Io mi ristringo al metro, ch’è la sola parte notevole di questo squarcio, e nulla dico de’ concetti e dello stile; parendomi gli uni volgari e l’altro pesantuccio, quando Abu-l-Hasan ne’ componimenti ordinarii tratta più vivacemente il subietto dell’amore mal corrisposto,[921] e le sue parole una volta si direbber anco tenere e spontanee.[922] Lasciato da canto Abu-s-Salt, che si dilettava di paragonare co’ suoi proprii versi e con gli altrui, un distico d’Abu-l-Hasan su i raggi di luce ripercossi dalle acque,[923] noi dobbiamo notar con lode gli epigrammi scherzevoli di questo autore[924] ed uno serio, dove spira l’orgoglio serbato da nobile e forte gente tra le amarezze che non mancavano ai vinti Musulmani di Sicilia.[925]
Par che Abu-s-Salt non abbia scritti in lista altri poeti siciliani, poichè Imâd-ed-dîn, senza citarlo altrimenti, continua questo capitolo con la scorta d’un anonimo che ne avea messi parecchi in una raccolta compilata di recente in Mehdia.[926] Tornano essi dunque alla prima metà del duodecimo secolo, com’anco s’argomenta dalle poesie dedicate a re Ruggiero.
Primo ci occorre in questa raccolta Abu-Musa-’Isa-ibn-Abd-el-Mo’nim, es-Sikilli, lodato dall’anonimo antologista, come “giureconsulto di gran seguito, valoroso nelle allegazioni e negli argomenti, l’avvocato principe del suo paese, (lo scrittore) dai concetti nuovi, elevatissimi e dal linguaggio (fiorito come) i giardini cui rigan piogge continue.” ’Imâd-ed-dîn, sopraccaricando figure, continua che “a sentire i suoi dettati, ogni ferita risana; che il fulgore di quel bello stile dissipa le angosce; che le parole rassembran perle cavate dalle conchiglie e stelle raggianti. Ed ecco, conchiude Imâd, una delle sue peregrine poesie d’amore, la quale è più dolce che un desiderio soddisfatto.[927]” Ma al nostro palato sanno meno salvatichi i versi dettati per una bella ragazza bionda[928] e per una bruna vezzosa.[929] Oltre varii epigrammi, un de’ quali indirizzato ad Abu-s-Salt per chiedergli in prestito un libro,[930] abbiam di lui il principio della kasida funebre scritta per un Abu-Ali-Abd-Allah, e sembranmi nobili versi.[931] È meraviglia che uom sì grave abbia dettate, nello stesso metro solenne, delle poesie oscene, come ben le definisce Imâd e ne reca in esempio una kasida intera ed un verso tolto da un’altra, del quale non oso pur dare la traduzione latina: e il laido concetto è espresso in termini astrologici che lo rendono più disgustoso.[932] I trentacinque versi ond’è composta l’altra, cominciano con la imitazione servile d’Imro-l-kais; arrivano ai vocaboli sudici e finiscono con una apologia insipida e impertinente.[933] Pur non si può negare il pregio della lingua in cotesti componimenti, nè in quelli di futile argomento, ammessi al par nella Kharîda: un’epistola in prosa a lode d’un bel saggio di calligrafia;[934] una in versi, nella quale sono evitate le due lettere elif e lam, sì frequenti nella lingua arabica.[935]
Abu-Abd-Allah-Mohammed, figliuolo del precedente e giureconsulto, segretario e poeta, ebbe gran fama, a quanto ci si dice, come geometra e astronomo o astrologo.[936] Più solenne giudizio troviamo intorno le sue opere letterarie. Scrivono i biografi “ch’ei passeggiava su le vette dell’eleganza; lo chiamano campione rinomato ne’ tornei de’ dotti; scoprono nelle sue poesie tale virtù da esilarare gli animi, e inebriare gli astanti come se si facessero girar tra loro delle tazze di vin prelibato.”[937] ’Imâd, accennando alle elegie di Mohammed-ibn-’Isa, esclama che, se ascoltassero di tai versi, si metterebbero sulla buona strada anco i malvagi.[938] E per vero una lunga kasida, scritta, com’e’ sembra, in morte d’alcun de’ Beni Labbana, procede maestosa e patetica: e comprendiam che dovesse parer capolavoro a chi possedea la lingua, a chi tenea sovrane bellezze i tropi, le metafore, le antitesi, che or ci muovono a riso.[939] La buona gente ascoltò, fors’anco tutta commossa, un’altra elegia che esordisce col pianto dei cavalli.[940] Perdonati i difetti del secolo, Mohammed-Ibn-Isa può dirsi buon poeta; migliore al certo del padre, poichè seppe scansarne la scurrilità. Ne’ suoi versi d’amore ci occorre, tra i luoghi comuni, qualche immagine graziosa.[941] Il componimento che ho citato dianzi come poesia popolare, ha concetti semplici, linguaggio facilissimo, versi non tanto lunghi e adatti al canto; del resto corron tutti sopra unica rima a modo antico.[942] Abbiamo di questo poeta gli squarci di due altre kaside, d’una epistola in rima, di due in prosa e di due tramezzate dell’una e dell’altra, onde veggiamo che lo stile familiare non gli facea smetter sempre le ampollosità.[943]
Seppe scansarle, quanto allor poteasi, un altro siciliano contemporaneo, del quale ’Imad-ed-dîn ci dà soltanto otto versi, tolti in parte dal principio e in parte dal seguito di lunga kasida che fu scritta in morte d’un nobil capo musulmano di Sicilia. E duolci che ’Imâd non abbia serbato il nome di costui, nè il rimanente dell’elegia, nel quale si sarebbero trovati per avventura de’ cenni storici e de’ versi più belli; poichè l’antologista trascelse di certo quelli che a noi possono piacer meno. Pur ci si veggono sentimenti vigorosi, concetti poetici e nobiltà di forma; in grazia anche del maestoso metro ch’è il tawîl, ossia “lungo.”[944] Il poeta chiamossi Othman-ibn-Abd-er-Rahman, soprannominato Ibn-es-Susi, dice ’Imad-ed-dîn; ma questo a me pare piuttosto soprannome di qualche antenato, oriundo di Susa in Affrica, il quale abbia fatto stanza e lasciata progenie in Malta; poichè si ammira tuttavia in quell’isola la lapida sepolcrale di Meimuna, figliuola di un Hassân-ibn-Ali, della tribù di Hodseil, detto Ibn-es-Susi.[945] Il poeta appartenne di certo alla stessa famiglia, poichè l’antologista continua dicendo che “Malta fu il luogo della sua nascita,[946] la stanza di sua gente e la produttrice del suo vino; quivi fu coltivato il suo ingegno, quivi egli apprese lettere umane dal proprio padre. Abitò quindi Palermo; elessela a (seconda) patria e vi trovò riposo. Ei visse oltre i settant’anni, procreò figliuoli; le sue poesie (lodansi per) sano concetto, bella struttura e buon gusto. Avea recitata egli stesso, pochi giorni pria di morire, quella elegia all’autore della raccolta.”[947]
Siciliano parmi senza dubbio un Abu-d-Dhaw-Serrâg-ibn-Ahmed-ibn Regiâ, del quale ’Imad-ed-dîn non dà cenno biografico, ma il cita a proposito del carteggio ch’ei tenne con Abu-s-Salt.[948] Parmi siciliano, perchè nella seconda metà del duodecimo secolo abbiamo di quel casato un cadì di Palermo, il cui padre e l’avolo aveano esercitata la stessa magistratura;[949] e d’altronde l’elegia dettata in morte d’un figliuolo di Ruggiero, prova ch’egli ebbe grazia a corte di Sicilia o ne cercò. Al dire di Imâd-ed-dîn, faceasi menzione di questo poeta nell’opera d’Ibn-Bescrûn, della quale tra non guari tratteremo. Si lodavano ampiamente i suoi rari pregi e le sue risplendenti qualità: sobrietà di descrizioni, possente immaginativa, intuizione sicura, acume d’intelletto, poesia ben tessuta e indirizzata ad alto scopo.[950] E sì che la fantasia non venne meno ad Abu-d-Daw tra questo turbine d’immagini orientali, evocate in mezzo al profondo lutto del re.
Altri poeti celebrarono la magnificenza di Ruggiero con carmi i quali, quantunque scorciati da Imâd-ed-dîn “perchè, dice egli, suonan lode degli Infedeli ed io dal mio canto non la vo’ confermare,” han pure singolar pregio appo noi, provando che così fatti omaggi erano graditi a corte di Palermo, e valendo anco a illustrare luoghi di delizia che da gran pezza han mutato aspetto. Così l’antica reggia di Palermo, oltraggiata dal tempo e dai vicerè spagnuoli, l’anfiteatro romano, chiamato nel medio evo la Sala verde e adeguato al suolo più di tre secoli addietro, i giardini e il castello di Maredolce o della Favara, le vestigie dei quali non sono dileguate del tutto, ci tornano alla memoria ne’ versi di Abd-er-Rahman-ibn-Mohammed-ibn-Omar, della città di Butera in Sicilia.
Fu questi, come leggiamo nella Kharîda, “recitator del Corano non inferiore a nessuno al suo tempo, dottissimo nelle varianti del sacro libro: e verseggiò con mirabile originalità di pensiero. Egli stesso recitò all’anonimo mitologista una kasida, nella quale lodando Ruggiero il Franco, principe della Sicilia, descrisse gli eccelsi edifizii di quel re. Nel qual poema si legge tra le altre cose:[951]”
“Su, fa girare il (vin) vecchio[952] di color d’oro; e attacca la bevuta mattutina con quella della sera.
Bevi al suon della lira bicorne e de’ canti ma’bediani.[953]