La quale, rincrudita, sì come abbiam detto, il millecenquarantuno, straziò que’ paesi affricani nell’inverno dal quarantasette al quarantotto. Dalle aperte lande, dalle ville e da’ villaggi traean pastori e contadini alle terre murate, dove si tenea in serbo un po’ di vivanda: ma i cittadini sbarravano le porte, ributtavano con l’arme le turbe affamate, onde quei miseri si uccideano e spesso mangiavansi tra loro, quando non li prevenia la morte di pestilenza o digiuno. La Barbarìa spopolossi; i benestanti fuggivano in altri paesi, la più parte in Sicilia, a cercar pane e sicurezza: ma anch’essi ebbero a patire orribili stenti.[159]

Tra tanta desolazione surse da un harem di Kâbes tal briga che fe’ cader di queto la città nelle mani di Ruggiero. Morto il cinquecenquarantadue (2 giugno 1147, 21 maggio 1148) Rescîd, successore di quel Rafi’-ibn-Kâmil del quale ci è occorso di far parola,[160] e diseredato il primogenito Mo’mir, fu retto lo Stato dal liberto Jûsuf, a nome del fanciullo Mohammed, minor figliuolo di Rescîd. Jûsuf usurpò anco le donne del suo signore: tra le quali una giovane de’ Beni-Korra, tribù d’Arabi, non soffrendo l’ingiuria, scrisse a’ suoi fratelli; i quali ridomandaron la donna, ma Jûsuf ricusolla. Chieserne giustizia ad Hasan, e questi, credendo ancora di regnare entro i confini antichi, comandò a Jûsuf di rendere la schiava; disubbidito minacciò; e deriso, apprestava le armi. Jûsuf allora profferse al re di Sicilia di tenere lo Stato di lui a nome di Mohammed-ibn-Rescîd, nei termini stessi con che Abu-Iehia reggea Tripoli: Ruggiero accettò; mandò al vil servo un diploma di nominazione e le solite vestimenta officiali, al dire d’Ibn-el-Athîr; un diploma e le decorazioni usate tra i Cristiani, scrive più precisamente Ibn-Abi-Dinâr. Jûsuf convocò solennemente gli ottimati; fe’ leggere in pubblico il diploma; indossò la divisa e cominciò a condurre il governo e riscuotere l’entrate a nome di re Ruggiero. “Scampami oh Dio, sclama qui il compilator tunisino del diciassettesimo secolo, scampami da tai maledizioni! Si hanno a chiamar Musulmani costoro, o Satanassi? Ahi, che precipitolli a tanta vergogna la cupidigia de’ beni mondani e della dominazione: la cupidigia che rende l’uom cieco e sordo!” Invece di moralizzare, il soldato di Saladino che mette in carta, freddo e accurato, gli annali musulmani, allarga qui lo stile a narrar la punizione di Jûsuf e de’ suoi satelliti. In un capitolo apposta, intitolato: “Racconto di un caso dal quale convien si guardi chi ha giudizio,” ei narra che, trovatisi insieme a corte di Ruggiero un legato di quell’usurpatore ed uno di Hasan, e trascorsi a bisticciarsi tra loro, quel di Kâbes ne disse quante ei ne sapea contro il signor di Mehdia. L’altro se le serbò. Ripartito di Palermo ad un tempo con l’avversario, mandò ad Hasan uno spaccio a collo di colomba: onde legni armati uscirono di Mehdia, appostarono il legno di Kâbes, presero l’ambasciatore, lo condussero dinanzi Hasan; il quale, rinfacciatogli il tradimento e le ingiurie, lo fe’ condurre in giro per le strade di Mehdia, legato sopra un cammello, con un berrettone in capo guarnito di sonagli e il banditore allato che gridava “Ecco il guiderdone di chi da’ a’ Franchi i paesi dell’Islâm.” Arrivato nel bel mezzo della città, il popolaccio lapidò quello sciagurato e appese il cadavere a un palo. Si levò poi il popolo di Kâbes contro Jûsuf, al comparire d’un piccolo esercito ch’avea accozzato Hasan, insieme con Mo’mir, e con Mohriz-ibn-Ziâd, capo d’Arabi, il quale, afforzato ne’ ruderi di Cartagine, iva sognando gran cose.[161] Jûsuf, serrato nel castello, si difese quant’ei potè; alfine ei fu preso e consegnato a Mo’mir, e da questi a ’Beni-Korra, i quali lo fecero perire di supplizio osceno ed atroce. Un Isa, fratello di Jûsuf, recò i figliuoli di lui, fors’anco il fanciullo Mohammed-ibn-Rescîd, in Sicilia, chiedendo vendetta.[162]

In questo tempo Giorgio d’Antiochia con l’armata infestava le isole Jonie e il Peloponneso.[163] Par dunque fossero state assai poche le navi siciliane che andarono immantinente ad assediare Kâbes e ritornarono senza frutto.[164] D’altronde a che affaticarsi intorno una bicocca? Ruggiero ormai dovea smettere l’impresa d’Affrica o compierla subito a Mehdia stessa; poichè Hasan già s’accostava a possenti capi Arabi: poc’anzi contro Kâbes, ed ora contro Tunis. Era forza, inoltre, che si risentisse in Affrica il contraccolpo della crociata di San Bernardo. Ruggiero, pacificato co’ fautori del papa, ma ad un tempo minacciato da’ due imperatori, entrò nelle pratiche della crociata, per assicurarsi da quello di Germania e volgere le armi della croce contro il bizantino; profferse aiuti, die’ consigli: e non ascoltato, volle far le viste di pugnar anch’egli per la Fede, mentre Tedeschi e Francesi, passato il Bosforo (settembre ed ottobre 1147) travagliavansi indarno in Siria; e i Cristiani di Spagna, insieme con Inglesi e Normanni, combattevano gli Infedeli in Portogallo, e insieme coi Genovesi, lor prendeano Almeria e s’apprestavano ad espugnare Tortosa. Assaltando l’Affrica dunque nella state del quarantotto, il re di Sicilia comparia per la prima volta nel grande accordo cattolico; ne usava gli avvantaggi; e ci guadagnava anco di esercitare alla guerra e mantenere ad altrui spese il grosso navilio, armato l’anno avanti contro Manuele Comneno e necessario tra non guari a difendersi dall’impero bizantino, ovvero ad assalirlo nuovamente.[165] I compilatori musulmani, ignari di tuttociò, appongono a Ruggiero più crudele malizia: ch’ei volle usare la carestia ond’era afflitta l’Affrica, e che affrettossi, temendo non gli fuggisse l’occasione. Nè forse vanno errati del tutto. Dobbiam noi supporre nella più parte dell’Affrica propria quel che sappiamo di Mehdia: disordinate, cioè, per cagion della fame, le milizie, morta la più parte de loro cavalli, esausto l’erario, e prostrate tutte le forze sociali.[166] Que’ notabili, infine, venuti a cercare scampo in Sicilia, eran buoni strumenti in man d’uomini come Ruggiero e Giorgio, se non foss’altro, per dare ragguagli. Nè potea mancar la tradigione in quel manifesto precipizio di casa Zirita. Sappiamo che un kâid, venuto negli ultimi tempi, messaggiere di Hasan in Palermo, se ne tornò a casa coll’amân di Ruggiero che gli assicurava la vita e la roba, per sè e’ suoi.[167]

Entrando la state, Giorgio salpò dai porti di Sicilia, con dugencinquanta legni carichi di uomini, d’armi e di vittuaglie. Approdato alla Pantellaria, fece prendere improvvisamente una barca mandata da Mehdia a sopravvedere le sue mosse; vi trovò le gabbie de’ colombi messaggeri; giuratogli dall’ufiziale di Hasan non essere stato spacciato altro avviso, costrinselo a scrivere di propria mano, come de’ legni testè arrivati di Sicilia portavano che l’armata degli Infedeli fosse partita per l’Arcipelago. Grande allegrezza destò in Mehdia cotesto annunzio; ma non durò oltre l’alba del lunedì, due sefer del cinquecenquarantatrè (22 giugno 1148) quando comparve all’orizzonte tutto il navilio siciliano, che a forza di remi penosamente s’avvicinava, contrastato da un gagliardo vento. Avea Giorgio misurato il cammino in guisa da por la gente su l’istmo innanzi giorno; talchè all’aprir le porte della città, le si trovassero guardate di fuori ed anima viva non ne scampasse. Ma fallito, per cagion del vento, cotesto disegno, l’Antiocheno cercò di tener a bada i cittadini finchè tutta l’armata potesse arrivare a terra. Gittata l’àncora lungi dal porto, mandò per un suo legnetto veloce a dire ad Hasan, non temesse; ei veniva amico e leale osservatore de’ trattati; chiedea soltanto gli desse in mano gli uccisori di Jûsuf e, non potendo, inviasse le sue genti per combattere insieme con quelle del re contro gli occupatori di Kâbes. Convocati dal principe i dottori della legge e gli ottimati, non era chi non capisse che suonava l’ultim’ora di casa Zirita: nondimeno i più animosi consigliarono la difesa. Hasan, fosse abnegazione o sgomento, e ch’e’ si vedesse intorno visacci da traditori, troncò la disputa. Ricordò le milizie poche e lontane, a campo a Tunis; la città aver appena vivande per un mese; circonderebbela il nemico per mare e per terra e la prenderebbe inevitabilmente per battaglia o per fame: ed allor che avverrebbe? Più che il regno, più che i suoi palagi, egli amava i Musulmani; volea camparli dalle uccisioni, dal saccheggio, dalla cattività. “Io non manderò mai, conchiuse, i miei insieme coi Cristiani a combattere Musulmani: nè a prezzo di tanta infamia pur salverei la città, sol darei tempo al nemico di coglierci tutti alla rete. Non v’ha scampo che nella fuga. Io monto a cavallo e chi vuole mi segua.” E fatto un fascio delle cose più preziose e manesche, andò via in fretta, con la famiglia e gli intimi suoi. Molti cittadini gli tenner dietro; portando seco le donne, i figliuoli, il danaro e la roba di pregio, come ciascun potea. Molti si nascosero nelle case de’ Cristiani e nelle chiese.

Sbarcato Giorgio in su l’ora di vespro,[168] senza trar colpo, fece da buon massaio, pratico de’ luoghi e delle usanze, e da statista savio ed umano. Corre difilato alla reggia; la quale trovando intatta, mette i suggelli alle porte de’ tesori, pieni di belli e preziosi arredi e d’ogni cosa più rara, accumulata per due secoli dalla schiatta di Zîri; fa serrare in una palazzina le donne dell’harem e alquanti bambini di Hasan, lasciati addietro nella fuga. Conservato così quanto il fisco poteva usare o vendere, Giorgio raffrenò i suoi che avean dato il sacco alla città per un paio d’ore: bandì si cessasse dal sangue e dalla rapina. Con maggior cura avea messi in salvo i Cristiani, facendoli uscir di Mehdia e di Zawila; e rizzò per loro le tende nel piano che dividea la fortezza dal sobborgo, o vogliam dire l’una dall’altra città, come le chiamano entrambe gli scrittori arabi di quel tempo.[169]

Al tramonto del sole era assettato ogni cosa; talchè la sventura di Mehdia principiò e finì con quella giornata. La gente del paese chiamò questo il caso del lunedì, notando con altri giorni della settimana due o tre altre depredazioni de’ Rûm.[170] La dimane pensò l’ammiraglio ai fuggitivi. Mandò a ricercarli i lor concittadini stessi delle milizie rimasi in Mehdia; li provvide di giumenti, per riportar le donne e i bambini: e bandì, con questo, l’amân: che potesse chiunque ritornare in città, sicuro della persona e dell’avere. Furono salve così le migliaia che stavano per morir di fame e di sete in quelle lande, ancorchè fosse tra loro chi avea lasciato a casa, dicon le croniche, ogni ben di Dio. Giorgio chiamò anco in città gli Arabi che vagavano pe’ dintorni; li allettò con larghi doni e buoni trattamenti: dispensò denari e vittuaglie a’ poveri di Mehdia; prestò capitali a’ primarii mercatanti, perchè continuassero lor traffichi; pose a rendere giustizia un cadì accetto all’universale. Altro aggravio non ebbero i Musulmani che la gezìa. I bambini di Hasan, con le schiave emancipate[171] lor madri, furono ben trattati dal vincitore e mandati in Sicilia. A capo d’una settimana, tutti gli abitatori di Mehdia e di Zawila, rassettati ne’ loro focolari, attendeano alle industrie, queti e forse contenti. Parve a Giorgio che gran parte dell’armata si potesse allontanare senza pericolo.[172]

Mandò pertanto una squadra a Susa, un’altra a Sfax; delle quali la prima occupava di queto la città, il dodici sefer (2 luglio); poichè il governatore, Ali, figliuolo di Hasan, risaputa la fuga del padre, era andato a ritrovarlo con seguito di pochissimi cittadini e gli altri immantinenti si arresero. Viveano a Sfax uomini di tempra più dura, come si vedrà nel progresso degli avvenimenti. Accorse molte torme d’Arabi in aiuto di Sfax, i cittadini resistettero a’ Siciliani sbarcati dalla squadra; s’arrischiarono anzi ad una sortita. E i Cristiani a fuggire, tanto che li attirarono ben lungi dalle mura. Quivi rifan testa; si gittano di mezzo a’ disordinati; li sbaragliano, cacciando chi alla campagna, chi alla città; rinnovano la battaglia sotto le mura: alfine entrarono il ventitrè di sefer (13 luglio). Gran sangue indi fu sparso; poi si die’ mano a far prigioni e in ultimo si bandì l’amân, come a Tripoli ed a Mehdia: i fuggiti ritornarono, riscattarono le donne e i figliuoli. Fu lasciato anco un presidio cristiano nella fortezza; e posto un’âmil a reggere la città. Fu questi Omar-ibn-abi-l-Hasan-el Foriani, il cui padre, con magnanimo intento, volle andare statico in Sicilia.[173] Stette saldo, con l’aiuto degli Arabi, il forte castello di Kalibia; anzi i Musulmani, usciti a combattere fecero strage degli assalitori, sicchè la squadra ritornò malconcia a Mehdia.[174] Ci sembra in vero che il re di Sicilia non abbia voluto stendersi troppo verso Ponente, dove i Beni-Hammâd, per l’asprezza de’ luoghi e l’amistà degli Arabi, stavano assai più saldi che i lor congiunti di Mehdia. Rattennerlo anco i pensieri della guerra bizantina, alla quale era uopo che presto o tardi ei si volgesse; nè ebbe ad aspettar più d’un anno. Il conquisto in Affrica limitossi, dunque, a quella parte della costiera che si stende da Tripoli di Barbaria al Capo Bon.[175] Fu compiuto entro un mese. Ruggiero approvò gli ordinamenti dell’ammiraglio; concedendo all’Affrica propria un amân, generale. Del quale atto, ancorchè manchi il tenore, la sostanza era quella che abbiamo esposta ne’ singoli casi: continuassero i Musulmani a vivere secondo lor leggi e con loro magistrati; pagassero la gezìa; governasseli a nome del re di Sicilia un ’âmil, il quale mandava statico in Palermo alcun suo stretto parente. Come fosse pagata la gezìa non si ritrae, se immediatamente da ciascun musulmano o giudeo, ovvero dalle comunità, che mi sembra più verosimile. Credo inoltre fossero state mantenute le gabelle che solea riscuotere il fisco zirita, non però le più odiose ed apertamente illegali; poichè gli scrittori arabi lodan tutti la giustizia del governo cristiano sotto Ruggiero, ed affermano che le belle promesse date nel suo amân furono fedelmente osservate finch’ei visse. Leggiamo in particolare nella storia d’Ibn-Abi-Dinâr, che il kharâg, o vogliamo dire tributo fondiario, fu riscosso con benignità.[176]

Non isfuggì agli storici musulmani il fatto, che i conquisti siciliani in Affrica, sostarono per la guerra di Grecia. E di questa dicono essere stata aspra e lunga, e danno l’episodio, notissimo nelle croniche latine, che Giorgio d’Antiochia osò entrare nel porto di Costantinopoli, prendervi parecchie navi e trar saette alle finestre della reggia. Aggiungono che la vittoria sempre rimase al re di Sicilia, ancorchè il principe di Costantinopoli fosse di que’ tali “che niuno si scalda al medesimo fuoco con esso loro;” ch’è, come noi diremmo: era uomo da non lasciarsi posar mosca sul naso.

A Giorgio d’Antiochia dan merito gli scrittori musulmani d’ogni trionfo in Affrica e in Levante; notano che alla sua morte le armi siciliane si arrestarono, non sapendo il re a chi affidarle: ed a lui, sì come a Ruggiero, è aperto un capitolo apposta nelle biografie degli illustri Musulmani per Sefedi, autore del decimoterzo secolo. Il quale, al paro che Ibn-el-Athîr, intitola Giorgio “vizir del re Ruggiero, l’occupatore del regno di Sicilia:” dond’e’ si vede che i Musulmani di Sicilia, i quali davano ragguagli della corte di Palermo a’ loro correligionarii, teneano l’ufizio di grande ammiraglio identico a vizir, che torna in que’ tempi a primo ministro. Dobbiam anco a’ Musulmani le note necrologiche di questo valente cristiano; ritraendosi da loro soltanto ch’ei morì, con grande allegrezza de’ Credenti, l’anno cinquecenquarantaquattro dell’egira (11 maggio 1149 a 29 apr. 1150) straziato di tante infermità, massime le morìci e il mal di pietra.[177]

Già la fortuna voltava le spalle a Ruggiero. Non fermi per anco i suoi acquisti in Affrica, li minacciarono gli Almohadi; setta di Berberi, fieramente avversa agli Almoravidi, i quali or cadeano con la stessa prestezza con che eran surti mezzo secolo innanzi. Abd-el-Mumen, conquistata sopra gli Almoravidi la Spagna e gran parte dell’odierno impero di Marocco, s’avanzava alla volta di Levante, con trentamila Unitarii, chè così suona Mowahhidi (Almohadi); occupava (maggio 1152) quelle che si chiaman oggidì le province d’Algeri e di Costantina, le quali rispondono a un di presso allo Stato dei Beni-Hammâd di Bugia: talchè questo cadde a un tempo con lo Stato de’ Ziriti. Jehia-ibn-el-Azîz, ultimo principe dei Beni Hammâd, avea tenuto quasi prigione l’infelice Hasan, che gli chiese ospitalità dopo la caduta di Mehdia.[178] Or l’hammadita ebbe a ventura d’imbarcarsi per la Sicilia, altri dice per Genova; e non guari dopo ei ritornò a Bona e, rincorato, fece prova a mantenersi nella inespugnabile rôcca di Costantina.[179] Ripararon anco in Sicilia Hareth ed Abd-Allah,[180] suoi fratelli.