Non mancò con la vita di Kâmil l’amistà delle due corti. L’anno novecencinquantotto de’ Martiri (29 agosto 1241, a 28 agosto 1242) approdava in Alessandria una nave siciliana, ben chiamata il Mezzomondo,[687] poichè recava, come si disse, novecento uomini e merci senza fine e con esse i doni che mandava l’imperatore al novello sultano, affidati a due ambasciatori, de’ quali il maggiore in dignità, alla descrizione che ne fa il cronista copto, parrebbe alcun frate fatto arcivescovo, se noi non sapessimo ch’ei fu Ruggiero degli Amici.[688] I due legati aspettarono lunga pezza la licenza di presentarsi al sultano; avutala, essi e il seguito, che montava ad un centinaio di persone, furono menati alla capitale, con lungo giro per Faium, le piramidi, e Giza; trovarono il nuovo e il vecchio Cairo parati a festa, l’esercito schierato in mostra, la cittadinanza uscita loro all’incontro. Il sultano avea lor mandati due cavalli di Nubia e fornita di palafreni la famiglia: ei li fece alloggiare in due palagi principeschi, li colmò di doni, provvide in abbondanza ad ogni lor comodo. Si rinnovò la festa il giorno della presentazione solenne al castello del sultano, e durò questa larga ospitalità tutto l’inverno ch’e’ rimasero al Cairo, in liete brigate, conviti e feste e cacce, e tiri a segno con le balestre.[689] Un altro ambasciatore arrivò l’anno appresso ad Alessandria con un buzzo che s’addimandava anch’esso il Mezzomondo, della cui mole la gente maravigliò. Si dicea portasse un immenso carico di olio, vino, caci, miele ed altre derrate e con ciò trecento marinai, senza contare i passeggieri.[690] Altri fatti provano le strette relazioni tra la Sicilia e l’Egitto. Del dugenquarantacinque o quarantasei, l’affermava il Sultano stesso al papa, il quale non avea sdegnato di scrivergli chiedendo una tregua pe’ Cristiani di Palestina.[691] Una nave approdata in Alessandria il secenquarantaquattro (19 maggio 1246 a 7 maggio 1247) recò, svisate alquanto ma vere in fondo, le nuove della gran lite che ardeva in Europa: il papa perseguitar l’imperatore com’apostata e mezzo musulmano; avere perciò stigati tre baroni regnicoli ad ucciderlo, promettendo all’uno la Sicilia, all’altro la Puglia, al terzo la Toscana; ma che l’imperatore, saputo dalle spie che i congiurati doveano assalirlo mentr’ei dormiva, fe’ coricare nel proprio letto uno schiavo, s’appostò con cento cavalieri, e mentre gli assassini pugnalavano il servo, ei li trucidò tutti di sua mano, fece scorticare i cadaveri e le pelli piene di paglia appese alla porta d’un suo castello. Come ognun vede, cotesta favola raffigurava, direi quasi, a scorcio le congiure scoperte allora nel napoletano. La novella, ritornando alla pura verità, conchiudea che, fallito quel colpo, il papa mandò un esercito contro l’imperatore.[692] Scrivon anco i Musulmani che Malek-Sâleh fu avvertito da lui della mossa di San Luigi contro l’Egitto:[693] e veramente il trattato di Kelaun, dianzi citato, porterebbe a creder questo racconto, poichè Alfonso d’Aragona e Giacomo di Sicilia, tra le altre cose, s’obbligarono a dar somiglianti avvisi al Sultano.[694] Abbiamo infine nelle memorie musulmane di questo periodo, il titolo che usava la cancelleria del Cairo scrivendo a Federigo, cioè: “il gran re, illustre, eccelso, potentissimo, re di Alemagna, di Lombardia e di Sicilia, custode della santa città (di Gerusalemme), sostegno dell’imâm di Roma, re dei re cristiani, difensore de’ reami franchi, duce degli eserciti crociati.”[695]
Che così fatta amistà co’ sultani d’Egitto non sia stata interrotta sino al fine della dominazione sveva, si argomenta dal dono del sultano Bibars il quale mandò a Manfredi una giraffa.[696] Più espressamente l’attestava ad Abulfeda il suo maestro Gemâl-ed-dîn, cadì supremo di scuola sciafeita in Hama, storico, matematico, giurista, autore di varie opere e, tra le altre, d’un trattato di dialettica, dedicato a re Manfredi e intitolato l’(epistola) imperatoria; poichè i Musulmani chiamarono anco imperatori i figliuoli di Federigo II. Narrava Gemâl-ed-dîn che Bibars mandollo ambasciatore a Manfredi il secencinquantanove (dal 6 dicembre 1260, al 25 novembre 1261) e ch’ei ripartì dalla corte sveva quando il papa stava per concedere il reame a Carlo d’Angiò. Raccontava essersi abboccato parecchie volte col re, in una città di Puglia distante cinque giornale da Roma e vicina assai alla terra di Lucera, i cui abitatori eran tutti Musulmani, oriundi di Sicilia; che in Lucera osservavasi il rituale musulmano, anco la preghiera solenne del venerdì; che nella gente di Manfredi molti erano di quella schiatta e che nel campo si facea pubblicamente l’appello alle cinque preghiere quotidiane. Affermava che Federigo e i successori Corrado e Manfredi, ai quali e’ dava anco il titolo d’imperatori, erano stati tutti scomunicati dal papa per la benevolenza loro verso i Musulmani, e narrava su la elezione di Federigo all’impero una novelletta che gli avean data ad intendere a corte: la solita magagna del candidato che raccoglie tutte le voci, promettendo la sua propria a ciascuno elettore.[697]
Tanto si ritrae delle relazioni politiche della corte di Palermo con quella del Cairo e con altre di Musulmani, nella prima metà del secolo decimoterzo. Del commercio tra i popoli, il quale a volta a volta fu causa ed effetto di quelle consuetudini de’ principi, toccheremo nei capitoli seguenti, passando a rassegna le parti di civiltà che si notano in quest’ultimo periodo delle colonie musulmane della Sicilia.
CAPITOLO X.
Dagli emiri Kelbiti la storia letteraria di Sicilia passa a re Ruggiero, saltando pressochè un secolo, che cominciò con la guerra civile de’ Musulmani e terminò con l’assetto de’ conquistatori cristiani d’oltre il Faro e d’oltre le Alpi: nel qual tempo molti Credenti cultori delle scienze e delle lettere, lasciata l’isola, s’illustravano in altre terre musulmane; ed all’incontro i germi della civiltà occidentale, parte indigeni e parte stranieri, penavano a fiorire in sì profondo mutamento di religione, di lingua, d’ordini politici e sociali. I germi indigeni non eran morti. Que’ trecento codici che il Prete Scholaro legava al nascente suo monastero di Messina, l’ultim’anno appunto dell’undecimo secolo,[698] attestano che gli studii non fossero dimenticati; nè parmi inverosimile che tra le omelìe, i canoni e i breviali, si fosse intruso nella biblioteca del fondatore qualche classico, qualche libro di storia o di matematica. A capo di mezzo secolo, Giorgio d’Antiochia, uomo d’altra origine e d’altra tempra, fondando in Palermo la chiesa di Santa Maria che in oggi s’addimanda della Martorana, le donò tra tante ricchezze «non pochi libri.»[699] Dond’ei si argomenta che coteste collezioni erano già tenute bell’ornamento ne’ palagi de’ grandi siciliani, e suppellettile necessaria negli stabilimenti ecclesiastici: i quali sendo tanto cresciuti nella prima metà del XII secolo, doveva aumentarsi anco il numero de codici raccolti e la tentazione di guardarci dentro.
Ma pervenuti alla emancipazione di Ruggiero, secondo conte e non guari dopo re di Sicilia, smettiamo le induzioni, possedendo testimonianze espresse e fatti permanenti. Abbiamo già notato il grande ingegno di quel principe, lo zelo per la scienza, la lode meritata nella compilazione della Geografia che ebbe nome da lui: abbiamo altresì fatta menzione dei dotti della corte di Palermo, tra i quali ei primeggia sempre per l’altezza della mente, come per la dignità del grado. Or diremo di que’ valentuomini e delle opere loro, secondo le poche notizie pervenute infino a noi.
Gli Arabi salvarono dal naufragio della scienza antica, tra tante altre opere, quelle di Tolomeo; le tradussero in loro linguaggio, nel nono secolo dell’èra volgare: e così l’Europa, assai prima di possedere il testo greco, studiò l’«Almagesto» ritradotto dallo arabico in latino. La «Geografia» che veniva per la stessa via, s’arrestò in Sicilia, come or sarà detto. Ma perduto è il testo dell’«Ottica,» nè altro or ne abbiamo che la traduzione latina, elaborata dall’ammiraglio siciliano Eugenio sopra una versione arabica. Questo scritto che fu ecclissato dalle altre due compilazioni dello stesso autore, le quali abbagliavan la gente con la vastità del subietto, vale assai più che quelle, secondo il giudizio della scienza moderna. Qui Tolomeo, invece di sviare con grosse ipotesi le menti degli studiosi, fonda la teoria su gli sperimenti e su le verità matematiche. Donde i dotti del medioevo che aspiravano a scoprir le leggi fisiche, tra gli altri Ruggiero Bacone e Regiomontano, usarono come libro classico l’Ottica di Tolomeo: la quale se in oggi può servire solamente alla storia della scienza, vi segna pure un gran progresso, svolgendo per bene la teoria della refrazione, alla quale gli altri scrittori antichi aveano appena accennato. Così pensava Alessandro Humboldt.[700] L’ammiraglio Eugenio, in brevissimo proemio, tocca la importanza di quel trattato, il diverso genio delle lingue, onde tornava sì difficoltoso a voltare l’arabico in greco o in latino, e protesta che in alcuni luoghi, anzichè tradurre verbalmente, ei cercherà di cogliere il pensier dell’autore e renderlo quanto più concisamente per lui si possa. Avverte con ciò che nella versione arabica mancava il primo de’ cinque discorsi ond’è composto il trattato, e che de’ due codici ch’egli aveva alle mani, uno era buono sì, ma non vi si trovava nè anco il primo discorso.[701] Dond’e’ si vede che Eugenio sentiva molto innanzi in fisica e in filologia; oltrechè scrivea molto bene, secondo i suoi tempi, il latino. Pertanto lo direi siciliano di nazione, non già greco di Levante come Giorgio d’Antiochia. L’opera non è stampata finora, ma spero esca alla luce tra non guari in Italia, sette secoli dopo che fu fatta la traduzione nel nostro suolo stesso. Basti qui aggiungnere, che il nome e il titolo officiale del traduttore si leggono in tutti i testi a penna quasi senza varianti; tal non sembrando a chiunque abbia pratica d’antiche scritture, lo scambio d’una lettera, onde alcuni codici hanno ammiraco in luogo d’ammirato. E che l’autore sia stato contemporaneo di re Ruggiero, si argomenta dalla qualità stessa dell’opera; si prova coi diplomi; e lo conferma, secondo me, un’altra versione latina che si attribuisce a questo medesimo ammiraglio.
Dico le profezie della Sibilla Eritrea, scritte in caldaico in forma di epistola ai Greci, quand’essi andavano alla guerra di Troja; voltate in greco da un Doxopatro e quindi in latino da Eugenio, ammiraglio del reame di Sicilia, dove capitò il libro greco, sottratto dal tesoro di Manuele imperatore. Veramente il nome dell’ultimo traduttore potrebbe esser falso quanto quello dell’autrice ispirata, e l’epoca di Manuele Comneno potrebbe essere supposta come quella di Priamo: tanto più che gli avvenimenti ai quali si allude sotto strano velame di leoni, serpenti, aquile, vulcani, tremuoti, tempeste del cielo e misfatti degli uomini, sono evidentemente quei che commossero l’Italia e l’Europa nel duodecimo e decimoterzo secolo. Pur egli è da riflettere che cotesti libri profetici, dall’antichità fino agli ultimi tempi del medioevo, sono stati piuttosto copiati e interpolati che rifatti di pianta. Onde non parmi inverosimile che qualche barattiere abbia venduto a re Ruggiero, a peso d’oro, alcun manoscritto greco, lacero e insudiciato, vantandosi d’averlo rubato proprio al rivale Comneno; ovvero che l’impostore, vissuto nel secolo seguente, abbia scritto a dirittura in latino, fingendo al paro i nomi dell’imperiale possessore e dello ammiraglio siciliano, i quali ognun sapeva essere stati contemporanei, e l’uno perduto nell’astrologia, l’altro famoso per traduzioni d’opere scientifiche dalle lingue del Levante.[702] Nel primo caso, il Doxopatro, supposto traduttore dal caldaico, sarebbe forse il retore Giovanni, autore dei Comentarii d’Aphthontio e d’altre opere che sembran dettate allo scorcio dell’undecimo secolo.[703] Nell’altra ipotesi, potrebbe dirsi che il falsario volle mettere innanzi quel Nilo Doxopatro venuto di Grecia alla corte di Ruggiero, e ch’ei finse anco il nome del traduttore latino, per allontanare sempre più dal secolo decimoterzo le favole ch’ei spacciava.
Avendo esaminato altrove[704] qual parte ebbe Ruggiero nella composizione della geografia che in oggi corre sotto il nome d’Edrîsi, e avendo toccato il soggiorno di questo dotto musulmano a corte di Palermo, convien or dire quant’altro sappiamo della sua vita, e provarci a dar giudizio dell’opera.
Sua Eccellenza Edrîsi, chè a ciò torna il titolo di Scerîf dato a lui come ad ogni rampollo d’Alì e di Fatima, esciva della linea di un Edrîs, discendente in quarto grado dalla figliuola del Profeta; il quale, cercato a morte per ribellione contro il califo di Bagdad, era fuggito l’anno centrentanove (786) dallo Hegiâz fino all’odierno impero di Marocco, dove i Berberi lo gridarono califo (789) e dove il suo figliuolo fondò poi Fez (807). Cadde la dinastia di Edrîs nel decimo secolo; e toccata la stessa sorte, ne’ principii dell’undecimo, a’ califi omeiadi di Spagna, salì al trono loro Alì, figliuolo d’un edrisita per nome Hammûd: onde questo novello ramo fu appellato de’ Beni-Hammûd. I quali non tennero a lungo il califato di Cordova. Quando si sfasciò, essi detter di piglio a Malaga e ad Algeziras (1035-1038), e perdute anche queste, signoreggiarono qualche altra terra dell’Affrica settentrionale. Un uomo di lor gente venuto in Sicilia, ebbe Castrogiovanni e consegnolla al conte Ruggiero.[705] Il geografo, nato nei Beni-Hammûd di Malaga, par abbia preso questo nome d’edrisita più tosto che hammudita, per distinguere il suo casato da quello di Sicilia, ovvero per ricordare insieme il glorioso capo della dinastia in Occidente e l’Edrîs bisavol suo, primo principe di Malaga.[706]