Perchè la mosse Ruggiero? Di certo le vittorie degli Almohadi in Affrica, gli armamenti di Manuele Comneno nell’Adriatico, la morte di tre figliuoli e di due mogli entro nove anni, la malattia che consumava la sua propria persona in quell’inverno, non poteano non agitar profondamente il suo spirito, nudrito di credenze soprannaturali, tra ortodosse, astrologiche e musulmane. Ci si dice inoltre che in quegli ultimi tempi, allontanatosi alquanto dalle cure mondane, egli s’adoprò “in tutti i modi” a convertire musulmani e giudei e profuse più che mai danari nel culto.[209] Potremmo supporlo dunque diventato bacchettone per indebolimento di cervello, siccom’è avvenuto a tanti altri dotti e forti uomini. Ma più verosimile è che Ruggiero abbia voluto dar uno esempio e riformare a suo modo la corte, dove i vinti guadagnavan la mano a’ Cristiani. Egli mandò al rogo Filippo un mese dopo quell’impresa di Bona sciupata, come parve, per contemplazione verso i Credenti: onde non occorre ch’altri ci narri le querele che ne sursero nell’armata, nel baronaggio, nel clero, contro i favoriti musulmani del re. E questi era avvolto oramai nelle fila della diplomazia ecclesiastica, niente amica, al certo, di ministri così fatti. Un monarca d’oggi li avrebbe congedati; un del secolo decimosettimo, gittati in fondo d’un carcere; Ruggiero, che visse nel duodecimo e ch’era tenuto crudelissimo anche allora, arse il principale, mozzò il capo agli altri e si rallegrò forse di avere assettata la corte, soddisfatto al popolo, a’ grandi, a’ potentati amici e guadagnato, chi sa? il paradiso.

Morì a capo di due mesi, il ventisette febbraio millecencinquantaquattro, all’età di cinquantotto anni,[210] sospinto alla tomba dalle voluttà, come notarono i prelati della corte. Delle sue virtù, de’ vizii e delle cose operate al di fuori abbiam già detto quanto basta al nostro argomento. Ci riman ora a trattar con la stessa misura l’interno reggimento del paese e la tempra e coltura dell’ingegno di questo gran principe; di che noi caverem le notizie dagli scrittori musulmani al par che da’ cristiani; poich’egli lasciò orma di sè in ambo le civiltà del tempo suo. Ed entrambe lo dipinsero in loro stile. L’una per man dello Abate di Telese, di Romualdo arcivescovo di Salerno, d’Ugo Falcando, di Pietro il Venerabile: prelati italiani e francesi, nutriti di letteratura latina. L’altra, or con l’asiatico lusso delle immagini, nella Prefazione dell’Edrîsi, letterato, scienziato e rampollo di principi; or con le secche note di cronaca raccolte da Ibn-el-Athîr negli Annali, e dal Sefedi nell’articolo biografico, intitolato appunto a Ruggiero.[211]

Il Falcando loda in lui l’abbondanza degli spiriti vitali, il pronto ingegno, l’operosità, la vigilanza, la maturità di consiglio nelle faccende pubbliche.[212] Edrîsi, dopo lunga parafrasi di queste medesime idee, le stringe nell’epigramma che Ruggiero fea più dormendo che ogni altr’uomo vegghiando.[213] Parco allo spendere, fuorchè nelle cose della guerra, nelle scienze e ne’ monumenti, studiosissimo ei fu di accrescere le entrate dello erario[214] e sì diligente nell’amministrarle, che ne’ ritagli di tempo metteasi a frugare i conti.[215] La sicurezza, la pace e la prosperità di che si godea ne’ suoi dominii, recarono stupore all’Europa in quell’età di violenze feudali:[216] onde non esagera Edrîsi, là dov’ei dice, che Ruggiero fe’ piegare il collo ai tiranni[217] e che, inalberando il vessillo della giustizia e dando al popolo quiete e buon governo, ei costrinse i regoli a ubbidirlo, a vestire la sua divisa, a consegnargli le chiavi di ciascun paese.[218] Riformò gli ordini giudiziali; fece osservare le leggi con rigore, anzi crudeltà, di che il Falcando lo scusa con la necessità del regno nuovo. Nell’opera di perfezionare il civil governo in Sicilia e d’assuefar a quello i baroni e le città di Terraferma, egli studiò gli esempii di fuori e chiamò in aiuto valenti uomini d’ogni linguaggio e d’ogni setta.[219] Donde un francese vanta la predilezione del re pei Francesi;[220] un musulmano gli dà lode di proteggere ed amare particolarmente i Musulmani;[221] similmente un bizantino avrebbe potuto affermare il privilegio della schiatta greca, nominando Giorgio d’Antiochia; ed un italiano avrebbe forse vinta la gara, ricordando che Arrigo de’ marchesi Aleramidi fu quel desso che fabbricò la corona al nipote.[222]

Abbozzato già nel quinto libro il reggimento normanno, io vo’ ricordar qui di volo quelle istituzioni che riferisconsi con certezza a re Ruggiero, anzi che al padre. Delle quali gravissima parmi l’ordinamento de’ magistrati provinciali, ignoto sotto il primo conte, necessario a far sentire da presso una mano assai più forte ch’esser non potea quella degli ufiziali del principe in ciascun comune, sopraffatti per avventura da’ vicini feudatarii e da’ prelati. Seguendo l’uso di tenere unita l’autorità che noi distinguiamo in amministrativa e giudiziale, Ruggiero sostituì ai vicecomiti i baiuli, delegati generali del governo nella città e primi giudici in materia civile e correzionale.[223] Egli istituì primo i camerarii e i giustizieri, magistrati provinciali: preposti gli uni all’azienda, con giurisdizione d’appello nelle cause civili e di prima istanza in quelle concernenti i feudi secondarii e in ciò ch’or diciamo il contenzioso amministrativo; giudici gli altri delle liti civili relative ai feudi principali e delle cause criminali ch’eccedessero la competenza dei baiuli e delle curie baronali.[224] Certo al pari e’ mi sembra che re Ruggiero abbia data migliore forma ad un tribunale supremo preseduto dal principe, simile a quello de’ Bizantini nelle materie civili[225] e de’ Musulmani pei delitti di maestà.[226] E veramente la tradizione arabica afferma che Ruggiero, succeduto al padre, imitò i principi musulmani con creare i giânib, gli hâgib, i selâhia, i giandâr e altri simili ufiziali; ch’egli scostossi dagli usi de’ Franchi, i quali non aveano idea d’ordini così fatti; e che pose il Diwân-el-mozâlim, (noi diremmo, la Corte de Soprusi) al quale si recavano le querele degli offesi; e il re facea giustizia a costoro, foss’anco contro il proprio suo figlio.”[227] Degli altri ufizii diremo or ora. Ravvisò il Gregorio in questa Corte de’ Soprusi la Magna Curia, che i pubblicisti siciliani solean prima di lui riferire a Federigo imperatore; ed ei tirolla su ai tempi di Ruggiero, la distinse dall’alta corte de’ Pari, la paragonò alla corte del Banco del re, ch’ei suppose istituita in Inghilterra da Guglielmo il conquistatore.[228] Ma i pubblicisti inglesi confessano in oggi non veder chiaro nell’XI secolo quel sistema di giurisdizione suprema che comparisce appo loro al principio del XIII; ond’essi pensano che, ne’ primi tempi de’ re normanni, l’Inghilterra non abbia avuta altra corte di giustizia che quella de’ Pari, talvolta piena e più sovente ristretta; non essendo stato in quella età agevol cosa ragunare i feudatarii ad ogni uopo della giustizia ordinaria. Nè più di questo parmi si possa affermare della Sicilia nel XII secolo; se non che aggiugnerei avere Ruggiero composta regolarmente la corte de’ Pari ristretta, facendovi sedere i giustizieri ed anco de’ giudici, e adoperandola come magistrato ordinario e supremo, senza restringere la sua giurisdizione ai grandi feudatarii. E parmi sia stata questa in Sicilia la corte che condannò al fuoco Filippo di Mehdia: innanzi alla quale dicea Ruggiero, secondo la narrazione cristiana, che non gli sarebbe rifuggito l’animo dal punire il proprio figlio:[229] le medesime parole per l’appunto, con che la tradizione musulmana esprime l’alto impero e severa giustizia del Diwân-el-mozâlim, preseduto dal re.

Lascio indietro gli ordinamenti proprii della popolazione cristiana, sempre più cresciuta nell’isola al tempo di Ruggiero; la colonia e il vescovado ch’ei fondava in Cefalù; l’archimandritato istituito in Messina per ordinare i monasteri greci e forse le popolazioni; le sue leggi che ci venga fatto di spigolare;[230] i grandi ufizii della corona ch’egli imitò dalle corti occidentali: cancelliere, giustiziere, camerario, protonotaio, connestabile; qualificati di grandi per significar l’autorità superiore.[231] Delli ammiragli ho discorso a lungo.[232] Ho toccato anco dei servigi della corte affidati la più parte a’ paggi.[233] Secondo uno scrittore che allegammo poc’anzi,[234] Ruggiero ordinò ad esempio delle corti musulmane quegli ufizii domestici, le cui denominazioni, arabiche o persiane, attestano la origine, che torna sovente ai Fatemiti d’Egitto. Erano gli hâgib, propriamente uscieri, spogli bensì del gran potere ch’ebbero a Cordova e altrove;[235] i giânib, come sarebbe a dire aiutanti di campo;[236] i selâhia che torna a scudieri;[237] i giandâr o forse giamdâr, vestiarii;[238] ed altri, dice il testo, alludendo a note denominazioni:[239] a quella gerarchia di servitori intrecciata con le dignità dello Stato, la quale i Bizantini tolsero da’ despoti persiani e detterla ai Musulmani ed ai re dell’Occidente. Il più delle volte non era divario che nel nome. Il gran siniscalco non potea mancare in Sicilia; ancorchè si vegga al tempo stesso di quello il magister latino, che risponde all’uficio e sembra testo o traduzione dell’orientale ostadâr.[240] Son qui da ricordare i kâid de’ quali si è trattato a lungo, or capitani propriamente detti di pretoriani, or segretarii, computisti e per fin camerieri,[241] come un ferrâsc che appo noi suona “rifa’ letti.”[242] V’era anco un paggio musulmano ispettore della cucina,[243] ed uno preposto al tirâz.

Con tal voce persiana chiamaronsi le vestimenta di seta ricamate e l’opificio in cui le si lavoravano: parte essenziale d’una corte musulmana, poichè soleano i principi donar que’ pallii in segno di favore, o mandarne a’ grandi oficiali nel dar loro l’investitura,[244] come appunto si disse in cristianità, per cagion di usanza non dissimile. Ci è occorso di narrar come Ruggiero avesse inviati di tali abbigliamenti al traditore che gli fece omaggio di Kâbes.[245] E rimane del tirâz di Palermo un lavorio sontuoso, il pallio semicircolare, trapunto nell’area ad oro e perle con figura d’un lione che abbatte un camelo, e in giro con bellissime lettere cufiche, portanti il nome e le qualità di Ruggiero e la data della capitale di Sicilia e dell’anno cinquecentoventotto (1133); il qual regio manto, per dono di alcun re di Sicilia o rapina di Arrigo VI, andò in Germania; ed è serbato ora a Vienna tra le reliquie del defunto impero di Carlomagno.[246] Sappiamo dalla storia come quell’opificio fosse stato rifornito il millecenquarantasette di belle corinzie e tebane,[247] e durasse in fiore nel centottanta, quando l’eunuco prepostovi diceva all’orecchio a Ibn-Giobair che le giovani musulmane del suo ovile tiravano spesso all’islam lor compagne di nazione franca. Sembra da ciò che Ruggiero abbia voluto onestare con quel nome l’harem della reggia.[248] Da lui o da’ successori fu anco usato l’ombrello di gala, ad imitazione dei califi fatemiti.[249]

Alla corte musulmana rispondean gli usi orientali della cancelleria arabica, distinta, com’e’ mi sembra, dalla cancelleria latina, e addetta a trattar le faccende degli antichi abitatori, sì come la latina quelle de’ coloni. Mentre quest’ultima usava il linguaggio latino, la data dell’èra volgare, e il suggello co’ titoli occidentali, l’altra cancelleria adoperava or il greco or l’arabico, secondo le genti, e talvolta l’una e l’altra lingua insieme. In testa de’ rescritti arabici o bilingui non soscritti di propria man di Ruggiero, si ponea all’uso musulmano lo ’alâma, ossia il motto trascelto da ciascun principe e scritto della man di segretario apposito, con che si dava autenticità al diploma. Lo ’alâma di Ruggiero fu El hamd lilaah sciakran linia’mih ossia “Lode a Dio per riconoscenza de’ suoi benefizii.”[250] Copiando un po’ i principi Musulmani e un po’ i Bizantini, Ruggiero si fece intitolare ne’ diplomi El malek el mo’adzdzam el kadîs o diremmo noi “Il re venerando e santo”[251] e nelle monete, or El malek el mo’adzdzam el mo’tazz billah, ossia “Il re venerando, esaltato per favor di Dio”[252] ora Nâsir en nasrâniah che suona “Difensor del Cristianesimo”[253] Nè altrimenti par lo addimandassero in corte; sendo detto egli da Edrîsi “il re venerando, Ruggiero, esaltato da Dio, possente per divina virtù,[254] re di Sicilia, Italia, Lombardia, Calabria, (sostegno dello) imâm di Roma, difensore della religione cristiana”[255]; e chiamata El-mo’tazzia, dal poeta Abd-er-Rahman da Trapani, la regia villa di Mare-dolce presso Palermo.[256] Nei diplomi della cancelleria bilingue soscrisse Ruggiero sempre in greco, rendendo que’ titoli di conio orientale con la formola “Ruggiero in Cristo Dio, religioso e possente re, difensore dei Cristiani”[257] e quest’ultimo attributo si ritrova anco tradotto nell intitolazione di alcun diploma latino.[258] Si scorge infine dalle monete e dall’uso degli scrittori arabi contemporanei, che Ruggiero, intitolatosi secondo di tal nome pria ch’ei prendesse la corona reale, continuò sempre a distinguersi dal padre con quella appellazione, ancorchè ei fosse stato il primo re.[259]

Non pensava forse Ruggiero che il passatempo della scienza gli avesse a fruttar tanta gloria, quanto le assidue cure dello Stato e le fatiche della guerra. E pur l’Europa civile, se in oggi non ha scordato del tutto il fondatore della monarchia siciliana, onora assai più il dotto principe al quale è dovuta la maggiore opera geografica del medio evo. Differendo a trattare il pregio di cotesta opera nella rassegna scientifica e letteraria del presente periodo, noi qui toccheremo della parte che torni a ciascuno de’ due creduti autori: Edrîsi, sotto il cui nome corre in oggi il libro, e il re al quale l’attribuirono gli eruditi musulmani chiamandolo “Il libro di Ruggiero” oltre il titolo proprio, ch’è “Il sollazzo di chi ama a girare il mondo.”

Taccion le memorie cristiane di questa vaghezza del re per gli studii geografici, male interpretata da Falcone Beneventano, là dove ei racconta l’aneddoto, ch’entrato Ruggiero trionfante in Napoli, allo scorcio di settembre millecenquaranta, fece una notte misurare l’ambito delle mura; e la dimane, ragionando co’ principali cittadini intorno le franchige da confermare, per mostrarsi tenero assai delle cose loro, “Ma sapete voi, lor domandò, quanto giri la città vostra?” e rispostogli di no, “ecco ch’io vel dico, replicò: son dumila trecensessantatrè passi, per l’appunto.”[260]

Edrîsi descrive la formazione dell’opera con particolari di gran momento.[261] Ei dice dottissimo il re nelle scienze “astruse e nelle operative”[262] ossia le matematiche e le dottrine dell’amministrazione pubblica; e che in cotesti due rami di sapere “egli creò modi novelli maravigliosi e inventò peregrini trovati.” Allargato il regno, “ei volle sapere con precisione e certezza le condizioni di ciascun paese soggetto: quali fosserne i confini e le vie di comunicazione per terra e per mare; a qual clima appartenesse, quali mari lo bagnassero, quai golfi vi si aprissero. Volle conoscere, altresì, ogni altro paese e regione de’ sette climi ideati da’ filosofi e determinati da’ narratori e da’ compilatori in loro pergamene[263] e ricercar volle quanta parte di ciascuno Stato entrasse in ciascun clima.” Nominati poi dodici trattati geografici, tra d’antichi e d’arabi, che furono raccolti per comando di Ruggiero, continua Edrîsi “che in tutti si notarono discrepanze, omissioni ed errori; e che i geografi, chiamati apposta e interrogati dal re, non ne sapeano più che i libri. Egli allor fece venire da ogni parte de’ suoi dominii uomini esperti ed usi a’ viaggi, e ordinò che interrogati per un suo ministro,[264] tutti insieme e poi spicciolati, si tenesser buoni i ragguagli ne’ quali ciascun s’accordava e si rigettassero gli altri. Durò quindici anni cotesta esamina; nel qual tempo non passò giorno che il re non vegliasse sul lavoro, non pigliasse conto de’ ragguagli raccolti e non facesse opera ad appurarli. Indi ei volle vedere se tornassero precisamente le distanze su le quali s’erano accordate le relazioni.[265] Fe’ recar dunque una tavola graduata[266] e trasportarvi col compasso, ad una ad una, quelle distanze; tenendo anco sott’occhio i libri citati dianzi e ponderando le opinioni diverse: e tanto studiò sul complesso di quei dati, ch’egli arrivò a determinare le vere posizioni. Fe’ allor gittare, di puro argento, un gran disco diviso in segmenti,[267] che pesò quattrocento rotl italici, di cento dodici dirhem ciascuno,[268] e fevvi incidere i sette climi con le loro regioni e paesi, le marine e gli altipiani, i golfi, i mari, le fonti, i fiumi, le terre abitate e le disabitate, le strade battute, con lor misure in miglia, le distanze (marittime) e i porti: nella quale incisione fu copiato per filo e per segno il planisfero delineato già nella tavola. Ordinò in ultimo si compilasse una descrizione corrispondente alle figure della mappa, aggiuntovi le condizioni di ciascun paese e contado: la natura organica,[269] il suolo, la postura, la configurazione, i mari, i monti, i fiumi, le terre infruttifere, i cólti, i prodotti agrarii, le varie maniere di edifizii, i monumenti, gli esercizii degli uomini, le arti che fiorissero, le merci che si introducessero o si traesser fuori, le maraviglie raccontate e le supposte; e in qual clima giacesse il paese ed ogni qualità degli abitatori: sembiante, indole, religioni, ornamenti, vestire, lingua.” I manoscritti che ci han dato il testo fin qui con poco divario, si discostano venendo alla intitolazione di Nozhat el Mosctâk, la quale, secondo un codice, fu messa da Edrîsi, ma gli altri due, e tra questi il più prossimo all’originale, riferisconla a Ruggiero stesso;[270] poscia tutti d’accordo notano quella che noi diremmo pubblicazione, fatta nella prima metà di gennaio millecencinquantaquattro, che è a dir cinque o sei settimane innanzi la morte del re.