Ma Federigo prese via più sicura assai che la fuga. Il papa cercava un anti-imperatore ghibellino per abbattere l’imperatore guelfo, sua propria fattura: avea pertanto scomunicato Ottone; sciolti i sudditi dal giuramento; disseppellita la elezione del figliuolo d’Arrigo VI; accesa la guerra civile in Germania; e procacciata in un’adunanza a Nuremberg la deposizione dell’uno e la elezione dell’altro, ch’indi fu detto da’ Guelfi “il re de’ preti” e talora “il ragazzo di Puglia.”[515] Questo animoso giovane di diciotto anni, fastidito di regnar senza governare nell’anarchia dell’Italia meridionale, gittossi a capo chino nella rivoluzione di Germania. Chiamato in fretta dagli elettori, diede a Innocenzo tutte le guarentigie di sommissione ch’ei richiedeva; e lasciati in Sicilia la moglie e il figliuolo Arrigo, navigò di Messina a Gaeta (marzo 1212); trovò il papa a Roma; andò per mare a Genova; e cavalcando per Pavia, Cremona e Trento, arrivò a Basilea (26 settembre), scansate a mala pena le poste de’ Guelfi. Ottone, ritornando addietro, lo inseguì invano. La guerra ingrossò, per la lega d’Ottone con l’Inghilterra e con altri nemici e ribelli della Francia; onde Filippo Augusto si fece tanto più volentieri paladino del papa. Ottone, vinto dal valor francese alla battaglia di Bouvines (27 luglio 1214), abbandonato da tutti, morì a capo di pochi anni (1218). E Federigo necessariamente gli sottentrò nella tenzone contro il papato; al quale era mancato in quel tempo Innocenzo (1216), ma avea lasciati dietro di sè funesti esempi d’ambizione e di violenza.
Dopo otto anni, Federigo, composte le cose in Germania, ritornò in Italia: incoronato imperatore in Roma (22 novembre 1220), calò nel regno a ristorare l’autorità ch’era tanto cascata abbasso in quegli ultimi trent’anni. Al quale effetto, in Terraferma ei convocò parlamenti, promulgò rigorose leggi, sforzò con le armi i baroni ricalcitranti. Passato nell’isola, gli bastò la riputazione a ridurre i Cristiani. Ma i Musulmani gli detter travaglio.
Perchè tra loro e i Cristiani tutti insieme, governanti e governati, baroni e clero e cittadinanza, era divenuto impossibile ogni accordo. Non esacerbava gli animi qui, come avvenne poi in Spagna, l’intolleranza religiosa del principe, nè del popolo: anco a considerare il clero solo, e’ ci sembra più cupido che fanatico fin dal regno di Guglielmo II;[516] anzi abbiam visto che Innocenzo, nel cento novantotto, tentò invano d’aizzare i Siciliani alla caccia degli Infedeli.[517] Ma del sangue se n’era sparso, della roba depredata e distrutta d’ambo le parti: e il maggior ostacolo era la condizione sociale de’ Musulmani e la condizione politica de’ Cristiani. Vivendo da più di venti anni nelle terre occupate, o come pensavan essi, rivendicate, del Val di Mazara, i Musulmani non si poteano sottomettere senza accettare la povertà e il servaggio; poichè il principe doveva onninamente restituire beni e villani ai concessionarii, la più parte dignitarii ecclesiastici. I quali essendo i veri partigiani del trono, convenia che Federigo se li tenesse amici nella lotta alla quale ei s’apprestava, contro il papa e i baroni del regno. Veggiamo in fatti che l’imperatore, (luglio 1220) a domanda di Caro arcivescovo di Morreale, confermò la concessione di tutte le città, castella, casali, ville, chiese, possessioni, villani e diritti di quella Chiesa, i quali nel turbamento erano stati occupati, e tuttavia si tenevano illecitamente, da Saraceni o da Cristiani.[518] A comprender meglio l’importanza della cosa, notisi che cotesto diploma fu replicato dopo otto mesi a Brindisi (marzo 1221) e fuvvi aggiunto che gli affidati e i villani allontanatisi dal territorio, ritornasservi con tutte le robe; e s’e’ fossero morti, si prendessero i beni de’ figli.[519] Per somigliante concessione erano stati donati all’Ordine teutonico, nel dugento diciannove, il casale di Miserella, i villani di Polizzi dovunque e’ si trovassero, il podere di Artilgidia presso Palermo ed altri possedimenti e diritti in varii luoghi.[520] Occorrendo nel medesimo tempo di pagare debiti vecchi o nuovi, Federigo dava de’ casali, abitati, com’e’ sembra, da Musulmani; dei quali atti, due soli ci sono pervenuti: la concessione di Scopello alla chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio in Palermo, per prezzo del vasellame d’oro e di argento, preso all’uopo della guerra;[521] e la donazione di Mussaro e Minzaro al vescovo di Girgenti, in compenso di settemila tarì d’oro forniti un tempo alla corte.[522]
Nè Federigo dovea tanto assicurare il possedimento de’ concessionarii, quanto difender mezza l’isola dalle scorrerie di gente ormai straniera. Minacciati, i Musulmani aveano risposto come li portava lor indole fiera e rapace. Oltre i fatti raccontati poc’anzi,[523] sappiamo che il milledugentodiciannove “i nemici della Croce” avean già dato il guasto allo Spedale di San Giovanni de’ Leprosi, proprio alle porte di Palermo.[524] Ritraggiamo ancora che Orso vescovo di Girgenti, fu preso da’ Saraceni e tenuto prigione per quattordici mesi nella rôcca di Guastanella, dalla quale ei si riscattò per danaro; e che intanto i beni del vescovato erano occupati, impedito l’esercizio dei diritti, e stanziavano i Saraceni nel campanile della cattedrale e nella casa attigua, sì che i Fedeli non osavan pur andare in chiesa a far battezzare i figliuoli: il qual fatto si dice avvenuto a’ tempi di Federigo imperatore e torna al dugentoventuno.[525] Nella Sicilia occidentale le scorrerie, o almeno i pericoli, arrivavano dall’uno all’altro mare, da Girgenti a Cefalù: essendo stato provato non guari appresso, dinanzi a commissarii papali, che il fisco levò danaro in Cefalù e in Pollina, dominii del vescovo, per difenderli contro i Saraceni; e che mandò presidio nella rôcca di Cefalù, non meno per diritto di regalìa, che per assicurar la città, situata nella Marca de’ Saraceni.[526]
La quale denominazione, transitoria com’e’ pare e pervenuta a noi in questo luogo solo, non può significare altro che contrada di popolazione mescolata, esposta agli assalti, sì per la vicinanza alle sedi dei ribelli, e sì per la frequenza de’ villani musulmani in varie terre.[527] La Marca dunque tornava, su per giù, alle odierne province di Palermo, Trapani e Girgenti; al val di Mazara del secolo scorso; alla Sicilia di là dal Salso del periodo svevo; alla provincia lilibetana de Romani. E par che quella divisione in due province partite dal Salso, sia stata principalmente consigliata a Federigo dalla diversità degli ordini sociali e dei costumi. Da’ fatti che precedono e da que’ che seguono, parmi che i Musulmani occupassero sempre il centro montuoso di codesta regione, dove s’erano afforzati all’entrare del secolo; se non che or li veggiamo ingrossare alle foci del Drago e del Platani, sia per novello movimento loro, sia perchè i bricioli di lor memorie che il caso ci ha serbati, si riferiscono a questo periodo ed a questi luoghi.
In vece de’ centomila Saraceni di Ruggiero De Hoveden,[528] abbiam ora i ventimila combattenti di Lucera, secondo Giovanni Villani,[529] e più autorevole attestato, quel di Riccardo da San Germano, cioè che diecimila soldati Saraceni moveano di Lucera a’ comandi dell’imperatore il milledugentrentasette,[530] quando non erano stati per anco deportati tutti i Musulmani di Sicilia. Possiamo dunque supporre in quella sola terra di Puglia, atteso le circostanze peculiari, un cinquanta o sessanta migliaia di coloni. Ed altrettanti, per lo meno, è da credere siano rimasti nell’isola, senza contare gli artigiani e i servi delle città, dei quali abbiam qualche ricordo, nè i villani che l’interesse o la carità dei padroni ritenne, com’egli è probabile, nelle campagne. Del resto verosimil sembra che il numero de’ ribelli variasse da stagione a stagione, per causa de’ villani che dalle parti centrali e dalle orientali dell’isola corressero alla montagna del val di Mazara, o al contrario fuggissero dalle bandiere de’ ribelli, per andare a vivere tranquilli.[531] Si può supporre, secondo me, nel periodo culminante della rivoluzione, un venticinque o trenta migliaia di combattenti musulmani.
Le consuetudini immobili di quei popoli e i cenni che veggiamo nelle memorie contemporanee,[532] ne fanno certi che i ribelli si ressero, anche in questo movimento, per Kaid e Sceikhi. Ebber essi un capo militare famigerato, morto nel primo anno della guerra, il cui nome si legge in una cronica Benavert, per falsa correzione, cred’io, del copista che si ricordava troppo d’aver letti i casi dell’ultimo signore musulmano di Siracusa.[533] Le copie di Riccardo da San Germano, scrittore di tanta autorità, hanno Mirabetto; la qual voce parmi guasta dalle bocche de’ Cristiani che la ripeteano: e andrebbe corretta Morabit o, diremmo noi, frate guerriero, Marabutto, Almoravida.[534] Possiamo anco supporre chiamato con tal denominazione un uomo il cui casato, aggiunto ad un titolo notissimo, suonava Emir-Ibn-’Abs, e indi Mir-’Abs. Ibn-Khaldûn racconta, nella storia degli Hafsiti di Tunis, che morto il sultano Abu-Zakaria-Jehia, (2 ottobre 1249) i Cristiani di Palermo dettero addosso a’ Musulmani, in favor de’ quali egli avea stipulato col signore dell’isola la sicurtà delle persone e de’ beni urbani e rurali; che i Musulmani, rifuggitisi nelle fortezze e nelle rupi, presero per capo un fuoruscito della schiatta de’ Beni-’Abs e resistettero al tiranno cristiano; che assediati, circondati e costretti ad arrendersi, furono tramutati a Lugêrah, popolosa terra d’Italia; e che indi il tiranno andò a Malta, caccionne i Musulmani, mandolli insieme con quegli altri, e impadronitosi di tutte le isole adiacenti, cancellò il nome musulmano in Sicilia.[535] L’identità del qual fatto è evidente, al par che l’anacronismo di mezzo secolo nel principio della ribellione, e al par che l’errore su la causa di quella; le quali mende, del resto, non debbono rimandare dubbio sul nome del condottiero. La possente tribù arabica, di ’Abs, dalla quale nacque Antar, il famoso poeta classico ed eroe da romanzo, sembra stanziata, fin dai primi tempi del conquisto musulmano dell’Affrica, nella penisola di Scerîk, detta oggi Dakhel, la quale termina col capo Bon, di faccia al Lilibeo.[536] Verosimil’è che i Beni-’Abs siano venuti in Sicilia coi conquistatori; oppure che, rimanendo la tribù nel Dakhel, un uomo facinoroso di quella, forse un pirata, si fosse gittato in Sicilia al rumor della guerra; poichè il predicato che gli dà Ibn-Khaldûn torna qui a masnadiere, facinoroso, o ribelle.[537]
Federigo passò nell’isola, di maggio del ventuno; tenne un parlamento a Messina;[538] fece il giro delle città principali fino allo scorcio dell anno;[539] ed attese di certo a preparare gli animi e le cose alla guerra, con provvedimenti di maggiore rilievo che non ne veggiamo nelle cronache e ne’ diplomi.[540] Talchè, sperando facile vittoria o dicendolo, egli andò a trovare (febbraio 1222) Onorio III a Veroli; gli promesse di bandire quanto prima la Croce a Verona; e ritornato nel regno, messosi a strignere il ribelle conte di Celano, fu necessitato a lasciar quello e sopraccorrere in Sicilia contro Mirabetto, che infestava fieramente il paese.[541] Io penso che il caso fosse di maggiore momento che nol dicano i cronisti; poichè Federigo avea fin dall’anno innanzi offesi gravemente i Genovesi, a’ quali non mancava nè l’animo nè il modo di vendicarsi: e in fatti veggiamo avvolto in questa ribellione un de’ più valorosi marinai di lor gente.
I luoghi, i tempi, le fazioni della guerra capitanata da Federigo, sono pressochè ignoti: sappiamo soltanto che l’imperatore, dalla metà di luglio fin oltre la metà di agosto, stette all’assedio di Giato;[542] che quivi o in altro luogo ei prese Mirabetto e due suoi figliuoli, con Guglielmo Porco da Genova, poc’anzi capitano d’armata in Sicilia, ed Ugo Fer da Marsiglia, il quale avea, molti anni prima accalappiati a migliaia de’ fanciulli francesi e tedeschi, col pretesto di recarli alla Crociata, ma li avea venduti schiavi in Affrica e in Egitto, e dopo lunghe vicende s’era gittato, insieme col genovese, in Sicilia. Federigo fece impiccare in Palermo Mirabetto e compagni; ma con ciò non pose fine alla guerra.[543]
A ripigliarla con maggiori forze, ripassava l’imperatore in Puglia, spegneavi altre faville di ribellione feudale, muniva le città e le castella e nella state del ventitrè,[544] veniva in Sicilia, per incalzare da presso i ribelli Musulmani. Leggiamo senz’altro che parte gli s’arresero; i quali ei fece trasportare a Lucera; parte, fidandosi nella fortezza de’ luoghi, tennero fermo.[545] Argomentiamo da due documenti che i primi fossero abitatori dell’odierna provincia di Girgenti;[546] e sappiamo che si arresero all’entrar della state, poichè Federigo, in una lettera scritta allora a Corrado vescovo di Hildesheim, si rallegrava che ogni cosa accadesse secondo i suoi voti, “chè perfino egli avea fatti scendere alla pianura tutti i Saraceni afforzatisi pria ne’ gioghi de’ monti e in altri luoghi inespugnabili.[547]” Le quali parole, riscontrate con quelle che l’imperatore scriveva un anno appresso a papa Onorio, ci mostrano che smessi i combattimenti e gli assedii, ei s’era appigliato al disegno, lento sì ma sicuro, di stringere i Musulmani con la fame, guastando le ricolte loro ne’ monti e intercettando ogni altra vittuaglia. Così avea dunque costretti alla resa i deportati di Lucera; così sperava trionfare degli altri: e, sendo necessaria a quella maniera di guerra molta gente e ben disciplinata, l’imperatore, come si ritrae da Riccardo di San Germano, lo stesso anno ventitrè e i due seguenti, chiamò i baroni al servizio militare e levò danaro per assoldare stanziali.[548] La guerra de’ Saraceni era cagione e talvolta anco pretesto; come sembra nel caso de’ quattro conti di Terraferma, i quali, venuti in Sicilia a prestare il servigio feudale (1223), furon presi e confiscati loro i beni.[549] Similmente l’epistola di Federigo ad Onorio, alla quale abbiamo testè accennato, ricorda un fatto vero: e pur non sarebbe calunnia ad affermare che l’imperatore l’usò per differire la crociata, alla quale Onorio lo sforzava con animo di tagliargli i passi in Lombardia. Scrisse Federigo, dunque, al papa da Catania, il cinque marzo del ventiquattro, che allestiansi ne’ porti del reame, da poter salpare nella prossima state, cento galee, cinquanta uscieri pe’ cavalli, e navi e legni senza fine e ch’egli stava già per partire alla volta di Germania a fin di chiamare alle armi i Crociati, quand’ecco il capitan generale dell’esercito che osteggiava i Saraceni, gli avea menati in Catania i Kaid e gli Anziani, i quali a nome di tutti i Saraceni della montagna, venivano a trattare di sottomissione. Federigo continuò che, convocato il consiglio di Stato, era parso a tutti non doversi il principe allontanare in quell’incontro, per timore che i ribelli si pentissero e che, prolungata la negoziazione, arrivassero a segare i grani, e addio pace per quell’anno! Conchiuse pertanto l’imperatore ch’ei rimarrebbe in Sicilia tanto che ultimasse l’accordo; che manderebbe Hermann, gran maestro de’ cavalieri teutonici, a bandir la Croce di là dei monti e che nella state, a Dio piacendo, ogni cosa sarebbe in punto ed ei scioglierebbe il voto della Crociata.[550] Il fatto andò allora per le bocche di tutti in Germania, leggendosi con poco divario negli annali di Colonia; i quali aggiungono essere stata profferta la sottomissione da’ Saraceni del monte Platano;[551] ma non sappiamo se s’abbia a intendere del forte castello di tal nome che sorgea sulla sponda del Platani a sette miglia dalla foce, o se piuttosto si volea significare tutta la regione montuosa, bagnata da quel fiume.[552] Il fatto fu che nè Federigo partì allora per Terrasanta, nè i Musulmani furono altrimenti sottomessi o rappacificati in Sicilia. La sola impresa del dugentoventiquattro par sia stata di cacciarli di Malta, tutti o parte; poichè, oltre il cenno d’Ibn-Khaldûn, ritraggiamo che Federigo mandava in quell’isola gli abitatori di Celano di Puglia, espulsi di lor terra quando l’avean presa le forze del re, e poi richiamati in patria, per coglierli alla rete e tramutarli in Sicilia.[553] Il bando de’ Musulmani da Malta sembra tanto più verosimile, quanto in quel tempo le genti di Federigo avean dato il guasto all’isola delle Gerbe e fattavi gran copia di schiavi.[554] L’occupazione delle isolette adiacenti alla Sicilia, attestata da autori arabi e da latini, è da riferire al medesimo tempo.[555] Coteste imprese marittime, compiute in una o due stagioni, sembrano le prime prove dell’ammiraglio, forse genovese, sostituito ad Arrigo conte di Malta, il quale era stato deposto e privato del feudo, per l’oscitanza appostagli nella guerra contro i Musulmani d’Egitto, o, com’altri scrisse, di Sicilia;[556] se pur Federigo non colse il destro di liberarsi dal fiero marinaio, la cui prepotenza e ambizione egli avea temuta di certo nei primi anni del suo regno ed or gli dava sospetto la vecchia amistà di lui co’ Genovesi, o faceva ombra a’ Pisani parteggianti per l’impero.[557]