LIBRO SESTO.
CAPITOLO I.
Trapasserei di molto i limiti ch’io mi proposi mettendo mano a quest’opera, s’io continuassi a trattare per filo e per segno la storia della Sicilia fino al tempo che vi rimasero abitatori musulmani. Nel presente libro io dunque toccherò per sommi capi le vicende della corte e de’ popoli cristiani, quanto basti a rischiarar quelle de’ Musulmani, delle quali noterò ben tutti i particolari che siano pervenuti infino a noi. Aggiugnerò le relazioni del principato co’ Musulmani di fuori; sì per la connessione del subietto, e sì per la novità dei fatti che, la più parte, si raccolgon ora per la prima volta negli scritti arabici.
Mancano gli annali cristiani della Sicilia dal primo al ventunesimo anno del duodecimo secolo, quando Ruggiero il giovane comparisce a un tratto uom di Stato, potente per armi e ricchezze, conquistatore del ducato di Puglia e nemico audacissimo de’ papi. Riscontrando co’ diplomi le poche parole che ne dicono i cronisti, ritraggiamo appena in questo periodo che, morto il primo conte Ruggiero (1101) rimasero di lui due bambini, Simone e Ruggiero, l’uno di otto anni, l’altro di sei; che la contessa Adelaide resse la Sicilia e la Calabria a nome del primo, infino al millecento cinque[1] ed a nome di Ruggiero infino al cento dodici;[2] e che l’anno appresso, il giovanetto rimanea padrone di sè medesimo e dello Stato. La madre andava in Palestina a rimaritarsi con Baldovino I, re di Gerusalemme; gli recava i tesori della Sicilia: ma il Crociato, quando gli ebbe sciupati, sciolse il matrimonio, connivente il papa, il patriarca ed un concilio (1116); sì chè l’Adelaide tornossi oltraggiata in Sicilia, dove poco stante (1118) morì.[3] Una cronica dice vagamente che Simone nel “breve suo consolato avea durate gravi molestie da’ Pugliesi;[4]” ond’e’ parrebbe che baroni di quella provincia, o forse il duca, si fossero provati ad occupare le Calabrie. Orderico Vitale, monaco francese di quella età, asseriva che un Roberto figlio del duca di Borgogna, fu dalla Adelaide chiamato in Sicilia, adoperato a reprimere i baroni, maritato ad una sua figliuola e poi scelleratamente morto di veleno:[5] ma il nome non torna nei ricordi siciliani;[6] nè un misfatto, sì leggermente supposto in tutti i tempi, può credersi a quel frate, ghiotto di favole e punto benigno all’Italia. L’abate di Telese, biografo del re, dice poco della sua fanciullezza: che lo Stato fu governato dalla prudentissima Adelaide sua madre; che Ruggiero non vedea mendico nè pellegrino che non gli desse tutti i danari ch’egli avea in tasca e que’ che domandava alla madre; e che, vivente il padre, giocando a battagliare con gli altri bambini, ei sgarava sempre il maggior fratello e lo scherniva: “lascia a me la corona e le armi, ch’io ti farò vescovo o papa di Roma.[7]” Cotesti aneddoti mostrano, oltre gli alti spiriti del fanciullo, che a corte non si parlasse de’ papi con tanta riverenza, e che si tenesse in gran pregio la carità, precipua virtù dei Musulmani; ma non delineano di certo la storia del tempo.
La penuria de’ racconti pur vale a provare che sotto la reggenza non seguì alcuno strepitoso avvenimento; cioè che la contessa e i suoi consiglieri seppero usare, e forse compiere, i buoni ordini posti dal primo Ruggiero; e ch’e’ tennero salda la mano su quella nuova mescolanza di uomini, la quale parrebbe proprio il simbolo della discordia. La feudalità che tosto volse ad anarchia nel ducato di Puglia, non osò levar la testa in Sicilia: la quale generalità è compendiata, s’io ben mi appongo, nelle parole dei notabili di Traina, Centorbi ed altre terre della Sicilia centrale, i quali il millecenquarantadue attestavano in giudizio il seguente fatto de’ tempi della reggenza. Querelandosi un Eleazar,[8] signore di San Filippo d’Argirò, che il vescovo di Traina, signore di Regalbuto, gli avesse usurpato un tratto di terreno, Adelaide commetteva il giudizio a Roberto Avenel e ad altri nobili uomini; i quali andati su i luoghi co’ notabili e i litiganti, Eleazar proruppe ch’ei volea dividere i confini con la spada; ma ripreso da Roberto e da tutti si acquetò: onde fu proceduto alla prova testimoniale ed alla decisione, come in tempi civili.[9] Tal forza del governo venìa dall’assetto che avea dato alla feudalità il conquistatore; ed anco dal prudente ardire dell’Adelaide e de’ suoi consiglieri, i quali, facendo assegnamento in su i Musulmani, fermarono la sede del principato in Palermo.
Da Mileto nè da Traina non si potea reggere a lungo il nuovo Stato. Ragion volea che la capitale stesse in Sicilia e in sul mare. Sembra anzi che il primo Conte, finch’ei non ebbe signoria in Palermo, avesse eletta Messina; poichè non solamente ei rafforzolla e vi tramutò la sede vescovile di Traina;[10] ma va riferita al suo tempo, ovvero ai primordii della reggenza, la fondazione della zecca,[11] della reggia,[12] e credo anco dell’arsenale, in quella città. Se non che acquistata (1093) la metà di Palermo e cominciato con gran lucro a maneggiare l’azienda della città per sè medesimo e per lo duca di Puglia,[13] Ruggiero trovò in Palermo le basi da rifabbricare tutta l’azienda dell’isola.
I diwani istituiti da’ primi emiri e riordinati da’ Kelbiti, non erano al certo distrutti quando i Normanni presero la città: rimaneano, fossero anco stati negletti per alcun tempo, i casamenti, gli archivii, la zecca, gli arsenali;[14] rimanea qualche segretario e computista: nè Roberto era uomo da lasciare inoperosa macchina così fatta, nè Ruggiero. I diwani, serbati e ristorati, attiravano la corte di Adelaide; l’attirava una città di due o trecentomila abitatori, con quei suoi maestosi edifizii, industrie fiorenti, lusso e ricchezze che la facean rivale di Cordova. L’esperienza dovea mostrare a’ governanti che se da Messina avrebbero tenuta meglio la Calabria, poteano all’incontro, da Palermo far sentire più pronta e più forte la mano in Sicilia; e che l’oro, il ferro e la necessaria fedeltà dei Musulmani di Palermo avrebbero rinforzato il principe contro i baroni: ch’era il gran problema di governo nel medio evo. D’altronde quella corte latina non avea cagione d’amar meglio il soggiorno di Messina popolata di Greci, che di Palermo scarsissima di Cristiani. Adelaide, senza lasciar del tutto la sede di Messina, prese a stanziare in Palermo, e la rifece veramente capitale dell’isola. Ciò avvenne ne’ principii del secolo, e direi appunto il millecentododici; poichè la confermazione dei privilegi dell’arcivescovo e capitolo di Palermo, accordata solennemente il primo giugno di quell’anno, da «Adelaide contessa e dal suo figliuolo Ruggiero, ormai cavaliere e conte di Sicilia e di Calabria, sedenti in Palermo, nell’aula del palagio di sopra, con molti lor chierici, baroni e cavalieri,» mi sembra proprio il compimento d’una cerimonia inaugurale. Soscrissero questo diploma da testimonii, parecchi baroni italiani e francesi noti nelle carte del primo Conte e con essi un Cristoforo, ammiraglio.[15]
È qui il luogo di ricercare l’origine di cotesto ufizio, il quale per la prima volta comparve tra Cristiani alla corte di Palermo, e lì, mutando natura, divenne quel ch’oggi suona in tutte le lingue d’Europa. Ammiraglio è corruzione della voce arabica emîr, che i Bizantini trascrissero fedelmente al nominativo, ma ne fecero al genitivo ἀμήραδος;[16] onde passò con tal desinenza a’ Cristiani occidentali, sì com’egli è avvenuto ad altre voci greche. E veramente gli scrittori della bassa latinità non altrimenti chiamarono gli emiri musulmani che amiratus; se non ch’e’ raddolcirono talvolta il suono in amiralius, talvolta lo resero più aspro in admirarius, o admiratus per dargli alcun significato in loro linguaggio.[17] Come già dicemmo, Roberto Guiscardo, assettando il reggimento in Palermo vi prepose un de’ suoi con titolo di ammiraglio.[18] A città musulmana ei lasciava magistrati musulmani, chè altrimenti non potea fare; tra i quali era primo l’emir di provincia, capo politico e militare, giudice sopra i reati di Stato:[19] e torna allo stesso ufizio ed allo stesso titolo ch’ebbero i governatori della Sicilia sotto gli Aghlabiti e i Fatemiti. E’ par che il conte Ruggiero, quand’ei prese a mezzeria la città di Palermo, v’abbia fatto emir un suo segretario, greco di Calabria o di Sicilia, per nome Eugenio; del quale ritraggiam solo ch’egli ebbe quel titolo, ch’ei possedette beni in Palermo e che fondò un monastero in Traina.[20] Dopo lui, Cristoforo ammiraglio testè ricordato, soscrive, quasi ministro di Stato, una donazione data di Messina nel febbraio 1110;[21] e poi, con gli altri grandi della corte, il citato diploma del giugno 1112;[22] si sa in fine ch’egli ebbe una casa in Messina, la quale tornò, dopo la sua morte, al regio demanio.[23] Segue un Cristodulo ammiraglio, nominato in varii diplomi dal 1123, o forse dal 1119, al 1139, qual ministro civile ed ufiziale di corte, onorato alfine col gonfio titolo di protonobilissimo.[24] Ma questo somiglia forte al benservito che suol darsi agli invalidi; perocchè ormai da parecchi anni primeggiava nel governo dello Stato quel Giorgio di Antiochia, che fu ammiraglio di nome e di fatto, come s’intende oggidì. Lo veggiamo il 1123 aiutante o guida del capitano dell’armata siciliana, chiamato dagli Arabi Abd-er-Rahman-en-Nasrani, ossia il Cristiano; il quale potrebbe essere per avventura lo stesso Cristodulo testè nominato;[25] e l’identità della persona darebbe ragione di parecchi fatti, come or or si vedrà. Giorgio, secondo i diplomi, era a Corte il 1126, ammiraglio al par di Cristodulo o Crisiodoro e del proprio figliuolo Giovanni; il 1132 ei s’intitolava ammiraglio delli ammiragli e arconte degli arconti, e tal rimanea sino alla sua morte.[26] Egli esercitò, al par che i predecessori, atti di ministro di Stato e delegato del principe in cause civili, e capitanò l’armata; ma non si ritrae quale uficio tenessero gli altri ammiragli soscritti in qualche carta insieme con lui,[27] se di capitani o di ministri subalterni, e se alcuno non ebbe altro che il titolo, sì come abbiam detto de’ kâid.[28] Sol veggiamo preposto alle navi del re nella guerra dell’Italia meridionale, Giovanni figliuolo di Giorgio.[29] Dopo la morte di Giorgio gli si ragguagliò di titoli e di ufizio Majone; il quale ebbe ammiragli contemporanei e fu quasi padrone del re e dello Stato, come gli emir-el-omrâ, ossia emir degli emiri, di Baghdad al declinare del califato; ma non capitanò mai il navilio in guerra.[30] E finì con Majone l’autorità ed il titolo d’ammiraglio delli ammiragli. Divenuto primo ministro il cancelliere, o esercitato l’ufizio da un consiglio di tre famigliari del re, l’ammiraglio rimase ministro regio per le cose del mare;[31] ed entro un secolo passò quel vocabolo in altri paesi, col significato esclusivo di capitano del navilio;[32] talchè gli eruditi arabi del XIV secolo, trovando sì diverso il suono del vocabolo e la giurisdizione dell’ufizio, non riconobbero più l’emir loro, nell’ammiraglio degli Italiani o delli Spagnuoli.[33]