Il genio dell’incivilimento, l’utilità politica e più assai gli interessi commerciali della Sicilia e i suoi proprii, portarono Federigo a frequenti accordi coi principi musulmani. Abbiano noi accennato ai patti fermati con esso loro dalle nostre repubbliche marittime ed abbiamo descritti quei del conte Ruggiero e del re suo figliuolo coi Ziriti, e di Guglielmo II, col novello impero degli Almohadi.[593] A’ tempi di Federigo, questo era già dimezzato, rimanendogli, a un dipresso, l’attuale Stato di Marocco e parte della Spagna; nè v’ha ricordo allora di ostilità tra quello impero e la Sicilia, nè se ne vede cagione: anzi sembra continuata la pace de’ tempi normanni. Perchè sappiamo che Uberto Fallamonaca che fu de’ primarii magistrati di Federigo in Sicilia[594] andava il dugenquarantuno ambasciatore a Marocco.[595] Alla quale missione, od altra che l’abbia preceduta o seguìta, si accenna nel trattato delle “Tesi siciliane” d’Ibn-Sab’în, leggendovisi che l’imperatore signor della Sicilia, avea mandati per nave apposta, con un suo ambasciatore, al califo almohade i quesiti di logica e metafisica; de’ quali noi diremo nel capitol seguente.

Intanto la decadenza della dinastia almohade avea fatto rinascere lo Stato dell’Affrica propria, più forte sì che al tempo degli Ziriti e chiamato ormai da’ Cristiani il reame di Tunis, perchè gli Almohadi avean fatta capitale della provincia quella città, primaria per popolo e commercio e più aperta alle armi loro che non fosse la malaugurosa fortezza di Mehdia. Seguì allora la necessaria vicenda delle grandi province musulmane. Il terzo califo almohade En-Nâsir, non sapendo come tener la provincia, ne fe’ governatore (1207) un uomo fidatissimo della dinastia: Abu-Mohammed, figliuolo di Abu-Hafs-Omar, ch’era stato sceikh della tribù berbera di Masmuda, primo per valore e consiglio tra i capi della confederazione almohade, braccio dritto d’Abd-el-Mumen e sostegno de’ suoi figliuoli. Ma nella generazione seguente, i Beni-Hafs, come si chiamarono dal nome familiare del capo di lor casa, avean messe radici profonde nella provincia; i califi, lontani, peggiorati di padre in figlio, non aveano riputazione nè forza da cacciar via cotesti prefetti: onde Abu-Zakaria, figliuolo d’Abu-Mohammed, colta un’occasione, disdisse (1228) l’obbedienza al califo El-Mamûn, com’empio e tiranno. Non guari dopo (1236), tolto l’equivoco, ei fece fare a suo proprio nome la preghiera del venerdì, con qualità di Emir, lasciando a’ cortigiani il vanto d’aggiugnervi “de’ Credenti” per compiere il sacro titolo, onde fregiaronsi Abd-el-Mumen, Harûn-Rascîd e il grande Omar, che gli Hafsiti falsamente vantavano lor progenitore.[596] Notisi che gli Hafsiti usarono sempre chiamarsi col Keniet, o diremmo noi soprannome familiare, e che il padre e l’avolo di Abu-Zakaria s’addimandarono meramente sceikh, ch’era il titolo della dignità loro nella tribù, e però il vero fondamento della loro potenza.[597]

Cotesti particolari ho io notati a rischiarare il trattato dello imperatore Federigo, del quale abbiam solo una traduzione latina molto arruffata, ma non tanto che non trasparisca spesso il genuino testo arabico e talvolta gli errori di chi interpretollo. È dato del quindici giumadi secondo dell’anno secentoventotto (20 aprile 1231), quando Abu-Zakaria avea già ricusato d’ubbidire al califo Mamùn, senza per anco chiarirsi independente dal califato; del quale stadio d’usurpazione rendono testimonianza alcune parole del trattato. Se questo poi non è stipulato a nome dell’emîr Abu-Zakaria, ma dello «illustre e magnifico sceikh[598] Abu-Ishak, figliuolo del defunto sceikh Abu-Ibrahim, figliuolo dello sceikh Abu-Hafs,» non dobbiamo noi mettere in forse l’autenticilà del documento. Si può spiegar bene con due supposti plausibili e compatibili tra loro: che Abu-Zakaria abbia avuto quest’altro cugino, ignoto ne’ nostri ricordi[599] e che l’abbia lasciato luogotenente in Tunis, quand’egli avventurossi infino a Wergla, dando la caccia a quell’Ibn-Ghania che avea sì fieramente molestato il paese per quarantacinque anni.[600]

Del resto le forme del trattato rispondono a quelle che conosciamo in atti somiglianti, autentici di certo; e le condizioni parte si riscontrano con quelle solite a stipular tra i Musulmani di Ponente e le repubbliche italiane del Mediterraneo, parte si adattano alle relazioni particolari dello Stato di Tunis, con la Sicilia. Noveransi tra le prime la tregua fermata per dieci anni, la reciproca restituzione dei prigioni non convertiti alla religione del paese; che mercatanti e viaggiatori di Sicilia, Calabria, Principato e Puglia siano liberi di tutta esazione e vessazione in Affrica e, reciprocamente gli affricani in quelle province; che rendansi le prede fatte da corsari sudditi di Federigo, esclusi espressamente Genovesi, Pisani, Marsigliesi e Veneziani, i quali aveano stipulati patti apposta col califo almohade.[601] La mancanza di reciprocità in questo patto, se non venisse da dimenticanza del traduttore, mostrerebbe che, soverchiati dalle forze navali italiane, gli Affricani aveano smessa in quel tempo la piraterìa. Che i Cristiani, al contrario, la esercitassero nelle parti meridionali del Mediterraneo e fin dentro terra, si scorge da’ capitoli successivi, pei quali Federigo assicura dalle offese de’ mercatanti e militi suoi, i Musulmani che viaggino da un luogo d’Affrica all’altro, o d’Affrica in Egitto, sì in nave, e sì in caravane; ed anco promette che i suoi sudditi non parteggino nelle fazioni civili dell’Affrica, non vi facciano rapine, nè menin cattivi per seduzione nè per forza; e perfino che, riparati per fortuna di mare su le spiagge d’Affrica, non offendano gli abitatori: nei quali casi tutti è stipulato il risarcimento dei danni. Per un capitolo aggiunto in fine, Federigo permetteva a’ Musulmani di recare e trarre merci dal suo reame, pagando la decima del valore.

L’ignoranza de’ copisti, non corretta infino al tempo nostro da critici, ha affibbiato alla Corsica un importante capitolo di questo trattato, risguardante, senza alcun dubbio Cossira, o, com’oggi si chiama, Pantelleria. Per questa isoletta gli Stati contraenti fecero a mezzo: stipularono che i Cristiani, non avessero alcuna giurisdizione sopra i Musulmani, ma che un prefetto musulmano eletto dal re di Sicilia reggesse gli Unitarii, o, com’io tradurrei più volentieri, i Wahabiti, e che l’entrata pubblica del paese andasse divisa tra i due Stati, metà e metà.[602] Cotesti patti di Pantellaria rispondono su per giù a quelli che Ibn-Khaldûn suppone stipulati tra gli stessi due principi a favor di tutti i Musulmani di Sicilia; onde la tradizione storica di certo aggiugne fede al documento.[603] Ma il documento, secondo me, serve a correggere la tradizione più tosto che a convalidarla, sendo evidente che quelle condizioni poteano star bene per un’isoletta gittata tra l’Europa e l’Affrica, non già per tutte le colonie musulmane rimaste in Sicilia dopo le deportazioni del ventitrè e del venticinque. Penso doversi leggere Wahabiti perchè, da una mano, non sappiamo, nè ci pare verosimile che fosse stata trapiantata in Pantellaria una colonia di “Unitarii”, che in quel tempo significherebbe Almohadi, e molto meno possiam credere che tal colonia della tribù dominante, fosse stata lasciata sotto un prefetto siciliano e quindi inferiore agli altri musulmani del paese.[604] Dall’altra mano sappiamo che Pantellaria non aveva abitatori cristiani nella seconda metà del duodecimo secolo;[605] che i geografi musulmani del decimoterzo tenean tutta la popolazione come wahabita,[606] seguace, cioè, d’una setta che appigliatasi tra’ Berberi nel nono secolo, rimase nell’isola delle Gerbe[607] almen fino al decimoquarto; e che i Pantellereschi eran chiamati da’ Musulmani contemporanei con l’odioso nome posto a’ Credenti che subissero il giogo cristiano.[608] Non mi sembra verosimile il supposto che Musulmani di Sicilia si fossero, al tempo della ribellione, rifuggiti in Pantelleria e che alludesse a loro il capitolo di cui ragioniamo.

Il trattato del milledugentrentuno, come ognun vede, suppone antecedenti ostilità, o per lo meno lunga desuetudine degli accordi di Guglielmo II; e ciò si riscontra con le imprese dell’armata siciliana nel dugenventiquattro.[609] Ma il patto fu mantenuto e forse rinnovato, non ostante i dissapori che a quando a quando sorgeano; come nel caso, credo io, di ’Abd-el-Azîz, nipote del re di Tunis, il quale, per accusa di maestà, rifuggissi in Puglia pria della state del trentasei; e l’imperatore l’accolse e spesollo almen fino alla primavera del quaranta, allorchè lo vediamo soggiornare in Lucera con tre scudieri e con un Perrono da Palermo, addetto a servirlo o guardarlo. Federigo n’ebbe che dire col papa, il quale volea gli fosse mandato quel gran personaggio a Roma, pretendendo che costui era venuto in Italia apposta per farsi cristiano e che l’imperatore lo ritenea. Ma questi negò e la vocazione e l’impedimento; nè volle ad alcun patto levarsi di mano tal pegno, per darlo al papa ed a’ suoi amici guelfi.[610]

I quali in vero non se ne stavano oziosi in Tunis. In su lo scorcio del trentanove, l’imperatore s’accorse del favore che godeano in Tunis i Genovesi e’ Veneziani suoi nemici; ond’ei si dispose a mandar ambasciatore Arrigo Abate appo l’emiro Abu-Zakaria e avvertì il grande ammiraglio Niccolino Spinola, che stesse pronto, e intanto osservasse la tregua conceduta per imperiale clemenza a quel principe.[611] La quistione, qual che fosse la origine, finì con un bel colpo da mercatante. Sendo afflitto lo Stato di Tunis dalla solita carestia, i Genovesi veniano in Sicilia a incettare grano per conto d’Abu-Zakaria, e ci faceano grossi guadagni. Ecco che allo scorcio di febbraio del quaranta, l’imperatore fa chiudere i porti; fa caricare su le sue navi cinquantamila salme di frumento e commette all’ammiraglio che mandi a venderle in Tunis.[612]

Ciò conferma, s’io non erro, il detto di Saba Malaspina, che al tempo della seconda crociata di san Luigi, il re di Tunis pagava al re di Sicilia una prestazione o censo (redditum sive censum) annuale, per ottenere che dall’isola si recassero liberamente le vittuaglie in quello Stato e che le sue navi fossero salve da’ corsari siciliani.[613] Tornava dunque ad una composizione o transatto, com’oggi si dice, per la uscita de’ grani. E veramente il fatto de’ Genovesi venuti a comperare a nome del re di Tunis e l’espediente al quale si appigliò Federigo per frustrarli, ci conducono necessariamente a supporre un patto che assicurava a quel re la tratta libera ovvero soggetta a dazio fisso e moderato. Poco monta che in qualche documento il transatto si chiami tributo, e che il Malespini aggiunga all’avvantaggio della tratta quello della sicura navigazione; potendo supporsi ch’ei non fosse bene informato de’ particolari e che la voce pubblica confondesse le condizioni pecuniarie della tratta, con le politiche della tregua del dugentrentuno, della quale si è fatta menzione. Che che ne sia, la prestazione montava, negli ultimi trent’anni del secolo decimoterzo, a trecento trentatremila trecento trentatrè bizantini, ed un terzo, i quali valgon oggi, secondo il peso dell’oro, trecenventicinque mila lire nostrali ed a quel tempo tornavano in mercato a più d’un milione de’ nostri, per quanto si possano ragguagliar le valute alla distanza di sei secoli, con le mutate condizioni economiche e sociali. Venendo in giù dal tempo di Federigo, noi veggiamo intermesso il pagamento della prestazione nel dugensessantacinque, alla caduta di casa sveva; ripigliato nel settanta, per lo trattato di Monstanser con Filippo l’Ardito e con Carlo d’Angiò, al quale si stipulò di soddisfare i decorsi e raddoppiar la somma annuale in avvenire; sospeso di nuovo nell’ottantadue, per la guerra del Vespro; indi promesso da Abu-Hafs a Pier d’Aragona, nella somma primitiva e coi decorsi di tre anni, per lo trattato stipulato a Paniças l’ottantacinque; finchè nel trecento le case d’Angiò e d’Aragona si disputano il tributo, ma non si ritrae che gli Hafsiti lo soddisfacciano.[614] E non parmi verosimile che il pagamento fosse incominciato al tempo di Federigo. Nei capitoli ch’ei dettò per l’ammiragliato di Sicilia pria del dugentrentanove, concedendo a Niccolino Spinola larghissima potestà e guadagni senza limite, gli diè, tra le altre cose, il dieci per cento di ciò che “con la sua prudenza ed arte arrivi a riscuotere da Saraceni qualunque, sia de’ tributi soliti a pagarsi ai re di Sicilia, sia degli insoliti e novelli imposti da lui stesso.”[615] Or lo Stato di Tunis non sembra sì piccolo, nè sì scompigliato in quel tempo, da assoggettarsi a tributo per caso tanto lieve da non rimanerne vestigia negli annali suoi o della Sicilia. Pertanto il tributo va noverato più tosto tra i soliti. E veramente, da Federigo in su, occorre l’imperatore Arrigo VI ch’ebbe da Marocco, l’anno mille centonovantacinque, de’ carichi d’oro e di robe preziose,[616] ne’ quali par si ascondesse la prestazione dell’Affrica propria, non chiarita per anco ribelle a gli Almohadi. E in cima si scorge il trattato di Guglielmo secondo col califo Abu-Ja’kub: onde si può ritenere che la composizione per la tratta de’ grani, o prestazione, censo o tributo che dir vogliamo, si fosse cominciato a riscuotere sopra i califi almohadi nel millecentottanta, per cagione della carestia; e si può supporre che qualche città dell’Affrica propria l’avesse pagato fin da tempo più antico. Nè è da maravigliare che il trattato del milledugentrentuno non ne faccia menzione, poichè non era necessario scrivere la consuetudine di quel transatto in un pubblico strumento politico e commerciale; e quand’anco fosse stata scritta nel testo latino, potea mancar nell’arabico, sola sorgente alla quale noi attingiamo il fatto, per mezzo di una traduzione assai più recente. Confrontando il testo arabico e il testo latino di parecchi trattati stipulati nel medio evo tra Musulmani e Cristiani, avviene talvolta che si trovi mutilo l’uno o l’altro, perchè ciascuno solea sopprimere nel testo da pubblicare in casa propria, le condizioni delle quali egli arrossiva. A un dipresso han fatto così i principi d’Europa nei trattati segreti o negli articoli segreti di trattato solenne.[617]

Adescato dal commercio onde arricchiansi Venezia, Pisa e Genova, e trascinato contro sua voglia dalle ultime onde della Crociata, Federigo tenne frequenti pratiche coi principi musulmani di Levante, delle quali ci son rimasi non pochi ricordi e dobbiamo tenerne perduti assai più. Ma il supposto ch’egli abbia mandati ambasciatori al califo abbasida, è nato da un errore, cioè che il classico nome di Babilonia col quale gli scrittori cristiani del medio evo designavano il Cairo vecchio,[618] significasse, in vece, Bagdad. Poco verosimile parrà d’altronde quel supposto, quando si pensi che i successori di Harûn-Rascîd contavano ormai poco o nulla nel mondo. Fin dallo scorcio del duodecimo secolo, la frontiera settentrionale del territorio musulmano da Barca alla foce dell’Oronte ed all’Eufrate, era occupata da’ figliuoli, fratelli e cugini di Saladino. Vasto impero feudale o federale che dir si voglia, discorde al certo e lacerato da cupidigia, violenza e slealtà; nel quale disputaronsi per poco il primato due figliuoli del conquistatore, che avea lasciata (1193), all’uno la Siria e all’altro l’Egitto: ma non andò guari che Malek Adel, fratello di Saladino, raccolse il frutto di quella discordia. Insignoritosi di Damasco (1196) e del Cairo (1200), Malek-Adel lasciò ai suoi proprii figli l’esempio e il comodo della usurpazione, facendo Malek-Mo’azzam erede della Siria e Malek-Kâmil dell’Egitto.

Insolito documento ci attesta aver Federigo mandata un’ambasceria a cotesti due sultani, credo io nel dugendiciassette, quando Malek-Adel avea già divisi i dominii a’ suoi figliuoli, prima di venire a morte (31 agosto 1218). Dico d’un compartimento a mosaico, rimaso infino al decimoquarto e fors’anco al decimosesto secolo, nel portico della cattedrale di Cefalù, dov’era effigiato Federigo in atto di accomiatare Giovanni Cicala detto il Veneziano, vescovo di Cefalù, con questo scritto: “Va in Babilonia e in Damasco; trova i figli di Paladino (Safadino?) e parla ad essi audacemente in mio nome....”[619] La recente esaltazione di papa Onorio; la ressa ch’ei facea per la crociata e il bisogno che avea di lui Federigo, disponendosi a venire in Italia e quasi a riconquistare i proprii suoi Stati, danno la ragione di cotesta ambascerìa, o piuttosto vana minaccia; alla quale par che il sultano di Damasco abbia risposto per le rime, nella forma che or or si dirà.