La somma de’ ricordi storici dunque è, che nei primi del trecento rimanea nella Sicilia propriamente detta poco o punto di quelle schiatte orientali ed affricane. Delle isole adiacenti, al contrario, Pantellaria, secondo l’attestato degli scrittori musulmani del decimoterzo secolo,[1309] non avea mutata schiatta nè religione, se non ch’era soggetta ai re di Sicilia, e che poi fu occupata temporaneamente da avventurieri genovesi; ma fino al decimosesto secolo, ancorchè gli abitatori professassero già il Cristianesimo, “avean comune co’ Saraceni l’abito e la favella,” al dir del Fazzello.[1310] Non sappiamo se in Malta la dominazione romana abbia spento del tutto il linguaggio punico, nè se v’abbiano fatto stanza, come a me par verosimile,[1311] degli antichi abitatori insieme coi Musulmani che se ne insignorirono e furono soggiogati a lor volta dal conte Ruggiero. Il quale, avendo istituito immantinente un vescovado, non cade in dubbio che soggiornassero allora in Malta de’ Cristiani, e sembra assai verosimile che la schiatta italiana fosse penetrata o piuttosto cresciuta con la dominazione siciliana in quell’isola.[1312] Meglio che co’ barlumi delle croniche, la mescolanza della schiatta si prova con l’idioma maltese, il cui dizionario e, quel ch’è più, la grammatica, è mezzo italiano e mezzo arabo; onde gli abitatori, senza avere appresa mai altra lingua, agevolmente conversano coi Barbareschi.[1313]

Qual dialetto dell’idioma arabico abbiano usato i Musulmani di Sicilia non è agevol cosa a determinare, quando del parlar volgare altro non resta che un oscuro esempio in tre diplomi del duodecimo secolo,[1314] ed al contrario gli altri documenti son dettati nell’inelegante, ma corretto stile degli atti pubblici;[1315] nè le opere de’ poeti e de’ prosatori disconvengono alla lingua dotta di quell’età. Il significato preso da alcuni vocaboli conferma bensì il plausibile supposto che fosse prevalso in Sicilia l’arabo occidentale o maghrebino che voglia dirsi: e meglio si farà il paragone quando uscirà alla luce il gran dizionario maghrebino che apparecchia il Dozy. Per dar qualche esempio noteremo che wed in Sicilia, come in Spagna, suonò “fiume,” non “valle,” come nella patria della lingua; che marg, passando nel dialetto siciliano, piegò la significazione originale di “prato” in quella di “padule;” che rahl, “stazione,” designò in Sicilia assolutamente un “casale;” sciarr, “mala opera,” si ristrinse a “rissa:” e molte altre differenze di tal fatta potremmo notare riscontrando i dizionarii classici, sia che le voci abbiano veramente mutato di valore, sia che i lessicografi, come lor avviene in tutte le lingue, abbiano ignorati molti significati ammessi in alcune regioni e presso alcune tribù.

Meno male possiam noi discorrere della pronunzia, della quale ci fanno testimonianza, fin dall’undecimo e duodecimo secolo, moltissimi nomi proprii trascritti in greco o in latino, e la sentiamo ancora nei nomi topografici e ne’ vocaboli siciliani derivati dall’arabico; se non che nel primo caso avvien talvolta che il mal noto s’abbia a spiegare con l’ignoto, e nelle parole viventi il suono può essere alterato. Aggiungasi che in uno de’ diplomi di maggior momento, dico la gran pergamena arabo-latina di Morreale, la versione è opera di un chierico francese, di que’ che trassero a corte di Palermo ne’ primi anni di Guglielmo il Buono; onde alcune lettere latine notan suono diverso da quel che rendono in bocca nostra.[1316] Contuttociò la materia non manca. Uscito che sia alla luce l’egregio lavoro del professor Cusa intorno i diplomi arabi e greci di Sicilia, si ricaveranno con maggiore certezza le leggi che i suoni del parlare arabico seguivano passando nel greco e nel volgare della Sicilia: il quale studio renderà più agevole il gran lavoro d’un glossario di vocaboli siciliani derivati dall’arabico. Intanto ecco quanto ritraggo dalle ricerche fatte fin qui intorno l’influenza che quell’idioma esercitò sul volgare siciliano.

Com’io ho detto a suo luogo,[1317] la Sicilia, al punto del conquisto musulmano, era bilingue, parlandovisi il greco e il latino, o per dir meglio un idioma italico, il quale negli atti pubblici vestiva i panni del latino e pur non gli riusciva di celare al tutto le umili sembianze native. A provar ciò mancano per vero in Sicilia delle scritture del settecento, ottocento e novecento, come quelle che abbiamo in varii luoghi della Penisola;[1318] ma nei primi diplomi latini, greci ed arabi di Sicilia che tornano allo scorcio dell’undecimo secolo, è manifesta la forma volgare di alcuni nomi proprii o topografici, che non erano nati al certo in quella medesima generazione. Tra i primi abbiam già notati Bambace, Diosallo, Mesciti, Notari, La Luce, Saputi, Caru, Francu, Fartutto, Pacione, Pitittu, Strambo ed altri di antichi abitatori.[1319] De’ secondi, un diploma greco del milleottantotto ricorda il fiume dei Torti;[1320] uno del millenovantaquattro conduce i confini d’un podere ad serram dello Conte e quindi ad petram serratam quae vocatur La Castellana;[1321] uno del millecento cita La Schala di Lampheri e il monte de Cavallo, ed accenna al corso di una valle per ostro sive Xirocco.[1322] Il latino notarile del medio evo, che torna ordinariamente a traduzione mentale dal volgare, comparisce già in un diploma del conte Ruggiero dato il millenovantuno, nel quale, oltre il fraseggiare tutto italiano, ci occorre verbo accrescere:[1323] e più apertamente si mostra in un altro diploma dello stesso principe, datato del millenovantatrè e contrassegnato dal suo notaio, o, diremmo noi, segretario, Antonio della Mensa, il quale se fosse siciliano o calabrese io non so, ma di certo scriveva in una lingua ch’egli credea latina in grazia delle sole desinenze e di qualche preposizione.[1324]

A cotesti avanzi del siciliano anteriore al conquisto, ne aggiugnerò altri del duodecimo secolo. Non dimenticando che in quella età la Sicilia s’empiva a poco a poco di colonie della Terraferma, io metto da canto l’attestato del bando latino di Patti (1133) spiegato in volgare,[1325] e lascio indietro molti altri esempii di vocaboli che si potrebbero riferire tanto al siciliano, quanto al pugliese, al toscano, al genovese, al monferrino o che so io,[1326] e noto in un diploma del millecentrentatrè il campo Lu Marge,[1327] ch’è bello e buono vocabolo arabico, vivente oggidì in Sicilia. Ci occorrono in un’altra carta i nomi topografici Luhrostico e Tremula,[1328] de’ quali il secondo è certamente siciliano; in un’altra del cencinquantasei, il sostantivo Olivastro;[1329] nel centottantadue Scuteri;[1330] nel dugenventisei Gabbaturi;[1331] nel dugenquaranta Ienchi e Ceramiti.[1332] E qui fo sosta, poichè non mette conto a spigolare qua e là dei vocaboli nel decimoterzo secolo, che ci ha lasciati degli scritti interi in siciliano. Anzi mi sarei già fermato alla metà del duodecimo, se avessi potuto credere contemporanei all’originale i transunti di due carte greche pubblicate per lo primo dal Morso;[1333] delle quali l’una è data il millecencinquantatrè, e l’altra, che ha soltanto la indizione, è stata ben collocata nel millecenquarantatrè.[1334] Ma non avendo esaminati i testi, e sorgendo gravi difficoltà su l’epoca de’ transunti, mi convien rinunziare a prova sì comoda e lesta.[1335] In ogni modo son persuaso che il volgare siciliano avea già presa nel duodecimo secolo una forma assai somigliante all’attuale: e che già aspirasse a divenir lingua cortigiana lo provano le prime poesie italiane dettate in Sicilia. Le leggende della maggiore porta del Duomo di Morreale, gittata in bronzo da Bonanno pisano, sendo latine con abbreviature e con qualche parola prettamente toscana, non danno esempio, a creder mio, del linguaggio parlato in Sicilia allo scorcio del duodecimo secolo;[1336] dimostrano piuttosto, che l’uso della corte di Palermo rincorava gl’Italiani delle altre province a farsi innanzi con lor volgari, somiglianti l’uno all’altro e tutti al latino. E mi pare molto verosimile che in quel primo assetto delle colonie continentali in Sicilia fossero stati più disformi l’un dell’altro i dialetti di varie regioni dell’isola, i quali ritengono fino ai nostri giorni tanti vocaboli e modi di dire diversi.

La robusta pianta del parlare italico resistè meglio che ogni altra lingua all’invasione dell’arabico. Dalla Siria, dalla Mesopotamia, dall’Egitto, scomparvero gli antichi idiomi entro breve tempo dal conquisto degli Arabi, rimanendo nella sola liturgia cristiana; dileguaronsi in un baleno nell’Affrica settentrionale, insieme con la religione, gli idiomi trapiantati ne’ tempi istorici; perfin l’aspro berbero autoctono fu respinto dal parlare arabico verso mezzodì e verso ponente. Ma in Spagna l’esotico latino cedè poco terreno e ripigliò tosto il perduto, serbando inviolata la grammatica. La qual diversa fortuna, se va apposta precipuamente ad altre cagioni, come sarebbero la distanza dall’Arabia, il numero de’ conquistatori stanziali e la durata del dominio loro, pure è da riferire in parte all’indole della lingua e al gran tesoro di civiltà che Roma avea profuso in Occidente insieme con quella. Le cagioni della corruzione dovean operare in Sicilia più debolmente assai che in Spagna; ed a quelle dovean anco resistere i Siciliani per la remotissima antichità di lor idioma italico e per la parentela di esso col greco, che gli avea disputata l’isola fin dall’ottavo secolo avanti l’èra volgare.

L’arabico pertanto ha lasciati nel parlare siciliano minori vestigi che non si creda comunemente: veruno nella grammatica,[1337] un’ombra nella pronunzia, poche centinaia di vocaboli nel dizionario, e qualche modo di dire. Io non posso entrare ne’ particolari, poichè richiederebbero il glossario accennato dianzi, il quale alla sua volta dovrebbe fondarsi sopra un dizionario etimologico, che niuno fin qui ha compilato con gli aiuti della linguistica moderna. Dirò dunque per sommi capi, che ne’ derivati siciliani l’accento rimane quasi sempre al posto dov’è ne’ vocaboli arabi corrispondenti, sia che la vocale si prolunghi nella lettera analoga, sia che le s’attacchi la consonante che segue. Delle tre vocali arabiche, la prima suona in siciliano or a, or e; la seconda sempre i; e la terza quasi sempre u. Delle consonanti la b (2ª lettera dell’alfabeto arabico) rimane per lo più inalterata come in “balata, burgiu, burnìa;” talvolta, soggiacendo alla legge della pronunzia greca, si muta in v come nelle voci “vava, vattali.” La th (4ª lettera) divien sempre t come in “Butera, tumminu.” La g (5ª lettera) serba il suono, come in “giarra, giubba,” o l’addolcisce in c, come Muncibeddu, e raddoppiata nel vocabolo hâggem, suona alla greca ng nel casato “Cangemi:” ma la voce “zubbiu” (fosso profondo) è esempio della permutazione in z, che il Dozy ha notata in molte voci spagnuole. L’h (6ª lettera) si aggrava in c, come nel detto nome Cangemi e in “coma, camiari,” o sparisce, per esempio nel nome topografico Mars-el-Hamâm, divenuto Marzamemi. Similmente la kha (7ª lettera) si muta in g, per esempio “Gausa, gasena,” e può quasi scomparire come in “maasenu” (magazzino). La d araba (8ª lettera), ch’era molto vicina al t, come si vede in tanti esempii di vocaboli tolti dal greco, s’identificò alcuna volta con la d nostra come in “darbu, Dittainu” (Wadi-t-Tîn), o mutossi in t come in “Targia, tarzanà (Dar-es-sena’h, darsena, arzanà, arsenale). La ds (9ª lettera) non occorre in derivati certi; la z (11ª lettera) ha il suono italiano in “Zisa, zizzu,” o prende quello della s, come in “magasenu” citato dianzi. Al contrario, la s (12ª lettera) inalterata in “Sutera, senia,” si muta in z nelle voci “zicca, zuccu (suk, tronco d’albero), zotta” (frusta). Frequentissima nei derivati dell’arabico, la sc (13ª lettera) rende il suono arabico in “Sciacca, sciabica,” che un tempo si scriveano con la x. L’altra s (14ª lettera), che c’è già occorsa in “darsena,” fa ora s, ora z, e suona aspra di molto in “zabara” e “zurriari” (stridere de’ denti). Come la d, la dh (15ª lettera) fa d nel siciliano “dagala, dica” (ambascia), e diviene t in “reticu,” derivato da radhi’ (bambino lattante). La z (17ª lettera), che altri trascrive dh, par abbia preso l’uno e l’altro suono in Sicilia, rimanendo l’attestato del secondo nell’antico vocabolo “annadarari” (invigilare su i pesi e le misure) e argomentandosi il primo dal nome topografico “Zaèra,” del quale diremo più innanzi. L’ain (18ª lettera dell’alfabeto), sola tra le arabe che non si possa rendere con l’alfabeto romano e però notata dagli orientalisti con un’apostrofe, mi par si pronunzii arabicamente da’ Siciliani in un verbo d’uso frequentissimo.[1338] E suona cotesta lettera nell’accento di “tarzanà,”[1339] citato or ora; ovvero si muta in consonante italiana, come nello allegato esempio di reticu; al che risponde la trascrizione dell’ain seguita ne’ diplomi arabo-greci di Sicilia, ne’ quali quella consonante, o si perde nella vocale, come in Ὀθουμέν e in Ἄβδ (’Othman, ’Abd), o la si muta in γ, per esempio in Νίγμε, Σεγίτ, (Ni’ma, Sa’îd); ed altri nel duodecimo secolo tentò di notarla con l’h, come poi fece nel decimosesto Leone affricano, poichè leggiamo in un diploma il nome di Habes, invece di (Wed-)’Abbâs, ch’era l’Oreto. Il gh (19ª lettera) o rimane g forte come in “gana,” o si muta anche in c come in “Cutranu,” che si scrive, e forse un tempo si pronunziò, “Godrano.” La k (21ª lettera) suona in Sicilia c, come in “Calata, cammisa, coffa;” ma par abbia avuto un tempo anco il suono della g che le danno gli Egiziani, poichè leggiamo “caitus,” e “gaitus” negli scritti latini del duodecimo. Nè altrimenti l’altra k (22ª lettera) che ricorre in “gaffa, mingara, cuscusu” e nell’avverbio “a cuncumeddu.” E quando il parlare arabico si sparse in Sicilia, la pertinace d che i Sardi e i Siciliani sostituiscono alla l della nostra Terraferma, si trovava radicata sì profondamente, che trasformò anco la l (23ª lettera arabica) in alcuni vocaboli tolti dall’arabico, come gebel in Mongibello, pronunziato “Muncibeddu” e il verbo “sciddicari” (sdrucciolare), che viene da zeleg e zelek. L’ultima h (26ª lettera), al par che le sue sorelle, si rende talvolta con una g, come in “zagara;” talvolta svanisce, poichè altri pronunzia lo stesso vocabolo “zaara:” ed abbiamo in Zaèra, nome d’un sobborgo di Messina, un altro esempio di questa attenuazion di suono; ma l’origine arabica non si può dimostrare, se non con l’omonimo palagio degli Omeiadi in Cordova. Il w (27ª lettera) suona v come in “Favara;” ma, se iniziale, par sia stato pronunziato u, ovvero o, come “Odesuer” (Wadi-es-Sewâri), ed anche sia scomparso al tutto come supposto articolo, il che si argomenta da Dittaino (Wadi-el-Tîn), che un tempo suonò di certo “Udittain.” Le altre lettere t, r, t, f, m, n, j (3, 10, 16, 20, 24, 25, 28 dell’alfabeto) non hanno suono diverso dall’italiano, nè mutan mai.

Chi compilerà il glossario delle voci arabiche passate nella nostra lingua illustre e nei dialetti,[1340] dovrà resistere a tentazioni frequenti; poichè i suoni dell’arabo sono sì svariati e il dizionario sì prodigiosamente ricco, che col metodo de’ vecchi etimologisti, la cui schiatta non è spenta del tutto, si potrebbe rannodare all’arabo ogni vocabolo dell’italiano e di altre lingue ancora. Da un’altra mano, le leggi fonetiche ricavate fin qui non imperano assolutamente in tutti i tempi e i luoghi; e chi non ammettesse eccezioni e talvolta non osasse scostarsi dal fil della sinopia, non avanzerebbe mai in un lavoro etimologico. Ho voluto dir questo per iscusarmi se non presento qui una lista de’ vocaboli siciliani che sono evidentemente, o mi sembrano, derivati dall’arabico; e se differisco ad altro tempo, o rimetto a’ posteri, un lavoro che richiede anzi tutto più diligente ricerca de’ vocaboli siciliani per ogni luogo dell’isola e, in quanto si possa, per ogni tempo. Perocchè leggendo nel dizionario del Pasqualino le voci disusate al suo tempo, le quali ei prese da antichi glossarii, ne veggo bandite di tempo in tempo molte di vero conio arabico. Ed è ben ragione che l’elemento straniero si elimini a poco a poco: ma questo fatto per lo appunto va notato in una esamina storica della lingua.

Rimanendo sempre su i generali, dirò che i vocaboli siciliani di origine arabica si riferiscono la più parte alle cose rurali, alle industrie cittadinesche, alle vestimenta, ai cibi, ed a qualche istituzione di polizia urbana. Come nello spagnuolo e nel portoghese che ne son ricchi, così nel siciliano che n’è povero, occorrono voci arabiche, assai più sovente ne’ sostantivi che negli aggettivi: ed al contrario i verbi, scarsi in quelle due lingue al segno che si è dubitato se alcuno se ne trovasse,[1341] non mancano nel siciliano.[1342] Sono da notar anco de’ traslati o modi di dire tradotti litteralmente dall’arabico;[1343] e come per contrapposto i proverbi arabi si contano a dito nelle raccolte de’ siciliani.

Non voglio pretermettere che buon numero dei vocaboli arabi passati nel siciliano si trova anco nella lingua illustre; anzi che occorrono in questa e in qualche altro dialetto delle voci arabiche ignote in Sicilia, per esempio nel genovese, camâlo, mésaro, macrama; in Arezzo cáida;[1344] a Pisa un tempo calega;[1345] in Liguria e in Toscana, maona o magona[1346] e nella lingua illustre acciacco, azzurro, butteri, carciofo, collare (per salpare), petronciana, scialbo, tarsia. Altri son comuni al siciliano: ammiraglio, barda (siciliano varda), camicia (siciliano più correttamente cammisa), canfora, cifra e zero (trascrizioni diverse dello stesso vocabolo), dogana, gabella, garbo, gelsomino, fondaco, liuto, magazzino, sensale, tariffa, vasca: oltrechè i termini scientifici, come alambicco, alcali, almanacco, giulebbe, taccuino, zenit, corrono nella più parte delle lingue viventi d’Europa. La Terraferma d’Italia, di certo, li ebbe or dalla Sicilia, or dalla Spagna, or direttamente dalle costiere meridionali del Mediteraneo.