Solwân-el-Motâ fi ’odwân-el-etbâ vuol dire “Rimedii del principe, quand’egli è nimicato da’ suoi seguaci.” Propone l’autore cinque rimedii, che danno argomento ad altrettanti capitoli: e son l’Abbandono in Dio, ossia l’affidarsi alla giustizia della causa; il Conforto, ossia non sbigottire nei pericoli; la Costanza, ossia perseverare; il Contentamento nella propria sorte; e l’Abnegazione, o piuttosto il disprezzo delle cose del mondo. Ciascun rimedio è esposto per sintesi e per analisi: da una mano i precetti del Corano, le tradizioni di Maometto, le sentenze de’ savii ed alcune massime dell’autore in prosa e in verso; dall’altra mano, squarci di storia, novelle fabbricate su fatti storici e prette favole ed apologhi. Gli argomenti storici son tolti per lo più da’ tempi classici dell’Arabia, da’ primi secoli dell’islamismo, dalla Persia sassanida e talvolta dalle agiografie cristiane dell’Oriente; le narrazioni favolose sono imitate, copiate non già, da’ modelli indiani. Troviamo testualmente una novella delle Mille ed una Notte:[896] ond’è da supporre che alcuno degli ultimi compilatori di quel dilettevolissimo libro, l’abbia tolta dal Solwân, non già il contrario. Del resto, non pochi altri squarci sembrano parafrasi o forse traduzioni di testi pehlewi, ch’è a dire, frammenti tolti dal naufragio della letteratura persiana nell’epoca de’ Sassanidi. Nelle massime morali s’alterna, come nella più parte de’ libri pervenutici dall’Oriente, la fierezza dello stoicismo e la pieghevolezza cristiana: savii sono del resto i consigli politici; ingenuo e vivace il dettato e la lingua arabica pura e scorrevole, se non che a volte s’inciampa in un pezzo di secento. Le due edizioni citate dianzi, le quali chiamerem l’una di Siria e l’altra di Sicilia, si distinguono non meno per le prefazioni diverse, che per la pulitura. Nella seconda son tolte via quelle citazioni continue, è semplificato l’intreccio; ma qualche bel racconto è soppresso e v’è passata, s’io non erro, la lima di una censura volontaria.[897]
Pregio principale del Solwân mi sembra la via nuova che l’autore tentò, nuova pei Musulmani, cioè d’inculcare massime morali con l’esempio di fatti immaginarii. Perchè pria di lui la letteratura arabica possedea sì delle versioni e delle imitazioni di favole persiane e indiane, ma non si ritrae che alcuno scrittore le abbia usate in opera di serio e grave argomento:[898] ond’è che Ibn-Zafer si sforza nella prima edizione a mostrar come i santi dell’islam non rifuggivano da arte oratoria così fatta, e nella seconda replica che legge non vieta il suo dettato, nè orecchio dee rifuggir da quello. E per vero, non ostante gli scrupoli del tetro genio semitico, parecchi orientali hanno tradotto questo libro, imitatolo o fattone parafrasi,[899] o presone squarci,[900] ed altri scrittori il citano.[901] In somma, il Solwân è stato sempre in voga appo i Musulmani, come lo provan anco le molte copie che n’abbiamo nelle biblioteche europee e la recente edizione di Tunis.
Tra i lavori d’Ibn-Zafer io non ho notate le poesie, perchè poche ne conosciamo oltre i versi intessuti nel Solwân; i quali d’altronde non differiscono dalle sue prose rimate, se non che per la misura e per la rima più rigorosa. Ciò non ha ritenuti i biografi dal chiamar belle le poesie d’Ibn-Zafer, giudicandole sopra un tipo di bellezza diverso dal nostro. Imâd-ed-dîn, ch’era penetrato infino all’osso del gusto letterario di quel secolo, dice che Ibn-Zafer, “passando in Siria gli ultimi anni della sua vita, irrigò con la eloquenza le Accademie de’ bramosi di sapere. Ei fu principe, al suo tempo, nell’esegesi del Corano e nella erudizione. Lo vidi io in Hama, che gli amatori della Scienza pendevano attoniti dal suo labbro. Lasciò eleganti composizioni e ben ordinate compilazioni: tra le altre opere il Solwân, ch’io ho percorso e trovatolo utile libro, come quello che unisce le due bellezze, delle idee e della lingua, e ti ammaestra or accennando, or esortando; il quale libro fu composto da lui in Sicilia, ec.” Arriva il biografo a dire che questo uom valentissimo sorpassò nella scienza tutti i dotti suoi contemporanei.[902] Che se non vogliamo fidarci di Imâd, ampolloso scrittore, facile a lasciarsi trasportar dalle antitesi e dalle consonanze, staremo al giudizio di Ibn-Khallikân, il quale, educato com’egli era in una scuola storica aridissima, pur novera Ibn-Zafer tra i principali eruditi e i più valenti uomini del tempo, e lo dice autore di pregevoli compilazioni.
Il doppio nome etnico non ha cagionati dispareri su la patria del tradizionista Abu-Ali-Hasan-ibn-Abd-el-Bâki, droghiere e dottore malekita, noto sotto nome d’Ibn-el-Bâgi,[903] detto Siciliano e Medinese, e morto il cinquecennovantotto (1201-2).[904] Al quale va aggiunto un Abd-el-Kerîm-ibn-Iehia-ibn-Othman, soprannominato “L’onor de’ Grammatici,” perch’ei fu maestro del precedente e discepolo di Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Mosallem, da Mazara; onde sembra anch’egli nato, o domiciliato in Sicilia.[905] Siciliano per nascita l’altro emigrato e tradizionista Abu-Zakaria-Jehia-ibn-Abd-er-Rahman-ibn Abd-el-Mo’nim, oriundo di Fez, discendente della tribù araba di Kais; il quale chiamossi anco Dimiski e Isfahani, dalle due città ov’ebbe soggiorno, e nella seconda delle quali morì, il secentotto (1211-12). Sappiamo ch’ei vagò per molti paesi, che seguì la scuola sciafeita, lasciando, com’e’ pare, la malekita, perchè non prevaleva in quelle regioni di levante. Si conosce di lui l’Er-raudat-el-anîkah (Il dilettoso giardino), che sembra raccolta di tradizioni; ma egli non passava per fedel raccontatore.[906] Visse nel medesimo tempo e fu maestro di tradizione, il giurista Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Abi-l-Kasim, siciliano, della tribù di Koreisc.[907] Il cieco Abu-Abd-Allah Mohammed-ibn-Abi-Bekr-ibn-Abd-er-Rezzâk, soprannominato Scerf-ed-dîn (Gloria della religione), par sia uscito di Sicilia con le ultime famiglie ch’emigravano; leggendosi ch’ei nacque il secenventuno (1224), che studiò e insegnò in Egitto e morì al Cairo. Uomo di molta dottrina, carità e religione, venuto in fama di santo che portasse benedizione altrui con le preghiere, ei professò tradizioni e lettura del Corano.[908] Parmi che Mohammed-ibn-Mekki-ibn-Abi-d-dsikr abbia preso il nome di Siciliano dal villaggio presso Damasco che si addomandava Le Siciliane; poichè lo dicono nato in Damasco, di regeb secenquattordici (ottobre 1217): il quale fu noto come lettor del Corano e tradizionista, ancorchè addetto al mestier di ricamatore a Damasco e poi nell’opificio del tirâz al Cairo, dove morì il secennovantanove (gennaio 1300).[909] Furon poi detti entrambi Ibn-es-Sikilli, come egli è probabile dalla nazione dei padri loro rifuggiti in Egitto, due giureconsulti egiziani di scuola sciafeita; il primo de’ quali, Mohammed-ibn-abî-l-Fadhl, della tribù di Rebî’a, soprannominato Scerf-ed-dîn (Gloria della religione), nacque in Misr il secentotto (1211), fu magistrato di polizia urbana e morì il secennovantadue (1293);[910] l’altro, Mohammed-ibn-Mohammed-ibn-Mohammed, soprannominato Fakhr-ed-dîn (Vanto della religione), scrisse un trattato giuridico, fu cadi di Damiata, indi magistrato al Cairo e morì il settecenventisette (1327).[911]
Ritornando ai Siciliani propriamente detti e alla classe della filologia nella quale ci è occorso il ramingo Ibn-Zafer, troviam ora un Abu-l-Hasan-Ali-ibn-Ibrahîm-ibn-Ali, chiamato Ibn-el-Mo’allim (Il figliuol del maestro di scuola), che al dire di Dsehebi segnalossi molto in grammatica e in lessicografia, ebbe scrittura bellissima, studiò la medicina, interpretò i sogni, e morì il cinquecentrentadue (1137-38). Mettendolo il Dsehebi, l’ho messo anche io:[912] e più alacremente prendo a dir degli scrittori in prosa e in verso.
Giova qui ripetere che le notizie e gli squarci sui quali abbiamo a giudicare, derivano la più parte dall’antologia d’Imâd-ed-dîn; il quale trascelse secondo il gusto e l’intento suo, e non secondo il nostro. Indi è che tra le opere degli Arabi siciliani di quest’ultimo periodo, ei ci dà tre soli esempii di poesie che, in significato assai largo, chiameremo popolari. I due primi son versi da cantare, dettati da un buon letterato e poeta, senza tanto artifizio, ma senza scostarsi da’ metri soliti: onde ne tratteremo in appresso. L’altro esempio muove la sete e ne lascia a bocca arsa. Sono stanze, proprio stanze, con versi brevi e rime intrecciate: ond’io penso che scopriremmo per avventura più intimi legami tra queste e le prime poesie italiane della Sicilia, se il secentista pedante che fè la raccolta, ci avesse serbato qualche altro componimento di tal fatta. Ma di certo gli parve strano e barbarico il metro, del quale ei perfino ignorava il nome o sdegnò di ripeterlo, poichè ci trascrive i versi con la intitolazione “Di que’ che si recitano con cinque misure.”[913]
Gli scrittori arabi di Ponente ci ragguagliano dell’origine e progresso di cotesto novello uso di verseggiare, il quale non differiva nel metro soltanto della genuina poesia arabica. I componimenti furon chiamati propriamente Mowascehât, o Azgiâl. De’ quai vocaboli il primo è plurale dell’aggettivo femminino mowascehah, che vuol dire “ornata di wisciâh,” sorta di bustino di pelle, trapunto a fili alterni di perle e d’altre gioie. Forse chi primo usò tal nome, volle paragonar la nuova canzone ad una cantatrice abbigliata per andare a corte, o volle accennare alla gaiezza delle rime, avvicendate come que’ fili paralelli che si incrocicchiavano sotto il petto, nelle due punte del wisciâh. E veramente in linguaggio tecnico appellano simt, ossia filo, il verso la cui rima rilega tutte le stanze, e ghosn, ossia ramo, i versi di ciascuna. La voce zegel, al plurale azgiâl, rende l’idea di suono ripetuto, significando nella lingua classica: grido, chiasso, gorgheggio ed anco susurro come di venticello.
Le mowascehe s’intesero dapprima a corte di Cordova, allo scorcio del nono secolo; furon molto in voga in Affrica e Spagna dall’undecimo in giù; e quella moda occidentale trovò favore anco in Egitto e in Siria e dura finoggi.[914] Sia fioritura d’un germe che s’ascondea nella stessa poesia nazionale degli Arabi,[915] sia novità tolta in prestito dalla Persia, sia pure imitazione delle strofe e rime di bassa latinità che correano per avventura nel clero e nel popolo di Spagna al tempo del conquisto, la mowasceha alleggerì ogni maniera di peso della poesia classica: i versi lunghi, divisi per emistichii; l’unica rima de’ componimenti maggiori; i vocaboli insoliti o vieti messi lì per forza della rima o lusso di lingua; e nelle kaside, la macchina della bella che ha mutato il campo, dell’amante che visita le vestigie di quello e simili cose.
I versi brevi, scompartiti a stanze, costruiti più spesso con gli accenti a modo nostro che con le regole della prosodia arabica,[916] rimano con leggi svariate, or alternati come nelle nostre terzine, ora con rima intermittente come nelle canzoni e in molti altri antichi metri nostri; e così anche si tramezzano versi di varie misure, per esempio di quattro o cinque sillabe, con que’ d’otto o dieci. Secondo Ibn-Khaldûn, i zegel non si distingueano altrimenti da quell’altro metro, che per la lingua, volgare del tutto:[917] ma par che vi si usassero stanze più piccole e versi più corti; ed a ciò menava di certo la soppressione delle vocali finali nella più parte de’ vocaboli, ch’è proprio dell’arabo volgare; e l’uso di accompagnare i versi col canto e talvolta col ballo.[918] E però gli eruditi han chiamate le mowascehe, odi o canzoni e i zegel, ballate e sonetti; la quale ultima denominazione parrebbe più propria se si riferisse all’antico sonetto nostro.[919] Del resto richieggonsi altri studii pria di ammettere la parentela, che comparirebbe a primo aspetto dalla somiglianza di qualche metro e di qualche denominazione. Se pur si trovassero compagne le fogge del vestito, le muse neo-arabiche avranno sempre altro temperamento e altra indole che le neo-latine. Le prime, soprattutto quand’esse abbandonansi nei zegel, si allontanan sì dall’Arcadia del deserto, ma non s’avvicinano per questo alla scuola de’ Trovatori di qua nè di là dalle Alpi; e più spesso, ne’ loro nuovi metri, le immagini, il colorito, le transizioni, l’adulazione, il biasimo, i vanti, i monotoni piagnistei dell’amore, son gittati sulla forma arabica, quella, già s’intende, dei tempi di decadenza.
L’unica poesia di tal fatta, riferita a Siciliani nella Kharîda, è opera del segretario Abu-l-Hasan-Ali-ibn-Abd-er-Rahmân-ibn-abi-l-Biscir, es-Sikilli, el-Ansari, cioè siciliano di stirpe medinese, messo in primo luogo nel capitolo de’ Siciliani contemporanei d’Imâd-ed-dîn, onde tornerebbe alla metà del sesto secolo dell’egira e duodecimo dell’èra cristiana. Più precisamente parmi da collocare Abu-l-Hasan tra lo scorcio dell’undecimo e i principii del duodecimo, poichè il raccoglitore cavò questa notizia dall’epistola di Abu-s-Salt su i poeti della età sua propria (1067-1134). Il componimento è di sei stanze, ciascuna di tre versi d’otto sillabe, ed ogni verso rima col suo simmetrico in ciascuna stanza, il primo cioè col primo e così il secondo e il terzo: e però lo chiamerei zegel, più tosto che mowasceha.[920]