A capo di pochi anni, quando Kâmîl s’innalzò su tutti i principi aiubiti e l’imperatore, sposata la erede del reame di Gerusalemme, cominciò a considerare quell’impresa con altro intento che di sciorre il voto sul Santo Sepolcro, ei diessi a coltivare in particolar modo l’amistà del sultano d’Egitto. E poichè coteste pratiche in breve tempo condussero alla restituzione di Gerusalemme, che parve calamità pubblica a’ Musulmani, gli scrittori arabi ce ne danno tanti particolari da confermare, e in parte raddrizzare e allargare, le narrazioni di origine cristiana.[620]

Corse voce in Levante che Federigo avesse ridomandata Gerusalemme a Malek-Mo’azzam, e che il valoroso e dotto principe avesse risposto all’ambasciatore: “Di’ al signor tuo che per lui io ho la spada e niente altro.” Questa sentenza, a dir vero, si potrebbe supporre foggiata in odio di Kâmil, dopo l’abbandono di Gerusalemme e la morte di Mo’azzam: pur non sembra inverosimile nè la pratica di Federigo, nè lo sdegnoso rifiuto, s’e’ si riferisse al dugendiciassette, com’abbiamo notato poc’anzi.[621] Più certo è che Mo’azzam, mal soffrendo la supremazia del fratello (1226) tentò di muovergli contro tutti i principi aiubiti e infine collegossi con Gelâl-ed-dîn, principe dei barbari Kharezmii, i quali, cacciati da orde più feroci di loro, venian ora dalle rive del Caspio a desolare l’Armenia e la Mesopotamia. Kâmil in tal frangente, per guastare i disegni del fratello, chiamò Federigo promettendogli Gerusalemme[622] e gli altri acquisti di Saladino.[623] S’appiccò la pratica, com’e’ pare, il milledugenventisette, quando, venuto al Cairo l’arcivescovo di Palermo, legato dell’imperatore, il sultano fece immediatamente ripartire con esso lui Fakhr-ed-dîn, gran personaggio a corte d’Egitto;[624] il quale poi piacque tanto a Federigo, ch’ei gli concedè lo stemma di casa sveva, poichè i Musulmani s’erano già invaghiti di coteste vanità occidentali, nelle prime Crociate.[625] L’arcivescovo e Fakhr-ed-dîn, ritornavano l’anno appresso in Egitto; insieme coi quali andò un cavaliere, portatore di splendidi presenti:[626] il proprio destrier di battaglia dell’imperatore, con sella d’oro tempestata di gemme preziosissime,[627] ed altri nobili cavalli, vestimenta, minuterie d’oro, falconi e tante rarità.[628] Il Sultano fece spesare gli inviati siciliani fin dallo sbarco in Alessandria; uscì egli stesso fuor del Cairo a incontrarli; die’ loro sontuoso ospizio; lor fece ogni maniera d’onoranza[629] e ricambiò Federigo con molte preziosità d’India, Jemen, Persia, Mesopotamia, Siria ed Egitto, che valeano, come si dice, tanti doppi de’ doni suoi.[630]

E tantosto ei mosse con le genti (agosto 1228);[631] occupò Gerusalemme ed altre terre de’ dominii di Mo’azzam,[632] il quale era morto da nove mesi (11 novembre 1227) ed eragli succeduto il figliuolo Dawûd, col titolo di Malek-Nâsir.[633] Seguendo le pratiche iniziate dal padre,[634] avea questi intanto chiamato lo zio Malek-Ascraf, principe di Khelât in Armenia; il quale s’affrettò a venire a Damasco con le forze che aveva in pronto.[635] Onde, sbarcato l’imperatore ad Acri (7 settembre 1228), tre eserciti si trovarono a fronte, nessuno de’ quali sapeva con chi avesse ad azzuffarsi; se non che i furbi capitani avean poca voglia di venire alle mani, quand’era lì in mezzo il povero Dawûd per pagar lo scotto a tutti. E in vero Kâmil ed Ascraf, dopo breve carteggio pien di belle sentenze sopra l’onore di casa aiubita e la gloria dell’islam,[636] abboccaronsi (10 novembre 1228) presso Ascalona, ridendo sotto i baffi; divisero a lor modo i dominii del nipote,[637] e stettero insieme un gran pezzo a veder come acconciare la cosa con Federigo.[638] Il quale ridomandava Gerusalemme e la costiera tutta di Siria e chiedea con ciò la franchigia d’ogni gabella in Alessandria. Tanto ei diceva essere stato profferto al suo luogotenente in Palestina durante la guerra di Damiata; ond’egli or non voleva accettar meno di ciò che era stato concesso all’ultimo de’ suoi paggi.[639] Rincrebbe a Kâmil di trovarsi addosso[640] quest’ausiliare, contro il quale ei non potea tirar la spada, perchè l’avea chiamato egli stesso e perchè la guerra avrebbe sciupati i suoi disegni, appunto quand’ei stava per compierli, scrive un cronista,[641] alludendo di certo al partaggio dello Stato di Dawûd, ch’era lo scopo di tutti que’ raggiri. Ma Federigo, accorgendosene, afforzava Sidone,[642] Cesarea, Giaffa[643] e racchetava alla meglio, come sappiamo dagli scrittori occidentali, i Crociati, ippocriti o bacchettoni e turbolenti tutti. Le negoziazioni dunque si prolungarono e con esse le cortesie tra il campo crociato e l’egiziano.[644] Giunto appena ad Acri, Federigo avea mandati oratori a Kâmil, con doni da re, Balian signor di Sidone e Tommaso conte di Acerra suo vicario in Terrasanta; i quali furono accolti a grandissimo onore.[645] Seguì un continuo andirivieni di ambasciatori.[646] Kâmil adoprava a tal uficio degli uomini di scienze e di lettere sì accetti all’imperatore: Fakhr-ed-din, già nominato;[647] il poeta Selâh’-ed-dîn di Arbela[648] e lo sceriffo Scems-ed-dîn da Ormeia, cadì dell’esercito:[649] mandava in dono gioielli, preziose vestimenta ed utili animali, dromedarii, cavalle, muli;[650] e un’altra volta fe’ venire apposta d’Egitto il solo elefante che rimanea vivo di que’ donatigli da Malek-Mes’ûd, principe d’Arabia.[651] Federigo poi, non avendo al campo altri tesori, proponeva al Sultano problemi di filosofia o di matematica e quegli li facea risolvere dal celebre scrittore ’Alem-ed-dîn, giurista di scuola hanefita.[652]

Corsero per tal modo sei mesi, allo scorcio dei quali è da supporre Federigo stanco di soffrire gli insolenti Cristiani armati o disarmati della Palestina, ed impaziente di star lungi dal suo reame, ch’era commosso e osteggiato dalle armi papali. E sembra ch’egli abbia abbassate alquanto le pretensioni; ma di certo seppe mostrarsi a’ Musulmani più tranquillo e forte che mai. Disse chiaro a Fâkhr-ed-dîn, che gli premea poco di regnare in Terrasanta, ma che volea mantenere il credito suo in Europa; e se non fosse per questo, non infastidirebbe il Sultano con tanta pertinacia.[653] Nè egli fece, secondo le circostanze, un magro accordo. Tutti gli scrittori arabi narrano che Kâmil fuvvi sforzato da lui: e, chi scrive che il Sultano comprese non potersi cavare altrimenti dal mal terreno in che avea messo il pie’;[654] chi afferma ch’ei non potea resistere in verun modo alle armi di Federigo;[655] chi l’accusa di avere scansata la guerra, perchè lo avrebbe frustrato nello intento per lo quale ei s’era mosso d’Egitto e stava ormai per conseguirlo,[656] che vuol dire la usurpazione di mezzo lo Stato di Damasco. Quando poi Federigo fermò quel patto, il legato Salâh-ed-dîn d’Arbela, affrettossi a scrivere al suo signore, scherzando in versi, come s’egli avesse fatto un bel tiro, che “l’imperatore s’immaginava di conchiuder la pace a suo modo; ma or ha stesa la destra a giurare; ch’ei se la roda, quando si pentirà di ciò che ha fatto.”[657]

Gli assentì anco il Sultano d’includere nel patto, per la signoria di Thoron, una principessa che gli scrittori arabi chiamano la figlia d’Umfredo.[658] Kâmil poi si vantò coi suoi, che, rimanendo in mano loro i santuarii musulmani di Gerusalemme, si veniva a ceder poco o nulla all’imperatore: de’ mucchi di case e chiese cadenti, circondate di terre musulmane, sì che ad un cenno si potrebbero ripigliare senza contrasto.[659] Così fu fermata tra i due monarchi la tregua per dieci anni, cinque mesi e quaranta giorni,[660] contati dal ventotto di rebi’ primo del secenventisei (24 febbraio 1229), e i capitoli principali furono: che si rendesse a Federigo la città di Gerusalemme, con Nazareth, Betlemme, Ludd, Ramla e gli altri villaggi su la via d’Acri e di Giaffa e inoltre il territorio di Thoron e la città di Sidone; che la moschea d’Omar e la cappella della Sakhra, o diremmo noi del Sasso e s’intenda di quello nel quale Maometto lasciò l’orma del piede nello spiccare il volo alle regioni di lassù, fossero custodite da Musulmani e vi si officiasse secondo loro legge, ma potessero i Cristiani visitar que’ santuarii; che i poderi del territorio rimanessero ai possessori musulmani governati da un prefetto di loro nazione.[661] Aggiungono i Musulmani una clausola data ad intender loro da Kâmil, per la quale era vietato di rifabbricare le mura di Gerusalemme; ma Federigo affermò espressamente il contrario all’Europa e scrisse poter anco fortificare Giaffa, Cesarea, Sidone ed un castello dei Templari presso Acri.[662] Del resto avvenne tra’ Musulmani lo stesso che in Cristianità: che il volgo dei fanatici maledisse Kâmil e la ignominiosa sua pace;[663] e il papa di Bagdad se ne crucciò come quel di Roma, ma s’acquetò assai più facilmente.[664]

Federigo andò a prender possesso di Gerusalemme, accompagnato da un commissario di Kâmil,[665] ammirato da’ Musulmani per dottrina, arguzia, tolleranza o, come dicean essi, inclinazione all’islamismo, e irrisione del cristianesimo; onde altri lo definì dahri che oggidì suonerebbe panteista:[666] e tutti maravigliarono di questo imperatore, filosofo e guerriero, calvo, losco, rossigno, che al mercato degli schiavi non n’avresti dati dugento dirhem.[667] Tra i molti aneddoti che se ne legge, noteremo sol quello ch’ei menò seco a Gerusalemme il suo maestro di dialettica, e paggi e guardie, tutti Musulmani di Sicilia, i quali si prosternavano alla preghiera sentendo far l’appello del muezzin da’ minareti della moschea di Omar; ed anco l’imperatore avea a grado quella cantilena, nè s’adirava che si recitassero i versetti del Corano dove i Cristiani son chiamati politeisti.[668] Sepper poco i Musulmani di quella scandalosa nimistà del papa, del patriarca Gerosolimitano, de’ frati guerrieri e di quanti s’affaticavano a tagliare i passi di Federigo in questa Crociata:[669] delle quali brighe trapelò negli annali arabici sol quella, riferita anco da’ latini, cioè che avendo alcuni Crociati profferto a Kâmil di uccidere Federigo, il sultano mandò a lui stesso le lettere de traditori.[670] Del resto gli Arabi ci danno con precisione tutti i particolari dell’impresa, perfino il giorno che l’imperatore sbarcò, reduce, in Italia.[671]

La possessione precaria di Gerusalemme condusse l’imperatore a più strette pratiche nelle province che stendonsi dall’Istmo di Suez all’Eufrate, nelle quali, frati e baroni cristiani e principi musulmani, grandi e piccini, attendevano or più che mai a svaligiarsi tra loro, collegandosi a viso aperto coi nemici della propria fede, contro i fratelli in Cristo o in Maometto. Spregiatori dell’uno e dell’altro, e però maledetti, perseguitati, ridotti allo stremo e pur temuti per le inespugnabili fortezze e pe’ sicarii audacissimi, rimaneano ancora gli Ismaeliani, detti in Cristianità Assassini, e il loro sceikh, o capo setta, chiamato, con versione troppo letterale, il Vecchio della Montagna.[672] E su quel brulichìo di feudi dominavano le due potenze del Cairo e di Damasco, finchè l’una inghiottì l’altra.

Ascraf, insignoritosi di Damasco (1229) mentre Kâmil cedea Gerusalemme, collegato con lui contro i Kharezmii, quindi inimicatosi, e morto il seicentrentacinque (1237), avea lasciata la sua parte di Siria al fratello Ismaele; e Kâmil non avea tardato a spogliare quest’altro ed a farsi, tra signoria diretta e signoria feudale, sovrano di tutti i dominii aiubiti. Ma trapassato egli stesso sei mesi dopo Ascraf (marzo 1238), e lasciata la Siria ad un figliuolo e l’Egitto ad un altro, si ripigliò l’usanza di famiglia; onde l’un fu morto, l’altro, intitolato Malek-Sâleh, occupò tutto il dominio (giugno 1240). Intanto nuovi Crociati, non curando gli accordi di Federigo, ruppero la guerra; afforzarono a modo loro Gerusalemme; ritentarono l’Egitto, e toccarono quivi una sconfitta. In que’ trambusti, Nâsir, che i due fratelli del padre avean già spogliato (1229) di Damasco e lasciatogli il principato di Karak, volle ripigliare la roba sua; onde saputa la rotta de’ Cristiani, piombò sopra Gerusalemme, uccise o fece schiavi quanti v’eran dentro, e demolì le fortezze (1241). Nello stesso tempo Ismaele, nominato dianzi, riprese Damasco, e si collegò con chi potè, senza distinguere religione: onde seguirono nuovi scontri e stragi, e guasti, e tregue fino al dugenquarantaquattro; quando i Kharezmii piombarono addosso a tutti.[673]

Molte vestigia ci rimangono delle negoziazioni di Federigo in quel periodo. Sappiamo venuti a lui in Puglia, del dugentrentadue, ambasciatori del sultano di Damasco;[674] ch’era in quell’anno Ascraf, il quale, soverchiato da’ Kharezmii in Armenia, avea perfin chiesto aiuto al suo fratello Kâmil.[675] In questo, o in altro incontro, Federigo donò ad Ascraf un orso bianco; del quale i Musulmani scrissero con maraviglia ch’e’ rassomigliava il lione per la qualità del pelo e che tuffava in mare a prender pesci. Si notò anco il dono d’un pavone bianco.[676] A’ dì ventidue luglio del medesimo anno, Federigo imbandiva a Melfi un gran convito agli ambasciatori del sultano d’Egitto e del Vecchio della Montagna, dov’ebbe a mensa parecchi vescovi e molti cavalieri tedeschi;[677] spettacolo di tolleranza assai più strano a corte imperiale che l’orso bianco a Damasco. Ma non si ignoravano in Germania coteste relazioni con gli Ismaeliani; e s’era perfin detto l’anno innanzi che gli Assassini avessero pugnalato il duca di Baviera per pratica dell’imperatore, suo nemico mortale.[678] Così fatta calunnia, ripetuta volentieri tra i clericali di quell’età, die’ origine ad una delle nostre Cento novelle antiche, nella quale si legge che andato Federigo alla “Montagna del Veglio,” volendo costui mostrargli la sua possanza, “vide in su la torre due Assassini: presesi per la gran barba: quelli se ne gittaro in terra e moriro incontanente.”[679]

Il legame col sultano d’Egitto si ristrinse dopo la resa di Gerusalemme e divenne schietta amistade al dir d’uno scrittore musulmano,[680] confermato dalla espressa accusa di papa Innocenzo IV.[681] Pare anco siasi fermato tra Federigo e Kâmil, lo stesso anno dugenventinove, o poco appresso, com’egli è più verosimile, un trattato politico e commerciale, sì civile, che si potrebbe rifare con poco divario nel secolo decimonono. Dico una lega offensiva e difensiva e reciproche sicurtà e franchige pei sudditi, poco diverse da quelle che furono stipulate il milledugentottantanove tra il sultano Kelaun e il suo erede presuntivo da una parte, e re Alfonso d’Aragona, re Giacomo di Sicilia con due loro fratelli dall’altra; i quali capitoli, afferma il cronista della corte del Cairo in quel tempo, essere stati proposti da casa di Aragona secondo la pace che avea fatta un tempo Malek-Kâmil coll’imperatore.[682] Di certo nelle negoziazioni di Gerusalemme s’era discorso di franchigia doganale nel porto d’Alessandria:[683] e il genio de’ due principi e delle due corti portava ad allargare e concretare quelle idee, anzi che lasciarle svanire. E se la splendidezza de’ doni fosse argomento della importanza del patto, quello di cui diciamo si potrebbe riferire allo stesso anno trentadue, quando gli ambasciatori d’Egitto, festeggiati nel convito di Melfi, avean recato all’imperatore un capo lavoro d’arte e di scienza, ricchissimo dono apprezzato ventimila marchi di Colonia: un padiglione la cui vôlta fingeva il firmamento, dove il sole e la luna, movendosi per occulto congegno, notavan le ore del giorno e della notte; la qual macchina lo imperatore fe’ serbare a Venosa.[684] Degli ambasciatori egiziani di questa o d’altra legazione sappiam che uno, per nome Makhlûf, morì in Messina e fu sepolto nella spiaggia di Mosella, dove la sua tomba si vedea sino allo scorcio del secol decimoterzo.[685] E forse de’ cavalieri venuti in somiglianti missioni del sultano, furono notati nel campo dello imperatore sotto Brescia (1238).[686]