Padrona ormai del suo regno, Costanza messe da canto il testamento del marito che chiamava alla reggenza il gran siniscalco imperiale Marcualdo de Anweiler; accomiatò i condottieri tedeschi; fe’ venire in Palermo Federigo, bambino di quattro anni; domandò per lui l’investitura papale; e, senza aspettar quella, fecelo incoronare re di Sicilia (17 maggio 1198).[486] Dell’affrettarsi ella avea ben donde. Sendo morto Celestino poco appresso l’imperatore, e rifatto pontefice Innocenzo III (8 gennaio 1198), apparve fin dai primi istanti quel genio dominatore, del quale noi riconosciamo la possanza, ma dobbiamo condannare talvolta gli intenti e le vie; mentre gli scrittori papalini ed anco alcuni acattolici levanlo al cielo, invaghiti del dispotismo religioso e politico ch’egli esercitò a tutta possa. Innocenzo gridò: fuori i Tedeschi; ma volle stender la mano su i territorii occupati da loro nell’Italia di mezzo; ei fece plauso alla regina di Sicilia iniziatrice di quella riscossa nazionale, ma volle dar corpo all’ombra dell’alta sovranità pontificia su la Puglia e cancellare le regalìe ecclesiastiche in Sicilia.[487] Morì Costanza (27 novembre 1498) mentre si schermiva come potea contro quel molesto amico; e per manco male, chiamò lui stesso tutore di Federigo e del reame, affidando, con tutto ciò, il governo a quattro ministri: che fu buona cautela e salvò la corona, ma sprofondò il paese per dieci anni nella guerra civile.

Dei ministri reggenti, l’arcivescovo di Capua venne presto a morte;[488] il gran cancelliere Gualtiero de Palearia, vescovo di Troja, diffidava forte del papa; al contrario, Caro arcivescovo di Morreale parteggiava per lui; e Bartolomeo Offamilio arcivescovo di Palermo, fratello di quel Gualtiero che fu sì malaugurato consigliere di Guglielmo II, pendeva a parte tedesca. La quale rinacque per timor dell’ambizione romana, che i regnicoli non poteano dimenticare e non sapeano rintuzzare da sè soli. I condottieri d’Arrigo creati feudatarii nel reame, i quali s’erano rannicchiati alla morte del signor loro, levarono il capo alla morte di Costanza, perchè nel regno parvero assai comodi ausiliari: buone spade contro i partigiani del papa e pur sì poche da non portare pericolo al paese. Crebbe la parte tedesca quando Innocenzo, nel furor della lotta, adoprò stranieri contro stranieri; favorì il conte di Brienne, il quale, sposata una figliuola dell’ultimo re normanno, venìa di Francia, pretendente armato, facendo le viste di rivendicare i soli feudi di Taranto e Lecce.[489] Ma chi mai si sarebbe fidato di trattenerlo nel corso delle vittorie, se una morte immatura non l’avesse tolto di mezzo? E chi sapea se Innocenzo, viste le noie ch’eran venute per sessant’anni alla corte di Roma da quel re di Sicilia mezzo vassallo e mezzo indipendente, non volesse or porre uno o parecchi grandi feudatarii in Terraferma ed un regolo nell’isola? Certo egli è che questo o simile disegno trasparisce nella condotta del papa, da’ principii del milledugento, quand’egli accolse Brienne in Roma, infino alla metà del dugento otto, quand’ei tenne un parlamento a San Germano, esercitando atti da signore diretto piuttosto che sovrano feudale.

Le quali cose io ho voluto avvertire, quantunque non siano immediatamente connesse col mio subietto, affinchè si rifletta meglio su la storia di questo periodo. Il prestigio d’un gran nome, la materia degli avvenimenti fornita la più parte dalle epistole d’Innocenzo o dall’anonimo biografo suo, la moda religiosa del nostro secolo, han fatta pendere troppo la bilancia a favor del papa. Secondo me, un’esamina imparziale fa comparire men reo il cancelliere, meno candido il papa e niente sciocca la cittadinanza di Palermo e di Messina, la quale seguì i consigli del cancelliere e fu vero sostegno del trono, pria con Innocenzo contro Marcualdo e poi con questo ed altri condottieri contro Innocenzo. Con gli altri errori va cancellata la generosità cavalleresca, che suolsi in oggi attribuire ad Innocenzo per avere educato Federigo alle scienze e alle lettere, contro l’interesse della corte di Roma. Se vero fosse il fatto e dimostrato l’interesse, Innocenzo meriterebbe soltanto la lode che, potendo, ei non avesse tradito il suo pupillo. Ma certo è che nè il figlio di Arrigo VI, nè la reggia di Palermo dov’egli fu educato, nè il governo della Sicilia, non caddero mai nelle mani di Innocenzo, nè de’ suoi partigiani. Se il papa scrisse lettere paternali, se talvolta mandò in Palermo uomini di garbo a visitare il fanciullo e tentare il passo, ei trovò sempre chi gli rispose con parole, inchini e niente altro: e n’abbiamo la confessione nelle epistole sue stesse.[490]

In questo interregno, come va chiamato per essere stata tanto disputata l’autorità pubblica, tre uomini vi stendean la mano, cioè il papa, Marcualdo e il cancelliere, il quale sbarazzossi presto de’ ministri compagni. I pretendenti, scarsi di forze tutti e tre, prevalsero a volta a volta in grazia de’ corpi secondarii dello Stato, i quali secondo le proprie passioni e gli interessi veri o supposti, si aggregavano or con l’uno or con l’altro. Voglio dire le città, i feudi, le Chiese vescovili, i ricchi monasteri e perfino i capitoli di alcune Chiese nell’assenza del vescovo e in Sicilia anco i Musulmani; i quali seguendo interessi più chiari e durevoli che que’ d’ogni altro corpo, operarono con senno, fortezza e concordia.

Al principio dell’interregno era consumato un gran fatto, del quale non abbiamo ricordi espressi, nè sappiamo per l’appunto come nè quando fosse avvenuto: i Musulmani erano scomparsi di Palermo e teneano le montagne del val di Mazara. Perchè nel luglio del milledugento li veggiamo assediar la capitale con Marcualdo, senza che si faccia parola di correligionarii loro che rimanessero dentro le mura. La prova negativa risalisce anco a’ primi tempi dopo la morte di Costanza; nel quale scompiglio se i Cristiani di Palermo non rinnovarono le stragi del sessantuno e dell’ottantanove, convien che loro ne fosse mancata la materia. Dopo il dugento, i diplomi e le cronache danno notizie de’ soli Musulmani di provincia, e se qualche nome avanza nella capitale, rassomiglia a que’ rottami che attestano il naufragio: qua un ricordo che l’imperatrice Costanza avea donato al cancelliere il giardino d’uno Scedîd entro le mura di Palermo;[491] lì un diploma del cancelliere che, in nome del re bambino, rimeritava i servigi d’Elia canonico del Duomo, concedendogli la metà d’una vigna del trapassato notaio saraceno Buccahar.[492]

Agevol cosa è a comprendere come sia seguito cotesto gran mutamento sociale entro i dieci anni che corsero sotto Tancredi, Arrigo e Costanza. La condizione legale de’ Musulmani rimanea forse la stessa; ma la riputazione a corte, la sicurezza delle persone, de’ beni, delle industrie, era ita per sempre. Possiamo tener certo che i fuggitivi dell’ottantanove non ritornaron tutti in Palermo l’anno appresso, e che de’ ritornati, molti non rimasero a lungo; quand’era sì facile ai mercatanti e agli artigiani delle città di emigrare in Affrica alla sfilata. I Musulmani poi delle terre e delle ville, doveano andarsene molto volentieri alla montagna, quando i lor poderi passavano dal demanio a feudatari laici o ecclesiastici, e però i vassalli avean che fare con padroni uggiosi ed avari, anzichè coi lontani e condiscendenti eunuchi della corte. Nè le concessioni a preti e soldati scarseggiavano tra que’ tempestosi mutamenti di dominio. Ci avanza, per attestare il fatto, qualche titolo di proprietà ecclesiastica che risguarda villaggi musulmani ed appartiene appunto a questo periodo.[493]

Innocenzo aggravò il male per imprudenza, come spesso avveniagli. Mettendo sossopra l’Europa per adunar uomini e sopratutto danari che servissero, come diceasi, al racquisto di Terrasanta, ei mandò in Sicilia a bandire la Crociata (luglio 1198) due commissarii; i quali non cavarono un quattrino dai ricchi prelati dell’isola. Indi il papa a capo di sei mesi, quand’era già morta la imperatrice, rincalzava con un rescritto (5 gennaio 1199) che si pigliassero tutte le entrate ecclesiastiche, toltone appena le spese del vitto e del culto: onde si vede qual terribile aggravio cadea su i preti e i frati, i quali ben s’intende che lo scaricavano su i loro vassalli, la più parte musulmani.[494] Come se ciò non bastasse, Innocenzo scrivea lo stesso giorno al vescovo di Siracusa, primo commissario della Crociata: già in Sicilia i Pagani convertiti ricader nello errore; gli eretici risentirsi: scomunichi, dunque, gli apostati ed ogni lor fautore; bandisca la maledizione per tutta la provincia, ogni giorno festivo, a lumi accesi e suon di campane; faccia confiscare dal principe i beni degli scomunicati; badi che gli altri Saraceni battezzati non seguano lo esempio; li esorti a ciò; anzi li costringa e li faccia costringere dall’autorità pubblica.[495] La data di questo scritto prova che alla morte di Costanza i Musulmani, sentendo venire i tempi grossi, gittarono la maschera e si messero in parata; poichè supponendo somma celerità negli spacci di Sicilia e nella risposta di Roma, si dee ritenere corso un mese da’ primi segni del movimento alla data della lettera pontificia. Il movimento senza dubbio fu che i Musulmani, i quali s’erano già infinti cristiani nelle città, per amore del queto vivere e nelle campagne per trovare grazia presso i nuovi signori, s’accorgeano che oramai l’ipocrisia non valesse a salvar la pelle nè la borsa; ovvero vedeano giunta l’occasione di spezzare il giogo, onde correano alla montagna, alle forti castella tenute da’ correligionarii loro. Parecchi diplomi degli anni seguenti certificano la fuga de’ villani che pare incominciata, innanzi il milledugento.[496] Possiamo dunque immaginarci il rimescolamento di popolazione e di proprietà che avvenne in Val di Mazara. Qua gli abitatori Musulmani delle castella e ville cacciavano i fattori de’ signori cristiani laici ed ecclesiastici: là i contadini musulmani lasciavano la gleba per andare a coltivare i territorii rivendicati, pascolare le greggi in que’ monti o guadagnar la vita depredando e saccheggiando.

I due brevi del papa potean destare un terribile incendio. E’ si vede che Innocenzo volle mandare ad effetto, dopo la morte di Costanza, la solita sua minaccia di bandire la croce contro i Musulmani di Sicilia: chè altro non significa quel raccogliere tutto il danaro delle chiese, quel ripetere sì spesso i riti della scomunica per tutta l’isola; quel chiamare il braccio secolare contro i neofiti che tentennassero. Era il segnale d’una persecuzione, anzi d’una proscrizione non meno sanguinosa di quella che lo stesso uomo eccitò a capo di pochi anni contro gli Albigesi. Ma in Sicilia le istigazioni papali valser poco appo i Cristiani; e i Musulmani se ne risero in loro forti recessi. Nè andò guari che il papa fu costretto a piaggiar que’ nemici della fede, con lettere infiorate di filosofia e di tolleranza.

Com’egli è dimostrato dai fatti susseguenti, i Musulmani si strinsero tra loro, si chiusero nelle fortezze e, su le prime, stettero a vedere. In qual si potean fidare dei tre aspiranti alla reggenza? Nell’imâm dei Nazareni no al certo; e poco meno nei ministri, tutti vescovi, e, per giunta incapaci di raffrenare, se pur l’avessero voluto, il clero e i baroni, e niente disposti ad usare verso i Musulmani quella moderazione che Innocenzo cominciò a raccomandare quando non era più tempo. Si volsero dunque i Musulmani a Marcualdo che lor dovea parere il vero reggente, vindice delle leggi, nemico di quel clero che aveva usurpato il patrimonio de’ lor maggiori, e chiamato dal buono imperatore Arrigo alla tutela di Federigo legittimo principe loro. Com’e’ s’ordinassero, non sappiamo: se ubbidirono a quel capo che fu poi morto nella battaglia di Morreale, ovvero se fecero una lega di sceikh delle castella e villaggi, come sembra dalla epistola che Innocenzo loro indirizzò poco appresso. Il territorio occupato prendea gran parte delle odierne province di Palermo, Trapani e Girgenti.

Marcualdo, cacciato dalla Marca d’Ancona, incalzato tuttavia in Puglia dalle armi e dalle pratiche del papa, ribenedetto e nuovamente scomunicato con tanto maggior furore, prese l’audace partito di passare in Sicilia per impadronirsi della capitale e del re. Aiutato di navi e genti dai Pisani, ei s’imbarcò in Salerno; pose a terra a Trapani,[497] in su lo scorcio d’ottobre del centonovantanove. Sperava di certo ne’ Musulmani e nella perturbazione del paese; ma in quelle prime scene della tragedia, i comuni e la più parte dei feudatarii, non che i reggenti, abborrirono dal satellite d’Arrigo VI. Come prima si seppe ch’egli era arrivato, i ministri reggenti chiesero aiuti al papa.