Al dir degli Arabi, avea comandato Ruggiero che, occupata la terra e il castello, i cavalli e i fanti movessero in ordinanza sopra Mehdia, e le galee vi si appresentassero al tempo stesso; in guisa da assalirla a un tratto dalla terra e dal mare.[98] Chiaro egli è che i Siciliani fecero assegnamento sopra alcun capo d’Arabi, indettato da Abd-er-Rahman-en-Nasrani; che gli Arabi non poterono dare a’ Siciliani la terra di Dimas, perchè le milizie di Media li prevennero; e che, impedita perciò la mossa rapida di tutte le genti, il colpo di mano sopra Mehdia fallì. La notte stessa dello sbarco, piantate le tende de’ due capitani e de’ baroni dell’oste nell’isola di Ahâsi, un grosso di cavalli innoltrossi per parecchie miglia nel paese;[99] sorto poi il nuovo dì, i capitani con ventitrè galee[100] navigarono verso Mehdia, sopravvidero la fortezza, corsero fino al lido di Zawila: e per ogni luogo lor si appresentavano formidabili difese e grosse schiere d’armati; ma non si vedeano spuntar le insegne di Sicilia. Frustrati dunque, se ne tornarono ad Ahâsi; e seppero, per giunta, che una mano di soldati di Mehdia e d’Arabi aveano osato assalire il campo, uccider gente e far bottino, mentre i cavalli cristiani scorazzavano indarno la Terraferma.[101] A questo, i capitani fanno mettere a terra gli altri cinquecento cavalli;[102] attendano tutta l’oste in Ahâsi. Il dì appresso, che fu il terzo dopo lo sbarco, ebbero, per tradimento di un capo d’Arabi, il castello di Dimas, dove posero presidio di cento uomini;[103] la terra no, perchè vi trassero d’ogni luogo le turbe degli Arabi fedeli all’islam, e da Mehdia vi andò anco un grosso di soldati, per condurre l’assedio del castello.[104] Mutate le veci, gli assalitori siciliani si difendeano nel castello e nell’isolotto di Ahâsi, dal quale al capo Dimas non si passava senza fatica, sull’istmo inondato o Stretto guadoso che dir si voglia.
Quando una notte che fu la quarta dallo sbarco[105] e la trentesima[106] di giumadi primo (26 luglio), le turbe musulmane che occupavano Dimas, movendo assalto al castello, diedero a un tratto nel grido di Akbar Allah, che fece tremar tutte le piagge. Risentendosi a quel tuono, i Siciliani son presi da timor panico, si credono assaliti proprio nel campo; nè pensano allo Stretto, o lo tengono varcato già da tutta l’Affrica in arme. Gridano alle navi, alle navi; e corronvi senza guardare s’altri li insegua: i più valorosi arrestansi tanto da uccidere i proprii cavalli, perchè non se li abbia il nemico. Il quale, risaputa la rotta, passò in Ahâsi quando l’isolotto era pressochè sgombro; fece bottino di macchine da guerra, arnesi, armi, robe e di quattrocento cavalli, chè secento eran lì morti ed un solo n’era stato rimbarcato: due soli, disse un altro de’ retori che narrarono cotesto prospero successo dell’islam, gareggiando tra loro di tropi, arzigogoli, assonanze e ampollosità d’ogni maniera. Per otto dì, l’armata rimanea spettatrice degli assalti mossi contro il castello: ma non trovando modo di aiutare il valoroso presidio, nè potendo stare più lungamente tra quelle secche, diè le vele ai venti e man mano si allontanò, a vista di centomila pedoni e diecimila cavalieri, che le imprecavano da lungi:[107] il qual numero non sembra troppo, quand’altra fatica non rimanea che gridare Akbar Allah, raccogliere il bottino e scannar poche vittime. Rifiniti dal combattere dì e notte scarseggiando d’acque e di vitto, i cento chiesero d’uscire salva la vita; alcun di loro profferse larghissimo riscatto;[108] e la corte di Mehdia, per umanità, o timore che avesse tuttavia della Sicilia, pendeva allo accordo;[109] ma le fu vietato dalla moltitudine, fanatica e sanguinaria, degli Arabi. Dopo sedici giorni, i cento, affamati, arsi di sete, irruppero fuor del castello con la spada alla mano, e furon morti dal primo all’ultimo. Cento navi sole ritornarono in Sicilia delle trecento che n’erano partite.[110]
Sappiam noi le allegrezze che allor si fecero nella corte di Mehdia; abbiamo squarci d’una delle relazioni in prosa rimata che Hasan mandò per tutti i paesi musulmani;[111] abbiamo una kasîda d’Ibn-Hamdîs, che chiama eroe il fanciullo assiso sul trono di Mehdia e gioisce della desolazione di que’ medesimi Rûm che avean desolata la patria sua.[112] Ma nessuno scrittore nostrale ci descrive il lutto della Sicilia e dobbiam anco agli Arabi un racconto che dipinge al vivo l’onta e la rabbia della popolazione cristiana. Abu-s-Salt che poetava in quel tempo alla corte di Mehdia, dice essergli stato riferito da un Abd-er-Rahman-ibn-Abd-el-Azîz, che un dì, nelle sale di re Ruggiero, gli venne visto un cavaliere franco, il quale lisciando la lunga sua barba, dicea fieramente: “per la santa fè di Cristo non ne raderò un pelo, se prima non piglierò vendetta di que’ cani di Mehdia.” “Che ha costui?” domandò Abd-er-Rahman: e gli fu risposto che nella rotta di Ahâsi ei s’era strappati i baffi con tal furore, da insanguinarsi tutto il volto.[113] Maggiore sdegno ardeva in cuore al magnanimo principe, che vide finir con tanto danno la prima impresa grossa del suo regno. Ma il disastro, anzi che sgomentarlo e spuntarlo dai suoi propositi, gli insegnò a scansare gli errori: e sì felice conoscitore degli uomini fu Ruggiero, ch’ei non tenne da meno l’ammiraglio Giorgio d’Antiochia, dopo la sventura del capo Dimas.
La guerra continuò debolmente d’ambo le parti; poichè tacciono gli annali dell’una come dell’altra. Avvenne, sì, del luglio millecenventisette, che uno dei Beni Meimûn, ritornato con l’armata almoravide ne’ mari di Sicilia, assalì Patti, minacciò Catania e sbarcato in Siracusa, appiccò fuoco alle case, ammazzò, prese roba, donne, fanciulli, e riportonne quanto capìano le navi; scampato a mala pena il vescovo con molti cittadini.[114] A questa impresa probabil è che avessero partecipato i Musulmani d’Affrica; poichè Guglielmo di Tiro l’attribuisce del tutto a loro, ancorchè le memorie siciliane e le musulmane faccian parola de’ soli Spagnuoli. Ruggiero uscì incontanente con l’armata ad affrontare gli assalitori della sua terra; sapendosi ch’ei, nelli ultimi giorni di luglio, avea ripresa Malta e poneva ogni studio a togliere altre isole e terre a’ Musulmani, quando conobbe per tardo avviso la morte di Guglielmo Duca di Puglia: ond’ei lasciata a mezzo l’impresa, navigò in furia alla volta di Salerno con sette galee.[115]
E, tra le fatiche della nuova guerra, ei pensò pure ai Musulmani della costiera orientale di Spagna. Un documento degnissimo di fede ci fa sapere che l’inverno seguente, posando Ruggiero in Palermo e riordinando le forze, trattò una lega con Raimondo III, conte di Barcellona; per la quale cinquanta galee siciliane doveano andare la prossima state a combattere contro i Saraceni spagnuoli, insieme con le genti di Raimondo, a patto che le terre conquistate e sì i prigioni e il bottino, fossero divisi in parti uguali tra i due principi. Il conte di Barcellona avea mandati a questo effetto oratori in Palermo un Pietro Arcidiacono e un Raimondo; e Ruggiero, con lettere date dal palazzo di Palermo il diciassette gennaio millecenventotto, gli rinviava, ambasciatori suoi, Guglielmo di Pincinniaco e Sansone di Sordavalle; in man de’ quali il Barcellonese dovesse giurare le condizioni della lega, secondo una minuta che fu distesa lo stesso dì.[116] Se Raimondo III abbia ratificato, non si ritrae. Di certo l’impresa non fu eseguita; nè potea, perchè Ruggiero, al tempo prefisso, fronteggiava ancora l’esercito papale.
CAPITOLO II.
«Siccome un tempo Iddio volle o permesse che la violenza de’ sopravvegnenti Normanni calcasse la dominante malvagità dei Longobardi, così ora è stato di lassù conceduto o sofferto a Ruggiero di abbattere con la spada l’immensa iniquità di cotesti nostri paesi. Quale scelleratezza qui ci mancava? Perpetravansi continuamente, senza ritegno di timore alcuno, omicidii, furti, rapine, sacrilegi, adulterii, spergiuri, oppressioni di chiese e di monasteri, dispregi a’ servi di Dio e cento altri misfatti: perfino i pellegrini che viaggiano per amor di Dio, erano svaligiati e talvolta uccisi, per nascondere il ladroneccio. Da’ quali eccessi gravemente offeso, Iddio ha tratto Ruggiero dall’isola di Sicilia, come tagliente spada dal fodero; e, impugnatala, ha percossi i prevaricatori a fine di reprimerli; ha ricondotti con quel terrore, alle vie della giustizia, gli incorreggibili, tollerati sì a lungo.» Così l’abate di Telese;[117] il cui criterio teologico non toglie fede alla testimonianza dei fatti. Ne’ principii del duodecimo secolo, il ducato di Puglia e tutta la terra che stendesi fino allo Stretto di Messina, era caduto in pretta anarchia. Tra il papa, il duca, i grandi suoi feudatarii e i principi o municipii rimasi indipendenti, non si sapea pur chi fosse il sovrano; onde ognun volea fare a suo modo e nessuno ubbidire.
I signori della Sicilia ch’aveano tronca ormai da molti anni la quistione della sovranità,[118] entrarono in quelle brighe per cagion della Calabria; dove i baroni, imitando i lor vicini di Puglia, si provavano a chiamare il duca per sottrarsi al conte.[119] Ma il secondo Ruggiero non solamente domolli, ei colse anco il destro a ingrandirsi. Or passava in Calabria con grande esercito ad ardere le castella de’ contumaci (1121); ora, negoziando col duca Guglielmo, ricusava la mediazione del pontefice romano (1122) per fermare gli accordi da solo a solo (1123). Ne’ quali, parte con danari, parte con aiuti di milizie, fece rinunziare il duca ad ogni diritto su la Calabria: poscia comperò da lui l’altra metà di Palermo; e in fine la successione al ducato, se morisse Guglielmo senza figliuoli.[120]
Avverassi questo caso entro un anno. Ruggiero allora (agosto 1127) lasciata, come dicemmo, l’impresa navale contro i Musulmani, sopraccorse a Salerno, principale città del ducato; piaggiò municipii e feudatarii; combattè quei che non s’acconciavano; e fu riconosciuto duca di Puglia da tutti, fuorchè dal papa, che ambiva anch’egli quelle province. Indi le scomuniche; l’andata di Onorio II a Troia, dov’ei si fece dar dai baroni giuramento di cacciare o uccidere Ruggiero;[121] e, seriamente, rimesse tutte le peccata a chi morisse in questa guerra e la metà delle peccata a chi n’uscisse vivo.[122] Divampando a tali incitamenti la guerra civile, Ruggiero andò a rifornirsi di gente in Sicilia e ripassò in Terraferma; Onorio mossegli incontro con più grosso esercito di Romani e dissidenti Pugliesi: ma tenuti a bada dal siciliano, si diradarono a poco a poco; e il gran sacerdote combattente miglior partito non ebbe che di concedere a Ruggiero l’investitura del ducato (agosto 1128). Ruggiero domò poi i baroni più ostinati; vide riconosciuta l’autorità sua dal principe di Capua e dal duca di Napoli: convocato un parlamento a Melfi, bandì la pace pubblica; che i baroni non guerreggiassero l’un contro l’altro; e non opprimessero, nè lasciassero opprimere i prelati, frati, pellegrini, mercatanti, artigiani, agricoltori (1129). Tenuto non guari dopo un convegno di ottimati pugliesi a Salerno e un parlamento generale in Palermo, Ruggiero si fece dar titolo di re, e ne prese la corona, con lusso orientale, nel duomo della metropoli siciliana, il venticinque dicembre del millecentotrenta.[123]
Atto audace, parso temerario a contemporanei in Italia e fuori, e pur consigliato da senno politico e dalle idee di governo che prevaleano a corte di Palermo, tolte dal diritto pubblico bizantino, dal musulmano e dalla riforma degli ordini feudali che quella generazione stessa avea inaugurata in Inghilterra ed a Gerusalemme. Il principe della Sicilia gareggiava ormai per territorio e forze militari coi primari monarchi d’Europa e vinceali tutti di ricchezza: ond’era giusto si ragguagliasse in dignità a loro, ed al papa nel poter temporale, e s’innalzasse di molto sopra i baroni. A ciò s’aggiunga che l’opinione del secolo attribuiva singolari prerogative ai re unti e coronati; e tra quelle la suprema giurisdizione criminale, ch’era appunto il massimo bisogno dei popoli in Puglia e la più nobile ambizione di Ruggiero. Non volle egli forse costituire quel che or diremmo Stato unitario, ma vi si accostò di molto, creando un reame di Sicilia e di province annesse, alle quali poi dette il nome d’Italia, com’avean talvolta fatto i duchi di Puglia suoi predecessori. Attribuì il titolo regio alla Sicilia soltanto; e scusossi quasi dell’ardire, pretestando ch’egli, lungi dal far novità, ripigliasse l’antica prerogativa dell’isola: con che, s’io mal non mi appongo, si alluse agli emiri Kelbiti, piuttosto che ai tiranni greci. Del rimanente mancano molti particolari di questa transizione di diritto pubblico, perchè Ruggiero, studioso d’offendere la corte di Roma il men ch’ei potesse, mutò volentieri le parole, mantenendo sempre il fatto, il quale mandava a monte la pretesa sovranità feudale del papa su la Puglia e la Calabria.[124] E però le precauzioni cancelleresche, nè l’arte di gittar questo dado mentre la Chiesa romana si travagliava in uno scisma, non tolsero che Innocenzo II, succeduto ad Onorio, ridestasse immantinenti la guerra civile contro Ruggiero, il quale seguì le parti di Anacleto antipapa. E sursero contro il re molti di que’ medesimi baroni e municipii di Terraferma che gli aveano testè assentita la corona.