In Sicilia dunque ed alla metà del duodecimo secolo mutossi l’ufizio dell’emir, lungo tempo dopo che il vocabolo avea presa sembianza greca e latina. La quale trasformazione come avvenisse non risulta da documenti, non è detto da cronisti, ma sendo nata di certo dalle condizioni particolari dell’amministrazione pubblica in Sicilia, ne possiam noi rintracciare l’origine senza troppa audacia di conghietture. L’autorità dell’ammiraglio cristiano di Palermo, viceregia sotto Roberto e il primo Ruggiero, limitata pure alla città e al suo territorio, dovea necessariamente alterarsi quando la corte stanziò nella capitale e vi s’accrebbe la popolazione cristiana. Conforme all’assioma del diritto siciliano di quel tempo, che ogni gente si governasse con sua legge, dovea ristringersi l’autorità dell’ammiraglio da un lato, allargarsi dall’altro; lasciare agli altri ministri del principe le cose dei Cristiani della città; ed estendersi a quelle de’ Musulmani in tutta l’isola, secondo la propria sua natura, cioè di comando militare e di piena potestà civile, fuorchè nei giudizii riserbati ai cadì. Ma nel reggimento militare de’ vinti Musulmani di Sicilia era ormai di momento il solo navilio. I fanti e i cavalli non si chiamavano in arme se non che al bisogno, e in piccol numero al paragon delle milizie feudali; e finita l’impresa rimandavansi a lor case, eccetto qualche compagnia stanziale: possiam supporre inoltre che Palermo, come altre città demaniali, fosse esente dal servizio militare di terra ed obbligata soltanto al marittimo. Con ciò egli è da riflettere che l’armata, unica forza permanente dello Stato, richiedea continua vigilanza su la disciplina de’ marinai e sul mantenimento di navi, attrezzi, armi, vettovaglie: e ch’essa era montata in parte da uomini musulmani[34] e le cose affidavansi alla cura de’ Musulmani di Palermo, essendo stato secondario di certo, infino alla metà del XII secolo, l’arsenale di Messina.[35] Indi l’ammiraglio, oltre il suo ufizio civile, tornava a quel ch’oggi sarebbe il ministro della marina e inoltre capitanava in guerra il navilio, quand’egli era uomo da ciò; e sempre esercitava giurisdizione civile e criminale sopra i soldati e’ marinai.[36] Nel regno intanto del secondo Ruggiero, accentrandosi e ordinandosi ogni ramo di amministrazione pubblica, s’accrebbe il numero de’ funzionarii; gli affari della popolazione musulmana ne richiesero parecchi, ai quali fu dato anco il titolo di emir; e il ministro di Stato per gli affari musulmani, ch’era Giorgio d’Antiochia, come superiore agli altri, fu detto emir degli emiri. Abilissimo amministratore e fortunato capitano d’armata, Giorgio tenne veramente l’ufizio di primo ministro, il doppio visirato della spada e della penna come lo si chiamava in parecchi Stati musulmani, dell’undecimo e duodecimo secolo: nè sembra poi cosa tanto strana che un cristiano, ministro per gli affari musulmani, fosse quel ch’or diremmo presidente del Consiglio. Ma gli ufizii di grande ammiraglio e di Cancelliere urtavansi per la natura stessa e per lo incerto confine loro, variabile secondo l’arrivo di nuovi coloni e la conversione degli antichi. Il quale antagonismo, s’e’ non nocque al tempo di Ruggiero e di Giorgio, mandò sossopra lo Stato nel regno di Guglielmo primo e, spento Majone, gli sopravvisse quel disordine. Alfine par che il Cancelliere e poi il consiglio di Cancelleria, prendessero a trattar le faccende civili dei Musulmani, le quali scemavano insieme col numero e con la ricchezza loro. Scomparvero allora i meri ammiragli, sorgendo in vece loro altri ufiziali con titoli europei; e solo rimase in piè quel saldo reggimento delle cose del mare, insieme con l’ammiraglio che vi era preposto. Questa unione, poi, del comando, del ministero e del tribunale, come noi diremmo in oggi, questa unica volontà che preparava nella pace, conduceva in guerra e presedeva a’ giudizii speciali su le persone e le cose appartenenti alla marina, parve buona agli altri Stati; ond’essi imitarono più o meno fedelmente il grande ufizio e gli dettero lo stesso nome che avea in Sicilia. Così io suppongo e ritorno al filo degli avvenimenti, nel quale occorre in primo luogo l’ammiraglio Giorgio.

Le memorie arabiche degli ultimi principi ziriti suonano molto diverse dagli annali siciliani su la origine di costui. Non si ritrae su quale autorità il Pirro l’abbia supposto figliuolo dell’ammiraglio Cristodoro o Cristoforo, ed abbia aggiunto il casato di Rozio, che mi par lezione erronea di qualche sigla veduta ne’ diplomi greci.[37] Secondo gli scrittori arabi, Giorgio fu di que’ ministri di ventura, giudei o cristiani, ai quali i principi orientali sovente commetteano l’amministrazione dell’erario, per difetto di sudditi musulmani versati in quelle materie. Egli e il suo padre per nome Michele, cristiani d’Antiochia, capitarono a corte di Temîm, principe di Mehdia (1062-1108), amante di così fatti avventurieri;[38] appo il quale Giorgio si fè strada, sapendo per bene l’arabico ed avendo con molta lode esercitata in Siria la computisteria,[39] o, come io credo, la pratica dell’azienda pubblica di quella provincia. Temîm indi il prepose ad ufizio simile nello Stato di Mehdia: dove crebbero sua mercè le entrate. Ma alla morte di quel principe (marzo 1108), temendo la vendetta di Iehia che gli succedette, il quale odiava, come avvenir suole, il ministro favorito dal padre, Giorgio s’indettò con la corte di Ruggiero,[40] che ricercava di così fatti strumenti, avendo sudditi musulmani da mugnere e principi vicini da insidiare. Mandatagli apposta di Sicilia una nave, sotto specie di recare spacci alla corte di Mehdia, Giorgio, un venerdì, colse il tempo della preghiera solenne, e mentre i musulmani salmeggiavano, egli e tutti i suoi, travestiti da marinai, andarono sul legno siciliano sì destramente che i terrazzani s’accorsero della fuga quando e’ videro veleggiar quello in alto mare. Arrivati gli avventurieri antiocheni in Sicilia, Abd-er-Rahman il cristiano, ministro di finanza,[41] come noi diremmo, adoperolli nella riscossione de’ tributi; nella quale guadagnaron fama di solerzia e probità. Occorrendo intanto al re di mandare uom fidato in Egitto, Abd-er-Rahman gli propose Giorgio; e questi compiè sì bene la commissione e riportonne tanto guadagno, ch’egli entrò subito in grazia del re.[42] Così il Tigiani: ond’e’ si vede che il negozio commesso a Giorgio fu mercatantesco, di que’ che fruttarono denari e potenza ai principi di Sicilia nel XII e XIII secolo.[43] Con la narrazione degli Arabi s’accordano i diplomi, assai meglio che coi supposti del Pirro. Giorgio d’Antiochia comparisce verso il 1111 nell’umile ufizio di stratigoto di Giattini;[44] il 1123 accompagna Abd-er-Rahman capitano dell’armata siciliana nella infelice impresa del Capo Dimas;[45] il 1126 è soscritto in un diploma col titolo d’ammiraglio e nulla più; indi lo veggiamo per la prima volta il 1132[46] ammiraglio delli ammiragli. Da un’altra mano i supremi uficii d’azienda e di guerra che i cronisti musulmani attribuiscono al cristiano Abd-er-Rahman tra il 1108 e il 1123, non si adatterebbero in Sicilia ad altro personaggio notevole che all’ammiraglio Cristodulo, il qual nome anco torna con poco divario ad Abd-er-Rahman.[47] E parrebbe un de’ musulmani siciliani di schiatta italica o greca, ritornati al cristianesimo dopo il conquisto e adoperati dal principe negli ufizii pubblici.

La testimonianza degli scrittori arabi al par che de’ diplomi cristiani della Sicilia intorno Giorgio di Antiochia, conferma l’autorità civile delli ammiragli, che che si pensi de’ miei supposti su l’origine sua. Questa particolarità del diritto pubblico siciliano alla quale si è badato assai poco fin qui, ci aiuta a comprendere le vicissitudini dello Stato sotto i due Guglielmi, assai meglio che non faremmo col mero ordinamento dei sette grandi ufizii della Corona,[48] supponendo col Gregorio, che fosse stato fin da’ tempi di re Ruggiero qual si ritrae negli ultimi di Guglielmo il Buono, e che l’autorità di quegli ufizii si fosse estesa a tutti i sudditi, cristiani o musulmani. Erano gli elementi dell’azienda musulmana che tornavano a galla quando fu ristorata l’antica capitale. E dico delle istituzioni ed anco degli uomini. Guerrieri che avessero seguito in Terraferma il primo conte, uomini di mare, giuristi, segretarii, mercatanti, pedagoghi, camerieri; qual più qual meno caritatevoli, dissoluti e picchiapetto; bilingui e trilingui, barcheggianti tra due o tre religioni, versati nella letteratura arabica e nella scienza greca, dilettanti dell’arte bizantina e delle forme che prese in Siria, in Egitto o in Spagna: tali mi sembrano que’ Musulmani e Greci di Sicilia che la novella corte attirava, senza volerlo, nel castel di sopra di Palermo, insieme co’ Levantini della tempra di Giorgio e coi prelati, i chierici e i nobili d’Italia e di Francia. Que’ costumi dissonanti s’armonizzaron pure un gran pezzo e produssero, nel corso del duodecimo secolo, due grandi Statisti: orfani entrambi, maturati precocemente tra le agitazioni della corte di Palermo, somiglianti anco l’uno all’altro per tempra e cultura dell’intelletto, legislatori, buon massai, vaghi d’ogni scienza e filosofi più che cristiani: Ruggiero primo re e Federigo secondo imperatore; i due sultani battezzati di Sicilia, a’ quali l’Italia dee non piccola parte dell’incivilimento suo.

L’educazione orientale del novello principe non giovò a’ vicini Stati musulmani. Mentr’egli in casa ordinava l’amministrazione, l’esercito e l’armata, e mantenea severamente la sicurezza pubblica;[49] mentre attaccava briga col duca di Puglia, e maggior pericolo minacciavagli con l’amistà,[50] Ruggiero agognava in Affrica all’eredità d’un altro principato moribondo. I Ziriti di Mehdia s’erano sforzati invano, dallo scoglio loro, a ristorare l’antico dominio contro i Ziriti di Bugia, gli Arabi nomadi e i regoli di schiatta arabica o berbera che usurparono a volta a volta le città della costiera.[51] Temîm, invero, dopo l’assalto della Lega italiana (1087) avea ridotti, perduti e ripresi varii luoghi,[52] e perfino, mostrato il viso a’ Cristiani, non sappiamo di qual nazione, i quali del quattrocentonovantotto (22 sett. 1104 a 11 sett. 1105) riassaltarono Mehdia, chiusero la darsena con formidabile ordinanza di galee spalleggiate da ventitrè navi; ma l’armata zirita, rompendo la fila, non senza strage li rincacciò.[53] Iehia, figliuolo e successore di Temîm, racquistò anch’egli qualche pezzo del territorio; mandò l’armata in corso contro Cristiani, con vario successo;[54] fornilla di fuoco greco;[55] e tanta molestia diè, o tanti comodi offerse al commercio bizantino, che Alessio Comneno, l’anno cinquecentonove dell’egira (1115-6) inviava ambasciatori in Mehdia a presentare doni, e trattare un accordo.[56] Continuava intanto la pace che il primo conte di Sicilia fermò con Temîm:[57] s’accresceano i commerci al segno che, il millecendiciassette, Ruggiero secondo tenea parecchi fattori in Mehdia a maneggiar grosse somme di danaro, sì come vedrassi nel seguito della narrazione. Questa mostrerà anco gli effetti delle pratiche fatte dalla corte di Palermo appo gli Arabi occupatori dello Stato e’ governatori ribelli delle città marittime. E perchè gli Ziriti di Mehdia non avessero avversario che amico non fosse di Ruggiero, anco i Beni-Hammâd gareggiavano con essolui di cortesia. De’ monaci Benedettini, al dir di Pietro Diacono, tornando di Sardegna in Terraferma erano stati presi da corsari affricani, ed era stata la nave cacciata da’ venti in Sicilia, quando il conte, pregato di liberar que’ frati, in vece di strapparli a dirittura dalle mani degli Infedeli, mandò ambasciatori al re della città Calamense detta da’ Saraceni Al-Chila; il quale immantinenti rilasciava i prigioni.[58] Indi gli è manifesto che un trattato legasse i principi normanni della Sicilia con quel ramo di casa zirita. Dopo la fuga degli Antiocheni, tutte queste mene di Ruggiero non poteano essere occulte alla corte di Mehdia: pur si manteneano, per interesse reciproco, le apparenze dell’amistà.[59]

Venuto a morte Iehia (aprile 1116), Alì, giovane d’alti spiriti, non imitò la prudenza del padre. Rafi’-ibn-Makkan-ibn-Kâmil, capo d’Arabi, mezzo governatore e mezzo usurpatore di Kâbes, avea fatta costruire una grossa nave mercatantesca, con assentimento di Iehia; il quale financo gli fornì legname e ferro: ed era in punto ogni cosa, quando il nuovo principe, arrogandosi il diritto privativo del commercio di mare,[60] fece intendere a Rafi’ che, se la nave uscisse dal porto, ei sì la farebbe pigliare. E mandò con questo in Kâbes sei harbiè e quattro galee.[61] Rafi’ allora si volse a Ruggiero, fingendo, come ci dicono, ch’egli avesse allestita la nave per mandargli certi suoi presenti; ma più verisimile è che i ministri di Sicilia avessero già appiccate pratiche in Kâbes per condurvi i traffichi del fisco: e quali che fossero i particolari, ognun vede che Ruggiero stava lì alle vedette, come il potente quand’ei vuol entrare in casa de’ vicini. Promesse dunque aiuto a Rafi’ e tosto mandò una squadra di ventiquattro galee che, tolta seco la nave, scortassela in Sicilia. Correa l’anno cinquecentoundici dell’egira (4 maggio 1117 a’ 22 aprile 1118). Pareva a Ruggiero che il principe zirita non avrebbe osato di risentirsi. E veramente, quando fu vista da Mehdia l’armata siciliana veleggiare nel golfo, quando Alì toccò con mano la connivenza di Ruggiero che poc’anzi gli era parsa una fola, i grandi dello Stato, consultati, avvisarono si dissimulasse, piuttosto che spezzare i patti con la corte di Palermo. Alì die’ loro su la voce: comandò che il rimanente dell’armata corresse dietro a’ Siciliani per mantenere il divieto ad ogni costo. Seguinne, secondo il Tigiani, sanguinosa zuffa tra i marinai ziriti e que’ di Ruggiero, arrivati pria di loro e assisi già ad un banchetto, che Rafi’ loro aveva imbandito;[62] secondo altri i due navigli entrarono insieme; onde Rafi’ non osò far salpare la sua nave, nè si venne altrimenti alle mani:[63] tutti affermano poi che i Siciliani, non potendo usare aperta violenza, scornati si ritrassero.[64] Indi i cortigiani d’Alì a lodare la sapienza e valore del principe; i poeti ad ammontar metafore sopra metafore, come veggiamo in una kasîda scritta allora dal siciliano Ibn-Hamdîs, irridendo agli Infedeli che non aveano saputo affrontare il taglio delle sciabole d’Alì, nè le lingue di fuoco lanciate dalle sue navi.[65] I brani di memorie contemporanee che troviamo qua e là nelle compilazioni musulmane più moderne, danno con evidenti interruzioni il seguito degli avvenimenti. Narrano che Rafi’, chiaritosi ribelle, condusse alcune tribù d’Arabi a campo a Mehdia; che Alì corruppe quegli Arabi; e che, dopo varie fazioni, i due musulmani, spossati si rappattumarono.[66] Ruggiero, intanto, avea mandato il naviglio in aiuto di Rafi’, con ordine d’infestare la costiera e tenere in rispetto il naviglio zirita; ma questo gli diè una sconfitta; e par n’abbia anco toccate, aggiugnendosi dopo ciò che il signore di Mehdia riforniva l’armata.[67] La varia fortuna de’ combattimenti navali apparisce anco dalle pratiche delle quali abbiamo ragguaglio più particolare: che il principe di Sicilia mandò a richiedere imperiosamente la rinnovazione del trattato e la restituzione de’ danari staggiti in Mehdia a’ suoi fattori; che Alì assentivvi e liberò i fattori imprigionati; che Ruggiero, non soddisfatto, reiterò l’ambasciata, fuor d’ogni uso cancelleresco, con parole aspre e villane; che il musulmano sdegnò di rispondere, e che indi sfogaronsi a minacce; l’uno di venire con l’armata a Mehdia, l’altro di collegarsi con gli Almoravidi per assaltare la Sicilia.[68] Entrambi già si apparecchiavano a grossa guerra. Alì muniva sue fortezze, armava dieci navi harbîe e trenta corvette, le empiva d’uomini, di munizioni e di nafta; e tenne pratiche veramente con gli Almoravidi. Scorsero così quattro anni, tanto che l’audace zirita morì (10 luglio 1121), nè in guerra nè in pace con la Sicilia.[69]

La potenza che Alì incautamente stava per attirarsi in casa a fine d’allontanare i Siciliani, era surta come un turbine dalle profondità del Sahra: occupate in brev’ora le regioni ch’or diciamo del Marocco e dell’Algeria, avea passato il Mediterraneo e portati via, la più parte, i regoli musulmani della Spagna. Il nome attesta l’origine di quella dominazione. Alla metà dell’XI secolo, mentr’era venuta meno ogni forza vitale negli splendidi califati di Baghdad, del Cairo e di Cordova, l’islam ripullulò con l’antica violenza ne’ Berberi di Sanhagia, i quali si diceano musulmani perchè sapeano il nome del profeta e il precetto di rubare e ammazzare i Negri finitimi. Il capo de’ Lamtuna, tribù della nazione di Sanhagia, per dirozzare i suoi, chiamò (1039) un dottore di Segelmessa. Il quale, deriso e poi scacciato, in odio delle virtù ch’ei predicava e non delle favole religiose di che le condìa, si ritrasse con pochi proseliti in un isolotto del Senegal, per vivere a suo modo e adescar altri co’ prestigii della penitenza: il qual eremo appellarono, all’uso arabico, ribât, e sè medesimi morâbit, ch’è derivato di quella voce: marabutti, come son detti in oggi i santocchi in Affrica; e gli Spagnuoli d’allora, premesso l’articolo e fatte le solite permutazioni di consonanti, pronunziarono Almoravidi. Ingrossata l’associazione e venuta in fama per miracoli, die’ mano alla guerra contro forastieri e connazionali che non intendessero l’islam al modo professato nel ribât (1042); nè andò guari che gli Infedeli, combattuti e spogliati, presero anch’essi l’utile mestiere di santi. Per la forza dell’ordinamento e della volontà, i pochi vinsero, al solito, i molti disgregati; le affinità di schiatta favorirono il movimento sociale vestito di religione; e la confederazione aggressiva fu pattuita agevolmente tra i barbari pastori del Sahra, che riferivano al Settentrione tutte le dolcezze e i comodi della vita, nè soleano veder pane se non quando n’avea seco un pezzo qualche mercatante di que’ paesi, venuto a comperare, credo io, schiavi negri. Una carestia spinse gli Almoravidi (1058) sopra Sus dell’Oceano. Rivoltisi, prima e poi, alla catena dell’Atlante, occuparono alfine (1061) Segelmessa; dove sottentrò ai primi un capo politico e guerriero, per nome Iûsuf-ibn-Tasciufin. Questi seppe stringere più fortemente i legami della confederazione; s’intitolò emiro dei Musulmani; vinse altre battaglie; gittò le prime fondamenta dalla città di Marocco (1062); si fece ubbidire da’ deserti al Mediterraneo, e dall’Atlantico a’ confini occidentali dell’odierna provincia di Costantina. I Musulmani di Spagna, incalzati dalle armi di Alfonso di Castiglia, chiesero aiuto a Iûsuf; ond’ei, valicato lo Stretto, ruppe i Cristiani a Talavera (1086), ma poco stante spense ad uno ad uno que’ che l’avean chiamato (1090- 1100) e quand’ei morì (1106) si pregava a suo nome in mille e novecento moschee cattedrali: quasi tutto l’Occidente musulmano, del quale ei s’era fatta dar l’investitura dal povero califo di Baghdad. Alì figliuolo di Iûsuf, estese i confini a levante infino a Bugia; ed aggiunse all’impero le isolette che fecero suonare terribile in Italia questo nome di Almoravidi.[70]

Dico le isole Baleari, le quali, dopo la morte di Mogêhid,[71] ubbidirono, insieme con Denia, al suo figlio Alì e indi al nipote Abu-’Amir e rimasero solo retaggio della dinastia, quando fu Denia occupata da Moktadir di Saragozza.[72] I successori di Mogêhid scansarono dapprima il giogo almoravide, sia che Iûsuf non pensasse alla Baleari, sia ch’ei non avesse forze navali da affrontare que’ pirati. Ma, provocati da loro correrie, i Pisani, il conte di Barcellona, quello di Montpellier, il visconte di Narbona ed altri signori cristiani, fatta lega tra loro, assalivano (1113) le Baleari, tenute allor dall’eunuco Mobascer, liberto dei Mogehiditi. Dopo ostinatissima difesa, morto l’eunuco, espugnavano il castello di Majorca (1115), prendeano il giovane Burabe (Abu-Rebi’a?) ultimo rampollo della dinastia, il quale fu condotto in Pisa, come il suo antenato Alì un secolo innanzi: se non che, ritornato a casa il navilio pisano, Alì-ibn-Iûsuf occupò le Baleari senza contrasto.[73] Il che par sia avvenuto per procaccio d’una valente famiglia di corsari di Denia, i Beni Meimûn, un uom della quale è ricordato tra i difensori di Majorca e dopo la morte di Mobascer fu mandato a Denia, per chiedere aiuto al principe almoravide.[74] I Beni Meimûn, pochi anni appresso, capitanavano l’armata di Alì-ibn-Iusuf, ordinata e forse creata da loro;[75] e nella precipitosa decadenza della dinastia, rifornirono l’esercito suo di giovani cristiani ch’essi andavano rubando ne’ mari e su per le costiere di Spagna, d’Italia e de’dominii bizantini.[76] Quando nulla valse a cansare la caduta degli Almoravidi, i Beni Meimûn affrettaronla, qual gittandosi co’ ribelli spagnuoli[77] e qual passando (1145) con l’armata sotto la bandiera d’Abd-el-Mumen, capo degli Almohadi.[78] Tra coteste vicende, la casa loro salita era a tale potenza che, per gran tratto del duodecimo secolo, gli annali nostri ricordano i combattimenti o gli accordi dei Beni Meimûn con Siciliani, Genovesi e Pisani.[79]

Or nella state del millecentoventidue, un Ibn-Meimûn, suddito degli Almoravidi, piombò con sua armatetta sopra Nicotra di Calabria: saccheggiò, arse, uccise, rapì le donne e i bambini; assalì qualche altro luogo e illeso tornossene in Ponente.[80] Gli scrittori musulmani da’ quali sappiamo i casi della guerra che Ruggiero portò incontanente in Affrica,[81] appongonla a dirittura a questa fazione di Nicotra; dicendo che il conte di Sicilia la credè primo frutto delle istigazioni d’Ali, anzi della sua lega con gli Almoravidi.[82] E veramente cotesta guerra ci pare più tosto subita vendetta, che meditata impresa di conquisto; poichè i disegni di Ruggiero a tal effetto non sembrano ben maturi, ed all’incontro, in quel medesimo tempo, l’Italia meridionale lo chiamava a maggiori travagli e maggior premio.[83] Fors’egli sperò di fare, entro poche settimane, un colpo di mano sopra Mehdia, tramato con gli Arabi, e agevole in ogni modo contro Hasan, fanciullo di tredici anni, succeduto poc’anzi ad Ali.[84]

Affrettossi Ruggiero, adunò navi ed uomini di varie parti d’Italia,[85] ritenne entro i suoi porti i legni mercantili che caricavano per Affrica o Spagna; e nel mese di giumadi primo del cinquecento diciassette, (27 giugno a 26 luglio 1123) fece salpare dal porto di Marsala trecento legni, tra di carico e di battaglia, con trentamila uomini e mille cavalli.[86] De’ quali numeri è da accettare l’ultimo soltanto: l’altro significa solo che l’armamento fu grosso. Capitanavano l’impresa, Abd-er-Rahman-en-Nasrani e Giorgio d’Antiochia, nominati di sopra.[87] La corte di Mehdia, dal suo canto, sapendo i preparamenti di Ruggiero, avea risarcite le fortezze della capitale, assoldata gente, raccolte armi e bandita la guerra sacra. Onde turbe infinite d’Affricani ed alcune tribù degli Arabi occupatori del paese, accorreano a Mehdia; attendavansi fuor le mura,[88] con gran sospetto de’ cittadini[89] che non si capacitavano come que’ ladroni veramente venissero a difender le loro vite e sostanze.

Così trepidavano gli animi, quando un legno siciliano gittato su la spiaggia da fortuna di mare, portò nuove dell’armata.[90] Battuta dalla tempesta e scema di assai legni che fecero naufragio, s’era l’armata siciliana ridotta alla spicciolata in Pantellaria,[91] com’avveniva il più delle volte, nelle spedizioni mosse dalla Sicilia contro l’Affrica o viceversa:[92] e però tanto uman sangue fu sparso in quella terra mezzo italiana e mezzo affricana, dove, alla fine dell’undecimo secolo, vedeansi biancheggiare ancora in una landa le ossa de’ Cristiani immolati dal furor musulmano.[93] Il furore crociato adesso ne prendea la vendetta. I Siciliani sbarcati in Pantellaria davano di piglio nelle persone e nella roba degli abitatori; finchè ragunate le navi, agognando maggior preda, salparon di nuovo alla volta dell’Affrica. Il sabato venticinque[94] di giumadi primo (24 luglio 1123), al tramonto del dì, gittarono le ancore, una diecina di miglia a tramontana di Mehdia, nell’isolotto di sabbia or nominato “Le Sorelle” ed allor Ahâsi,[95] che un breve passo, guadoso a cavalli ed a fanti,[96] disgiugnea dal Capo Dimas. Questo par abbia preso il nome da alcun antico edifizio che vi rimanesse; e s’appellava anco Dimas la terra murata che sorgea proprio in su lo Stretto, e racchiudeva in sè un castello fortissimo.[97]