forti che la volontà, onde gli eunuchi, gaiti o paggi che dir si vogliano, esercitavano gli uffici di corte sotto quel velo sottilissimo d’ipocrisia che li facea parere cristiani.[409] Splendean costoro per lusso di vestimenta e di cavalli. Guglielmo accogliea con onore i Musulmani stranieri, medici e astrologhi[410] e largìa danaro a’ poeti.[411] Afferma altresì Ibn-Giobair che le donne musulmane della reggia talvolta guadagnassero a Maometto alcuna lor compagna cristiana. E le dame franche o italiane di Palermo, riconosceano tacitamente la superiorità dell’incivilimento orientale, vestendo a foggia delle musulmane.[412]
Nè era mica rallentato il legame morale tra gli abitatori musulmani dell’isola. I cittadini, egli è vero, aiutavan poco o nulla i correligionarii loro servi della gleba, uomini di varie schiatte, lontani dall’occhio e dal cuore; ma nel grembo delle popolazioni urbane fervea la carità musulmana e ne davano l’esempio, non senza rischio loro, i finti cristiani della corte. La quale carità di setta, di stirpe e di patria, che ormai tornava ad un sentimento solo, si mantenea tanto più calda in Palermo, la città, come chiamavanla per antonomasia i Musulmani di Sicilia. Quivi i Musulmani soggiornavano in alcuni sobborghi senza compagnia di Cristiani; un cadì amministrava loro la giustizia; frequentavan essi le moschee e ciascuna era anco scuola; fiorivano i loro mercati ne’ quali, come fu uso generale nel medio evo e dell’Oriente in tutti i tempi, dimoravano gli artigiani, divisi per contrade, secondo i mestieri. Dalle parole d’Ibn-Giobair possiamo argomentare che i mercatanti della città fossero, la più parte, musulmani. Il culto pubblico era tuttavia liberissimo in Palermo; se non che la preghiera solenne si faceva nella moschea cattedrale con la invocazione pei califi abbasidi, vietata solamente l’adunanza del piano aperto o vogliam dire il mosalla;[413] parendo pericoloso, com’io penso, di mettere insieme le migliaia degli Infedeli.
Le quali migliaia quante fossero nella capitale e nelle province, non sappiamo; ma tutta insieme la popolazione musulmana, uomini e donne, passava di certo il numero di centomila che dà uno scrittore contemporaneo, come si vedrà in quest’altro capitolo. Il seguito dei fatti anco mostrerà come, allo scorcio del duodecimo secolo, i Musulmani di Sicilia fossero ridotti in Val di Mazara, e come gran parte di loro coltivassero il suolo in quelle cento miglia quadrate di territorio che l’improvvido Guglielmo donò, insieme con gli abitatori, al Monastero di Morreale, chiudendo gli occhi alle conseguenze politiche, non meno che al danno economico dello Stato.[414] I nomi delle città e villaggi recati da Ibn-Giobair occorrono, eccetto sol Siracusa, nella costiera da Messina a Palermo, e su la strada dalla capitale a Trapani. Un pugno di Musulmani in Messina; maggior numero in Cefalù; in Termini un borgo abitato al tutto da loro; un paesello intero a Kasr-Sa’d, il quale parmi risponda al monticciuolo che or si addimanda la Cannita, presso Villabate; gran popolazione in Palermo; tutti gli abitanti in Alcamo e ne’ villaggi e ville ond’eran gremiti i fertili terreni, e allora ben coltivati, che si stendono dalla capitale a Trapani: e in questa, gran parte della popolazione, professava l’islamismo.[415] Professavanlo forse alcuni abitatori di Catania.[416] Al dir di Burchardo, vescovo di Strasburgo, ambasciatore del Barbarossa appo Saladino, Malta e Pantellaria erano in questo tempo abitate al tutto da Musulmani; e ubbidia la prima al re di Sicilia, a nessuno la seconda, la quale producea poco grano; talchè gli uomini viveano di pastorizia, mezzo selvatichi, pronti a rintanarsi nelle caverne, quando sbarcasse gente più forte di loro.[417]