Pertanto io mi rimango a pochi cenni, e, passando dalle matematiche alle scienze naturali, debbo ricordare in primo luogo, che la fama accusò l’imperatore di profana curiosità ne’ misteri della creazione. I Frati minori, suoi nemici accaniti, andavano buccinando quelle che il Salimbeni chiama le superstizioni di Federigo: or ch’egli avea fatti sventrare due uomini per indagare la fisiologia della digestione.; or che dava ad allattar de’ bambini, vietando alle balie di vezzeggiarli con parole, sì che lo sperimento mostrasse qual idioma balbetta l’uomo dassè solo, se l’ebraico, come dice la Scrittura, ovvero il latino, il greco, l’arabico; ma aggiugneano i Frati che le povere creaturine n’eran morte di tristezza.[795] I dotti israeliti intanto lodavano il genio di Federigo per la Storia naturale.[796] E questo è provato in vero da fatti notissimi: gli animali esotici ch’ei raccolse;[797] la storia degli animali d’Aristotile compendiata da Avicenna e, per commissione dell’imperatore, tradotta in latino da Michele Scoto,[798] indi in ebraico non si sa da chi nè nè quando;[799] il libro della fisionomia, composto per lui dal medesimo Scoto;[800] il trattato della caccia co’ falconi, opera propria di Federigo;[801] il libro d’ippiatrìa, compilato secondo i suoi dettami da Giordano Ruffo di Calabria[802] e tradotto in ebraico da un anonimo;[803] il trattato di veterinaria attribuito ad Ippocrate, e tradotto dall’arabico in latino per maestro Mosè da Palermo.[804]
Non è questo il luogo di toccare la scuola medica di Salerno, nella quale i dotti latini gareggiarono co’ giudei[805] e co’ musulmani; e i medici di Sicilia vi recarono il tributo di lor dottrina, come si argomenta dal nome di Pietro Siciliano che comparisce nella seconda metà dello undecimo secolo, seguito da un Giovanni figlio di Costantino siciliano.[806] Sappiam noi come Guglielmo secondo onorasse di molto, al par che gli astrologhi, i medici musulmani che capitavano in Sicilia;[807] come Federigo non solo provvide con le leggi allo studio della medicina, ma par abbia promossa la pubblicazione di alcuna opera medica e la traduzione d’alcun’altra;[808] sappiamo l’accoglienza che trovò a corte di Palermo, verso la metà del decimoterzo secolo, il medico Taki-ed-dîn, il quale venendo a Bugia da’ paesi di Levante, soffermossi in Sicilia.[809] E visse nell’isola infino alla seconda metà del secolo decimoterzo chi seppe sì bene la lingua arabica e la medicina, da poter voltare dal testo in lingua latina, la grande opera medica di Razi, intitolata El-Hawi, ossia «Il Comprensivo,» della quale Carlo primo d’Angiò avea domandato ed ottenuto un codice dal re di Tunis. Il traduttore, per nome Farag, figliuolo di Salem, ebreo di Girgenti, portò a compimento, nel febbraio del milledugentosettantanove, questo lavoro; il quale sendo stato approvato da eletti medici di Napoli e di Salerno, ne fu fatta per uso della corte una bellissima copia in pergamena, divisa in cinque grossi volumi; la quale dopo quattro secoli capitò nella collezione di Colbert, ed or è serbata ne’ tesori della Biblioteca nazionale di Parigi.[810] Cotesto lavoro non solamente è pregevole per la storia letteraria, ma potrà servire tuttavia agli scienziati ed a’ filologi, terminando con un indice ed un ampio glossario di medicamenti semplici, al quale è messo a riscontro il nome latino con l’arabico e spesso anco col greco, scritti in caratteri nostrali.[811]
Quantunque gli Arabi, togliendo, come noi, dai Greci il vocabolo filosofia, l’abbian usato in senso diverso da quel ch’ebbe in Europa nel medio evo, e l’abbiano ristretto alle speculazioni metafisiche e fisiche dell’antichità, pure io non credo che re Ruggiero siasi mai dato a così fatta disciplina, sì come affermano Sefedi ed Omari da me citati.[812] Edrîsi, nella dedica della geografia, gli dà lode soltanto per le scienze delle due classi che noi chiameremmo politica e matematica:[813] e da tutto quel che sappiamo di questo gran principe, ei ci sembra inclinato alle scienze pratiche e positive, più tosto che alle astrattezze su la natura e le relazioni degli esseri. Quindi è verosimile che que’ due scrittori arabi del decimoquarto secolo, indotti in errore dalla fama che tuttavia predicava la corte sveva di Sicilia com’emporio d’ogni bel sapere, abbiano attribuita a Ruggiero una lode che andava piuttosto al figliuolo della sua figlia. Pure nella seconda metà del duodecimo secolo, gli studii filosofici propriamente detti eran già progrediti di molto in Italia e particolarmente nelle regioni meridionali. A quegli studi par che accenni, e non alla scienza e alla coltura in generale, il dotto fiorentino, Arrigo da Settimello, nel carme latino dettato allo scorcio del secolo, là dov’ei dice che la filosofia tenea corte bandita in Sicilia.[814]
Il genio dunque dei tempi, l’adolescenza passata a corte di Palermo, la quotidiana provocazione di papi ambiziosi e tracotanti, ed anco la sottigliezza del cervello germanico, disponeano Federigo alla metafisica. Si potrebbe supporre a priori ch’ei fosse stato educato alla scuola peripatetica degli Arabi, poichè l’Europa cristiana in quel tempo non soleva attingere ad altre fonti che a quella. Cresce l’argomento col noto fatto ch’ei menò seco alla Crociata un musulmano di Sicilia, col quale avea studiata già la dialettica.[815] Ed abbiamo per prima prova l’opinione generale del secolo, quando la Corte papale e i frati, e i nemici dell’impero e la turba infinita de’ ciechi di quella età, più arrabbiati assai che i ciechi d’oggidì, accusavano Federigo di miscredenza e gittavangli addosso le più sciocche calunnie;[816] e, quel ch’è più, i Cristiani mormoranti contro Roma in Italia e fuori, lo biasimavano di liberi pensieri, e persino il Poeta che avea messi in inferno tanti papi, lo chiuse entro un’arca ardente della città di Dite. Ma da pochi anni in qua son venute fuori notizie dirette e precise intorno la scuola ch’ei seguì.
Un codice arabico della Biblioteca bodlejana d’Oxford, intitolato «I Quesiti siciliani» racchiude le quistioni filosofiche «mandate a’ dotti di Levante e di Ponente dal re de’ Romani, imperatore e principe della Sicilia, e le risposte che fecevi in Ceuta, per volere di Rascid califo almohade, il dottissimo sceikh ’Abd-el-Hakk-ibn-Sab’in.» Cotesto re de’ Romani era ben Federigo, poichè il riscontro delle date, conduce per l’appunto al suo regno. Ed ecco il tenor de’ quesiti:
Primo. «Il filosofo (Aristotile) in tutte le opere sue dice espresso esistere il Mondo ab aeterno: ei così pensava di certo. Or, s’ei lo dimostrò, quali furon le prove; e se no, in che maniera ei ne discorre?»
Secondo. «Qual è lo scopo della scienza teologica e quali sono i suoi postulati preliminari, se postulati essa ha?»
Terzo. «Che cosa sono le categorie? E come quelle dieci che ne conosciamo servon di chiave ad ogni maniera di scienza? Ma le son veramente dieci; e perchè non se ne può togliere nè aggiugnere alcuna? Come poi si prova tuttociò?»
Della quarta tesi non è trascritto il testo, ma si ritrae che risguardava la natura dell’anima, la sua immortalità e la contraddizione che appariva in questo subietto tra Aristotile ed Alessandro d’Afrodisia.
Quinto, «Come vanno spiegate queste parole di Maometto: «Il cuor del Credente sta tra due dita del (Dio) Misericordioso?»