E Innocenzo immantinenti (20 novembre 1199) a suscitare i conti, baroni, cittadini e gli abitatori tutti della Sicilia contro questo nemico di Dio, della Chiesa e del re; questo ribaldo che adesca i Saraceni, dando lor a bere sangue cristiano e abbandonando a lor voglie le rapite donne cristiane: donde il sommo pastore concede indulgenze di crociata a chiunque prenda le armi contro Marcualdo; sendo certo che, s’egli coi Saraceni arrivi a insignorirsi della Sicilia, sarà chiusa la via di Terrasanta.[498] Pochi giorni appresso il papa accarezza quegli stessi infedeli contro i quali ha bandita la croce: ei scrive “a tutti i Saraceni di Sicilia, con augurio di serbarsi fedeli alla Chiesa ed al re.” Loda la inconcussa lealtà di lor gente; dice, romaneggiando, esser nota a chiunque “la mansuetudine della Sede apostolica, usa a resistere a’ superbi e favorire gli umili e i soggetti;” s’allarga su la tirannide e perfidia di Marcualdo; avverte i Saraceni che un giorno costui li tradirà a fine di riscattarsi col sangue loro, quando tutta la Cristianità armata piomberà in Sicilia, pria d’andare al riscatto del Santo Sepolcro. Li esorta dunque il papa a star saldi sotto il principato, loro antico sostegno; mentre il Legato e i capitani della Chiesa portano contro Marcualdo le armi temporali, con espresso comando di astenersi da tutta offesa contro i Saraceni e di proteggerli, all’incontro, e contentarli di nuove franchige.[499] Ognun vede da coteste parole che il papa sperava ancora di spiccare da Marcualdo i Musulmani, non chiaritisi punto ribelli. E chi ha in pratica l’eloquenza ecclesiastica di tutti i tempi, capirà bene che que’ Saraceni propiziati, com’avea testè scritto il papa ai Siciliani, con vittime cristiane d’ambo i sessi, non erano il grosso della nazione, ma qualche mano di servi della gleba fuggitivi, corsi all’odor della preda e mandati da Marcualdo a dare il guasto ai paesi che non voleano riconoscere l’autorità sua.

Se non che a poco a poco la più parte degli abitatori del val di Mazara, Musulmani e Cristiani, seguirono Marcualdo; ond’egli, nella state del milledugento, avea accozzate tante forze da muover sopra la capitale. I reggenti, munitala come potean meglio, recarono Federigo per maggiore sicurezza, in Messina. Il papa mandò loro un po di danari, un Jacopo suo congiunto, maresciallo della Chiesa, alla testa di dugento cavalli, un cardinale legato e i due arcivescovi di Taranto e di Napoli, l’ultimo de’ quali conducea genti e navi. Accozzatevi in Messina le milizie siciliane, l’esercito mosse alla volta di Palermo, parte per terra e parte su le navi.

Con buono augurio giunsero gli uni e gli altri alla stessa ora, il diciassette luglio, quando la città, assediata per venti giorni, cominciava a patire penuria. Alloggiò l’esercito negli orti regii detti Genuardo:[500] ed apprestavasi a combattere la dimane; quando Marcualdo mandò un Ranieri di Manente, pisano, a trattare accordo o piuttosto a spiare e menare per le lunghe, tanto che gli assedianti raccogliessero nuove forze e che gli assediati consumassero quel po’ di danaro e di vittuaglie che rimanea loro. Così argomentava Anselmo arcivescovo di Napoli, caldo partigiano d’Innocenzo e narratore del fatto; il quale aggiugne ch’egli stesso e gli arcivescovi di Morreale e di Taranto s’opposero all’accordo e ch’eran quasi sopraffatti da’ fautori, il cancelliere, cioè, l’arcivescovo di Messina e il vescovo di Cefalù, quando un Bartolommeo, segretario d’Innocenzo, troncò i dubbii leggendo un breve che proibiva assolutamente di patteggiare con Marcualdo. Rincalzavano i soldati e il popolo, gridando morte allo scomunicato. Talchè dopo quattro giorni perduti, si venne alle mani, il ventuno luglio del milledugento.

Marcualdo era sceso in pianura per la valle dell’Oreto, il cui asse, prolungato a monte fino al pendio che guarda il mare Affricano, riesce a Giato ed alle altre fortezze de’ Musulmani ch’erano manifestamente la base della guerra. Aveva egli occupate a sinistra, con cinquecento Pisani e grandissimo numero di Saraceni, le alture di Morreale e posti gli alloggiamenti, com’e’ pare, tra i due luoghi chiamati in oggi la Rocca e il Ponte della Grazia, cioè tra il piè del monte e la sponda del fiume. L’esercito regio gli s’attelò di faccia, capitanando la destra il conte Gentile, fratello del cancelliere, coi fanti; la sinistra il maresciallo pontificio coi cavalli: il quale afforzavasi in un castello, che io credo la Cuba e stava a riscontro di Marcualdo. S’appiccò la zuffa alle nove del mattino, quando Gentile, Malgerio ed altri nobili salirono l’erta di Morreale, occuparono la terra, tagliarono a pezzi i Musulmani, uccisero, tra gli altri, Magded condottiero di quelli e di tutta l’ala sinistra;[501] campando appena, con un pugno d’uomini, Benedetto capitano de’ Pisani. Nel piano intanto Marcualdo co’ cavalli tedeschi e saraceni avea respinto per ben due volte gli assalti; ma al terzo scontro, il maresciallo si fece innanzi co’ suoi, sì che tutta l’ala sinistra de’ regii caricò il nemico, lo sbaragliò, irruppe nel campo: ch’eran le tre dopo mezzogiorno. Marcualdo fuggì; Ranieri, pisano, fu preso con molti altri uomini di nota; si sparpagliarono i vinti fuggendo pei monti e per le valli. Grande la strage; grandissima la preda; chè non bastò il rimanente della giornata a riportare in città tante ricchezze, tra le quali fu preso uno scrigno che conteneva proprio il testamento di Arrigo VI.[502]

La quale vittoria giovò poco, perchè il cancelliere, sempre più sospettando del papa, tagliò i passi al maresciallo e al legato, sì che frustati si tornarono a Roma; ed egli, arbitro del governo in Sicilia, ruppe una seconda fiata Marcualdo a Randazzo;[503] ma poi s’accordò con lui, per far contrappeso a Brienne: e per lo stesso motivo, credo io, tutta la Sicilia,[504] fuorchè Palermo e Messina, parteggiò pel condottiero ghibellino. Continuò infino all’emancipazione di Federigo quella tenzone tra il pastor della Chiesa universale e il vescovo di Troja, il quale alla fine fu sgarato dal possente avversario, o piuttosto l’uno prevalse in Terraferma, l’altro nell’isola; onde avvenne che non potendo conseguire intero, nè l’uno nè l’altro, il proprio intento, s’accordarono entrambi a favor del pupillo; secondati anco dalla fortuna che fe’ morire immaturamente i loro campioni, Brienne e Marcualdo. Tralasciando i particolari che son brutti, noiosi e intralciati, noi toccheremo soltanto la condizione in cui rimase Federigo, e diremo più largamente dei Musulmani.

Il re fanciullo fu ricondotto dopo la sconfitta di Marcualdo in Palermo;[505] dove presero cura di lui amorevolmente i cittadini e in particolare i canonici della cattedrale i quali par abbiano avuto molto seguito nel paese. Ebber Federigo in custodia successivamente il cancelliere, il conte Gentile suo fratello, Marcualdo, Guglielmo Capparrone condottiero tedesco, Diopoldo uom della stessa nazione, famigerato in tutta la guerra civile, e poi nuovamente il cancelliere; il quale, assentendo il papa, emancipò il giovanetto a quattordici anni e l’ammogliò con Costanza, sorella di Pietro II re di Aragona, vedova di Emmerico re d’Ungheria. Così dall’agosto del milledugento a’ primi di gennaio dugento otto, si educava alla scuola dell’avversità il re filosofo del decimoterzo secolo; chiuso nella città e forse nell’ambito della reggia e de’ giardini reali, per maggiore sicurezza della sua persona o gelosia di coloro che comandavano. Quand’egli uscì all’aperto, menato per mano dalla moglie, trovò usurpato, scompigliato, dissipato il reame. Nulla diremo della Terraferma, dove il papa mal potea domare l’anarchia feudale e pur usurpava egli stesso alcuni diritti del re e concedea feudi al proprio fratello e ad altri suoi congiunti. In Sicilia era distratta la più parte del demanio regio, tra usurpazioni e concessioni fatte da’ reggenti per abuso o necessità; Siracusa inoltre e parte della provincia teneasi da’ Genovesi, a’ quali la reggenza avea compiute finalmente le promesse di Arrigo VI sperando aver da loro qualche aiuto contro Pisa. Serbò fede il popolo e il clero delle altre città primarie, Palermo, Messina, Catania, Caltagirone, Nicosia, come Federigo stesso riconobbe con le parole e con le opere:[506] le quali città se valsero a difenderlo e fornire le spese della corte quand’egli fu emancipato, i loro fanti non bastavano a ridurre all’obbedienza il rimanente dell’isola. Donde la regina fu costretta a far venire il conte di Provenza, congiunto suo, con cinquecento cavalli assoldati, i quali condussero Federigo da Palermo a Catania e Messina (1209) e l’aiutarono tanto o quanto a farsi riconoscere da’ feudatarii ed a riscuotere un po’ di danaro; ma una epidemia decimò cotesti ausiliarii e la povertà della corte non permesse di rifornirli.[507] Molto meno poteva il re con forze sì scarse reprimere i Musulmani, che fin dal milledugentotto s’erano chiariti ribelli.

Il movimento de’ Musulmani a pro di Marcualdo (1200) non ebbe taccia di ribellione, poichè la più parte dell’isola riconoscea reggente il gran Siniscalco a preferenza del papa e del cancelliere. Quando il cancelliere poi s’acconciò con Marcualdo e questi entrò nella reggia di Palermo, i Musulmani andavan chiamati fedeli a tutta prova; nè smentironsi nelle vicende successive della corte. Il papa stesso, sapendoli forti e leali, avea data licenza al cancelliere, nell’ottobre, com’e’ pare, del milledugento, di far accordo con essi, mentre lo vietava con Marcualdo.[508] Qualche anno appresso Innocenzo li tenea sudditi incolpabili, poichè ficcatisi certi monaci di Morreale nelle castella di Giato e Calatrasi, feudi del monastero, ch’erano abitati senza il menomo dubbio da’ Musulmani, il papa scrisse aspre rampogne a que’ ribaldi, rinfacciò loro i patti fermati con Marcualdo, le pratiche fatte col Capparrone contro l’arcivescovo, ma non fece motto della società coi Musulmani, che sarebbe stata pure un bel capo d’accusa.[509] E v’ha più di questo. Nel settembre del milledugentosei, quando Innocenzo credea d’avere ridotto all’obbedienza il cancelliere e i condottieri tedeschi di Sicilia, egli scrivea benignamente «al cadì e a tutti i kâid di Entella, Platani, Giato e Celsi e agli altri kâid e Saraceni tutti della Sicilia, con augurio di comprendere e amare la verità, ch’è Dio stesso.» Dopo questa definizione, più musulmana che cristiana e più filosofica che musulmana, il tollerante pontefice si rallegrava con que’ capi, che la misericordia divina li avesse difesi dalle tentazioni di tante maniere, con che altri avea cerco di trarli fuor dalla via dritta e li avesse mantenuti fedeli al signor loro, il re di Sicilia: e infine li esortava a continuare in quel partito onesto ed anco savio, poichè il re, prossimo alla età del discernimento, avrebbe saputo rimeritarli.[510]

Pur cotesta ammonizione, chiesta al papa, com’egli è evidente, da’ reggitori di Palermo, fa supporre ch’e’ già sapessero malcontenti i Musulmani e si studiassero a prevenire la ribellione loro. Della quale era apparecchiato il motivo. I capi guelfi e ghibellini del regno accordatisi alfine, come abbiam detto, a corte di Palermo, trovavano appunto esaurita, la comoda sorgente de’ beni demaniali, quando facea mestieri di attingervi nuovamente per soddisfare a tutte le cupidigie de’ loro partigiani e degli avversarii, pria dell’emancipazione del re. Ed appunto e’ sembra che gli ultimi territorii rimasi in demanio fossero abitati da Musulmani. Erano abitate di certo da loro le castella e le ville che Guglielmo II e i successori aveano concedute a varii corpi ecclesiastici, come la mensa vescovile di Girgenti, il monastero di Morreale e il clero di Palermo, sì benemerito a corte e sì potente nella capitale. Cotesti beni, tenuti ora da’ Musulmani si dovean rendere, poichè altro non v’era da dare in cambio; cioè a dire che i Musulmani doveano pagare lo scotto della reggenza. Così è bell’e fatto il comento d’un capitoletto delle Geste d’Innocenzo, che senza ciò mal si comprenderebbe. Scrive l’anonimo autore, tra varii avvenimenti da riferire al milledugentotto, che mentre il cancelliere soggiornava col re in Palermo e tentava ogni modo di togliere il palazzo regio al Capparrone, si trattò un accordo tra i costui partigiani e que’ del cancelliere; e che i Saraceni rifuggiti nelle montagne, avendone sentore, non solo si chiarirono ribelli, ma calati giù da’ loro recessi, dettersi a infestare i Cristiani, presero il castello di Corleone e minacciavano di far peggio.[511] Corleone era appunto la maggiore delle terre concedute da Guglielmo II al monastero di Morreale. A chiarir meglio il motivo di questa aperta ribellione, noi troviamo due anni appresso un diploma di Federigo, per lo quale sono rinnovate a favore della chiesa di Palermo larghissime concessioni del tempo di Arrigo o piuttosto di Costanza; e tra gli altri beni sono nominati de’ villaggi musulmani ed anco il tenimento di Platani,[512] dove i Musulmani fecero testa poi per tanti anni, a Federigo salito all’apice della sua possanza.

Federigo, quand’egli uscì di tutela più tosto che di fanciullezza, non pensava al certo di andar a trovare i Musulmani entro i lor monti. Molto meno poteagli venire in capo di racchetare que’ ribelli, stracciando i diplomi pei quali i beni or tenuti da loro erano stati conceduti alle Chiese o a’ baroni della sua corte. Pertanto ei lasciò stare questi, come tanti altri occupatori dei demanii dello Stato o de’ feudatarii, in Terraferma e nell’isola. E la ribellione dei Saraceni, durava ancora, anzi facean essi uno Stato dentro lo Stato, quando Ottone, eletto imperatore, venuto a Roma a prender la corona, si volse al conquisto del regno, favorito al par da’ Guelfi e da’ Ghibellini. Per procaccio allor de’ Pisani e di Diopoldo che si chiarì per lui, Ottone, occupate ch’egli ebbe Napoli e Aversa (1210), appiccò pratiche in Sicilia: onde corse la voce ch’ei fosse stato invitato da’ Musulmani e da alcuni feudatarii dell’isola a passar quivi con l’esercito, al quale si prometteano validi aiuti per cacciar Federigo.[513] Perfin si disse che questi, sentendosi in pericolo, tenea bella e pronta sotto la reggia una galea per fuggire in Affrica.[514]

CAPITOLO VIII.