In vero, s’egli rimanea scampo a que’ principi ed ottimati della costiera settentrionale da Algeri a Tripoli, era nelle due genti straniere che ultime occuparono il paese: i Cristiani di Sicilia con loro trecento navi, e gli Arabi co’ cinquantamila cavalli. Tengo io certo, ancorchè nol dica alcun cronista, che que’ rifuggiti abbiano procacciata la lega tra Ruggiero e gli Arabi, che sola potea salvar la patria loro da nuovi barbari di Ponente. Perchè sappiamo che il re mandava a profferire agli emiri arabi il rinforzo di cinquemila suoi cavalieri, a condizione che le tribù gli dessero statichi, com’era costume; ma ch’essi lo ringraziarono e ricusarono, dicendo non aver uopo d’ausiliarii, nè poterne accettare che Musulmani non fossero. Quei masnadieri fidavano nel numero loro e nella santità del legame con che s’erano testè confederati; avendo tutte le tribù dell’Affrica Settentrionale, da Tripoli a Costantina,[181] fatta la giura di combattere quella che chiamano la guerra della famiglia: onde portaron seco loro le donne, i figli, il bestiame ed ogni cosa che possedeano, risoluti a difenderli fino all’ultimo soffio di vita. E scontratisi con gli Almohadi nelle montagne di Setif, il primo sefer del cinquecenquarantotto (28 aprile 1153), pugnarono per tre giorni; finchè, mietuti i più, fu preso il campo. Allora Abd-el-Mumen fe’ condurre le donne e i bambini, illesi da tutt’oltraggio, a Marocco, e poi li rese agli Arabi; e questa fu vera vittoria che domò quegli animi feroci.[182]
Dileguata così ogni speranza di collegarsi con le tribù, Ruggiero pensò ad assicurare il nuovo dominio contro gli Almohadi, mandando in Ponente l’armata, condotta da un Filippo di Mehdia, apostata musulmano, del quale occorrerà dire largamente nel capitol che segue. Il quale assalì Bona, testè abbandonata dal governatore hammadita, ma non occupata per anco dagli Almohadi; espugnolla di regeb del medesimo anno dell’egira (4 novembre a 3 dicembre 1153) con l’aiuto degli Arabi del contado, e fecevi prigioni e bottino; ma chiuse gli occhi alla fuga degli ’ulemâ e di altri uomini di nota: sì che uscirono illesi dalla città con lor sostanze e famiglie. Dopo una diecina di giorni, partiva l’armata per Mehdia, con un po’ di prigioni; e non guari dopo tornava in Sicilia,[183] lasciando Bona assai malconcia, sotto uno de’ Beni-Hammâd, che non isdegnò farsi ’âmil di Ruggiero.[184] S’erano sollevati, il medesimo anno, alle nuove, com’ei pare, della irruzione degli Almohadi, gli abitatori delle Gerbe e aveano fatta strage de’ Cristiani. L’armata andovvi, credo io, avanti l’impresa di Bona; vendicò il sangue col sangue; mandò prigioni in Palermo quanti potè; lasciando nel paese un pugno di gente da nulla, per coltivar la terra tanto o quanto e servir nelle case i padroni cristiani.[185] Fu ripresa anco l’isoletta di Kerkeni, com’e’ sembra, con lo stesso effetto.[186] Troviamo in Ibn-el-Athîr che quel medesim’anno cinquecenquarantotto (29 marzo 1153 a 17 marzo 1154) l’armata siciliana abbia saccheggiata Tinnis in Egitto.[187] Io leggerei più volentieri Tenes, città vicina al mare, sul confine dell’odierna provincia di Algeri con quella d’Orano. La prima cosa, e’ non sembra verosimile che il re di Sicilia abbia attaccata quest’altra briga in Levante, oltre quella coll’impero bizantino e col reame di Gerusalemme, mentre gli rimanea tanto da fare contro gli Almohadi. Sappiamo, al contrario, da Romualdo Salernitano che Ruggiero, a suo proprio utile ed onore, così il cronista, avea allora fermata la pace col califo fatemita.[188] Il Makrizi tace quell’assalto, nella diligentissima descrizione dell’Egitto, dov’ei nota con l’anno cinquecencinquanta (7 marzo 1155, 24 febbraio 1156) il guasto dato dal navilio siciliano a Tinnis, Damiata, Rosetta ed Alessandria,[189] quando Ruggiero era morto e la saviezza politica fuggita per sempre dalla corte normanna di Palermo. Mancando per l’appunto questa ultima scorreria in Ibn-el-Athîr, parmi verosimile ch’ei, nell’acconciare a forma d’annali i fatti che trovava in tante storie particolari, abbia sbagliata qui la data; ovvero abbia letto Tinnis in luogo di Tenes e per soverchia diligenza, v’abbia aggiunto “in terra d’Egitto.” Per vero Tenes e Tennis rassomigliansi nella scrittura arabica quanto nella nostrale; onde facilmente si poteano scambiar que’ due nomi da’ copisti ed anco dai più accurati compilatori. Che che ne sia, l’armata siciliana in quegli ultimi tempi del gran re normanno, infestava ogni anno la costiera dello Stato di Bugia, occupata oramai la più parte dagli Almohadi. Edrîsi, che scrisse il millecencinquantaquattro a corte di Palermo, narra che gli abitatori di Gigel e di Collo, allo scorcio dell’inverno, “quando vien la stagione che salpa l’armata,” soleano abbandonar le case della marina ed emigrare nei monti, portando seco ogni cosa.[190]
Coteste frequenti scorrerie a ponente del capo Bon e la procellosa anarchia nella quale vissero per molti anni que’ popoli, abbandonati dai Beni Hammâd, divisi tra loro, e minacciati a un tempo dagli Arabi, da’ Siciliani e dagli Almohadi, m’inducono a creder vera una pratica di Ruggiero con Tunis, della quale troviamo vestigie molto incerte nelle memorie cristiane, al par che nelle musulmane. Dei contemporanei, il solo Roberto, abate del Monte di San Michele, registrò nella cronica essere stata quella città occupata dalle armi del re di Sicilia, il millecencinquantadue: e potrebbe essere un altro sbaglio del nome di Tenes.[191] Abd-el-Wahid da Marocco scrivea il milledugenventiquattro, nella storia degli Almohadi, che quand’essi presero Tunis (1159) vi regnava Ruggiero, il quale aveala affidata a un ’âmil, per nome Abd-Allah-ibn-Khorasân.[192] Un secolo appresso, il Dandolo, nell’accennare a’ conquisti affricani del millecenquarantotto, aggiungea che Ruggiero si fe’ tributario il re di Tunis.[193] E ciò mi sembra che più s’accosti al vero. Tunis non fu mai occupata dall’armata siciliana. Secondo le notizie ben connesse e precise che ne dà l’autore del Baiân e Ibn-Khaldûn, quella città, popolosa, ricca e piena d’alti spiriti, ma torbidi e parteggianti, avea disdetta da lungo tempo la sovranità zirita, e riconosciuta di nome quella degli Hammaditi, e di fatto il governo di uno sceikh del paese, il quale chiamerei volentieri presidente della gemâ’. Rimase per molti anni cotesta autorità nella casa de’ Beni-abi-Khorasân; poi cadde in altre mani, e del tutto dileguossi in que’ frangenti di carestia e vicin romore di Cristiani. Il popolo che s’apparecchiava con molto ardore a respingerli, tumultuò un giorno, vedendo caricar del grano sur una barca che si sospettò partisse per luoghi occupati da Giorgio d’Antiochia; ond’e’ si venne a pretta anarchia ed a guerra civile, tra la fazione della Soweika (il mercatino) e quella della Gezîra (l’isola), che mi sembrerebbero popolani e nobili: alfine la plebe richiamò i Beni-abi-Khorasân, pria che fosse corso un anno dal conquisto di Mehdia. Abd-Allah-ibn Abd-el-Azîz, che si può dire l’ultimo di quella famiglia, regnò per dieci anni da tiranno; respinse gli Almohadi in un primo assedio (1157); e la città, poco appresso la sua morte, cadde sotto il pondo dell’oste d’Abd-el-Mumen.[194] Come ognun vede, tra questi fatti che si ritraggono con certezza storica, non entra la supposta signoria del re di Sicilia. Ma poichè il tiranno di Tunis, nelle ricordate condizioni di quei paesi, non potea sperar aiuto da altra banda, mi par verosimile ch’egli abbia segretamente fermato con Ruggiero qualche accordo non dissimile da quello dell’ultimo Zirita di Mehdia, promettendo di spesare forze ausiliari o di pagar la tratta de’ grani di Sicilia. Se le passioni umane allora non operavan diverso da ciò che veggiamo nella storia prima e poi e fin oggi, la corte di Palermo per vanità, il popol di Tunisi per sospetto geloso, quando trapelò quel trattato, gridarono a una voce che l’Ibn-abi-Khorasân s’inginocchiava, tributario e vassallo, a’ piè di Ruggiero; non altrimenti di quel che dissero di Hasan gli scrittori seguiti da Ibn-abi-Dinâr. E più incerta dovea rimanere la memoria del fatto, dopo il mutamento di regno, che di lì a poco spezzò tutte le fila ordite in Palermo e dopo la terribile reazione che seguì in Affrica contro i Cristiani e lor fautori, della quale noi diremo nel regno di Guglielmo il Malo.
CAPITOLO III.
Ritornando un po’ addietro ne’ tempi, egli è da ricordare che il riconoscimento del novello reame non tolse a Ruggiero l’ambizione, nè alla corte di Roma la voglia di molestarlo; donde or il papa ricusò di consacrare i vescovi[195] e cavillò su le prerogative della corona;[196] ora il re mandò eserciti ad occupare i dominii papali. Ma quando Corrado III, imperatore eletto, parlò di calare in Italia, e Arnaldo da Brescia infiammò i Romani a ristorare il Senato sotto il trono d’un Cesare tedesco, allora, quell’altalena fatale che tolse per mille anni ogni assetto e riposo alla patria nostra, spinse il papato ad accostarsi al regno, guelfo per sua natura. Udiasi allora per la prima volta cotesto nome di parte, sendosi levato in arme contro l’imperatore il duca Welf: al quale il papa e Ruggiero dettero aiuto per alimentar la guerra civile in Germania. Le ricchezze guadagnate sopra i Musulmani d’Affrica, l’industria della Sicilia, l’ubertà della Puglia, fornirono i danari che Ruggiero somministrava ai ribelli:[197] e porgeane anco al papa, per corrompere o combattere i Romani, promettendogli inoltre rinforzi di gente. E tra quelle tenerezze il papa a confermare il privilegio della Legazione apostolica di Sicilia;[198] a favorir le pratiche di Ruggiero in Germania. Nel corso delle quali avvenne che i partigiani del papa in Roma ricettassero occultamente i messaggi del re e che il Senato li catturasse con le lettere ch’e’ recavano e con loro famigli saraceni; ma poi lasciolli andare.[199] Possedendo in grazia di Ruggiero il nervo della guerra, il papa e i cardinali si vantavano di serrare in un canile “come veltri e mastini, gli imperiali e i Greci di Venezia, sì che non potessero mordere il Siciliano, ausiliare di Santa Chiesa.”[200]
Intanto i veri capi della Chiesa annidati, come già abbiam detto, ne’ monasteri di Francia, aiutavano con lo ingegno e co’ raggiri la fuggitiva corte di Roma e favorivano di rimbalzo il re di Sicilia. San Bernardo, barattando le carte, come soglion far sempre, e mutando in caso di teologia la quistione politica, si messe a fulminare Arnaldo per tutte le scuole e le corti d’Europa; tanto che l’imperatore Corrado non osò accostarglisi. La crociata, poi, predicata dall’apostolo cattolico, venìa sì bene in acconcio alla corte di Roma, da far credere ch’egli avesse voluto a un tempo stender la mano a’ travagliati Cristiani di Siria e mandare Corrado a coglier allori, e fors’anco la palma del martirio, lì verso l’Eufrate, in vece di calare in Italia a’ danni del papa. Dopo la rotta e il ritorno de’ Crociati, s’interpose tra Corrado e Ruggiero un altro prelato francese di gran fama, Pietro, detto il Venerabile, Abate di Cluny, negoziatore volontario di faccende politiche in tutta Europa, assiduo viaggiatore in Italia e Spagna, scrittore di polemica contro l’islamismo ed auspice della prima traduzion latina del Corano.[201] Costui, ragguagliando di sue pratiche il re e domandandogli intanto qualche larghezza a prò de’ monaci, gli sciorinava quante lodi ei sapesse accozzare in suo latino e diceagli bramar “che fosse unita al felice reame di Sicilia la misera Toscana e qualche provincia finitima.”[202] Così Ruggiero usava gli amici ecclesiastici ed essi lui. Che se adoperolli invano nelle trame contro Ramondo principe d’Antiochia, il cui stato ei pretendea com’erede del cugino Boemondo,[203] conseguì pure l’intento suo principale, ch’era di trattener Corrado di là dalle Alpi. La costui morte, succeduta a tempo (1152) fu attribuita a veleno ed apposta a Ruggiero[204] dai Ghibellini più ardenti; i quali sel trovavano sempre in mezzo a’ piedi, col suo danaro, con le sue arti di regno, con la sua fama di adetto in ogni scienza umana o infernale.
Giovò l’impedimento di Corrado a render vani gli sforzi di Manuele Comneno, che s’era collegato con lui contro la nuova potenza surta nell’Italia meridionale. Ruggiero non aspettò l’assalto de’ Bizantini. Affidato, com’e’ pare, nei novelli amici ch’eran sì possenti in Francia, ei volle tirar Lodovico VII a una lega contro Manuele: e pensando che cosa fatta capo ha, ruppe la guerra appunto quando i Crociati passavano nell’Asia minore; onde il bizantino si trovava impacciato; il francese vicino, adirato e disposto a punire la perfidia di quello. Mandò Ruggiero dunque in Levante Giorgio d’Antiochia; il quale, salpando da Brindisi (settembre 1147?) occupava Corfù; correa fino alla punta meridionale del Peloponneso; dava il guasto a Monembasia. Ma non assentendo Lodovico alla lega contro il Comneno, tornò addietro d’un subito l’armata siciliana, in guisa da fare scorger nella ritirata il dispetto dell’occasione fallita. Giorgio si messe a depredar le costiere dell’Etolia e dell’Acarnania; entrò nel golfo di Corinto; mandò le gualdane infino a Tebe; prese Corinto stessa e la sua rôcca; per ogni luogo frugò i ricchi con piglio da masnadiere, fece fardello d’ogni roba preziosa, menò cattivi gli Ebrei e i benestanti, uomini e donne; rapì anco l’industria, portando via gli operai della seta. Quindi altri opinò che i prigioni di Tebe e di Corinto avessero primi recato il setificio in Palermo, non sapendo che quivi da molto tempo l’esercitavano i Musulmani.
Correndo la state del quarantotto, l’armata siciliana andò all’impresa d’ Affrica. Ma allo scorcio dell’anno, Manuele, libero dalla paura de’ Crociati, s’apparecchiava alla vendetta. Acconciatosi co’ Veneziani, sì che gli fornirono possente navilio; vinti i Patzinaci, Manuele assediava Corfù, difesa da mille uomini dello esercito siciliano; respingea l’armata vegnente all’aiuto, e dopo due anni riducea per fame l’inespugnabile fortezza (1150). Seguì durante l’assedio quell’arrisicata fazione delle quaranta galee siciliane ch’entrarono nel porto di Costantinopoli, sbarcarono ne’ giardini imperiali e tirarono saette affocate nelle finestre della reggia; di che la fama giunse ne’ paesi musulmani.[205] In uno degli scontri del navilio siciliano col bizantino trovossi avvolto il re di Francia che mesto ritornava dalla crociata; il quale fu preso da’ Greci, liberato da’ Siciliani e condotto a Ruggiero, che gli fece grandissimo onore (agosto 1149). Le guerre poi sul Danubio, le fortune di mare, la dappocaggine delli ammiragli e la morte di Corrado, ritardarono la impresa di Manuele Comneno fino alla morte di Ruggiero.[206]
Il quale terminò il glorioso regno con un auto da fe’. Qual che fosse l’origine di Filippo di Mehdia, sia musulmano dell’isola detto Mehdiano dalla patria de’ suoi maggiori, o sia nato veramente nella capitale zirita, era egli battezzato, come gli altri paggi del re, nè cristiani nè musulmani, nè uomini nè donne. Cresciuto a corte, mostratosi buon massaio, il re l’avea preposto all’azienda del palagio, indi creato ammiraglio alla morte di Giorgio e mandato all’impresa di Bona; il che mi conduce a crederlo creatura dell’Antiocheno e suo compagno nelle guerre d’Affrica. Leggiamo il caso negli annali d’Ibn-el-Athîr, che forse il togliea dagli scritti del contemporaneo Ibn-Sceddâd; e più largamente ne tratta un luogo di Romualdo Salernitano, interpolato com’è parso ad autorevoli critici, ma contemporaneo in ogni modo, e degno di fede. L’un racconto come l’altro fa scoppiare improvvisa la collera del re contro Filippo, al suo ritorno da Bona: non ostante il trionfo e la riportata preda, al dire del latino; e al dire dell’arabo, appunto per aver chiusi gli occhi tanto che i notabili musulmani si messero in salvo. Fu accusato di simular la fede; e davano gli amminicoli: che entrasse in chiesa per apparenza, ma frequentasse occulto le moschee, fornissevi l’olio alle lampadi, inviasse offerte al sepolcro di Maometto, si raccomandasse ai sacerdoti del luogo e non rifuggisse dal cibarsi di carne il venerdì e ne’ giorni della quaresima. Così il narratore latino. L’arabo compendia l’accusa in questo che Filippo e gli altri paggi convertiti mangiassero lietamente quando il re digiunava. E non occorre dire che testimonii provarono il delitto, ancorchè l’accusato negasse ostinatamente. Fu tradotto, secondo il narratore musulmano, dinanzi i vescovi, i preti e i cavalieri; secondo il cristiano, dinanzi i conti, i giustizieri, i baroni e i giudici. Abbiam dalla stessa fonte cristiana ch’egli implorò grazia, e che Ruggiero, tanto più adirato, piangendo di collera, esortò il tribunale a severissima giustizia, dicendo: aver allevato in corte questo ribaldo, amatolo come fedel servitore; il quale se avesse offeso lui medesimo, se avesse rubato mezzo il tesoro regio, ei gli perdonerebbe; ma volea vendicare l’oltraggiata religione; sapesse bene il mondo che per questa santa causa egli farebbe pur cascare il capo del suo proprio figliuolo. Trattisi in disparte, dopo lunga deliberazione, dettarono questa sentenza: “che Filippo, delusore del nome cristiano, dedito all’opera della infedeltà sotto il velame della fede, sia arso da ultrici fiamme; affinchè, non avendo eletto il fuoco della carità, senta quello del rogo; nè rimanga alcuno avanzo di cotesto scellerato, ma, fatto cenere, ei passi dal fuoco temporale all’eterno, dove per sempre arderà.” Ho tradotte le parole della cronica, la quale par abbia copiata la sentenza del magistrato laico, passando sotto silenzio il giudizio ecclesiastico che dovea precedere. Di questo riman vestigia nella narrazione musulmana la quale nomina insieme i due ordini di giudici, quasi avessero composto un sol tribunale. Il Gregorio riconobbe nel caso di Filippo la giurisdizione dell’alta corte de’ Pari;[207] ma non volle rimestare di troppo quella prima gesta del Tribunal della Santa Inquisizione, il quale, quando scrisse il gran pubblicista, dava ancora i brividi all’onesta gente in Palermo, essendovi stato abbattuto appena da venti anni.
Alzarono il rogo di faccia al palagio stesso del re; presedette al supplizio il giustiziere. L’eunuco, legato a un cavallo indomito, fu strascinato infino al rogo, e quivi disciolto e gittato semivivo nelle fiamme. I complici e consorti, puniti anco di morte, aggiugne laconicamente la narrazione cristiana e finisce esclamando, con la stesse parole con che principia: ecco quant’era cristiano il buon re Ruggiero! Porta la narrazione arabica che Filippo fu arso del mese di ramadhan, il qual mese sacro dei Musulmani tornava nel 1153 tra il novembre e il dicembre; che Iddio non fece sopravvivere Ruggiero a lungo e che questo supplizio fu il primo tracollo de’ Musulmani di Sicilia.[208] S’io ben m’appongo, questo detto, confermando le altre condannagioni alle quali accenna la narrazione cristiana, prova esser seguita in Sicilia, allo scorcio del millecencinquantatrè, una vera e grave persecuzione religiosa.