Partecipavano tuttavia i Musulmani degli ufizii civili e militari, come abbiam già detto trattando dei gaiti, poichè le testimonianze citate tornano la più parte al regno di Guglielmo il Buono.[418] Alle quali è da aggiugner quella di Eustazio, arcivescovo di Tessalonica, studiosissimo a descrivere le genti che disertarono il suo paese (1185), le quali eran chiamate siciliane, dice egli, perchè le accozzò Guglielmo, conte, re, o tiranno della Sicilia, e votò l’erario per fornire la spesa, maggiore assai delle scarse entrate dell’isola.[419] Erano in quell’oste uomini d’arme e arcieri a cavallo, fanti leggieri e di grave armatura e compagnie franche, dette del rizico, le quali senza caposoldo nè stipendio, combatteano per la sola preda.[420] I Musulmani di Sicilia, noverati forse tra gli arcieri a cavallo, facean l’ufizio ch’or è dato a carabinieri o gendarmi negli eserciti europei. Perocchè narra Eustazio che nella prima licenza del saccheggio, mentre una mano di soldati insanguinava e profanava sozzamente la chiesa di San Demetrio e commetteva ogni maniera di oltraggio sopra i Greci che vi s’erano rifuggiti, un eunuco, ammiraglio[421] del re, entrò a cavallo nel tempio, brandendo una mazza di ferro, seguito da prodi sergenti, e fece sgombrar que’ masnadieri.[422] Ma durante l’occupazione della città, continuando i Latini a sfogar l’odio su i vinti, i Saraceni di Sicilia giravano per le strade la notte a far la scolta; entravano nelle case ov’era acceso, contro il divieto, lume o fuoco; sforzavan le porte; menavan via le donne e le fanciulle adocchiate nel giorno; e prendean talvolta i danari per dote.[423] In una orazione recitata dopo quel gran flagello, Eustazio, prorompendo contro un sacrilego, dicea che gli atti suoi somigliassero a que’ degli Affricani di Sicilia.[424] A’ Musulmani io riferirei volentieri l’artifizio dei due mangani smisurati, chiamati da lui “le figlie del tremuoto” i quali aprirono la breccia nel muro di Tessalonica:[425] ond’e’ si vede che facean tiri diretti, come le artiglierie moderne; e vanno per conseguenza identificati con quelli che abbiamo descritti nell’assedio di Siracusa dell’ottocentosettantotto e testè nell’impresa di Alessandria,[426] e fors’anco con gli altri che Carlo d’Angiò apparecchiava (1284) contro la Sicilia, maneggiati da’ Saraceni di Lucera.[427] Dopo li artiglieri de’ mangani, Eustazio fa menzione “di quelli che lavoravano a riempir di polveraccio le insidiose fosse, per iscuoter e abbattere i muri”: nel qual luogo la voce insolita greca ch’io rendo a bella posta con una voce oscura del nostro linguaggio, se la non denotasse i minuzzoli di combustibili da appiccar fuoco a’ sostegni de cuniculi, sarebbe forse da riferire a quella composizione di fuochi da guerra che condusse alla invenzione della polvere, ma non essendo per anco sì perfetta, in vece di scoppiare, schizzava, operando con la sola forza del rincalcio. Il quale ingegno tornerebbe anco ai Musulmani di Sicilia, poichè simili fuochi, in questo tempo, erano in uso appo i lor fratelli d’Affrica e di Levante.[428]
Il numero dunque, le ricchezze, la cultura intellettuale, la ingerenza ne’ servigii pubblici, il favore della corte, davano forze a’ Musulmani di Sicilia, molestati com’essi erano dal clero e da qualche ministro del re, e persuasi che loro sovrastassero gravi calamità. Con ciò le bandiere almohadi sventolavano a vista quasi della Sicilia; nè mancavano nell’isola i capi d’un movimento. Le vestigia che scopronsi negli scrittori cristiani e ne’ musulmani, conducono a un gran personaggio di casa Edrisita, del ramo de’ Beni Hammûd, e com’io credo della stessa famiglia di quello sciagurato signore che die’ Castrogiovanni al conte Ruggiero. Era chiamato dai più, secondo l’uso arabo, col keniet o diremmo noi nomignolo, Abu-l-Kâsim e talvolta col keniet d’uno de’ suoi progenitori, Ibn-abi-l-Kâsim, o infine, col nome del casato, Ibn-Hammûd. Ai tempi di Guglielmo il Buono primeggiava costui nell’aristocrazia ereditaria;[429] e della sua ricchezza e seguito tra i Musulmani di Sicilia ci ragguaglia anco il Falcando, che lo nota tra i più possenti nemici del cancelliere Stefano, come s’è detto.[430] Similmente Ibn-Giobair, pochi anni appresso, narrò ch’egli era stato perseguitato per supposte pratiche con gli Almohadi; confiscatigli i beni ed espilati trentamila dinar; condotto indi alla povertà ed a vivere d’uno stipendio a corte: uomo per nascita, liberalità, beneficenza, ingegno e costumi, sì riverito appo i Musulmani di Sicilia, che s’egli avesse abiurato, tutti si sarebber fatti cristiani, dice il viaggiatore spagnuolo.[431] Ritraggiamo che Ibn-Kalakis d’Alessandria, giureconsulto e poeta di nome, venuto a corte di Guglielmo nel cinquecentosessantacinque (25 settembre 1169-13 sett. 1170), dopo aver lodato il re in un poemetto e averne ottenuto alcun dono, dedicò a questo Hammûdita un’opera intitolata «Il fior che sorride mirando le virtù d’Ibn-el-Kâsim» e n’ebbe splendido guiderdone e sì grato rimase al Mecenate siciliano, che ripartendo per l’Egitto gli indirizzò altri versi. Per la liberalità sua, com’e’ sembra, gli avean dato il nome d’Ibn-el-hagiar.[432] Ritornò in Sicilia nello stesso tempo Ibn-Zafer, nato nell’isola, emigrato in Oriente, erudito, poeta, filologo ed elegante scrittore; il quale nella sua povertà, sovvenuto e consolato da quel nobil uomo, gli dedicava tre opere inedite e la seconda edizione della più popolare di tutte le sue compilazioni, il Solwân-el-Motâ’.[433] Nella cui prefazione, tramezzate a luoghi comuni, leggiam parole che non sembrano gittate a caso: l’augurio «che Iddio conduca questo signor de’ signori e condottiero dei condottieri, a compiere i proponimenti ispiratigli da Lui stesso.... che lo esalti sempre nei seggi del potere e renda vane le frodi de’ suoi nemici;» la lode che «l’animo suo bastava ad ogni fortuna.... che i popoli non avean da temere disastri seguendo uom di proposito così saldo.»[434] Costui non potea vivere tranquillo in quelle condizioni de’ compatriotti suoi musulmani. Com’egli parteggiò contro il cancelliere Stefano, così è da supporlo favorito da Matteo, e tanto più sospetto a Gualtiero Offamilio, quando questi prese la bandiera di parte oltramontana. Abu-l-Kâsim, o altri della famiglia dicerto, si trovò avvolto nelle rivoluzioni contro il principato cristiano, ritraendosi che i suoi beni fossero stati confiscati. Abbiamo infatti nel milledugento un diploma della reggenza per lo quale, compiendo al comune di Genova la promessa falsata da Arrigo VI, gli erano fatte concessioni larghissime, e tra le altre cose gli si donava il palagio posseduto un tempo in Trapani dal Gaito Bulcasimo.[435] E sedici anni appresso, Federigo già emancipato, concedeva alla chiesa di Palermo certi beni di Ruggiero Hamuto, che par sia stato, nell’undecimo secolo, lo stipite di quella nobil casa in Sicilia.[436]
CAPITOLO VI.
Avea Falcando, per disdegno o lontananza, interrotta la grave sua storia al principio del governo personale di Guglielmo II. Ripigliando la penna dopo venti anni per deplorare le calamità piombate su la Sicilia alla morte del re, ei notava tra i maggiori pericoli la reazione de’ Musulmani. “Se i popoli della Sicilia, dice Falcando, esaltassero al trono uom di provato valore, e se i Cristiani non discordassero dai Saraceni, potrebbe il re eletto respingere le armi straniere e ristorar la cosa pubblica che or sembra perduta.... Ma tra tanto scompiglio, mancato il timore dell’autorità regia, difficil è che i Cristiani si trattengano dall’opprimere i Saraceni, e che questi, diffidando di loro e stanchi altresì di tanti torti, non si levino in armi, non prendano qua un castello su la marina, là una rôcca tra i monti. Il che se avvenisse, come potrebbero i Siciliani difendersi con una mano dalle scorrerie de’ Saraceni e con l’altra combattere dure battaglie contro i Teutoni?... Oh piaccia al cielo che nobili e plebe, Cristiani e Saraceni, accordinsi unanimi nella elezione d’un re; e con tutte le forze, con estremi conati s’adoprino a stornare l’irruzione de’ Barbari!” Con ciò, l’autore va rampognando i Pugliesi, i Messinesi, la regina Costanza, tutti fuorchè i due veri colpevoli: Guglielmo e l’arcivescovo. E tocca i pregi delle primarie città della Sicilia; e assai più largamente descrive Palermo, ch’egli amava quasi cittadino e premeagli di salvar quivi le bellezze della natura e l’opera della civiltà.[437]
Cotesto appassionato discorso politico su i principali eventi che seguirono in Sicilia e in Puglia dall’autunno dell’ottantanove alla primavera del novanta, racchiude, a creder mio, un racconto sotto specie di vaticinii, timori e speranze; perocchè l’epistola fu dettata in primavera, se non all’entrar della state, e allor l’autore vivea fuor di Sicilia e forse oltremonti.[438] Or non avvenne mai a profeti di predire i fatti per filo e per segno; nè egli è verosimile che il Falcando abbia, per cagion d’esempio, ignorata dopo tre o quattro mesi la esaltazione di Tancredi, quando in tutta Europa, massime in Ponente, gli appresti della Crociata rendeano frequenti le comunicazioni co’ porti meridionali, e la gente ansiosamente procacciava le nuove di que’ paesi. Più che un caso di avventurata sagacità, è qui da supporre un artifizio oratorio. Se il Falcando avesse voluto ammonire l’arcivescovo di Palermo a secondare ormai i voti dell’universale e salvar la sua patria adottiva, ei non avrebbe potuto usare forma più discreta, nè più arguta che quella; nè avrebbe potuto indirizzare meglio il sermone che ad un famigliare dell’arcivescovo. Or ei l’intitola per l’appunto a Pietro, tesoriere della Chiesa palermitana; onde si direbbe col proverbio moderno che la soprascritta andava a costui; la lettera a Gualtiero Offamilio.
Presagiti o narrati, i fatti pur avvennero così. Il giuramento prestato a Costanza per comando di re Guglielmo, non valse a far accettare di queto, dai baroni e da’ grandi, la dominazione tedesca. Seguirono giorni d’anarchia, ne’ quali molti Cristiani di Palermo, sì com’era avvenuto nella sedizione del millecensessanta,[439] dettero addosso ai Musulmani. La città fu allagata di sangue. Gli scampati alla strage rifuggironsi nelle montagne, dicono i cronisti:[440] e deve intendersi del centro occidentale dell’isola, poichè dall’orientale aveanli già cacciati i Lombardi[441] e d’altronde, i ricordi che abbiamo de’ Musulmani nella seconda metà del duodecimo secolo tornan tutti al val di Mazara. A quelle montagne trassero, al dir di un altro cronista, con le famiglie loro e con le greggi, i Pagani servi di re Guglielmo, sperando sottrarsi al giogo di Tancredi e sommavano a centomila tra uomini e donne:[442] il qual numero, dato così in arcata, mi par troppo scarso. Erano i villani del demanio e quei, credo anco, de’ poderi che Guglielmo avea testè donati al Monistero di Morreale appunto in que’ luoghi. Capitanavano la sollevata popolazione musulmana cinque suoi regoli, dice Riccardo da San Germano.[443] Dopo aver fatti danni gravissimi a’ Cristiani, i ribelli si sottomessero, quando la pace fermata con Riccardo Cuor di Leone in Messina, die’ forza e riputazione a Tancredi.[444] Durò dunque la rivolta de’ Musulmani dallo scorcio dell’ottantanove all’ottobre del novanta, o in quel torno. Sforzati dalle persuasioni piuttosto che dalle armi e pure riluttanti per rancore e sospetto, i capi ritornavano a lor case in Palermo; i villani a lor glebe e davano statichi.[445] I guasti di tal guerra civile non sono ricordati particolarmente nelle frettolose e scarse memorie del tempo; ma si possono misurare dal caso di alcuni poderi di mano morta in val di Mazara. Arrigo VI, appena salito sul trono, per diploma dato di Palermo il trenta dicembre millecentonovantaquattro, in favor del monastero di Santa Maria De Latina in Messina, tra le altre cose permetteagli “di riedificare i suoi casali, distrutti nella guerra che avea divampato alla morte di re Guglielmo.[446]” Il giardino che Ibn-Giobair vide in quei luoghi pochi anni innanzi, cominciava dunque a diventare foresta.
La fuga de’ Musulmani dalla capitale, la sollevazione de’ contadini, i cinque regoli che vuol dir uomini di nobil sangue, non marabutti fanatici surti nello scompiglio, mostrano la gravità di questo movimento sociale, che finì di corto con la dispersione delle schiatte musulmane dell’isola. Prevedeanla i savi loro, come dicemmo; pur non si aspettavano sì vicino il martirio. Primi a tirar la spada i Cristiani; accaniti al resistere e forse preparati i Musulmani: e sembra che que’ delle campagne fossero stati spinti a disperazione dalle avanie de’ nuovi lor signori tonsurati, più ingordi e più duri al certo che gli ufiziali, mezzo musulmani, della corte. Provaronsi a ripigliare le lance e gli archi de’ lor padri, ed una sembianza dell’aristocratico reggimento della tribù; vissero di preda; si volsero forse ai lor fratelli dell’Affrica propria, che non li poteano aiutare: ed a capo di parecchi mesi, la vita nomade venne a noia a que’ cittadini e agricoltori. Dileguata ogni speranza; vedendo rassodato re Tancredi e pronte le armi sue e quelle de’ Crociati che fean sosta a Messina, i Musulmani s’affidarono piuttosto nella protezione delle leggi normanne, e ripigliarono il vivere consueto. Li mansuefece altresì, com’io penso, la riputazione e l’arte del Cancelliere Matteo, ch’era stato sempre amico de’ Musulmani e ch’or trionfava della fazione oltramontana. La quale, per vero, non sarebbe calunniata da chi la facesse promotrice immediata della sedizione; poichè, chiarito il popolo a favor di Tancredi, giovava a lei sola il partito d’istigare i Cristiani di Palermo contro i Musulmani; di gittar la fiaccola della guerra civile, che ritenesse in Sicilia le forze del nuovo principe, mentre i Tedeschi assalivano la Puglia: appunto il caso al quale allude il Falcando. Così io mi raffiguro il principio e la fine della ribellione musulmana.
Agli altri eventi accennerò appena, sendo notissimi e rischiarati ora dalla critica moderna.[447] Tancredi fu eletto per opera del cancelliere Matteo, pur con assentimento della maggior parte de’ regnicoli e con gran plauso della corte di Roma. Educato un po’ nel regno e un po’ ne’ paesi bizantini, uom colto secondo i tempi, ma pusillanime o almeno irresoluto, e disgraziatissimo capitano, fe’ prova pure di saviezza politica, egli o il cancelliere Matteo. S’acconciò a forza di danari con Riccardo d’Inghilterra, ospite pericolosissimo;[448] racchetò in Sicilia i Musulmani; si difese in Terraferma da’ nemici di dentro e di fuori; ma venuto a morte dopo quattro anni (20 febbraio 1194), lasciò la corona a un bambino; la reggenza a una donna che non va noverata tra le illustri. Era morto, con ciò, il cancelliere; all’incontro, Arrigo VI, divenuto imperatore, strigatosi da’ suoi avversarii in Germania, impinguatosi col riscatto di Riccardo Cuor di Leone, armava mercenarii; conducea vassalli tedeschi e italiani; si facea prestare con bugiarde promesse le armate di Genova e di Pisa; assicuravasi il passo nell’Italia centrale, dando in preda al popol di Roma il sangue, l’avere e perfin le mura de’ Tusculani, affidatisi in un presidio imperiale. La corte romana che avea favorito Tancredi, or s’avvilì dinanzi ad Arrigo. Il quale in tre mesi occupò il regno con lieve resistenza, e non fu men crudele per questo.
Tra’ pochi fatti d’arme di quella guerra, seguì in Catania uno scontro di maggior momento che non sembri a prima vista nelle memorie del tempo. I Catanesi avean gridato il nome di Arrigo; onde la vedova di Tancredi avea mandate a domar quella città le sue genti, tra le quali si notavano delle schiere di Musulmani. Tanto narrano gli Annali genovesi e aggiungono che il navilio della repubblica andò da Messina in aiuto degli assediati e ruppe i Musulmani con molta strage.[449] Un annalista tedesco, senza far menzione di Musulmani nè di Genovesi, attribuisce la vittoria ad Arrigo di Kallindin; dice raccolti in Catania tutti i baroni con esercito innumerevole; fattane grande strage; entrati i vincitori insieme coi fuggiaschi in Catania; arsa la città; arsa la chiesa di Sant’Agata, col popolo che avevavi cercato asilo; preso anco il vescovo e tutti recati prigioni ad Arrigo.[450] Donde si vede che ciascuno de’ due scrittori trascelse i fatti che gli andavano più a genio: ma le due mezze narrazioni s’attagliano bene una all’altra, e messe insieme, bastano a mostrare che le ultime forze della dinastia normanna in Sicilia, piuttosto disordinate che poche, si provarono contro il nemico fuor di tempo e di luogo; talchè la guerra fu precocemente decisa allo scorcio d’ottobre del novantaquattro, sì com’io credo. Tanto più sicuro allor mosse l’imperatore sopra Palermo.
Da’ versi di Pietro d’Eboli, brutto adulatore ma scrittor vivace,[451] dalla ingenua parola di Ottone di San Biagio, si ritrae lo stupore onde furon presi i capi dell’esercito imperiale allo scoprir quel mondo nuovo, ch’era per essi la Sicilia del duodecimo secolo: la Sicilia feracissima di preziosi metalli;[452] Palermo, città felice, dotata di popolo trilingue, paradiso irrigato di miele.[453] Appressandosi ostilmente alla capitale, avea già Arrigo ammirata la magnificenza del suocero nella regia villa della Favara.[454] Il parco regio che stendeasi fino alle mura della città, avea fornita cacciagione all’esercito. Crebbe la maraviglia quando, fermato l’accordo, entrando Arrigo solennemente in Palermo, (30 novembre 1194) uscirongli incontro i cittadini a ceto a ceto, preceduti da bande di musica, vestiti a festa e i ricchi montati su bei destrieri.[455] In città, l’esercito trionfante trovò i palagi adorni di tappeti e ghirlande, le contrade olezzanti di profumi orientali. Parve strano a’ fieri Germani che il popolo, i soli Musulmani credo io, facessero omaggio all’imperatore prostrandosi con la fronte al suolo.[456] Venuto alfine Arrigo alla reggia, gli eunuchi presentavangli le chiavi dei tesori; e quale apriva i forzieri pieni di moneta, gemme e robe preziose; qual mostrava i libri delle entrate regie in Calabria, Puglia e Sicilia, e perfino in Affrica.[457] Delle preziose spoglie, parte fu dispensata a’ nobili ed a’ capitani e parte mandata al malauguroso castello di Trifels, insieme co’ prigioni da mutilare o serrar nelle mude.[458] Sembrano avanzi di quella gran rapina i più bei drappi delle insegne imperiali, serbate in oggi a Vienna, dico il mantello di Ruggiero, la tunica e le gambiere di Guglielmo II, ricamati tutti d’oro e di perle, a caratteri arabici di varie forme, con figure e rabeschi; i guanti, i sandali rabescati con la stessa maniera di disegni, e parecchi tessuti di seta o d’oro, anch’essi di fattura siciliana del duodecimo secolo.[459]