La quale sendo avvenuta dopo lunga infermità, possiamo supporre che Edrîsi abbia affrettato ed anco precipitato il lavoro da presentare, e che per tal cagione quello sia venuto fuori men corretto, che non portasse il disegno e non permettessero i mezzi del re. Ma di ciò meglio a suo luogo. Fatta intanto nelle parole d’Edrîsi la tara dell’adulazione e della rettorica, ognun vi legge che il dotto affricano stese la descrizione, dopo avere raccolte e coordinate le relazioni orali e confrontatele, se si voglia, coi trattati di geografia; ch’ei forse die’ consigli su gli studii da fare e sul metodo; ma che il concetto, l’impulso, l’ordinamento e perchè no? un’assidua cooperazione, si deve a Ruggiero, nella cui mente le tradizioni musulmane si univano alle bizantine ed alle latine, al genio cosmopolita dei Normanni ed alla curiosità statistica del principe e del capitano.[271] Tornano anco a ciò i ragguagli del Sefedi. Ruggiero o Uggiero, egli dice, amando le dottrine filosofiche dell’antichità, fece venir dall’’Adwa[272] lo sceriffo Edrîsi; indusselo a stanziare appo di lui e fuggir i pericoli che la sua nascita regia gli attirava ne’ paesi musulmani d’Occidente; Ruggiero gli assegnò entrate da principe; l’onorò tanto che solea levarsi quand’egli veniva a corte e andargli incontro e metterselo a sedere allato. La prima cosa, costruì Edrîsi pel re una grande sfera armillare d’argento e n’ebbe in guiderdone de’ milioni.[273] “Ruggiero poscia si consultò con Edrîsi intorno i migliori modi d’appurare i ragguagli geografici con certezza, non già copiando libri; ed entrambi consentirono in questo, che si avesse a mandare apposta per tutti i paesi di levante e di ponente, uomini sagaci e dotti, accompagnati da disegnatori, a fin di ritrarre la figura d’ogni cosa notevole. E il re mandolli di fatto: i quali come riportavano lor disegni, così Edrîsi li verificava; e compiuta che fu la raccolta, ei distese la compilazione intitolata il Nozhat.”[274] Opera collettiva questa fu dunque, lavoro d’una specie d’accademia istituita da Ruggiero nella corte di Palermo, preseduta da lui stesso; e il rampollo degli ultimi califi di Cordova n’era il Segretario perpetuo, se ci sia permesso dar nomi nuovi e precisi a un abbozzo del medio evo. Ognun poi vede che appo i letterati musulmani, Edrîsi dovea a poco a poco ecclissare Ruggiero, ancorchè di questi rimanesse pure onorato ricordo.[275] Non essendo stato il libro, per la intempestiva morte del re, tradotto in latino, l’Europa l’ha riavuto dopo cinque, anzi sette secoli, col nome del compilatore che forse gli rimarrà per sempre. E così è avvenuta al regio autore fortuna contraria a quella de’ Grandi d’oggidì che fan lavorare altrui e voglion per sè la lode.

Quando verremo a trattare particolarmente la storia letteraria di cotesto periodo, noteremo altre vestigie dell’accademia rogeriana e delle dotte elucubrazioni del re, bastandoci qui far cenno degli uomini e delle opere che vi si riferiscono. Oltre l’Edrîsi, veggiamo nella reggia di Palermo Abu-s-Salt-Omeia da Denia, medico, meccanico, astronomo, dotto nella scienza che gli antichi addimandavan la musica, poeta e cronista; il quale girando, come soleano i letterati Musulmani, per tutte le corti amiche agli studii, passò dal Cairo in Palermo e indi a Mehdia, prima che la fosse occupata da’ Siciliani. Diverso da costui par sia stato l’autore dell’orologio ad acqua, congegnato per comando di Ruggiero, come attesta una lapida trilingue della Cappella palatina di Palermo e una notizia trasmessaci dal cosmografo Kazwini. Credo si debba a incoraggiamento del re la versione latina dell’Ottica di Tolomeo, fatta dall’ammiraglio Eugenio, sopra una versione arabica del testo greco e sì la versione delle Profezie della Sibilla Eritrea, tradotte, come dissero, dal caldaico in greco per opera di un Doxopatro, e lo stesso Eugenio voltolle dal greco in latino. Il quale Doxopatro, sembra il Nilo venuto a corte di Ruggiero da Costantinopoli, autore del famoso libro su le sedi patriarcali; molestissimo al papa, come quello che dimostrò aver la sede di Roma preso il primato in Cristianità perchè la città era capital dell’impero e averlo perduto di diritto con la traslazione a Costantinopoli; e i vescovi di Sicilia essere stati soggetti al patriarca bizantino, fino al conquisto del Conte Ruggiero.

Non affermeremmo noi che il re avesse onorato Nilo Doxopatro per cagion di questa opera istorica e canonica, più tosto che per la versione della Sibilla Eritrea. Come certe malattie, così corrono in ciascun secolo certe aberrazioni di mente, dalle quali raro avvien che campino i sommi ingegni: di che abbiam cento esempii antichi e odierni. Ruggiero, tra gli altri, credette alle scienze occulte. Narra il Dandolo che un famigerato astrologo inglese, richiesto dal re, gli facea trovare le ossa di Virgilio nel masso della collina presso Napoli e ch’ei comandava di riporle nel Castel dell’Uovo, sperando costringere a suo bell’agio con gli scongiuri l’ombra del Mantovano, sì che gli rivelasse tutta l’arte della negromanzia.[276] Attesta del paro Ibn-el-Athîr cotesti vaneggiamenti del re, con tal racconto che ritrae al vivo una scena della reggia palermitana. Sedendo un giorno il re co’ suoi intimi in una loggia che guardava il mare, fu visto entrare un legnetto reduce dalla costiera d’Affrica; dal quale si seppe che l’armata del re avea fatta sanguinosa scorreria ne’ dintorni di Tripoli. Sedeva allato a Ruggiero un dotto e pio musulmano, onorato da lui sopra ogni altro uom della corte e preferito a’ suoi preti ed a’ suoi monaci, tanto che bucinavano essere il re nè più nè men che musulmano.[277] Or parendo che il barbassoro non avesse posta mente alle nuove di Tripoli, “hai tu inteso?” interrogollo Ruggiero; e saputo che no, ricontò il fatto e domandò per celia “dove era dunque Maometto quando i Cristiani acconciarono così il popol suo?” — “Vuoi ch’io tel dica davvero? rispose il musulmano: egli era alla presa di Edessa, dove in quell’ora medesima e in quel punto irrompeano i Credenti.” E i Cristiani a scoppiar dalle risa. Ma Ruggiero, rifatto serio in volto, li ammonì non pigliasser la cosa a gabbo, chè quel savio non avea mai fatta predizione che non si avverasse. Ed a capo di alquanti giorni si riseppe che Zengui, il padre di Norandino, aveva occupata Edessa.[278] Mi viene in mente che quel savio sia stato forse lo stesso Edrîsi.

Non poteano mancare, in corte così fatta, i poeti arabi. Ancorchè i bacchettoni musulmani, compilatori d’antologie, abbiano soppressi di molti versi, massime que’ che più ci premerebbe di leggere, abbiam pure alcuni frammenti di kasìde, presentate a Ruggiero da Abd-er-Rahman-ibn-Ramadhan di Malta, dal filologo Abu-Hafs-Omar, da ’Isa-ibn-Abd-el-Moni’m, da Abd-er-Rahman di Butera, da Ibn-Bescirûn di Mehdia e da ’Abd-er-Rahman di Trapani; de’ quali i primi due, perseguitati, imploravano la clemenza del re; il terzo volea consolarlo della morte del figliuolo; e gli ultimi lodavan il regio Mecenate, descrivendo il sontuoso palagio, le ville e il viver lieto della corte, dove solean girare, colme di biondo vino, le coppe, e il suono della lira accompagnar la voce di cantori, paragonati ai più celebri della corte omeiade di Damasco.

Il genio di civiltà che risplende nella vita tutta di re Ruggiero, si scerne ancora in que’ monumenti suoi che il tempo ha rispettati: la cattedrale di Cefalù, la Cappella palatina di Palermo, il Monastero di San Giovanni degli Eremiti nella stessa città, i sepolcri di porfido del Duomo palermitano e qualche iscrizione arabica dove occorre il suo nome. D’altri edifizii ch’egli innalzò abbiam qualche avanzo da poterne argomentare la eleganza o la magnificenza: voglio dire la villa della Favara, ossia Maredolce, e quella dell’Altarello di Baida: entrambe alle porte di Palermo. I cronisti finalmente e i diplomi ci ragguagliano di parecchi altri monumenti edificati per suo comando; come sarebbe una parte della reggia di Palermo e il Monastero del Salvatore di Messina, de’ quali non è agevole scorgere ora i vestigii tra le costruzioni sovrapposte. Di certo Ruggiero non creò tutte le arti che fiorivano in Sicilia fin da’ tempi musulmani, ma le ristorò dopo le vicende della guerra, ed altre ne promosse per lo primo: v’ha di certo nei monumenti siciliani della prima metà del secolo l’impronta d’un intelletto superiore che raccolse, dispose e riformò. La mole, le graziose e nuove proporzioni, la leggiadria e ricchezza degli ornamenti, rivelano unità di concetto, sentimento del bello, altezza d’animo e profusione di danaro, da confermare che il primo re di Sicilia fu possente e grande in ogni cosa.

CAPITOLO IV.

Nell’operoso e lungo regno di Ruggiero le condizioni sociali dell’isola mutaron da quelle dei primi anni del secolo XII. Verso la metà del secolo era già la Sicilia ripiena di coloni cristiani, arricchita coi traffichi d’Affrica e delle Crociate; il conquisto inoltre della Terraferma, reagendo sul centro del governo, recava elementi novelli nella corte, la quale era divenuta già primario corpo dello Stato per cagion degli ufici pubblici che vi s’accentravano: corpo di gran mole, vario di origine, reso omogeneo dallo interesse; onde, salvo le gelosie, fraternizzavan quivi gli arcivescovi coi liberti musulmani, i chierici d’oltremonti coi borghesi delle Puglie, i condottieri francesi coi corsari greci di Messina. Mancata quella man ferma del re, le nuove parti sbrigliaronsi. Il baronaggio, provocato o no, cercò di ripigliare lo Stato in Terraferma e di far novità anco in Sicilia. La corte volle possedere, sotto il nome di Guglielmo, l’autorità ch’essa avea esercitata sotto il comando di Ruggiero. Per lei teneano i Musulmani e fors’anco le schiatte più antiche dell’isola; per lei, in tutto il reame, i cittadini, bramosi di sicurezza e di franchige: se non che i baroni avean sèguito anch’essi nelle città e talvolta prevaleanvi per l’invidia che desta sempre il governo e gli interessi ch’egli offende. Avveniva ancora nell’isola che il popolo delle grandi città e i coloni lombardi delle montagne, si accostassero al baronaggio per odio de’ Musulmani e cupidigia dell’aver loro. Coteste parti che talvolta, com’egli avviene, mutavano sembianze, compariscono chiaramente nelle tragedie di Guglielmo il Malo; nelle commedie delle quali fu spettatore il Buono; anzi l’azione è da riferirsi a loro più tosto che ai personaggi aulici, descritti dalla mano maestra del Falcando, con le bellezze e la imperfezione dell’arte antica.

Al di fuori, la monarchia siciliana si travagliava contro i soliti tre nemici; con questo avvantaggio che tutti non si poteano collegare, nè pur durava a lungo l’accordo tra due. Il papa, incorreggibile, colse immantinenti l’occasione del nuovo regno, per ritentare l’Italia meridionale. Federigo Barbarossa ambì anch’egli quelle estreme province; richiese le forze navali a Genova ed a Pisa, nemiche del regno per gare di mercatanti; ma nulla ei conchiuse. I Bizantini all’incontro aveano in punto ogni cosa per assaltare la Puglia. Da lungi, gli Almohadi minacciavano gli acquisti d’Affrica. E rompeasi di presente la guerra contro i Fatimiti d’Egitto, non sappiamo appunto l’anno nè il perchè; dopo la morte di Ruggiero, credo io, e per cagion di commercio; potendo supporsi che i Pisani, ben visti allora a corte del Cairo, avessero fatto disdire i privilegi stipulati poc’anzi con la Corona di Sicilia.[279]

Guglielmo era indolente, feroce, superbo, avaro. Majone da Bari, promosso dal padre ai maggiori ufizi pubblici, fatto ammiraglio alla esaltazione del nuovo re, non torna nè quel valente e savio statista che dice l’Arcivescovo di Salerno, nè quel forsennato malfattore che vuole il Falcando. Parmi si personificasse in costui la corte con tutti i suoi vizii: e la testimonianza non sospetta de’ Musulmani ci assicura che la voce pubblica attribuì alla malvagità sua e del re tutti gli sconvolgimenti che inaugurarono il regno.[280] Divampò la ribellione feudale in Terraferma (1155); s’apprese in Sicilia; il re in persona domolla quivi con le armi e con la clemenza; la represse con immanità (1156) in Calabria e in Puglia, dov’era aggravata dall’invasione de’ Bizantini, dall’aggressione del papa e dalle mene del Barbarossa. E furono scacciati i Bizantini; poi sconfitti di nuovo in grande battaglia navale[281] a Negroponto (estate del 1157): dopo la quale Guglielmo fermò la pace col Comneno (1158). Aveala già ottenuta dal papa in grazia delle sue vittorie (luglio 1156). E pria l’armata, di giumadi secondo del cinquecencinquanta (agosto 1155) avea dato il guasto a Damiata, Tennis, Rosetta, Alessandria e riportatone gran preda d’oro, argento e vesti preziose.[282] In quel torno i Masmudi, dice una Cronica, saccheggiarono il castel di Pozzuoli; ma sopraccorse le navi regie, furono presi e tagliati a pezzi.[283] Così le armi di Guglielmo trionfarono per ogni luogo. Nè par ch’egli abbia gittato via il danaro con che volle tagliare i passi a Federigo, che veniva a incoronarsi in Roma. Narra Ottone di Frisingen che nel tumulto surto il dì stesso dell’incoronamento (18 giugno 1155) i soldati imperiali dando addosso ai Romani, gridavano: «Prendete questo ferro tedesco in cambio dell’oro arabico! Questa mancia vi dà il Signor vostro. Ed ecco come i Franchi accattan l’impero!»[284] S’io ben m’appongo, l’oro arabico che i soldati imperiali maledicean tanto e lo cercavano sì avidamente nelle tasche dei Romani, erano i tarì d’oro coniati da’ principi di Sicilia di quel tempo con leggende arabiche: bella e comoda moneta comunissima allora nell’Italia meridionale. Il fatto è che, tra il movimento di Roma, la scarsezza delle vittuaglie e la morìa, l’esercito imperiale, anzi che calare in Puglia, fu costretto a ritornare frettoloso in Germania.

Mentre Guglielmo per tal modo si assodava sul trono, perdette i conquisti del padre in Affrica. Comparvero immediatamente in quelle province gli effetti del mal governo: i presidii cristiani cominciarono ad aggravare i Musulmani. Vivea da otto anni in Palermo Abu-l-Hasan-Hosein-el-Forriâni dotto e religioso sceikh di Sfax, del quale abbiam detto[285] che designato a governar la sua terra per lo re di Sicilia, avea chiesto lo scambio in persona del figliuolo Omar, e si era dato statico egli stesso in man de’ Cristiani. Ei sapeva il figlio uom di grande animo e risoluto. Nel partire di Sfax per la Sicilia, «Vedi, io son vecchio, gli disse; io m’avvicino alla tomba: questo fiato di vita che m’avanza, lo vo’ consacrar tutto ai Musulmani. Quando ti si offra il destro, sorgi tu contro il nemico cristiano; distruggilo senza badare ad altro; e fa conto ch’io sia già morto.» Risaputi i soprusi de’ Cristiani a Sfax, viste da presso le cose in Palermo, il Forriâni scrive al figliuolo che l’ora è suonata; che si affidi in Dio e rivendichi i diritti dei Musulmani.