Durò da nove anni la guerra, nella quale Ruggiero ebbe ad affrontare or le grandi città, or i baroni collegati, or i navilii pisani, or i grossi eserciti dell’imperatore Lotario, or le filippiche di san Bernardo e sempre il braccio spirituale e temporale del papa. Combattè Ruggiero per mare e per terra; conseguì vittorie e toccò sanguinose sconfitte; s’aiutò con le arti non meno che con la forza, e con la strategia più che con l’impeto; spaventò i ribelli con atti crudeli e con la feroce licenza delle sue genti. Usava ogni anno svernare in Sicilia, raccogliervi forze e tornare in Terraferma all’entrar di primavera; e molto gli giovarono le numerose navi da guerra, e le compagnie stanziali; molto la fierezza de’ Musulmani di Sicilia e la perizia de’ loro ingegneri. Rimaso al re l’avvantaggio, papa Innocenzo volle ritentare per l’ultima volta la fortuna delle armi. E fu sconfitto e preso il ventidue luglio del millecentrentanove, presso San Germano: dove il vincitore e i suoi figli umilmente gli si gettarono a’ piedi; ma con ciò gli fecero soscrivere il dì venticinque la pace e il dì ventisette la bolla che investiva Ruggiero e i successori del regno di Sicilia, ducato di Puglia e principato di Capua; non senza ricordare i meriti dello zio, Roberto Guiscardo e del padre Ruggiero, e il grande amore che la sede apostolica avea sempre portato a lui stesso.[125]

Or l’argomento nostro richiede che si tratti più largamente della parte ch’ebbero i Musulmani in questa guerra. Scarse notizie se ne ritraggono, poichè i narratori cristiani, amici o nemici di Ruggiero, ricordano più volentieri i vizii che le virtù di quegli Infedeli, i quali spargeano il sangue per rassodare un trono, fondato in parte con gli elementi stessi di loro civiltà. Ci si racconta che Bari stette una volta per ribellarsi, perchè gli ingegneri saraceni mandati dal re a murare novella fortezza, aveano ucciso in rissa il figliuolo d’un nobile cittadino; onde furono popolarmente ammazzati parecchi di loro e sospesa la costruzione.[126] Nè bastò ai Baresi questa vendetta; poichè, occupata la città dal papa e dall’imperatore Lotario ed espugnata la fortezza del re, impiccarono tutti i Saraceni del presidio.[127] Sappiamo che nell’assedio di Montepeloso (1133), celebre per valore e costanza d’ambo le parti, Ruggiero espugnò un bastione circondato di profondo fosso, facendovi appressare una torre mobile a ruote, dalla quale i Saraceni, giunti ch’e’ furono al ciglione del fosso, gittaron dentro travi ed assi per far ponte e s’ingegnavano a coprire il legname con terra tolta a’ ciglioni e sassi divelti dalle mura a forza d’uncini, quando gli assediati appiccarono il fuoco e i saraceni lo spensero con acqua condotta per un doccione di legno; sì che alla fine fu varcato il fosso, preso il bastione e con esso la città.[128] Romualdo Salernitano scrive che il medesimo anno si noveravano nell’esercito del re tremila cavalli e seimila tra fanti, arcieri e Saraceni;[129] e Falcone Beneventano rincalza che furon tutti Saraceni, che fecero inorridire il paese con la crudeltà e libidine loro, e che Ruggiero, degno capitano di tal gente, commesse atti d’inaudita barbarie sopra i Cristiani.[130] Per vero i seguaci delle due religioni incrudeliano a vicenda. Nella prima guerra di Ruggiero, il presidio d’un castello assediato da Siciliani, Calabresi e Saraceni, fatta una sortita, al dir di Romualdo Salernitano, avea dilagato il campo nemico di sangue.[131] Il millecentrentadue, nella ritirata del re da Benevento a Salerno, fu colto da’ nemici un drappello di Saraceni, ne furono ammazzati non pochi e mandata a Capua la testa del più famoso; di che Ruggiero accorossi molto e ne giurò vendetta.[132] L’abate Guibaldo, che scrisse in quel tempo (1137) all’imperatore Lotario de’ guasti recati allo Stato di Monte Cassino da’ Musulmani di Sicilia e non men di loro da’ Normanni e dai Longobardi dello esercito, esagera al certo ma par non mentisca del tutto, quand’ei narra che dopo saccheggiate le case, tagliavano gli alberi, prendeano i frati e i contadini, li legavano con ritorte o metteanli a’ ceppi e alla tortura e li vendeano schiavi; ardean le chiese, e non contenti, atterravano le mura che fossero rimase in piè; mentre il Cancelliere del re, venuto al monastero, lo mutava in fortezza, cacciava i monaci e riportava in Sicilia tutto il tesoro e la suppellettile.[133]

Nella varia fortuna di coteste guerre, non dimenticò Ruggiero le cose dell’Affrica. Sette anni dopo la rotta del Capo Dimas, i vinti erano mutati in patroni. Hasan avea fermata la pace con Ruggiero a patti che in Affrica parvero disonorevoli; i quali dettero al principe di Bugia occasione o pretesto di muover contro Mehdia, chiamato da alcune tribù di Arabi e da cittadini sdegnati, che gli prometteano di aprir le porte. Correva il cinquecenventinove dell’egira (22 ottobre 1134 a 10 ottobre 1135). Hasan chiese aiuti a Ruggiero; e stretto per mare e per terra, fece ammenda della pusillanimità de’ consigli, con la prodezza della persona: finchè arrivate venti galee di Sicilia, alle quali il re avea data commissione di stare a’ comandi di Hasan, bloccarono immediatamente il navilio nemico e distruggeanlo, se non li riteneva il principe zirita, ripugnando, com’ei disse, allo spargimento di sangue musulmano e bramando per certo di fuggir l’odio che gli sarebbe venuto da quest’altro scandalo. Que’ di Bugia si ritrassero a precipizio; l’armata cristiana ritornò in Sicilia; ma ricomparve indi a poco innanzi le Gerbe.[134]

Fertilissim’isola del golfo di Kâbes, congiunta alla Terraferma per una tratta di seccagne che danno quasi non interrotto il guado a’ cavalli; celebre nell’antichità; coltivata d’ogni tempo coi prodotti del suolo europeo e dell’affricano; ricca anco d’industrie: ma gli abitatori, Berberi di varie famiglie e seguaci di due sette musulmane molto invise all’universale, s’erano, per giunta, dati alla pirateria in su la fine dell’undecimo secolo e ricusavano obbedienza a’ Ziriti quantunque volte non fosservi costretti con la forza. Bella era dunque la preda, indifesa e legittima agli occhi stessi de’ Musulmani.[135] Ruggiero mandovvi un’armata, montata da Musulmani e Cristiani di Sicilia, con un drappello di eletti cavalieri; la quale giunse in su lo scorcio di settembre o l’entrar d’ottobre del millecentrentacinque. Le navi circondarono l’isola per togliere ogni scampo. I Gerbini pugnarono valorosamente per le famiglie e la roba loro; ma, dopo varii scontri, furono sopraffatti, uccisi a migliaia; rapito ogni cosa; le donne e i bambini recati in Sicilia a vendere ai Musulmani. I superstiti ottennero l’amân da Ruggiero; ricomperarono le donne e’ figliuoli;[136] ma i più furon fatti servi della gleba, e l’isola affidata ad un ’âmil[137] come le altre terre demaniali della Sicilia.

Sarà agevol cosa ritrovare a un di presso i patti che strinsero in questo tempo lo Stato di Mehdia al reame normanno d’Italia. È da supporre in primo luogo la permissione reciproca del commercio e la sicurtà delle persone ed averi de’ naviganti e de’ mercatanti avventizii o residenti: precipua condizione de’ trattati che si fermarono tra Italiani e Musulmani per tutto il medio evo.[138] E n’abbiam prova positiva nel presente caso: i fattori di Ruggiero imprigionati e i capitali staggiti, nella briga del millecendiciassette.[139] Cotesti patti ed altri secondarii, duravano, com’egli è verosimile con mutazioni di poco momento, fin dal millesettantotto:[140] stipulati sempre per pochi anni e rinnovati; e par si ripigliassero dopo il millecendiciassette, fino alla guerra del Capo Dimas (1123). Il millecentrentacinque, non che la pace, occorre, com’abbiam testè accennato, una lega, quantunque non se ne conosca appunto la data, nè la cagione, nè i capitoli. Ibn-Abi-Dinâr scrive che “Hasan temendo la malvagità del re, mandògli be’ presenti e soscrisse tutti i patti che piacquero a quel Maledetto.”[141] Dopo l’assedio degli Hammaditi e l’aiuto navale, ripiglia il compilatore, che Hasan “ringrazionne il Maledetto e gli promesse di stare ormai ad ogni suo comando o divieto; onde i due principi divennero più intimi che mai e le faccende di Hasan si raddrizzarono:” e, narrato il caso delle Gerbe che seguì a capo di pochi mesi, ei viene a questa sentenza che “le Gerbe e lo Stato di Mehdia si sottomessero al re di Sicilia e tutta l’Affrica (propria) lo temè; onde il Maledetto insolentì peggio che mai contro il povero Hasan, il quale si schermiva, com’ei potea, con le buone parole.”[142]

Fatta la tara, tuttociò vuol dire che tra il millecenventisette e il trentaquattro, mentre Ruggiero si rassodava sul trono dell’Italia meridionale, la povertà e i pericoli dello Stato di Mehdia e sopratutto la carestia, aveano condotto Hasan ad accettare, oltre i commerciali, de’ nuovi patti politici; tra i quali è da supporre una lega difensiva e un prestito di danari o di grani.[143] Debole Stato e debol principe, circondati di nemici, gittavansi in braccio del più lontano, più potente, e, come lor parea più generoso. Spirato poi o infranto quel trattato nel millecenquarantuno e rincrudita la fame, “il Maledetto, al dire d’Ibn-Abi-Dinâr, volle onninamente altri patti; i quali Hasan, avendo accettati, divenne suo vassallo, anzi un de’ suoi governatori di città, e il trattato veramente non fu che una solenne perfidia.”[144] La narrazione proverà tantosto che, tra le altre cose, Hasan assentì fosse buono acquisto a Ruggiero ogni paese independente di fatto da Mehdia ed obbligossi ad aiutare il re di Sicilia contro i Musulmani che, disdetta la dominazione siciliana, volessero tornare a quella degli Ziriti. Il biasimo che Hasan si fosse fatto ’âmil di Ruggiero, mi porta a supporre che i patti economici furono tanto leonini quanto i politici e che il re di Sicilia pose commissarii sopra le dogane di Mehdia per sicurtà dei crediti suoi; i quali doveano montare a somme grossissime di danaro e proveniano, tutti o la più parte, da prezzo di grani forniti dal re: prezzo di carestia, fissato da un creditore padrone di eserciti e d’armate. A costui favore dovea traboccar anco la bilancia in ogni altra condizione accessoria risguardante il traffico; di che abbiamo vestigie certe nel numero delle chiese e de’ Cristiani ch’erano in Mehdia il millecenquarantotto. Fondata da Obeid-Allah il novecentoquindici, quella città non ebbe chiese, essendo vietato da legge musulmana di murarne delle nuove:[145] e se i bisogni commerciali e la coscenza larga de’ Fatemiti, dan luogo a supporne tollerate con l’andar del tempo ne’ fondachi cristiani, par non fossero gran cosa il milleottantasette; poichè non se ne fa parola dagli scrittori affricani, nè dai nostri, in quell’assalto di Mehdia. E posto pur che i fondaci italiani si fossero allargati pei trattati fermati con Genova e con Pisa dopo quel caso, ognun vedo che l’ingrandimento del quartiere cristiano e l’edificazione delle chiese van riferiti piuttosto agli ultimi anni, quando Ruggiero comandava almeno quanto Hasan nel rimpiccolito territorio de’ Ziriti. Giorgio d’Antiochia, primo ministro di Sicilia, lo conoscea dentro e fuori; vi tenea suoi rapportatori;[146] facea partigiani tra gli Arabi della campagna e nella popolazione mista delle città e villaggi, e insieme col re aspettava che il frutto fosse ben maturo, per coglierlo comodamente.

Ed aiutavano a maturarlo. Il cinquecentrentasei dell’egira (6 agosto 1141 a 26 luglio 1142) la carestia s’era aggravata orribilmente in que’ paesi: una morìa le tenne dietro. Parve allor a Ruggiero proprio il caso di riscuotere i danari che Hasan avea tolti in prestito da’ suoi fattori in Mehdia: e rispondendo l’Affricano ch’ei non poteva, e chiedendo nuove dilazioni, il re mandò improvvisamente Giorgio con venticinque corvette; il quale prese e menò in Sicilia certi legni mercatanteschi venuti d’Egitto, ricaricati in Mehdia, e pronti a partire, come avvisavano le spie dello ammiraglio. Si cita in particolare la nave rifatta recentemente da Hasan co’ materiali d’una del califo fatimita d’Egitto testè naufragata:[147] e cotesti episodii provano sempre più il traffico onde arricchivansi i principi musulmani d’Egitto e d’Affrica, e ad esempio loro i Normanni e gli Svevi di Sicilia. Giorgio, piombato un’altra volta entro il porto di Mehdia, presevi il Mezzo Mondo, com’addimandossi una nave che Hasan avea con molta cura allestita per l’Egitto e aveavi imbarcato, per farne dono al califo Hâfiz, gran copia di robe preziose, degne di un re.[148] Invano Hasan tentò di mitigare il re di Sicilia rimandandogli buon numero di prigioni cristiani.[149] S’ei volle torsi dinanzi gli occhi Giorgio d’Antiochia ed avere un po’ di grano dalla Sicilia, convenne far ogni voglia di Ruggiero, stipulando nuovo trattato, quello appunto che ai Musulmani sembrò vero atto di vassallaggio.[150]

Ecco l’anno seguente (27 luglio 1142 a 15 luglio 1143) l’armata siciliana appresentarsi a Tripoli di Barbaria; la quale città, sciolta dalla signoria di Hasan, si reggea per un senato della tribù de’ Beni-Matrûh. Il nove dsu-l-higgia (25 giugno 1143) sbarcarono i Siciliani, tentarono l’assalto e cominciarono a far breccia nel muro con gli uncini, come già nell’assedio di Montepiloso; e vincean la prova, se non che il dì appresso, accorsi gli Arabi dalla campagna, i cittadini ripigliaron cuore, fecero tutti insieme una sortita; nella quale ricacciarono gli assalitori alle navi, e lor presero armi, attrezzi e cavalli.[151] Ritornato il navilio in Sicilia e rifornitosi, approdò alla piccola terra di Gigel, soggetta agli Hammaditi di Bugia. Gli abitatori, non aspettato lo sbarco, si rifuggirono ne’ monti e nelle campagne; la terra fu saccheggiata ed arsa; distrutta anco dall’incendio una villa de’ principi Hammaditi, che ben s’addimandava la Nozaha, e suona “Delizia” in nostro linguaggio.[152] Il cinquecentrentanove (4 luglio 1144 a 23 giugno 1145) l’armata corse la costiera d’Affrica, pigliò la terra di Bresk a ponente di Scerscell (Cherchell); uccisevi gli uomini, menò prigioni le donne per rivenderle a’ Musulmani in Sicilia.[153] Toccò la stessa sorte il cinquecenquaranta (24 giugno 1145 a 12 giugno 1146) all’isoletta di Kerkeni; la quale sendo vicina troppo alla capitale, Hasan osò lagnarsi con Ruggiero e ricordargli il trattato; ma quei gli rispose non averlo infranto, sendo que’ di Kerkeni ribelli come gli altri abitatori della costiera.[154]

Dov’era intanto l’armata di Mehdia? Le memorie musulmane non ne fanno ricordo dopo la morte di Ali-ibn-Iehia (1121) e, se uno scrittore cristiano le attribuisce il saccheggio di Siracusa (1127) par ch’ei prenda la parte pel tutto.[155] Rimanean forse al principe zirita poche navi, le quali furono adoperate a’ traffici con la Sicilia e l’Egitto, piuttosto che alla guerra; eran qua e là ne’ porti, nelle cale e nelle isolette dell’antico Stato, fedeli o ribelli, molte barche grosse da potersi armare, e corsari anco di mestiere; ma tuttociò non facea navilio: la povertà dello Stato, fors’anco la trascuranza de’ reggenti di Hasan, avea sciupato quell’organo vitale della dinastia. Ormai da Barca a Tunis, gli abitatori della costiera s’ausavano a vedere il possente navilio siciliano, in vece delle poche harbîe zirite, ed a temer quello soltanto, a sperarne aiuto contro il principe disdetto o le fazioni cittadine.

Ruggiero non lasciò invendicata a lungo la sconfitta di Tripoli. Due anni appresso, un’armatetta siciliana avea dato il guasto ai dintorni e riportatone bottino e prigioni.[156] A capo d’altri due anni, uno sforzo di dugento vele portò a compimento l’impresa. L’oligarchia arabica dei Beni-Matrûh era stata di recente scacciata da una parte avversa. Berberi com’e’ sembra, i quali avean chiamato a reggere il paese un emir almoravide, capitato in Tripoli con piccolo stuolo che andava in pellegrinaggio alla Mecca. Ancorchè nol dicano i cronisti, gli è da supporre che Giorgio d’Antiochia, capitano dell’armata siciliana, si fosse indettato coi Beni-Matrûh. Il tre di moharrem del cinquecenquarantuno (15 giugno 1146) principiò Giorgio gli assalti; e combatteva ancora il dì sei, quando d’un subito si videro scomparire i difensori d’in su le mura; perchè i Beni-Matrûh, avvisati da’ partigiani della città, erano rientrati con le armi alla mano e s’era appiccata la zuffa. I Siciliani allora, prese le scale, superavano le mura, occupavan la terra, co’ soliti effetti di strage, saccheggi, distruzione, cattività di donne; e gli uomini d’ambo le parti si rifuggiano nel contado, chi presso gli Arabi, chi presso i Berberi. Soddisfatto all’onor della bandiera e alla cupidigia de’ soldati, Giorgio non tardò a dimostrare che il governo siciliano volea veramente impadronirsi dell’Affrica. Bandisce amân generale, talchè tutti i fuggitivi ritornano a lor case; li ammonisce a stare in pace tra loro; promulga piena guarentigia de’ diritti civili, sol che si paghi la gezìa al re di Sicilia. Ristorò intanto le mura della città; circondolla d’un fosso: e lasciatovi forte presidio di Cristiani e Musulmani di Sicilia, presi statichi de’ Tripolitani e con essi portato via l’Almoravide e i Beni-Matrûh, ritornò con l’armata in Sicilia, sei mesi dopo l’espugnazione. Di lì a poco, la corte di Palermo rese gli statichi, fuorchè que’ dello sceikh Abu-Jehia-ibn-Matrûh, della tribù arabica di Temîm, eletto governator della terra; posevi cadì il berbero Abu-Heggiâg-Jûsuf-ibn-Ziri, autor di un’opera di giurisprudenza malekita, e pattuì, dice il Tigiani, che il capitan cristiano del presidio non potesse mai disdire i provvedimenti del governatore, nè del cadì. Ripiglia Ibn-el-Athîr che in tal modo il reggimento di Tripoli fu condotto egregiamente; che trasservi di Sicilia e di tutta Italia i mercatanti e le merci. Aggiugnesi in un codice d’Ibn-Khaldûn che fu bandita in Sicilia una grida per la quale era invitato ad emigrare in Tripoli con franchige al certo, chiunque volesse: “onde la gente vi affluì, e la città fu ripopolata.” In breve la divenne prospera e ricca,[157] mentre il rimanente della Barbarìa e gran parte dell’Asia anteriore sentian le dure strette della fame.[158]