La morte del re non avrebbe forse attraversato il compimento del suo libro, se a capo di sette anni non fosse avvenuto in Palermo quel sanguinoso tumulto nel quale andò a ruba la reggia e si gridò morte ai Musulmani. Edrîsi era rimasto a corte, come dicemmo; avea presentata a Guglielmo primo una nuova edizione della geografia; nè ci pare inverosimile che si fosse compiuta, o almeno incominciata per uso della corte, una traduzione latina di opera sì utile e dilettevole. Perì forse la traduzione nel sacco della reggia; nel quale è cosa molto verosimile che sia andato a male il gran planisfero d’argento, frutto di tante fatiche, condannato, in grazia del prezioso metallo, a durar poco, com’era già accaduto alle tavole geografiche di Carlomagno. I geografi e scrittori arabi che non furon uccisi, fuggirono al certo: ed è ventura che Edrîsi abbia potuto recar seco, o mandare in Affrica pria della fuga, la copia del suo libro; il quale sortì gran fama appo i Musulmani e servì di guida a Ibn-Sa’id, Abulfeda ed altri. L’Europa, ridesta a’ buoni studii, non n’ebbe sentore fino allo scorcio del decimosesto secolo, quando uscì a Roma, co’ tipi medicei, il testo arabico di un compendio anonimo, o direi meglio mutilazione, di quest’opera. Del quale compendio fu poi pubblicata a Parigi una traduzione latina, e le fu dato il titolo di Geographia Nubiensis, perchè in principio della seconda sezione del primo clima, citandosi la Nubia, si leggea per errore di copia «terra nostra» invece di «terra di essa» (Nubia);[748] onde i traduttori Maroniti credettero avere scoperta la patria dell’anonimo autore. Adesso abbiam noi, del testo compiuto, alcuni codici, alcuni capitoli stampati ed una mediocre traduzione francese di tutta l’opera. Si aspetta un orientalista, pratico di geografia comparata e disposto a consacrare molti anni di lavoro, sì ch’egli appuri il testo co’ suoi mille e mille nomi di luogo e ne dia una edizione critica ed una buona traduzione,[749] come han fatto non è guari due dotti olandesi per l’Affrica e per la Spagna.[750] La nostra storia civile sarà illustrata al certo dalla pubblicazione dei capitoli che risguardano l’Italia, dei quali un solo è uscito alla luce e fin oggi senza traduzione, quello cioè che contiene la descrizione della Sicilia. Perchè se questa è la più particolareggiata di tutta l’opera, pure gli squarci che trattano delle altre province italiane, racchiudono nomi, itinerarii e notizie topografiche, civili e commerciali, tanto più pregevoli quanto ci manca ogni opera di tal fatta, nella prima metà del duodecimo secolo.
Il libro di re Ruggiero, poichè convien che gli si renda il vero titolo, entrerà nei fasti della nostra storia scientifica. Compilato nella più civile delle nostre capitali del duodecimo secolo, opera collettiva del monarca di mezza Italia e di uomini forse la più parte italiani, si smarrì nella letteratura arabica. Rivendicato dall’europea, gli eruditi l’accolsero con gran plauso.[751] Vennero poi le appuntature: trascuratavi la geografia matematica,[752] accettatevi delle favole ch’altri avea già contraddette, copiati i ragguagli d’altri autori.[753] Mal fondata mi sembra la prima di coteste accuse, perchè la geografia matematica non si avrebbe a cercare nella descrizione d’Edrîsi, ma nelle carte genuine che noi non abbiamo; e perchè il metodo conche i geografi di Palermo delinearono l’orbe conosciuto, fu veramente il migliore che allor si potesse adoperare, anzi quel medesimo che produsse la riforma delle carte geografiche nel decimosesto secolo.[754] Del plagio non parlo, quando una compilazione di geografia descrittiva non si può fare altrimenti che con le compilazioni antecedenti e le relazioni di chi è stato sui luoghi. E quanto alla critica de’ fatti, io lo replico, qual sommo uomo dell’antichità o del medio evo rimarrebbe in piedi, se avessimo a buttar giù tutti quelli che ripetean favole di fisica o di storia naturale? Non è giusto qui il biasimo. Un dei critici più severi di questo libro lo disse pur monumento di scienza da stare allato all’opera di Strabone:[755] ma chi meglio lo approfondisca e tutte imberci le lezioni del testo originale, lo riconoscerà meco, ottimo de’ trattati geografici del medio evo.[756]
Nè la geografia fu la sola scienza applicata a’ comodi civili, che allor si coltivasse nella splendida corte di Palermo. L’epigrafe trilingue d’una lapida incastrata nel muro esteriore della Cappella Palatina, ci attesta avere il re, l’anno millecenquarantadue, fatto costruire «un orologio,» dice il testo latino; «uno strumento da notar le ore,» dice l’arabico: e il testo greco celebra «questo miracol nuovo, che il possente sovrano Ruggiero, re scettrato da Dio, raffrena il corso del liquido elemento, dispensando infallibile cognizione delle ore del tempo.»[757] Mercè la rettorica bizantina, sappiam noi dunque che l’era una clepsidra: la stessa forse, o compagna, di quella che «un meccanico di Malta avea fabbricata per comando del suo re, in effigie d’una donzella che battea le ore, gittando una pallina nel seng,» o bacin di metallo che noi diremmo, di che ci ragguaglia il cosmografo Kazwini, nella sua descrizione di Malta. Abu-l-Kasem-ibn-Ramadhan, dice egli, vista quella macchinetta, improvvisò un emistichio, sfidando Abd-Allah-ibn-Sementi a fornire il verso. E quegli, quasi recitando, aggiunse di botto il secondo emistichio e due altri versi, con questo concetto: che la gentil suonatrice incalzava il tempo; e che il maestro che la fece, era salito prima in cielo, ad osservar le sfere, i segni dello zodiaco e i gradi dell’eclittica.[758] Or noi troviamo nella Kharida, de’ versi che questo medesimo Ibn-Ramadhan dettò a lode di Ruggiero, implorando licenza di ritornare a Malta: onde par si provi che la clepsidra fu opera appunto di quel secolo, e probabilmente fatta apposta per quel re.[759] Delle macchine costruite allo stesso effetto, ognun sa che Harûn Rascîd ne mandò in dono a Carlomagno una che suonava le ore con palle buttate in un bacino, da automi in figura di cavalieri che, aprendo uno sportello,[760] usciano di lor finestrini al punto dato: il quale ingegno taluno erroneamente credette orologio a ruote. Ibn-Giobair, nella seconda metà del secolo di Ruggiero, descrisse la mangana, come la chiamarono gli Arabi con vocabolo greco, mossa dall’acqua in un edifizio attiguo alla moschea cattedrale di Damasco. Dove, sopra un verone, vedeasi quel che noi diciamo il quadrante: un grand’arco tondo che abbracciava dodici coppie di finestrini arcuati, da ciascuna delle quali venian fuori, ogni ora del giorno, due falconi d’ottone, ed aprendo il becco facean cascar palline ne’ sottoposti piattelli d’ottone. Per la notte poi erano apparecchiati nel muro dodici forami tondi, chiusi con vetri ed accerchiati di rame, de’ quali uno in ciascun’ora s’illuminava di luce rosseggiante.[761] E che gli Arabi usassero così fatti orologi, si conferma col titolo di un trattato che Zuzeni, nella istoria de’ filosofi, attribuisce ad Archimede: “Il libro delle ore, ossia (descrizione) dello strumento idraulico che butta le palline.”[762]
Illustrossi allo scorcio di quel secolo, l’ingegnere siciliano Abu-l-Leith, educato, com’ei sembra, alla scuola che produsse i monumenti normanni di Sicilia, e costretto, al par di tanti altri, ad emigrare, quando quel soggiorno divenne incomportabile a’ Musulmani. Aveva allora il califo almohade Abu-Ja’kûb-ibn-Jûsuf, gittate in Siviglia le fondamenta d’una sontuosa moschea cattedrale; alla quale ei die’ l’ultima mano correndo il millecentonovantasette dell’èra volgare, come ricordano gli annali musulmani di Ponente, ed aggiungono essere stati messi in cima del minaretto, che si chiama oggidì la torre Giralda, de’ globi di metallo dorato sovrapposti l’uno all’altro e scalati a piramide, i quali fabbricò e levò sull’altissima torre, questo Abu-l-Leith, mo’allem, o vogliam dire maestro. A comprendere la grandezza dell’opera, basti che per far uscire sul ballatoio del minaretto un di cotesti globi, e pur non era il più grande, convenne tagliare gli stipiti dalla porta praticata ad uso del muezzin; che l’asta di ferro che reggea gli immensi pomi, pesò quaranta roba’, ossia più di censessanta chilogrammi; e che la doratura prese tanto metallo da valere centomila dinâr, o diremmo noi, più che un milione e mezzo di lire.[763] Così gli scritti musulmani. La cronica di San Ferdinando narra che quel pinacolo d’oro fece sbalordire i conquistatori cristiani; che i globi eran quattro; e che il più basso teneasi unico al mondo, sì per la bellezza del lavoro e sì per la mole: sul quale quando ferivano i primi raggi, parea che splendesse un altro Sole.[764]
Nè la meccanica stette inoperosa nelle guerre che i Musulmani di Sicilia combatteano sotto i vessilli normanni. Raccogliendo i cenni che ne fanno le cronache, abbiam noi già notata l’efficacia delle torri mobili, condotte (1133) da ingegneri musulmani all’assedio dì Montepeloso;[765] le quali nella medesima guerra, drizzate appena sotto Nocera, costringeano alla resa quella terra, fortissima di sito e di munizione.[766] Le torri di legno sono ricordate dagli scrittori musulmani nell’infelice impresa di Guglielmo secondo sopra Alessandria di Egitto (1174): da’ quali sappiamo ch’eran armate di possenti arieti e che l’oste siciliana usò anche de’ mangani smisurati, i quali scagliavano massi, com’e’ sembra, di lava, recati a bella posta dalla Sicilia.[767] E dieci anni appresso (1185), cotesti mangani, che l’arcivescovo Eustazio chiama «le figlie del tremuoto,» aprian la breccia nelle mura di Tessalonica.[768] A capo d’un secolo, i Saraceni di Lucera furon tratti con lor mangani alla seconda guerra che Carlo d’Angiò volle portare in Sicilia; nel quale incontro sappiamo da’ diplomi napoletani del milledugentottantaquattro, che si richiedeano cento uomini a maneggiar quattro di cotesti strumenti;[769] onde possiamo supporli analoghi a’ testè ricordati dell’impresa di Alessandria, ed a quelli forse che avean aperta a’ Musulmani (878) la torre del porto grande di Siracusa, i quali, a quanto ei sembra, operavano per tiri orizzontali.[770] Se mal non ci apponghiamo, è da tenere che l’uso di questa maniera di mangani fu serbato in Sicilia; non vedendosi, per quanto sappiamo, negli altri ricordi del medio evo. Al quale supposto si aggiunga quell’altro de’ fuochi da guerra adoperati alla espugnazione di Tessalonica.[771] Quanto all’architettura militare, sappiamo noi dal fatto di Bari che re Ruggiero vi adoperava ingegneri musulmani:[772] ed è molto verosimile che la cittadella di Lucera, fondata dall’imperatore Federigo quando vi tramutò i Musulmani di Sicilia, sia stata opera anch’essa de’ loro ingegneri.[773]
Onoravasi in que’ tempi, assai più che l’arte militare, l’astrologia, confusa com’essa fu per tutto il medio evo, con l’astronomia: e poichè re Ruggiero si travagliò molto nelle vanità di quella scienza,[774] lice supporre che le verità fossero state anco studiate a corte di Palermo. Fiorì in quel secolo, verso la metà com’ei sembra e in Palermo, Mohammed-ibn-Isa-ibn-Abd-el-Mon’im, musulmano di Sicilia, il quale, al dire del Zuzeni, esercitò con gran lode la geometria e l’astronomia e con le sue teorie faceva autorità tra i dotti del paese.[775] Possiamo supporre dunque ch’egli attendesse anco alla applicazione di quelle scienze, alla architettura cioè o meccanica, da una parte, ed all’astrologia dall’altra.
Prevaleano le vanità nella scienza del cielo al tempo di Guglielmo il Buono,[776] di Federigo ed anco di Manfredi, poichè Stefano da Messina dedicò a questo principe la traduzione latina dei Fiori di astrologia, attribuiti da un impostore arabo al gran savio Hermes, padre dell’arcana scienza e della medicina.[777] Che la vera scienza poi fosse stata coltivata ancora nel paese, lo prova il comento delle tavole d’Arzachele, compilato in Parigi allo scorcio del decimoterzo secolo, da un Giovanni di Sicilia, del quale non abbiamo altra notizia che questa;[778] ma se la forma del nome lo dà a vedere cristiano, la vocazione lo fa supporre piuttosto musulmano o giudeo mezzo convertito. Duolmi non poter ammettere le conghietture di coloro che hanno attribuiti alla Sicilia due di que’ non pochi astrolabii arabi che rimangono ne’ musei pubblici o privati:[779] ma non mi farebbe maraviglia, che un dì o l’altro se ne trovasse alcuno di fattura siciliana, atteso le condizioni generali della cultura del paese infino al secolo decimoterzo, e il grand’uso che astrologhi, astronomi e piloti allor faceano dell’astrolabio.
Non volendo interrompere l’abbozzo della cultura scientifica sotto re Ruggiero, io ho lasciata addietro, nel cominciar questo capitolo, la matematica pura, del cui studio non tratta alcuna memoria di quell’età; quantunque e’ non si possa dar che sia stata negletta in Sicilia, quando vi fioriano sì felicemente i rami di scienza applicata. Ma se il caso mutilò in questa parte, come in tante altre, la storia letteraria, il dotto zelo della presente generazione ha provato che l’aritmetica e la geometria furono onorate alla corte di Federigo, degno erede dell’avol materno. Abbiam noi fatto cenno de’ problemi di geometria ch’egli mandò a Malek-Kâmil mentre negoziava per l’acquisto di Gerusalemme.[780] Altri ei ne indirizzò al dotto ebreo spagnuolo, Giuda Cohen ben Salomon, che venne poi a stanziare in Italia.[781] Gli scritti di Leonardo Fibonacci, dati non è guari alla luce, attestano che questi, nel dugenventicinque o pochi anni appresso, dedicò all’imperatore il libro de’ quadrati; che Federigo leggea volentieri il suo Liber Abbaci; e che «dilettavasi, son proprio le parole dell’autore, di apprendere certe sottilità appartenenti alla geometria ed ai numeri.»[782] Ritraggiamo da un altro opuscolo del Fibonacci intitolato a modo arabico «Il Fiore,» che a Pisa, in presenza di Federigo, ei sciolse certi problemi proposti da un maestro Giovanni da Palermo, filosofo della corte;[783] che maestro Teodoro, filosofo palatino anch’egli, avea presentate in altra occasione al Fibonacci delle tesi intorno i numeri quadrati;[784] che il pisano fece sapere per epistola a Teodoro i suoi trovati recenti su le regole di società;[785] e ch’ei mandò all’imperatore, per un Robertino donzello della corte, alcuni corollarii della teoria delle frazioni.[786]
Dei quali nomi proprii i due primi ci sono noti d’altronde; e similmente l’ufizio di filosofo che comparisce nella corte bizantina fin dal quarto secolo, e ritorna in alcune chiese di Sicilia all’epoca normanna.[787] Giovanni da Palermo era de’ notai, o diremmo oggi segretarii, di Federigo; il quale lo mandò ambasciatore a Tunis il dugenquaranta: onde argomentasi ch’ei sapesse l’arabico e forse fosse di schiatta musulmana.[788] Maestro Teodoro comparisce in corte, se non tra i grandi, certo tra i più intimi dell’imperatore: mandatogli apposta il dugentrentanove un legnetto per ritornare nel reame, dond’erasi allontanato con licenza e forse con missione del principe;[789] spacciatogli non guari dopo un foglio bianco col sigillo regio, affinch’ei vi scrivesse in arabico le credenziali degli ambasciatori di Tunis;[790] richiestogli di manipolare per uso della corte degli sciroppi e dello zucchero di viola;[791] e quel ch’è più, affidatogli il geloso ufizio di spiare negli astri il momento propizio alle fazioni di guerra:[792] nè sappiamo s’ei fu «de’ negromanti astrologi e vati, ministri di Belzebù e d’Astarotte» che Federigo perdea (1248) nella strepitosa sconfitta di Parma.[793] Siciliano o antiocheno di nascita, arabo o greco di stirpe,[794] questo Teodoro, al par che Giovanni da Palermo, ben simboleggia la scienza arabica rimasta in Sicilia nella prima metà del decimoterzo secolo: un po’ di tutte le dottrine matematiche e naturali; sogni misteriosi e germi di verità, e tra i più proficui, l’aritmetica e la geometria. Nelle quali Giovanni e Teodoro doveano pur sentire molto innanzi, s’e’ proposero de’ problemi a quel gran concittadino di Galileo, quando, studiata la scienza in Barbaria, la perfezionò e venne a promuoverla in Italia.
Ed ecco la mia navicella a vista della prima restaurazione degli studii in Italia, anzi in Europa; ond’è forza arrestarmi, sì perchè non basterebbero le mie forze a continuare il viaggio, e sì perchè quell’incivilimento si debbe a tanti altri fattori, non meno efficaci che la tradizione scientifica e letteraria de’ Musulmani di Sicilia. La qual nazione, estinguendosi, lasciava sì il picciolo suo peculio a’ Latini che l’avean morta; ma essi già s’erano arricchiti d’altre parti, come si dimostra per l’esempio di Gerardo da Cremona, Leonardo Fibonacci, Guido Bonatti, Gerardo da Sabbionetta, Brunetto Latini, Simone da Genova e tanti altri.