Senza disputare altrimenti delle origini del parlare siciliano, su le quali hanno lavorato e lavorano ancora i letterati dell’isola,[1347] e senza gittarmi nella mischia che ferve intorno a Ciullo d’Alcamo,[1348] io ammetto che verso la metà del duodecimo secolo il siciliano parlavasi tanto o quanto in tutta l’isola e tendeva alla forma attuale, senza essere giunto però, non dico già alla mèta, chè le lingue vive non si congelano, ma a quel tratto del corso che soglion varcare quetamente senza notabili alterazioni. Così dovea succedere per la presenza delle colonie testè venute da varie parti della Terraferma, unite da commerci tra loro e molto più strettamente col grosso dell’antica popolazione di linguaggio italico, o, per dir meglio, siciliano. Nella quale condizione di cose dovea nascere un idioma cortigiano o legionario che chiamar si voglia, non altrimenti che quello che s’ode da dieci anni in qua nel nostro esercito; e quel parlare dovea, con l’andar del tempo, sempre più accostarsi al dialetto indigeno, prendendone molto più che non gli desse.

Da cotesta vena di linguaggio, torbida ancora per la sospensione delle parti che duravano fatica a compenetrarvisi, emerse la poesia italiana propriamente detta. Se ciò sia avvenuto alla metà del duodecimo secolo o nei principii del seguente non si potrà sapere per l’appunto, se il caso non ci farà trovar prove più chiare di quelle allegate fin qui. Ma parendo assai verosimile che il linguaggio più comune a corte di Federigo imperatore, de’ Guglielmi e fors’anco di re Ruggiero, sia stato un dialetto italiano, e concorrendovi la espressa testimonianza di Dante, per non citare tutti gli altri, possiamo tener certo il fatto. E per vero nessun altro luogo d’Italia si può immaginare più adatto che la Sicilia al nascimento delle muse italiane. Lo studio della poesia araba, approfondito da mezzo secolo in qua, ha dissipati gli errori di chi la credea madre della poesia spagnuola, provenzale ed italiana. Nè la ragion poetica, nè la macchina, nè la rima delle poesie neolatine può riferirsi in alcun modo alle arabiche. La moda sola, credo io, delle splendide corti musulmane della Spagna fece entrare ne’ castelli cristiani dell’Occidente, insieme con altri argomenti di lusso, il sollazzo di ascoltare poesie in lingua volgare del paese: i premii e gli onori incoraggiarono i poeti nazionali a recitare nelle brigate principesche i versi che si sentiano per lo innanzi negli oscuri crocchi delle città e delle campagne; talchè la poesia volgare, meglio che nata, si dee dir emancipata e nobilitata in quel tempo. Lo stesso è da supporre nella corte musulmana dei re normanni e svevi di Sicilia; a’ quali forse avvenne d’ascoltare lo stesso giorno de’ poeti arabi e de’ poeti siciliani e di largire agli uni come agli altri una manata di tarì d’oro. Solo legame tra le poesie neolatine e le arabiche mi sembrano i metri delle mowascehe e de’ zegel, dei quali ho fatta parola nel capitolo undecimo di questo libro.[1349] Io spero che nuove ricerche in tal campo riescano a rischiarare quel periodo della nostra storia letteraria: ma si può ritenere fin d’ora che la Sicilia debba agli Arabi, e la Terraferma italiana debba alla Sicilia, chè del primato dell’altra grande isola io dubito forte, la inaugurazione della poesia nazionale.

Si possono spigolare qua e là altri bricioli del patrimonio che la popolazione musulmana legò alla Sicilia. Il nome arabico di Sciorta o Xurta, com’è scritto nei Capitoli de re Aragonesi di Sicilia,[1350] prova come l’istituzione d’una guardia cittadina, che vegliasse alla pubblica sicurezza nelle città, risaliva fino alla dominazione musulmana. Venìa da quella parimente il sistema metrico che fu in uso nell’isola fino alla fondazione del reame d’Italia; chè non solo alcuni nomi delle misure d’acque correnti, da noi citati già in questo capitolo, e il verbo stesso testè ricordato che significa la vigilanza della pubblica autorità su’ pesi e le misure di piazza, derivano manifestamente dall’arabico, ma altresì alcune denominazioni in varie parti del sistema: la canna nelle misure lineari;[1351] la salma e il tumolo nelle misure di superficie e nelle cubiche per gli aridi;[1352] il cafiso in quelle de’ liquidi;[1353] il rotolo e il cantaro ne’ pesi.[1354] Che se ne’ multipli e nelle suddivisioni troviamo vocaboli latini, gli è naturale effetto della mescolanza dei popoli e si può supporre che que’ nomi fossero entrati dopo la dominazione musulmana o durante quella. Le denominazioni metriche della Sicilia passarono, com’e’ sembra, nella Bassa Italia quando soggiacque alla dominazione de’ Normanni in Sicilia; e forse alcuna v’era stata recata prima dal commercio, come abbiam provato per le monete.[1355] Il rubbio di Roma, Lombardia, Piemonte e Genova, anch’esso d’origine arabica; il rotolo, ch’era in uso a Genova, sì come a Napoli; il carato, peso usato dagli orafi anche nelle altre province che non ebber colonie musulmane, furono evidentemente recati dal commercio.[1356]

Quando si riflette su la catastrofe delle popolazioni musulmane di Sicilia, seguìta più tosto per fatto delle genti cristiane che del governo, si noterà con minore maraviglia che non sia durata nell’isola alcuna foggia di vestire de’ Musulmani. De’ nomi stessi di quelle fogge pochi sono arabi e questi comuni alla Sicilia ed alla Terraferma.[1357] Altri ha riferito a’ Musulmani i manti neri, di che nel secolo passato e ne’ principii del corrente soleano avvolgersi le donne siciliane andando a messa, ed anche a diporto, i quali non sono scomparsi del tutto in alcuni paesi di Sicilia; ma tal supposto mi sembra fondato piuttosto su l’analogia de’ costumi gelosi, che su la rassomiglianza di quella foggia siciliana a’ camicioni ed a’ veli delle donne musulmane.

Direbbesi che all’incontro i Cristiani di Sicilia avessero prese volentieri da’ loro concittadini circoncisi quelle usanze che soddisfacean meglio alla gola. Più che le vivande, sono rimasi arabi di nome e di fatto in Sicilia i camangiari,[1358] massime i dolciumi, antica manifattura del paese; poichè ritroviamo in Affrica, fin dallo scorcio del nono secolo, delle torte condite con lo zucchero di Sicilia.[1359] Un Ducange arabo, se mai l’avremo, ci spiegherà molti vocaboli di tal fatta che or leggiamo inutilmente nelle istorie e nei racconti; e per tal modo ci svelerà tutte le rassomiglianze de’ buon gustai siciliani con que’ dell’Egitto: gli uni e gli altri grandi consumatori dello zucchero prodotto ne’ due paesi e scambiato assiduamente tra loro infino al decimoquinto secolo, in grazia forse della qualità diversa o delle raffinerie, mantenute in Egitto, mancate presto in Sicilia.[1360] Perocchè nelle descrizioni del prodigioso lusso della corte fatemita, serbateci dal Makrizi, le feste del ramadhan al Cairo, per la quantità e qualità della roba che si mangiava, somigliano perfettamente alla novena del Natale, al Carnovale e alla Pasqua in Palermo. A casa de’ grandi officiali dello Stato, e con maggiore profusione a corte, solean imbandirsi delle figurine e de’ castelli di zucchero e panforti finissimi e varie maniere di paste dolci, delle quali e d’altre vivande più sostanziali, acconciate con vaghi colori, ed ammonticchiate in vassoi d’argento, d’oro e di porcellana della Cina, si facea come una cuccagna.[1361] Allo scorcio del medio evo, e infino a’ nostri tempi, si veggon usati in Egitto de’ canditi simili alla zuccata di Sicilia[1362] ed una specie di gelatina dolce estratta dal pollo pesto:[1363] e la cuccìa di Sicilia, pasta di grano immollato, mescolato con latte, si mangiava e si mangia in Egitto e si chiama ancora kesc.[1364] Perfin si rassomigliano le frasi, con le quali vanno gridando per le strade i venditori di frutte del Cairo e que’ di Palermo.[1365]

Maraviglierà taluno ch’io scenda a tai piccolezze, tenute a vile dagli storici delle passate generazioni, e non tocchi di quella eredità di vizii e di virtù, ch’altri credea lasciata da’ Saraceni al popolo della Sicilia. E sì che talvolta è parso anche a me di scoprirne qualche avanzo, ma poi mi sono accorto della incertezza di così fatte induzioni. Una matura riflessione su l’indole e i costumi de’ Siciliani paragonati a quei degli altri popoli italiani non mostra tal divario che non si possa spiegare con la geografia e con la storia e s’abbia quindi a ricercare negli arcani delle schiatte. Per altro, quando la storia e la lingua ci hanno mostrata identica la massima parte della schiatta, sarebbe temeraria quella critica che s’accignesse a inforsare il fatto con cagioni, le quali è più facile immaginare che provarle. Assai più che l’incerta mescolanza di un fil di sangue straniero, sarebbe da valutare l’esempio de’ costumi che le colonie arabe o berbere abbian lasciato per avventura alle popolazioni della Sicilia occidentale, più pronte in vero alla violenza che quelle della regione di levante: ma anche in questo fatto le cagioni son dubbie e diverse, e chi sa se non v’abbiano operato più che ogni altro le condizioni topografiche e sociali? La sola conchiusione certa è che il conquisto musulmano recò in Sicilia nel nono secolo, e mantennevi fino all’undecimo, uno incivilimento ed una prosperità ignoti allora alle altre regioni italiane, i quali nel duodecimo e per gran parte del decimoterzo rifluirono su la Penisola e contribuirono allo splendore della patria comune.

Compio nella patria unita e libera un lavoro, al quale m’accinsi nell’esilio, trent’anni addietro, mosso da brama irresistibile di guardar nelle tenebre che avvolgeano la Storia di Sicilia avanti i Normanni, ed allettato dall’agevolezza che mi offriano le scuole e le biblioteche di Parigi. Incominciai l’arduo lavoro con animo di siciliano che bramava la libertà d’un piccolo Stato e desiderava l’unione dell’Italia, senza sperarla vicina: lo termino confidando che tutti gli Italiani sempre più si affratellino; che veggano nella unità e nella libertà la salvezza e l’onore di tutti e di ciascuno; che quindi il paese cresca di sapienza, di saviezza, di possanza, di ricchezza, e che la nuova Roma, per ammenda dell’oppressione armata dell’antichità e delle male arti de’ tempi appresso, promuova ormai nel mondo la giusta libertà dell’opera e la illimitata libertà del pensiero.

INDICE DE’ NOMI DI PERSONE.

(L’articolo el e i vocaboli abu e ibn non contano nell’ordine alfabetico, fuorchè nei capoversi.)

A