Bastano così fatte domande a svelare lo scettico. Ibn-Sab’în che non l’era meno di Federigo, rispose pure in tutti i capi da specchiato ortodosso musulmano, pratico dell’arsenale della scienza e bene informato della storia de’ filosofi greci; poichè oltre i molti peripatetici, ei cita a proposito dalla immortalità dell’anima, «il divino Piatone e Socrate suo maestro,» non che il Corano, il Vangelo, il Pentateuco, i Salmi e i Fogli (Sohof), antichissima rivelazione, com’e’ pare, de’ Sabii. Ma di sotto il casto ammanto uscìa la zampa di Satan. Discorrendo della teologia e de’ suoi fondamenti scientifici, Ibn-Sab’în scrivea che, se l’imperatore pur volesse chiarirsene meglio, venisse in persona a parlargli o mandassegli alcun suo scolastico (motekallim) o almeno un uom fidato al quale consegnare sicuramente lo scritto: tanto più che coteste sospette proposizioni eran già note a tutti in quel paese, come fuoco che s’accenda in alto: e v’era di molti barbassori ignoranti e maligni, che al solo odore di quesiti così fatti, davano dell’asino al proponente e di matto all’interrogato. Leggiamo nel preambolo di questo dotto squarcio peripatetico, che il messaggier dell’imperatore, avuto lo scritto, offrì grossa somma di danaro per mani del governatore di Ceuta; che Ibn-Sab’în la rifiutò, e ch’ei ricusò al paro i ricchi doni mandatigli da Federigo, quand’ebbe sotto gli occhi la risposta. La proposizione de’ Quesiti Siciliani va riferita, su per giù, al milledugenquaranta.[817]
Noi non ritraggiamo se Federigo abbia soddisfatta la curiosità filosofica, al modo che gli proponeva Ibn-Sab’în. Questo sapiente, che allor avea forse venticinque anni, e s’era già, di Murcia sua patria, rifuggito in Ceuta per una prima persecuzione religiosa, fu costretto nuovamente a mutare soggiorno, da’ teologi Musulmani che non gli perdonavano l’audacia, nè il sapere. Passò da Ceuta a Bugia, indi a Tunis e al Cairo, e infine alla Mecca; precorso e avviluppato sempre dalla fama di zindik e panteista, ancorchè ei cercasse di nascondersi sotto il mantello del sufismo e delle scienze mistiche. Ebbe, come gli antichi filosofi, gran seguito di discepoli e di gente che ammirava la sua dottrina ed eloquenza, o gli era grata per la inesauribile carità. Ma prevalendo i nemici, ei, con esempio singolare appo i Musulmani, si fe’ segar le vene e morì da stoico: onde crebbe l’ammirazione de’ suoi discepoli e il trionfo de’ nemici.[818] Se non fallisce un cronista anonimo trascritto dal Makkari, la fama di questo filosofo arrivò in Italia. Abd-Allah signore di Murcia, della dinastia de’ Beni Hûd, spogliato improvvisamente da Alfonso di Castiglia che avea accettato da lui l’omaggio feudale, tentò un appello al papa pel falsato giuramento, com’io credo. Mandò a quest’effetto in Roma un fratello d’Ibn-Sab’în, per nome Abu-Taleb; il quale presentatosi al papa, s’accorse che questi al vederlo si messe a parlare di lui “in lingua barbara” co’ suoi cortigiani; onde informatosi arrivò a sapere aver detto il papa che il suo fratello era in vero il principe de’ teologi musulmani. Tornando l’ambasceria al dugenquarantatrè, perchè allora i Castigliani occuparono Murcia; si dee riferire quel giudizio ad Innocenzo IV, uomo di molta dottrina e testè amico dell’Imperatore. E sembra cosa molto verosimile che Innocenzo avesse anco lette le risposte ai Quesiti Siciliani, le quali di certo levarono gran romore tra gli adètti della scienza.[819]
In tal frequenza di commerci intellettuali, non poteano rimanere ignote a corte di Sicilia le opere del gran filosofo israelita di Spagna morto nei primi anni di quel secolo, Musa-ibn-Meimûn, chiamato dagli scrittori cristiani Maimonide. E già l’erudizione moderna, frugando gli scritti degli Israeliti italiani, ha scoperte vestigia dell’abboccamento di Federigo con un dotto, non sappiamo se ebreo o musulmano, col quale lo imperatore si maravigliò che Maimonide non avesse spiegato nella «Guida de’ Dubbiosi» nè tra le «Ragioni de Precetti» l’origine del rito mosaico di purificazione con le ceneri della giovenca rossa (Numeri, cap. XIX); e soggiunse parergli che quell’uso fosse nato per vero dall’olocausto del lione fulvo, ch’egli ritraea dal «Libro de’ Sapienti indiani»[820] Da cotesto cenno si è conchiuso a ragione, che Federigo ebbe alle mani la versione ebraica, o piuttosto l’originale arabico, della famosa «Guida;» e si è supposto con verosimiglianza ch’egli stesso n’abbia fatta far la prima traduzione latina.[821] Speriamo che ulteriori indagini rischiarino cotesti particolari di Storia letteraria. Intanto non è da porre in dubbio tal aneddoto, che allarga sempre più il campo delle cognizioni da attribuirsi a Federigo.
Nè egli coltivò la filosofia sol per utile e diletto proprio, ma sì la promosse ne’ suoi domimi e in tutta Cristianità. Accenneremo appena alla Università fondata in Napoli; a’ sussidii assegnati per gli studenti poveri; ai “dottori chiamati da ogni parte del mondo, come dice il Jamsilla, con liberali premii e provvisioni.”[822] Raccolti nella sua biblioteca moltissimi codici arabici e greci, Federigo li facea tradurre in latino, per comodo pubblico. Ci rimane la nobile epistola con la quale ei mandava in dono ai professori ed agli studenti di Bologna la versione di «certi scritti di Aristotile e d’altri filosofi su la dialettica e la cosmologia,» affinchè giovassero a propagare la scienza, «senza la quale, ei dicea, la vita dei mortali non si conduce liberalmente.» Impossibile e’ sembra che Federigo non abbia arricchita, di quelli e d’altri trattati, la sua cara Università di Napoli; e si ritrae che Manfredi, imitando l’esempio del padre, inviò all’Università di Parigi, forse le stesse opere e di certo la stessa epistola, ricopiata e mutatovi il nome.[823] Pensano gli eruditi che coteste versioni siano state, tutte o parte, opera di Michele Scoto.[824] Non guari dopo, Bartolomeo da Messina, per commissione di Manfredi, tradusse dal greco in latino l’Etica d’Aristotile;[825] e un tedesco per nome Hermann voltò in latino, per voler dello stesso principe, le parafrasi arabiche, o compendii del medesimo e d’altri libri d’Aristotile.[826] Aggiungansi le altre versioni d’opere di matematica, di medicina, di storia naturale, d’astronomia o astrologia, dovute al patrocinio di Federigo o del figliuolo, delle quali abbiam già fatta menzione. Come poi i Giudei furono in Occidente, per tutto il medio evo, gli interpreti più assidui della dottrina araba, così Federigo favorì, insieme con le latine, le traduzioni o compilazioni ebraiche degli scritti arabi di scienza. Oltre i supposti che abbiamo riferiti poc’anzi intorno la versione della «Guida de’ Dubbiosi,» si ritrae per positive testimonianze che Giacobbe figlio di Abba Mari, medico di Marsiglia, stipendiato largamente dall’imperatore, e venuto a Napoli, compì quivi il dugentrentuno la versione ebraica dell’Almagesto, e il trentadue, quella del comento di quattro libri d’Aristotile per Averroes.[827] Similmente si ritrae che Giuda Cohen figlio di Salomone, ebreo spagnuolo, compilatore di una grande enciclopedia scientifica ch’ei dettò in arabo e tradusse in ebraico, passò in Italia del quarantasette, dopo avere risposto per ben due volte ai quesiti scientifici di Federigo:[828] onde possiamo argomentare che questi l’abbia chiamato di qua dalle Alpi, allettandolo con quella savia liberalità che usò verso ogni altro scienziato.
Quindi si è creduto che Federigo intendea l’ebraico; ed altri ha aggiunto, con maggiore verosimiglianza, il greco, poichè v’ha una versione greca delle sue costituzioni,[829] e si sa che al suo tempo questo idioma prevaleva in alcune città della Sicilia e del Napoletano. Per buoni argomenti si ritiene che Federigo seppe il provenzale e il francese;[830] nè è da mettere in forse ch’ei parlò, qual meno e qual più spedito, l’italiano, il latino, l’arabico e il tedesco.[831] Dubbio è che in latino e in provenzale,[832] certo ch’egli abbia verseggiato in italiano, al par che alcuni suoi figliuoli e cortigiani: il che non vuol dir che Federigo inventò la nostra poesia, nè che fondò, propriamente parlando, un’Arcadia in Palermo, come sognavano gli eruditi del secol passato; ma che primo, o tra i primi, egli introdusse in Italia la moda arabica e provenzale di recitare a corte, de’ versi dettati nella lingua che ciascun parlava. La quale usanza aulica, promosse la nostra letteratura assai più ch’e’ non sembri a prima vista. Federigo rese popolari le novelle rime, con le attrattive del canto e dei suoni.[833] E se ben mi appongo, suscitossi nell’animo de’ contemporanei una indefinita ma irresistibile brama di civiltà, a veder il nipote di Barbarossa, che scendea dal trono per conversare co’ dotti e mescolarsi negli esercizii delle arti liberali e ne’ sollazzi: gentile, piacevole di tratto, arguto, tollerante degli altrui detti,[834] vivace e versatile ingegno, ed a volte profondo, nudrito e non soffocato dalla erudizione, splendido ed elegante negli arredi e negli edifizii ch’ei fece costruire.[835] Con la potenza, la ricchezza e l’alto animo, egli cooperò quanto niun altro uomo del medio evo, a’ progredimenti dell’intelletto umano in Europa.
Noi non abbiamo qui a giudicar Federigo statista, nè legislatore; non abbiamo a biasimar, nè a scusare i vizii che lo macchiarono, l’avarizia, la crudeltà, la dissolutezza, la perfidia: vizii di tutti i tempi e maggiori assai nel medio evo che in oggi. A considerar la sola tempra dello intelletto, Federigo ci sembra uom del secolo decimottavo, venuto su nei principii del decimoterzo, come quelle piante che per singolar caso di natura o per arte dell’uomo, fioriscono fuor di clima e di stagione. Così fatti fenomeni morali, la Storia non arriva a spiegare pienamente, poichè la più parte delle cause si sottraggono alla critica: può nulladimeno, investigare le condizioni di cose che abbiano favorito lo sviluppo d’un buon germe. Or l’intelletto di Federigo prese forma e vigore tra due serie di fatti non ordinarii, alle quali noi abbiamo accennato; cioè il turbine politico che l’aggirò fin dai suoi primi anni e l’ambiente di civiltà nel quale ei fu educato. Il nostro subietto ne conduce a ricapitolare quanto su quest’ultimo punto si è detto da altri e da noi stessi.
All’entrar del secolo decimoterzo, la civiltà musulmana, con le sue parti buone e triste, s’era infiltrata un poco in tutta Europa, molto nella terraferma italiana e moltissimo in Sicilia; dove, oltre i frequenti commerci con le rive meridionali del Mediterraneo, rimaneano avanzi degli ordini e delle schiatte musulmane. Tra gli avanzi di quelle schiatte, ci sono occorsi nella infanzia di Federigo de’ famigliari della corte di Palermo e n’abbiamo visti nel suo seguito a Gerusalemme e per tutta Italia, in pace, in viaggio, in guerra; maestri o collaboratori di studio, essi e i Giudei e i Musulmani avventizii d’altri paesi, cortigiani, ufiziali, ministri di passatempi onesti, o di lusso e talvolta di non lodevol costume. Giovanni detto il Moro, celebre per misfatti nei regni di Corrado e di Manfredi, nato d’una schiava di corte, segretario dell’imperatore, tesorier generale del reame, quel desso ch’ebbe feudi da Innocenzo IV e volle tradire Manfredi a Lucera, Giovanni somiglia, così d’origine come di vita e di costumi, ad un liberto di reggia musulmana di Spagna, Affrica o Egitto.[836]
La corte sveva d’Italia parve musulmana a tutti i buoni Cristiani dell’Occidente, secondo l’attestato di Carlo di Angiò, che appellava Manfredi il Sultano di Lucera. Avendo largamente discorso in questo capitolo e nei precedenti del patrimonio intellettuale che Federigo prese da’ Musulmani, accenneremo qui ai costumi e alle usanze passate per la medesima via. Gregorio IX denunziò all’orbe cattolico l’imperatore che in Acri avea fatte venir ballerine per offrire spettacolo o peggio, a’ suoi ospiti Saraceni:[837] e si ritrae da testimonianze autorevoli che anco in Europa ei si sollazzava con le pantomime, i giochi di equilibrio, i suoni e i canti di quelle saltatrici.[838] Innocenzo IV, accagionandolo ingiustamente per le relazioni politiche col Cairo, gli rinfacciava di tenere paggi saraceni e di far custodire la sua moglie da eunuchi.[839] E ch’egli s’era acconcio un serraglio a Lucera e n’aveva un altro da campo nelle guerre d’Italia, lo provano documenti e scrittori contemporanei.[840] Così i vizii avean preso a corte di Federigo le sembianze musulmane; non ch’e’ mancassero o fossero men laidi nelle reggie cristiane del medio evo. Musulmano anco il lusso. Parrebbe che Federigo volesse imitar qualche sultano Gaznevida dell’India, quand’egli all’assedio di Pontevico (1237) fece menare da Saraceni un elefante, che portava sul dosso una torricciuola con le bandiere imperiali.[841] Parrebbe ch’egli avesse voluto recare in Europa le apparenze tutte dell’Oriente, quando si legge il rescritto, col quale comandava a’ suoi ufiziali in Palermo di trascegliere subito nella famiglia della corte alquanti schiavi negri in su i venti anni, e comperarli al bisogno, i quali apprendessero a suonare, chi la tromba e chi la trombetta, e fossero subito mandati allo imperatore.[842] E sia caso, o che i più be’ paramenti della corte uscissero ancora dal tirâz di Palermo, si è perfin vista una iscrizione arabica, trapunta in oro, su i paramani della tunica nella quale fu composto nell’avello il grande imperatore del secolo decimoterzo.[843]
CAPITOLO XI.
Mentre le scienze fisiche e filosofiche manteneansi in onore appo i soggiogati Musulmani di Sicilia, e la poesia arabica suonava gradita nella reggia cristiana di Palermo, gli studii religiosi e legali decaddero e con essi la filologia. Nè dovea succedere altrimenti, quando si dileguavano a mano a mano gli uomini eletti per educazione e virtù, lasciando nell’isola que’ delle infime classi e gli ufiziali e servitori di corte. L’emigrazione de’ migliori, attestata negli annali arabici dell’undecimo secolo, taciuta in que’ del duodecimo che dimenticavano già la Sicilia, comparisce ormai dalle biografie.