Secondo l’ordine posto ne’ libri precedenti, farem di principiare la rassegna con le scienze coraniche. Delle quali troviam solo cultore un letterato, diremmo quasi, enciclopedico, rinomato appo i Musulmani infino ad oggi. In luogo di scompartire i ragguagli per tutto il capitolo, ritornando a questo valentuomo in ciascuna delle classi cui vanno ascritte le svariate opere sue, discorrerem di tutte insieme; e daremo per primo la biografia, che si ritrae da ’Imâd-ed-dîn d’Ispahan, contemporaneo; da Ibn-Khallikân, scrittore del secolo decimoterzo e da quattro eruditi compilatori del decimoquarto e decimoquinto.[844]
L’autore, per nome proprio Mohammed, per patronimico ibn-abi-Mohammed-ibn-Mohammed-ibn-Zafer, ebbe il nome familiare d’Abu-Hascim,[845] i titoli onorifici di Hogget-ed-dîn e Borhân-el-islâm (Dimostrazione della fede e argomento dell’islamismo) e gli veggiam dati i nomi etnici di Sikilli e Mekki, or l’uno, or l’altro, ed or entrambi; il quale raddoppiamento accade spesso appo i Musulmani, com’altrove abbiam detto.[846]
Ibn-Khallikân afferma a drittura ch’ei nacque in Sicilia e fu educato alla Mecca; il che ripete Abulfeda; e il Makrizi dice di più che il nostro autore, oriundo della Mecca, fu educato in Maghreb e stanziò in Hama, dopo breve fermata in Egitto. Da un’altra mano ’Imâd-ed-dîn, che lo conobbe di persona ad Hama, lo novera tra i poeti dell’Arabia propria; lo dice meccano “d’origine”, maghrebino di educazione, vissuto in Siria: e notisi che la voce asl, usata da questo scrittore, risponde appunto alla nostra “origine,” e si adopera più propriamente per designare la patria del padre. All’incontro il Fasi, che compilò nel decimoquinto secolo gli annali della Mecca sua patria, lo fa oriundo del Maghreb, ma nato e cresciuto nella santa città. Egli cita il Katifi, annalista di Bagdad; il quale alla sua volta allega un discepolo d’Ibn-Zafer, che avea sentito dalla propria bocca di lui, esser nato alla Mecca, di scia’bân quattrocennovantasette (maggio 1104): e il discepolo aggiugnea che una volta ch’ei giunse ad Hama di rebi primo del cinquecensessantasette (novembre 1171), domandando d’Ibn-Zafer, seppe esser morto pochi dì innanzi. Secondo la raccolta di biografie dei dottori Malekiti, dalla quale cavò notizie un cronista d’Egitto citato dallo stesso Fasi, Ibn-Zafer partì fanciullo dalla Mecca; studiò con varii dottori in Alessandria, Affrica e Spagna; tenne conferenze pubbliche nelle moschee; dal Maghreb poi passò in Sicilia; andò a Damasco e stanziò alfine in Hama. I quali dati non accordandosi tra loro e molto meno con quei d’Ibn-Khallikân, il Fasi se ne cava fuori con la formola di critica musulmana, che il vero lo sa Iddio. Il Soiuti par abbia avuti alle mani questi ed altri ricordi. Ei nota la nascita alla Mecca, l’andata in Egitto; poi fa vivere Ibn-Zafer lunga pezza in Affrica e soggiornare per l’appunto in Mehdia quando la fu presa da’ Cristiani (1148); indi lo fa vagare in Sicilia, Egitto, Aleppo e gli fa scrivere la più parte delle opere in Hama. Infine la nota anonima di un antico codice del Solwân, dice l’autore nato in Sicilia e rimasovi nella prima gioventù.[847]
Io non vo’ sciorre la quistione con la sola autorità degli scrittori, la quale pende pur da un lato: poichè, se Imâd-ed-dîn è dubbio, sta per la Sicilia il gran biografo de’ Musulmani, con Abulfeda signore di Hama dove Ibn-Zafer fu sepolto e lasciò più ricordi che altrove, e con Makrizi, sì avveduto e diligente; e al contrario sta per la Mecca un contemporaneo citato dal Katifi e notato di contraddizione in alcuni particolari;[848] il Fasi alquanto incerto e il Soiuti, fecondissimo tra tutti gli scrittori del mondo, e però frettoloso, oltrechè egli die’ queste notizie in un’opera giovanile e senza citazioni.
Considerata dunque la incertezza dell’uno e le due opposte sentenze degli altri, occorre il sospetto che sien corsi falsi o equivoci ragguagli fin dal tempo dell’autore stesso. Nè mancherebbe il perchè. Il nome siciliano dovea suonar male in Siria nella seconda metà del duodecimo secolo, quando ardea quivi tanto fanatismo religioso, e Ibn-Zafer ritornava in quel paese con animo di rimanervi: onde non sarebbe inverosimile che l’autore medesimo, o gli amici, anzi che ripetere il nome della Sicilia, avessero vantata ed allargata nel significato l’origine meccana. Se tuttavia rimase ad Ibn-Zafer l’appellazione etnica di Siciliano, è da supporre ch’ei non se la potè levare d’addosso, sia ch’egli fosse nato propriamente in Sicilia, o che vi fosse stato educato.
Parmi inoltre che l’errore potè sorgere o confermarsi per date mal appurate; le date io dico che talvolta pongonsi nei codici musulmani per affermare che tal testo fu, in tal mese ed anno e in tal paese, consegnato dall’autore al rawi, ossia ripetitore, con licenza di leggerlo altrui e darne copie. Occorre anco nelle notizie biografiche dei dotti, e specialmente de’ tradizionisti, che segnisi la data in cui il tale «ascoltò» da un tal altro, come chiamano tecnicamente il prendere lezioni della tradizione profetica. All’una o all’altra sorgente mi sembra ch’abbia attinto il Soiuti. Ma documenti analoghi ci abilitano a correggere alcuni errori suoi ed a provare un fatto, ignoto finora a tutti i biografi, cioè che Ibn-Zafer dimorò in Siria ben due volte in tempi diversi; il qual fatto rende poco verosimile il racconto di chi dice quel dotto andato nella sua fanciullezza in Maghreb e ritornato in Levante dopo il breve soggiorno di Sicilia. Cotesto itinerario par fondato sul supposto che Ibn-Zafer abbia dato in Sicilia la prima, anzichè la seconda edizione del Solwân: ma si prova appunto il contrario.
Il primo documento del soggiorno in Siria si trova nel Kheir-el-biscer, dedicato da Ibn-Zafer a un Sefi-ed-dîn-Ahmed-ibn-Kornâs, direttore, com’io credo, di qualche medresa, o vogliam dir liceo, in Aleppo o in Hama.[849] L’autore, fraseggiando nella prefazione, racconta come partito da’ “remoti paesi occidentali” per cercare asilo nel possente reame di Norandino, quel che abbatte con la sua grandezza gli animi di tutti i re di Levante e di Ponente e copre i suoi nemici con la polvere della distruzione, ec. «il destino l’avea balestrato ne’ precipizii, l’avea ricolmo di affanni e gli avea fatto vedere in pien meriggio la stella Soha;»[850] se non che Iddio gli mandò nel maggior uopo questo suo fratello ed amico, Sefi-ed-dîn, al quale, volendo mostrare gratitudine e rimeritarlo con la celebrità, gli presentava quel libro. Qui possiam segnare la data: poco più o poco meno il millecenquarantotto; poichè Nur-ed-dîn-ibn-Zengui si impadronì d’Aleppo alla morte del padre (1146), ed entro pochi anni allargò il dominio e la fama; mentre Mehdia cadea nelle mani di re Ruggiero.
Ci occorre, non guari dopo, quella che abbiam chiamata, a modo nostro, la prima edizione del Solwân, in fondo della quale l’autore pone il catalogo de’ libri compilati da lui, che incomincia così:[851] “Or ch’esce quest’opera dal mio scrittoio e passa nelle mani de’ rawi (ripetitori), sendo questo l’ultimo de’ miei libri, miei per tesnif (composizione) e talîf (dettato), nei quali mi sono studiato a dilettare i lettori con l’eleganza e ad ammonirli co’ precetti, ragion vuole ch’io conchiuda il volume, notandovi i titoli e gli argomenti di que’ miei lavori, quantunque i ribaldi abbiano fatta rapina di molti tra’ volumi così intitolati.” E seguono diciannove trattati, tra i quali si legge il Kheir-el-biscer, ond’è manifesto che era stato già scritto; ed all’incontro mancano, le tre opere dedicate ad Abu-l-Kasim in Sicilia, dond’è certo al pari che non erano state composte e che perciò la prima edizione del Solwân non è quella che porta il nome del nobile siciliano. Comparisce in capo del catalogo il Janbû’, gran comento del Corano, il quale l’autore avverte avere scritto per la seconda volta, sendogli stata rubata la copia: onde par che egli alluda con questo e col cenno precedente, al fatto narrato dal Soiuti, cioè che gli Sciiti d’Aleppo, dando addosso un giorno ai Sunniti, saccheggiarono la medresa ortodossa d’Ibn-Abi-’Asrûn e quivi rapiron tutti i libri d’Ibn-Zafer.[852]
Cotesta edizione del Solwân è preceduta da tale dedica che allude, senza dubbio, ad un fatto politico nel quale l’autore trovossi avvolto. Un re suo benefattore ed amico intimo e palese, dice egli senza dare il nome, principe savio, illustre, ed amante della scienza, viveasi in grandi angosce, minacciato e stretto da un ribelle, il quale avea a volta a volta assaliti e sedotti i suoi sudditi; e, arrivato a guadagnare tutti gli ottimati, stava già per cacciarlo dal trono. Bramando conforto a’ suoi mali, il tradito principe avea chiesto all’autore (oh beati tempi!) un libro di filosofia e d’erudizione, che fosse composto ad imitazione delle favole di Kalila e Dimna; e Ibn-Zafer, non sapendogli ricusar nulla, gli offria cotesto libro, scritto a bella posta per lui.[853] E veramente nel Solwân, gli squarci del Corano, le tradizioni, i fatti storici, le novelle, gli apologhi, ogni pagina, ogni linea, accenna a que’ termini estremi d’un principato, e tende a consolar il signore che precipiti giù dal trono. Di certo non son rari cotesti casi nelle storie musulmane del duodecimo secolo; pur nessun principe cadente somiglia tanto a quello d’Ibn-Zafer, quanto Mogir-ed-dîn, che tenea Damasco alla morte di Zengui. I costui figli incontanente si messero attorno a Mogir-ed-dîn, sotto specie di aiutarlo contro i Crociati; e Norandino entro pochi anni il finì. Gli s’infinse amicissimo; gli imbeccò tante trame da fargli spegnere ad uno ad uno tutti que’ capitani che non potè indettare per sè medesimo. E quando Mogir-ed-dîn si trovò senz’armi nè amici, il conquistatore appresentossi sotto Damasco; guadagnò il tratto ai Crociati, chiamati in aiuto: e i traditori gli aprirono le porte; il tradito venne a’ patti e, ingannato anche in questi, andò a finir la vita in un collegio fondato a Bagdad. Entrava Norandino in Damasco di sefer del cinquecenquarantanove (maggio 1154).[854] Cotesta data sta bene con le altre due che abbiam certe delle vicende d’Ibn-Zafer, cioè la dedica del Keir-el-biscer verso il millecenquarantotto e quella della seconda edizione del Solwân, nel cinquantanove. Ognun poi vede come, supponendo che il re innominato fosse Mogir-ed-dîn, l’amico e generoso scrittore non potea rimaner in Siria dopo l’occupazione di Damasco. Chi ha pratica delle biografie de’ letterati musulmani del medio-evo e conosce lor vivere irrequieto e vagabondo, la vanità e il bisogno che li spingeano da una corte all’altra, non ripugnerà a supporre che il gran monarca del Keir-el-biscer fosse divenuto entro cinque o sei anni il ribelle del Solwân.
Ma del cinquecencinquantaquattro (1159) il Solwân si volta al nome dello splendido kâid siciliano Abu-l-Kasim, preceduto da tre compilazioni che hanno per titoli: Asâlib-el-Ghaiat, El-Mosanni, e Dorer-el-Ghorer e accompagnato da caldi attestati di gratitudine, i quali compongono un’altra prefazione, messa in vece di quella che alludea già ai casi del re innominato.[855] Breve tempo dimorò poi Ibn-Zafer in Sicilia: allontanatosi forse nella sedizione de’ Cristiani di Palermo contro il re Guglielmo I e contro i Musulmani. Ei ricomparisce ad Hama, stentando la vita al dire d’Ibn-Khallikân, con una piccola provvisione che gli procacciarono, di professore, credo io, in qualche medresa. In Hama ei divulga, tra le altre opere, il Solwân della seconda edizione e il Kheir-el-biscer, mutilato della dedica a Sefi-ed-dîn. E veramente la copia del Solwân stampata non è guari a Tunis (1862), è tolta da un testo che l’autore stesso avea comunicato al ripetitore in Hama, del mese di regeb del sessantacinque (aprile 1170);[856] il qual testo, al par del maggior numero de’ codici che abbiamo in Europa, confronta con quello dedicato ad Abu-l-Kasim. E ciò prova che l’autore avea messo da parte l’altro del re innominato. La prima edizione corse per pochi anni, come si argomenta dal picciol numero delle copie che ne rimangono, in confronto delle molte della seconda edizione.[857] Nè altrimenti dovea succedere nel supposto che il nemico di quel re troppo buono fosse stato il gran Norandino; perocchè splendendo sempre più in Levante la gloria militare e la virtù religiosa del conquistatore, i Musulmani non avrebbero sopportata una voce che ricordasse le sue perfidie, nè l’autore stesso avrebbe affrontato il pericolo di uscir nuovamente dalla Siria.