Comunque sia, l’indigenza accompagnò Ibn-Zafer fino alla tomba, e poco prima l’avea sforzato a maritar la figliuola ad uom di condizione inferiore alla propria, ch’è peccato in legge musulmana. Il genero, per giunta, portò via la giovane e la vendè schiava in altro paese. Morì Ibn-Zafer in Hama, come abbiam detto: ei fu piccino e mal complesso della persona; ma bello in volto,[858] generoso d’animo, pio, onesto, lodato per chiaro ingegno, vasta erudizione e delicato gusto letterario. Donde possiam pensare che quest’ultimo scrittore della Sicilia musulmana avrebbe lasciate opere più grandi, se la povertà non l’avesse obbligato a filarne una trentina.

A capo delle quali ei pose nel citato catalogo il Janbû’, ec. (Sorgente d’eterna felicità nell’esegesi del Savio Ricordo) dettato due volte, come s’è detto, con lo stesso titolo[859] e chiamato anche il Gran comento letterale del Corano.[860] Abbiamo in Europa, per quanto io sappia, un solo volume del Janbû’, che torna forse ad una ottava parte dell’opera e che ne dà bel saggio, s’io giudico dirittamente.[861] Va noverato anco tra gli studii coranici il Fewâid-el-Wahi, ec. (Brevi ed utili cenni su le gemme della miracolosa Rivelazione) che racchiude la definizione de’ nomi dati alla divinità nel Corano; de’ quali alcuni differiscono di forma e di significato, come Kerîm e ’Azîm; altri, al contrario, derivano da unica radice, come Rahmân e Rahîm, ovvero possono usarsi indistintamente come Khabîr e ’Alîm.[862] Nella medesima classe è da porre l’Asâlib-el-Ghaiât, ec. (Vie che portano a spiegar bene un versetto) ch’è appunto l’ottavo della sura quinta e risguarda le abluzioni;[863] l’Iksir-Kimia-et-tefsîr (Elixir della chimica dell’esegesi);[864] il Kitâb-el-Borhaniat, ec. (Libro degli Argomenti che conducono alla spiegazione de’ nomi di Dio).[865] Non si cita d’Ibn-Zafer alcun trattato di tradizione musulmana propriamente detta. Pur non è dubbio ch’egli abbia studiata quella prima sorgente delle scienze dell’islam, poichè i biografi fanno menzione della sua presenza nelle scuole di tradizione,[866] e d’altronde lo provan le opere sue, come innanzi diremo.

Delle due opere giuridiche notate nel catalogo autentico, noi sappiam poco più che i titoli: e sembrano l’una e l’altra compendii. S’addimanda una il Mosanni (La Manoduzione), trattato di scuola malekita, nel quale avverte l’autore ogni tesi essere seguìta dalla sua dimostrazione: e parmi questo il medesimo libro che l’autore dedicò ad Abul-Kasim in Sicilia, allungando un po’ il titolo: “Manoduzione per chi vuole imbeversi della Ma’ona e dell’Iscraf“, delle quali l’una è compilazione classica di dritto malekita, e l’altra pare opera di confronto tra le dottrine delle varie scuole ortodosse.[867] Il secondo lavoro giuridico d’Ibn-Zafer è poemetto didascalico sul partaggio delle eredità e su i diritti di clientela.[868] Non presto fede alla notizia, al medesimo tempo riferita e messa in forse dal Fasi, che Ibn-Za-fer avesse date lezioni di dritto sciafeita;[869] sembrandomi che s’egli studiò quella scienza, non l’approfondì tanto da poter insegnare in altra scuola che la malekita. L’errore nacque forse da somiglianza di nome, e questa sarebbe per avventura una delle cagioni che han resa dubbia la patria del letterato siciliano e fatta notare da alcuni nel cinquecensessantacinque la sua morte, che seguì per vero due anni appresso.

Da’ titoli delle opere di teologia, chè que’ soli abbiamo e qualche cenno nel catalogo autentico, sembra che Ibn-Zafer siasi gittato nelle contese degli scolastici musulmani dell’età sua. Messo da canto il Teskhir (La Connessione) del quale non sappiamo altro che la classe,[870] ci occorre il Mo’adat (I luoghi sacri), libro ortodosso, scrive l’autore medesimo, pien di salutari avvertimenti ed atto a chiarire ogni dubbio.[871] Segue il Mo’atibat-el-Giari, ec. (Riprensione all’audace che condanna l’innocente), il quale trattava, se dobbiam credere al Makrizi, delle dottrine teologiche di Abu-Hanifa e di El-’Asciari; onde par che l’autore abbia assunta la difesa del primo contro il secondo.[872] Svela ira più acerba il titolo del Kescf-el-Kescf (Smascheramento dello Smascheramento), confutazione d’un’opera ch’era uscita col titolo di Kescf, contro la famosa “Risurrezione delle scienze teologiche” per Ghazali.[873] Abbiamo infine con un titolo che parla dassè, il Gennet fi ittikâd-ahl-es-sunneh (Il Paradiso nella Ortodossia de’ Sunniti).[874]

Ma più che a combattere ne’ deserti della scolastica, s’adattava il delicato intelletto d’Ibn-Zafer alla filosofia morale. Si leggono nel catalogo i titoli di quattro opere, con l’avvertenza che fossero parenetiche, cioè: El-Khowads-el-wakiat, ec. (Gli elmetti sicuri e gli amuleti degli incantesimi);[875] Riâdh-ed-dsikra (I Giardini dell’Ammonizione);[876] En-nesâih (I buoni consigli);[877] Mâlek-el-idskâr, ec. (L’angelo che ricorda le vie delle Riflessioni).[878] Delle quali opere nè conosciamo codici, nè troviamo ragguagli; pur la tendenza morale si può argomentare con sicurezza dalle opere istoriche e dalle pseudo-istoriche del medesimo autore.

Delle prime ci rimane il Kheir-el-biscer, ec. (I migliori annunzii sul miglior dei mortali) dianzi citato, nel quale si discorrono le predizioni ch’ebbe il mondo dell’apostolato di Maometto.[879] Il trattato si divide in quattro capitoli, secondo la diversa origine de’ vaticinii; cioè a dire, que’ contenuti nei libri sacri degli Ebrei e de’ Cristiani e quelli usciti di bocca dei dottori, dei Kahin (arioli arabi) e dei ginn (genii o demoni). Nei primi due capitoli l’autore cita ad ogni passo il Pentateuco, i Salmi, il libro d’Ezechiele e i Vangeli, con le diverse opinioni degli espositori; talvolta ei confronta col testo la versione siriaca del Vecchio Testamento; esamina con erudizione il cammino percorso dai libri che compongono il Nuovo, e sostiene pertinacemente il paradosso musulmano che il Paracleto della Scrittura simboleggi Maometto. Parmi che cotesti due primi capitoli possan giovare in qualche modo alla storia degli studii biblici. Nel terzo e nel quarto si possono spigolare, per quel che valgano, degli aneddoti di storia preislamitica, e v’ha sempre da raccogliere note filologiche tra le sentenze sibilline conservate bene o male dalla tradizione. La fama che ha goduta e gode questo libro in Oriente, è provata dai molti codici che ne avanzano, dalle citazioni che ne fanno gli scrittori,[880] e dalla recente edizione del Cairo.[881] Sembra compendio del Kheir-el-biscer lo ’Alâm-en-nobowah (Segni della Missione profetica) che manca nel catalogo autentico, e dee perciò riferirsi agli ultimi anni dell’autore.[882]

Si allarga alquanto il campo storico nell’Anbâ-nogiabâ-el-ebnâ (Notizie dei giovanetti illustri),[883] al quale non manca il suo compendio, chiamato Dorer-el-Ghorer (Le perle frontali).[884] Caso raro nella letteratura arabica, il titolo del primo di cotesti libri espone chiaramente il subietto. Dividonsi quelle biografie in cinque capitoli, ciascun de’ quali ha intitolazione particolare e il primo, detto “La gemma solitaria ed unica,” racchiude gli aneddoti di Maometto fanciullo. I tre seguenti trattano dell’infanzia di tre generazioni diverse di Musulmani; il quinto de’ fanciulli celebri degli antichi Arabi e de’ Persiani. È libro di adâb, come si chiama l’erudizione miscellanea; e contiene esempii di bella memoria, sagacità precoce, predestinazione alla grandezza religiosa o mondana. Cotesto libro, al paro che il Kheir-el-biscer, potrà giovare tuttavia a’ lessicografi ed a’ ricercatori della storia orientale del medio evo.

Com’ogni altro letterato arabo, scrisse Ibn-Zafer di grammatica. Leggiamo nel suo catalogo un El-Kawâ’id wal-biân, ec. (Le basi e la spiegazione della grammatica): ma egli stesso lo chiama compendio.[885] E’ sembra invero che Ibn-Zafer poco siasi curato della scienza grammaticale, ancorch’egli dicerto non l’abbia trasgredita nello scrivere, perocchè le sue opere pervenute infino a noi scarseggiano di note grammaticali, quanto abbondano delle lessicografiche. I biografi poi ci hanno tramandato un pettegolezzo che attesterebbe i rimorsi d’Ibn-Zafer; cioè, che trovandosi ad Hama in una tornata accademica con Tag-ed-dîn-el Kendi, questi gli propose una difficoltà grammaticale e poi un dubbio filologico: ai quali Ibn-Zafer rispose e in sul fine della tornata sclamò: “Il dottore Tag-ed-dîn è più valente di me in grammatica, ma io lo vinco in filologia.” — “Oibò, rispose il pedante, conceduta la prima tesi; controversa la seconda.”[886]

Lasciato da canto El Gewd-el-wasib (La pioggia continua),[887] al quale non sapremmo assegnar classe e il Kitab-el-isciarât, ec. (Cenni su la scienza dell’interpretazione) che par tratti d’oneirocritica,[888] entriamo nella filologia, che dopo la filosofia morale, fu in vero la disciplina prediletta del nostro autore. Come già dicemmo,[889] spirava allora nella letteratura arabica il secento e lucea, stella polare de’ filologi, l’arguto e vivacissimo Harîri. Ibn-Zafer lo comentò, sforzato dal genio de’ tempi; ma lo combattè anco. Nel Sefr (Il sentiero) ei dichiarò le voci insolite e rare e i proverbii che occorrono nelle Mekamet o “Tornate” di Harîri, come suona in italiano;[890] la stessa cosa par abbia fatto, su per giù, nel Nakîb, ec. (Lo scrutatore delle espressioni peregrine delle Tornate) e non sappiamo se il comento di Harîri, attribuito a Ibn-Zafer, sia copia di quelle due opere messe insieme, ovvero nuova compilazione.[891] Con l’Awhâm-el-Ghawwâs, ec. (Errori del Marangone che taccia d’errore i Sommi) ei rifà il verso all’Harîri, il quale nella Dorret-el-Ghawwâs, ossia “Perla del Marangone,” avea sindacati i più celebri scrittori.[892] Fuor dall’agone della critica, ci occorre il Mulah-el-loghat (Sali di filologia), glossario alfabetico de’ vocaboli suscettivi di parecchi significati;[893] l’Isctirak-el-loghewi, ec. (Consorzio filologico e genesi de’ significati)[894] e il Nogiob-el-amthâl (Proverbii eletti).[895]

Assai brevemente dirò del Solwân, ch’è pur il capo lavoro d’Ibn-Zafer ed ha mantenuta per sette secoli, e manterrà ancora per lungo tempo, la fama dell’autore presso i popoli musulmani. Venti anni or sono, io tradussi questo libro in italiano, rividi una bella versione inglese fatta su quella mia, e nella Introduzione trattai le sorgenti istoriche e letterarie alle quali l’autore avea attinto. Detti altresì tutte le notizie bibliografiche venutemi fin allora alle mani e v’aggiunsi molti, forse troppi, schiarimenti, per far comprender meglio il libro a’ lettori che non avessero studiate di proposito le cose dell’Oriente. Mi basti, dunque, di ricapitolare quella Introduzione, della quale confermo tuttociò che non correggerò espressamente.