Nè il nobil sangue nè la dottrina bastarono ad ottenere in onor dell’Edrîsi una biografia, tra le mille e mille che compilavano assiduamente gli autori arabi del medio evo.[707] Leone Affricano che ci si provò nel secolo decimosesto, per troppa brama di soddisfare la curiosità letteraria degli Italiani, scrisse di memoria e in parte di fantasia; oltrechè il suo abbozzo ci è pervenuto per lo mezzo, niente diafano, di una doppia traduzione.[708] Frugando qua e là, pur si è raccolta, in questi ultimi anni, qualche notizia degna di fede. Edrîsi ebbe nome Abu-Abd-Allah-Mohammed, figlio di Mohammed, figlio di Abd-Allah, figlio di quell’Edrîs che prese a Malaga (1035) il titolo di Principe de’ Credenti e il soprannome di El’-âli biamr-illah.[709] Dicesi che il geografo fosse nato in Ceuta il quattrocennovantatrè dell’Egira (1100) e avesse fatti gli studi a Cordova:[710] di certo ei viaggiò nella penisola spagnuola fino alle rive dell’Atlantico; vide in Affrica Costantina e le regioni meridionali del Marocco; e in Levante arrivò per lo meno infino a Nicea, poichè egli scrive essere entrato l’anno cinquecentodieci (1116) nella grotta de’ Sette Dormienti, sì celebri nell’agiografia musulmana.[711]

Men oscuro il periodo ch’ei visse in Sicilia, onde fu chiamato siciliano; com’era uso di trarre i nomi etnici da’ luoghi, sia della nascita, sia dell’educazione o del soggiorno. E però abbiam detto ne’ capitoli terzo e quarto di questo libro come, allettato dalla munificenza di Ruggiero, venne Edrîsi dalla costiera d’Affrica in Palermo, dove il sangue hammudita gli portava onore senza pericolo, e com’egli rimase alla corte di Guglielmo primo.[712] In qual paese poi fosse andato e quando fosse morto, non si ritrae;[713] poichè le ultime notizie che abbiam di lui vengono da Ibn-Bescirûn, autore del Mokhtar-el-Andalusiin, ossia «Scelta di [poeti] Spagnuoli,» il quale incontrò Edrîsi in Palermo, e dice ch’egli avea compilato il Nozhat per Ruggiero e che scrisse per Guglielmo primo, su lo stesso argomento, il Rûdh-el-Uns wa nozhat-en-nefs ossia «Giardino del diletto e sollazzo dell’intelletto.» Imâd-ed-dîn Ispahani trascrive questo e molti altri squarci dell’Antologia d’Ibn-Bescirûn, nella Kharida, fonte principale delle nostre notizie su i poeti arabi in Sicilia. Ed ambo gli antologisti, senza dir altro delle opere geografiche di Edrîsi, mettonsi a lodare con iperboli e bisticci le poesie, che il primo dice aver avute dall’autore stesso e il secondo ce ne serba varii squarci, che sommano a trentacinque versi.[714] I quali potrebbero stare nella raccolta degli Arcadi nostri. Immagini copiate per la millesima volta, sonvi espresse con grazia e lindura. La lingua stessa in coteste poesie non è tanto leccata quanto nella geografia; dove Edrîsi intarsiò tanti pezzi di rettorica e ricami d’arcaismi che, invece d’infiorare la descrizione, la rendono monotona e talvolta anche ambigua.

Passando dalla forma alla sostanza, è da rammentare in primo luogo qual fosse la condizione degli studii geografici alla metà del secol duodecimo. L’antichità greca e romana aveva insegnato a misurar la terra con le osservazioni del cielo; avea cominciato a notare le distanze delle città, il corso dei fiumi, la configurazione de’ mari; a descrivere la natura organica e le schiatte ed opere degli uomini; avea lasciati abbozzi di carte e d’itinerarii figurati: i quai lavori, ancorchè fossero imperfetti per vizio degli strumenti, scarsezza di osservazioni e abuso delle ipotesi, pur mostrano che la scienza era fondata. Il trattato di Tolomeo la ricapitolava tutta insieme, coordinandovi gli errori proprii del compilatore. Sopravvenute le tenebre della barbarie, la geografia rimbambì in Europa, come ogni altra scienza; si ridusse a scarabocchi informi, a compendii di compendii; peggiorando sempre in Occidente, dal quinto all’undecimo secolo dell’èra cristiana:[715] e appena v’incominciava col duodecimo una ristorazione, promossa dalle Crociate. De’ Bizantini si potrebbe dir ch’e’ serbarono i libri di geografia, senza studiarli giammai. Ma entrati gli Arabi nel consorzio de’ popoli, ricercarono con impeto giovanile le scienze geografiche. Alle quali erano predisposti dalla vita nomade, da’ viaggi di carovana, dalla curiosità dei segni celesti, fors’anco da’ commerci con gli abitatori della Mesopotamia che almanaccarono ab antico sul firmamento. Allettò poi gli Arabi all’astrologia, quella continua vicenda di loro società riottosa; e da un altro canto, il culto li obbligò a sciogliere problemi di cosmografia, richiedendo, in paesi lontanissimi del Settentrione e dell’Occidente, qual fosse la kibla, ossia dirittura della Mecca, e quali le cinque ore della preghiera, variabili secondo la lunghezza de’ giorni.

Si stese l’ordito della geografia generale co’ lavori della Persia sassanide, dell’India e della Grecia, soprattutto co’ libri di Marin da Tiro e di Tolomeo, tradotti in arabico da’ testi greci o da versioni siriache. La geografia descrittiva, iniziata con le relazioni de’ capitani che reggeano i reami conquistati, con gli itinerarii postali, coi catasti, e con ogni altro ritratto ufiziale di loro sottile azienda, s’impinguò coi frequentissimi viaggi che i pellegrini, i mercatanti, i letterati vagabondi, faceano nell’immenso territorio musulmano.[716] Dalla fine così dell’ottavo secolo alla prima metà del duodecimo, i Musulmani rimisurarono il grado del meridiano terrestre; rifecero a poco a poco le tavole delle latitudini e longitudini; allargarono la cognizione dell’abitato fino alle estreme costiere orientali dell’Asia e, in Affrica, fino all’equatore; compilarono itinerarii, descrizioni, abbozzi statistici; rinnovarono il planisfero e delinearono carte parziali.[717] Quantunque e’ non fossero arrivati a dileguare alcune favole geografiche, anzi ne avessero aggiunte delle proprie loro; quantunque non si fossero liberati al tutto dal giogo di Tolomeo ed avessero conosciuta molto imperfettamente l’Europa, gli Arabi pur batteano le vere vie della scienza, mentre in Occidente la feudalità chiudeva in angusti limiti i corpi e le menti.

S’accinse Ruggiero in questo, a compilare la geografia universale, usando insieme le cognizioni dell’Oriente e dell’Occidente e il ritratto di nuovi studii: la qual opera, nella prima metà del duodecimo secolo, il solo re di Sicilia e dell’Italia meridionale poteva intraprendere. Nella prefazione d’Edrîsi già riferita[718] leggonsi i nomi di dodici geografi, studiati, come si dice, dal re; de’ quali, dieci son arabi, Tolomeo greco e l’ultimo sembra Orosio, il celebre compendiatore latino de’ bassi tempi.[719] Degli arabi, sei ci son noti: Mas’ûdi, Geihani, Ibn-Khordabeh, Ibn-Haukal, Ja’kûbi, Kodama, ottimi compilatori di geografia descrittiva;[720] ma gli altri quattro, cioè Ahmed-ibn-el-’Odsri (ovvero el-’Adsari), Giânâkh-ibn-Khakân-el-Kîmâki,[721] Musa-ibn-Kasim-el-K..r..di, ed Ishak-ibn-el-Hasan, detto l’astronomo, non sono noti, nè sappiam qual ramo abbian trattato; se non che l’ultimo, dalla qualità attribuitagli, si può supporre autore di geografia matematica, o forse compilator di tavole delle latitudini e longitudini.[722] Mancano dunque tra le autorità di Edrîsi i più celebri scrittori arabi di questo ramo della geografia, vissuti prima di lui, come sarebbero Albateni, Abu-l-Wefa, Ibn-Iûnis, Albiruni;[723] ma può darsi che Ishak-ibn-el-Hasan abbia raccolti i dati, almen dei primi tre. In geografia descrittiva mancano Mokaddesi[724] e Bekri, lodatissimi autori dell’undecimo secolo.[725] Se cotesti libri veramente rimasero ignoti a corte di Palermo, si comprende tanto meglio che Ruggiero gittò via quegli altri, accomiatò gli pseudo-geografi viventi ch’egli avea chiamati in soccorso, e deliberossi a rifare di pianta il disegno della superficie terraquea, secondo le relazioni d’uomini pratici. Ognuno intende che Ruggiero prese questa via, inorridito del mostruoso parto ch’esser doveva un planisfero a modo di Tolomeo e de’ suoi correttori arabi, le proporzioni del quale, senza dubbio, erano smentite, chiaro e tondo, dagli itinerarii terrestri e sopratutto dalle carte di navigare del Mediterraneo.

Quando avverrà che si appuri meglio il testo di Edrîsi e la nomenclatura delle carte ond’è fornito, si scopriranno forse altre sorgenti dell’opera, non confessate nella prefazione; poichè alcuni dati che veggiamo qua e là, non vengono da quelli che noi conosciamo tra gli autori testè citati, nè par si possan trovare appo gli ignoti, che son tutti arabi, eccetto Orosio o quel ch’e’ sia. Così è da trovare l’origine d’una misura nuova o antichissima dell’equatore, la quale torna a settantacinque miglia al grado,[726] non miglia arabiche, ma romane, quelle medesime che Edrîsi adopera nel capitolo della Sicilia e che rispondono, quasi a capello, alle odierne miglia siciliane.[727] Alcuni nomi topografici della Sicilia stessa ci sembrano presi da antiche carte greche o romane, anzichè da carte arabiche, o dall’uso volgare del duodecimo secolo.[728] Similmente in Grecia, nell’Italia di sopra e in qualche parte della Francia, i nomi spesso hanno sembianza antica; mentre in altre regioni della Francia, in Germania e in Inghilterra prevale la forma degli idiomi novelli e si vede chiara l’origine da relazioni o itinerarii del XII secolo.[729]

Ripigliando il racconto sotto la scorta di Edrîsi, veggiamo che furono interrogati e confrontati assiduamente, per lo spazio di quindici anni, gli uomini pratici, che vuol dire, secondo me, i navigatori italiani, e i viaggiatori d’altre parti d’Europa[730] i quali capitavano in Sicilia, chi per cagion di commercio, chi nell’andare alla Crociata; e con essi anco de’ Musulmani pellegrini, mercatanti e girovaghi.[731] Dopo tre lustri d’investigazioni, l’ufizio geografico della corte pose mano a rettificare il mappamondo, come si scorge dal passo d’Edrîsi che abbiam noi tradotto. Ed or comentandolo diciamo, che si delineò una carta geografica,[732] nella quale si cominciò a trasportar col compasso, ad una ad una, le linee itinerarie orientate,[733] ritratte dalle relazioni; che si riscontrarono via via cotesti dati con quelli de’ libri geografici; che si sciolsero o si troncarono i dubbii surti nel confronto, e che, fissate in tal guisa le posizioni de’ paesi e le figure della terra e delle acque, furono incise in un planisfero d’argento, ch’avea per raggio un metro o poco meno ed era diviso in segmenti, per maneggiarsi più comodamente.[734] Così mi sembra eseguìto il mappamondo, il quale mal si può giudicare dalle figure che ne abbiamo in due antichi manoscritti alquanto dissimili tra loro, ridotte alla quinta o alla sesta parte e delineate senza proporzioni più precise, che quelle che dar potesse la mano e l’occhio del copista.[735] Possiam noi supporre adoprata nel primo abbozzo una carta generale o un sistema di carte parziali: possiamo immaginare l’una o le altre, copiate da esemplari antichi o arabi, ovvero costruite appositamente su le tavole di latitudine e longitudine de’ Greci, corrette dagli Arabi; sempre la base dell’operazione si riduce alla figura che raccapezzavasi dalla scienza di quel secolo; e gli elementi della correzione sempre tornano alle distanze itinerarie appurate di recente. Non si può interpretare altrimenti il detto di Edrîsi; nè immaginare altrimenti l’uso de’ dati novelli che avea procacciati il re; i quali dati non poteano venire da una rimisurazione di tutte le latitudini e longitudini del globo, ma doveano consistere in itinerarii moderni di terra e di mare, carte nautiche e forse immagini latine, come quella d’Alfredo il Grande e l’altra che abbiamo nella Biblioteca dell’Università di Torino.[736] Veggiam noi la riprova di tal dimostrazione, nel libro stesso d’Edrîsi, il quale rimanda a Tolomeo per le favolose terre settentrionali di Gog e Magog;[737] la veggiamo nelle carte parziali del codice parigino, le quali dànno soltanto delle latitudini e longitudini per le regioni dell’Affrica sotto i Tropici,[738] per le quali è da supporre che la corte di Palermo non avesse trovati itinerarii recenti. Gli itinerarii, accompagnati dalla direzione di ciascuna linea secondo i punti cardinali del globo, potean servire a verificar le carte terrestri in un modo analogo a quello che usarono ab antico i marinai del Mediterraneo per abbozzare lor carte marittime, fissando le posizioni con l’osservazione dei corpi celesti. Che se le buone carte da navigare, italiane e catalane, che si sono ritrovate fin oggi, risalgono appena al principio del decimoquarto secolo, quand’era già comune l’uso dell’ago magnetico, e se quell’uso non si può tirar su alla prima metà del duodecimo secolo, quando si compilava la geografia in Palermo, questo non vuol dir che mancassero a Ruggiero delle carte nautiche abbastanza esatte da ispirargli diffidenza contro i geografi dotti, e da suggerire la verificazione pratica degli schemi immaginati da costoro.[739]

Passando alle sessantanove carte particolari, o, per dir meglio, itinerarii figurati, un de’ quali sta a capo di ciascun de’ dieci compartimenti d’ ogni clima nel prezioso codice d’Assoliti,[740] cominceremo da quella ch’esser doveva, ed è, la migliore di tutte, la carta, dico, della Sicilia. Basta metterla allato ad una mappa costruita secondo Tolomeo, per vedere la enorme differenza delle figure: l’una quasi uguale a quella delle nostre carte d’oggidì; l’altra sì scontraffatta, quanto apparrebbe per avventura il mappamondo di Edrîsi a paragon di quello di Mercator.[741] Si dee pensar dunque che Ruggiero abbia profittato degli studii de’ Musulmani di Sicilia del decimo e undecimo secolo[742], ed anco fatte determinare astronomicamente alcune posizioni;[743] onde, con relazioni esatte e con la minuta esplorazione della costiera, si compose nell’ufizio geografico di Palermo una figura, la quale il copista non potè guastar tanto che non sembri maravigliosa pel suo tempo.

Delle rimanenti son pubblicate finora tre sole per intero, e si è stampata anco la riduzione di tutte in piccolo. Per quanto si può giudicare da copie cosiffatte, coteste carte non erano proporzionali alle figure del mappamondo; nè la differenza veniva da studio di projezione: poche d’altronde sembrano costruite secondo le latitudini e le longitudini. Vi si nota sempre, come in tutte le carte primitive, l’errore d’ingrandire le regioni meglio conosciute e rimpiccolire le altre, per farle pur entrare nei limiti che assegnava lo schema generale dei climi, de’ continenti e de’ mari. Così la figura dell’Italia dal Tevere in giù, dove Ruggiero comandava, torna assai meno erronea della mezza Italia di su, rattratta e rimpicciolita sconciamente. Lo stesso dicasi della Sardegna, della Corsica e di tutto il Mediterraneo occidentale, di cui la Sicilia usurpa gran parte. L’ecclettico lavoro de’ geografi siciliani sparse luce in certe regioni, altre lasciò nelle tenebre delle ipotesi. Cavaron essi, per esempio, dai sogni di Tolomeo il continente africano sotto l’equatore, allungato verso Levante, sì che correa parallelo alle costiere meridionali dell’India e della Persia, e chiudea l’Oceano Pacifico quasi un altro Mediterraneo. All’incontro, le Isole Britanniche, il Baltico, la Polonia, sembrano illustrati da recenti relazioni; non vedendosi in quelle carte i grandi errori delle geografie antiche o degli Arabi.[744] Gli itinerarii della Grecia mostrano che Ruggiero sapea per benino come stessero in casa i suoi nemici;[745] nè fa maraviglia che fosse ben conosciuta l’Asia minore e il rimanente de’ paesi musulmani.

Da coteste figure passando alle descrizioni, veggiamo le stesse disuguaglianze: dove copiosi e genuini ragguagli; dove le favole orientali del paese di Gog e Magog; le isole fantastiche dalla leggenda di San Brandano;[746] le maraviglie di Roma, inventate da qualche giudeo errante, o nate da equivoci di traduzione.[747] Nè possiamo scusare Edrîsi allegando che egli qui non descrivea già le carte delineate dai geografi, ma compilava su libri e racconti. Il vero è che non s’ha a pretender critica sottile da un letterato, sia musulmano o sia cristiano, del duodecimo secolo. Ci sembra di più ch’Edrîsi abbia fatto d’ogni erba fascio, per fretta di presentare l’opera al re, pria che la consunzione, già manifesta, lo portasse alla tomba.