Dopo il detto fin qui, noi possiamo senza ambagi chiamare arabica l’architettura siciliana del duodecimo secolo; e possiamo conchiudere che quest’arte seguì il corso di ogni altra appartenente all’incivilimento esteriore che rimase in Sicilia fino alla caduta della dinastia normanna. Quello che alcuni eruditi supponeano stile ibride, nato al contatto de’ nuovi con gli antichi abitatori del paese, mi sembra mera specie dello stile arabico d’Oriente; poichè io non veggo nel siciliano quel profondo divario che porta a far genere novello. Anzi, parendomi che i confini tra il genere e la specie non sieno meno incerti in architettura che in zoologia, mi rimarrei da una quistione di parole, se non pensassi che l’altrui giudizio è fondato sopra erronei dati storici intorno i tempi e i luoghi. Io credo che altri abbia errato, considerando l’arte arabica più tosto nel tramonto del medio evo, che nel pien meriggio dell’incivilimento musulmano; più tosto a Granata, che al Cairo. Parmi altresì che quella influenza bizantina, che tutti i maestri dell’arte hanno notata negli edifizii siciliani del duodecimo secolo, non sia mica peculiare del paese nè del tempo, ma si scorga medesimamente in ogni stile architettonico del medio evo; nell’arabico di Egitto, come in quello di Spagna; nel sassanida, come nel lombardo e in tutt’altro che prevalse fino a’ principii del decimoterzo secolo nella Terraferma d’Italia ed oltremonti, non esclusa la Spagna dei Visigoti. Anzi ne’ monumenti sassanidi occorrono più frequenti e più schiette le linee bizantine. L’arte siciliana le ereditò dall’arabica. E ne sia prova il gran divario di stile che corse nel duodecimo secolo tra la Sicilia e l’Italia meridionale, soggette entrambe a’ principi normanni: delle quali regioni la prima contava tre secoli di dominazione arabica, la seconda era uscita da poco di man de’ Bizantini e, se ripugnava alla dominazione, seguiva la civiltà loro e talvolta chiamava artisti da Costantinopoli.[1275] Or l’arco acuto usato ordinariamente, anzi esclusivamente, in Sicilia, non passò lo stretto di Messina pria della metà del decimoterzo secolo. Una sola eccezione che ve n’ha conferma la regola: ed è da maravigliare che non se ne trovino assai più all’entrar del duodecimo secolo, quando i principi non solo, ma anco molti baroni d’ambo i lati dello Stretto discendeano dalle stesse famiglie.[1276] Io non ho fatto parola d’arte normanna, parendomi non si possa mettere in campo ne’ primi principii del secolo, quando i Normanni, sia di Francia, sia d’Inghilterra, usavano ancora lo stile dell’uno o dell’altro paese, il quale non somiglia per nulla a quello della Bassa Italia, nè della Sicilia, signoreggiate, nol dimentichiamo giammai, da guerrieri di ventura di tante nazioni, ai quali fu dato il nome di Normanni, perch’era questa la gente che primeggiò tra loro.

È da avvertire che ci limitiamo nel giudizio nostro all’arte predominante in Sicilia nel duodecimo secolo, quella, cioè, che si ritrae da’ monumenti delle regioni occidentali e da quelli che furono innalzati nelle orientali da’ principi normanni. Noi non supponghiamo già che si fosse dileguata al tutto in Valdemone un’arte indigena più antica, sorella dell’arte dell’Italia meridionale e molto vicina a quella di Costantinopoli; ma pochi monumenti ne avanzano nella Sicilia orientale, e tutti poco più o poco meno alterati da successive costruzioni. Pertanto noi non ragioneremo di quest’arte che non appartiene propriamente alla Sicilia musulmana, e in ogni modo non se ne vede grande effetto nell’architettura del duodecimo secolo; e sol possiamo supporre che nel decimo e nell’undecimo abbia dato in prestito qualche accessorio agli architetti musulmani della Sicilia. La ragione è che entrati i Greci di Sicilia e di Calabria nella corte normanna di Palermo, insieme coi vincitori Oltramontani o italiani di Terraferma, tutte quelle genti cristiane cominciarono a dar nuovo indirizzo alle lettere, alle scienze morali e ad alcuna delle arti figurative: ma l’opera fu lenta al par che l’aumento della popolazione cristiana.[1277] Avvertiamo ancora che, chiamando arabica l’architettura siciliana, intendiamo dire delle fattezze principali; non potendosi tenere diversità di stile que’ lievi mutamenti che richiede or il subietto dell’edifizio, ora il comodo o il capriccio del padrone. L’arte arabica, sì ricca e versatile, potea soddisfar appieno a coteste modificazioni senza necessità di trasnaturarsi. Basta osservare la pianta delle principali chiese normanne di Sicilia che han forma di basilica (diversa bensì da quella della Terraferma d’Italia, al par che dalla chiesa bizantina e dalla moschea),[1278] e ve n’ha alcuna costruita precisamente a croce greca; onde ognun vede che gli architetti seguivano i dettami de’ prelati e de’ principi fondatori, a un dipresso come i due architetti persiani abbozzarono successivamente il disegno della giâmi’ di Cufa secondo i cenni di Omar e di Ziad, e come l’architetto cristiano d’Ibn-Tulûn delineò la moschea senza colonne. E mi sembra che gli architetti musulmani di Palermo ben serbassero l’integrità dell’arte loro, dando alle chiese, ch’e’ fabbricavano, talvolta una forma di mezzo tra l’occidentale e l’orientale e talvolta la forma greca a dirittura. Si può ammettere similmente che artisti siciliani abbian delineato qua e là, per voler dei principi e de’ baroni, il fregio ad angoli salienti e rientranti usato in Francia e in Inghilterra col nome di chevron o zigzag, e lo stesso diciamo di alcun’altra parte accessoria; ma nessuno ne inferirà che l’arte arabica rimanesse alterata per questo, nè tributaria delle arti settentrionali. Credo anch’io che re Ruggiero, vago delle matematiche applicate e capace d’altissimi concetti, abbia dato indirizzo agli artisti che gli fabbricarono San Giovanni degli Eremiti, la Cappella Palatina, il Duomo di Cefalù, i palagi e le ville: e pur non dirassi ch’egli abbia rinnovata con ciò l’arte arabica in Sicilia.

La quale par sia stata allora esercitata quasi esclusivamente da’ Siciliani, sia di schiatta arabica o berbera, sia di schiatte indigene, fatti musulmani e alcun di loro già riconvertito al Cristianesimo, da senno o per gabbo. E veramente la moda d’intagliare iscrizioni arabiche negli edifizii de’ principi normanni, come alla Cuba, alla Zisa, e perfino nella torre della distrutta chiesa di San Giacomo la Màzara,[1279] fa necessariamente supporre artisti la più parte di linguaggio arabico. Il qual uso d’intagliare le iscrizioni nelle mura esteriori de’ monumenti accettò anco le due altre lingue che si parlavano in Palermo, la greca cioè nella chiesa della Martorana,[1280] e la latina in quella contigua detta di San Cataldo; ma l’arabico non cedè il luogo ne’ castelli della Cuba e della Zisa, ancorchè più moderni.[1281] L’arabico entrò ne’ santuarii cristiani, come ognun vede nel palco della Cappella Palatina e nella chiesa della Martorana, nella quale, astrazion fatta delle due colonne con iscrizioni, tolte evidentemente da moschee, la cupola di mosaico con epigrafi greche è fasciata alla base, com’abbiamo testè accennato, d’una iscrizione che comincia col simbolo greco bizantino e continua sino alla fine in arabico, con formole cristiane tradotte da inni antichissimi della Chiesa orientale.[1282] Convien dire anzi che gli architetti fossero rimasi, se non musulmani, per lo meno arabizzanti fino alla seconda metà del duodecimo secolo, poichè nel soffitto della chiesa della Magione, che fu edificata in quel torno, si veggono ancora, su le correnti del comignolo, le voci Vittoria, Salute, Possanza, Contentezza ed altri augurii scritti in arabico, or a caratteri neri su fondo bianco, or il contrario, ed ora in rosso con fili gialli su fondo nero; e coteste correnti alternansi tra loro e con altre che portan figure, le une di pesci e le altre di uccelli.[1283] Era capriccio degli artefici, o piuttosto superstizione d’astrologia; ma pur sempre la lingua pura e i caratteri netti e franchi provan la nazione degli autori principali di quell’opera.

Spero io che questa definizione della architettura siciliana del duodecimo secolo, messa innanzi dall’Hittorf, confortata da’ lavori del Coste e, se mal non mi avviso, anche dal dotto giudizio dello Springer e corredata delle notizie ch’io ho aggiunte qui, sia decisa inappellabilmente, quando lo studio di nuovi testi arabi e di altri monumenti della Siria e della Mesopotamia designerà precisamente il tipo ch’ebbe l’architettura arabica orientale dall’ottavo all’undecimo secolo. Coi quali studii troncherassi fors’anco quell’altra lite su l’origine dell’architettura, impropriamente detta gotica, del Settentrione. Uno de’ più eletti ingegni del secol nostro[1284] ha trattato questo argomento, sostenendo, con molta erudizione e molto amor patrio, come lo stile gotico non consista nell’arco acuto e come sia nato dalle idee filosofiche, politiche e religiose che nella prima metà del duodecimo secolo andavano germogliando entro le congreghe ecclesiastiche dell’Isola di Francia. Ma s’egli ha dimostrata la novità dello stile settentrionale e il merito di coloro che primi l’usarono in Francia, o, com’altri vuole, in Germania o in Inghilterra, non si potrà negare da un altro canto che l’arco acuto è pur parte principale dell’arte del Settentrione; che si vedea già bello e compiuto nella moschea d’Ibn-Tulûn nel nono secolo, e che s’ammirava anco in Sicilia alla fine dell’undecimo e nella prima metà del seguente. Non va rigettata dunque l’opinione del Coste e dell’Hittorf.[1285] I pellegrini normanni e tedeschi che visitavano Gerusalemme e il Sinai avanti la prima Crociata; i guerrieri dell’Occidente, nobili e plebei, laici e chierici, che ritornavano a lor case dopo sciolto il voto della liberazione, riportarono, com’egli è verosimile, l’idea dell’arco acuto ed altre movenze dell’arte arabica; la quale con la sua vaghezza e grandezza non potea non abbagliare gli inculti popoli dell’Europa. Nè parmi supposto temerario che, sostando in Sicilia, alcun de’ reduci abbia vista l’arte medesima fiorir sotto lo scettro cristiano e servire agli edifizii sacri. Senza dubbio que’ concetti germogliarono in menti preparate dalle tradizioni dell’architettura romana e da un cupo sentimento religioso ignoto nell’Europa meridionale; senza dubbio la qualità de’ materiali di costruzione e i bisogni del clima, per esempio i tetti acuminati, richiesero delle modificazioni e suggerirono di tentare un arco assai più aguzzo che non si fosse mai veduto in Egitto, nè in Sicilia; e spesso, com’egli avviene, la necessità parve virtù, e la bizzarrìa, volo del genio o sublimità dell’affetto. Spuntò per tal modo quello stile che non è romano, nè lombardo, e neanco arabico, nè bizantino, quantunque abbia preso di questo e di quello, ma pur costituisce una forma nuova dell’arte e va noverato tra le poche creazioni felici del medio evo.

Ritornando al mio argomento e toccando delle arti accessorie all’architettura, io non sosterrò che tutti i be’ mosaici siciliani del duodecimo secolo sien opera della schiatta musulmana. I soggetti cristiani delle immagini poteano esser comandati anco a Musulmani; ma i tipi immutabili della Chiesa bizantina copiati fedelmente, il disegno, i colori, le epigrafi in greco, rivelan la mano di artisti di quella schiatta, sia che fossero venuti apposta da Levante, come quei che avea testè chiamati l’abate Desiderio a Monte Cassino, sia degli indigeni di Sicilia e della Bassa Italia. Nè ripugno al supposto che uomini nati di schiatte italiche nell’una o nell’altra regione abbian presa parte al lavoro e lasciatovi per segno le epigrafi latine. Non escluderò nè anco gli Arabi, quando Edrîsi, nel paragrafo della cattedrale di Cordova testè citato,[1286] disse che nè Musulmani nè Rum avean mai fatti mosaici più belli. Oramai non si può allegare, e reggerebbe poco nel caso nostro, il supposto orrore d’ogni fedel musulmano contro le immagini d’uomini o d’animali: contuttociò egli è probabile che i Musulmani, più tosto che alle istorie bibliche ed alle rappresentazioni de’ santi, abbiano lavorato a quello che soleano far più sovente, cioè nelle chiese agli ornamenti e negli edifizii profani alle immagini di fantasia, come quelle della sala terrena della Zisa e della stanza normanna del palazzo reale. Del resto egli è noto che valenti critici hanno studiati i mosaici di Sicilia e li hanno giudicati superiori a que’ contemporanei della nostra Terraferma.[1287]

Accennerò appena alle dipinture su legno che rimangono ne’ cassettoni ottagoni del palco della Cappella Palatina di Palermo, tutti intagliati, divisi da lunghe aguglie capovolte a mo’ di stalattiti, ornati d’oro, d’azzurro, di bianco e d’iscrizioni arabiche. Le dipinture son da riferire alla prima metà del duodecimo secolo, come la più parte de’ cassettoni; sapendosi da scrittori contemporanei che il palco era ornato per l’appunto con que’ disegni e que’ colori, e rimanendovi intatte, la più parte, le iscrizioni arabiche. Ma a quell’altezza arriva poca e trista luce dalle finestre sottoposte, sì che le iscrizioni furono ignote fino al principio di questo secolo, e le figure e i rabeschi dipinti entro i cassettoni non si conoscono altrimenti che per le piccole fotografie fatte due anni addietro a luce riflessa da uno specchio, quand’io mi accinsi a pubblicare le iscrizioni. Nessuno ha osato poi di giudicar le dipinture senza osservarle da presso: onde convien tacerne per ora ed aspettare qualche occasione, che permetta ai conoscitori di studiare a loro bell’agio questi avanzi di un’arte siciliana del duodecimo secolo.[1288]

Venendo alla scultura, non veggo alcuna ragione di negar ai Musulmani di Sicilia il lavorìo degli ornati in alto e basso rilievo e in particolare de’ capitelli elegantemente scolpiti, che ammiriamo in varii monumenti dell’epoca normanna, massime nel chiostro di Morreale. Perocchè il grande numero e la forma de’ capitelli esclude il supposto che fossero tolti da più antichi edifizii, e, come dicemmo pocanzi trattando de’ mosaici, non regge il vecchio canone che là, dove si veggono effigie, sia da escludere l’origine musulmana. Buoni giudici spassionati hanno notata la eccellenza di così fatta opera di scultura.[1289] De’ fonditori di bronzo abbiamo toccato nel capitolo precedente. Passando dal mestiere a quella che in oggi si chiama propriamente arte, noi non rivendicheremo alla scuola musulmana le due porte di bronzo del Duomo di Morreale, contemporanee e pur di stile molto diverso, nell’una delle quali si legge il nome di Bonanno da Pisa, nell’altra quel di Barisano da Trani.[1290] Pure la imitazione degli ornati arabi è notabile in alcuni compartimenti della porta di Bonanno: e più assidua, dico anzi servile, si scorge in un lavoro anteriore almen di ottant’anni, cioè le porte di bronzo della camera sepolcrale di Boemondo a Canosa, ch’erano una volta ageminate in argento. Nelle quali non solamente i fregi e il campo son tutti arabeschi finissimi e complicati, ma l’artista perfin copiò delle lettere cufiche nei tre cerchi che occupano il campo del battente sinistro; talchè si direbbe opera orientale, se non vi si leggessero allato in latino le lodi di Boemondo e se la soscrizione, parimente latina, non portasse il nome di Ruggiero campanaio di Amalfi, autore delle porte e d’un candelabro.[1291] Possiam noi supporre questo Ruggiero musulmano di Sicilia, battezzato col nome del padrone normanno che l’emancipò; possiamo supporre che, nato in Amalfi, avesse appresa l’arte, com’altri suoi concittadini ed altri Italiani, in Costantinopoli, oppure in Sicilia o nel Levante musulmano; ch’egli avesse gittato il bronzo ed altri disegnati i modelli: ma in nessun caso è dubbia la scuola, alla quale appartiene questo lavoro. A ciò s’aggiunga che i Musulmani di quella età, con opera diversa e assai meno agevole, fabbricavan porte di ferro istoriate a figure di animali. Noi lo sappiamo precisamente delle porte di Mehdia,[1292] della qual città si è visto ch’ebbe fin dalla sua fondazione strette relazioni con la Sicilia. E non sembra inverosimile che fossero state della stessa fattura le porte di ferro che Roberto Guiscardo riportò di Palermo in Troja di Puglia, insieme con varie colonne e capitelli di pregio:[1293] il qual fatto spiana la via all’ipotesi che artisti musulmani di Palermo abbiano partecipato al disegno dei lavori di bronzo gittati un secolo appresso pel Duomo di Morreale.

Ma ritornando alle costruzioni dopo il lungo discorso su le arti ausiliari, ci occorre un ramo d’ingegnerìa assai coltivato in Palermo, per l’abbondanza delle acque che sgorgano alle radici de’ monti vicini. Il biasimo che fa Ibn-Haukal a’ Palermitani, perchè la più parte bevesser acqua di pozzo, ci ha condotti, contro l’opinion comune, a conchiudere che la vasta ramificazione di acquedotti e condotti minori, che in oggi recano l’acqua infino a’ piani più elevati delle case, non si dovesse riferire alla dominazione musulmana. Ma da un altro canto quel congegno non può esser nato dopo il duodecimo secolo. Arabica è la voce giarra, che designa in Sicilia una parte principale del sistema, cioè i pilastri, ne’ quali si fa montar di tratto in tratto l’acqua per lasciarla ricadere giù e renderle in parte la forza perduta nel cammino: le quali costruzioni furono usate allo stesso effetto in Ispagna e lo sono tuttora nell’Affrica settentrionale.[1294] Che se il vocabolo catusu, il quale in Sicilia vuol dire doccia di terra cotta, ha etimologia greca e latina, noi veggiamo che gli Arabi, toltolo in prestito, come tanti altri vocaboli, da’ popoli civili, mutarono alquanto il significato da “urna o brocca” in “secchia,” e in Occidente vi aggiunsero il significato di “condotto o doccia;” onde questa voce siciliana si deve immediatamente agli Arabi.[1295] Infine è arabica di pianta la voce darbu, misura d’acqua corrente, usata fino ai nostri giorni in Palermo e scritta in un diploma arabico del duodecimo secolo.[1296]

Dalle cose passando agli uomini, sarebbe da investigare per lo primo quali avanzi di sangue arabo e berbero fossero rimasi negli odierni Siciliani. A tal quesito parmi non sappia rispondere l’anatomia nè la fisiologia, dopo sette secoli, nel corso de’ quali la schiatta italica, di gran lunga predominante, ha avuto agio di assorbire ogni altra. E là dove mancano i rigorosi metodi scientifici, dobbiamo diffidare delle apparenze, delle opinioni preconcette, delle osservazioni parziali e de’ subiti giudizii. Per la medesima ragione mettiamo da canto le conghietture che suggerisce qua e là una diversa sembianza e indole degli uomini in qualche regione o città dell’isola, e ci ristringiamo ai fatti storici e linguistici.[1297]

Abbiamo notate a lor luogo le crisi della popolazione musulmana. La quale, oltre le stragi della guerra e delle proscrizioni, scemò per la emigrazione in Affrica, incominciata il millesessantotto e non cessata al certo fino al compimento del conquisto; cresciuta dopo breve sosta, pei supplizii del cencinquantatrè, e per le stragi del censessantuno; continuata pian piano sotto Guglielmo il Buono; accelerata dalle sedizioni del centottantanove, e dai terrori del cennovantanove, fino alle ribellioni del dugenventuno e dugenquarantatrè, per le quali, altri si rifuggì in Affrica o in Egitto, ed altri cercò scampo nella religione de’ vincitori; mentre il grosso de’ ribelli era deportato in Puglia e scompariva, tra per apostasia e per emigrazione, ne’ principii del secolo decimoquarto. Verosimil sembra che, in tutte queste vicende, la più parte degli usciti fossero oriundi di schiatte straniere, più tosto che antichi abitatori dell’isola. In tale opinione mi conferma il fatto che i Saraceni di Lucera parlavano, o per lo meno intendean bene, l’italiano;[1298] il che conviene per l’appunto alla popolazione rurale sottomessa dai Musulmani e lasciata sotto il giogo dai Normanni, nelle platee dei quali ci occorrono tanti villani musulmani di origine italica o greca.[1299] Ma dopo la seconda deportazione in Puglia scomparisce nell’isola, sì come abbiam detto di sopra, ogni notizia di abitatori musulmani;[1300] si veggono famiglie siciliane in Egitto e in Affrica;[1301] il linguaggio arabico si spegne d’un subito in Palermo stessa: sì che ne avanza appena, nella seconda metà del decimoterzo secolo, una soscrizione in atto pubblico[1302] e il ricordo di traduttori dall’arabico in latino, tra i quali veggiamo degli Israeliti.[1303] Mancano in Sicilia nella stessa generazione le iscrizioni sepolcrali arabiche:[1304] e se i nomi di città, villaggi e grandi tenute duran la prova del mutato linguaggio, quei delle strade in città e de’ piccoli poderi cambiano o si corrompono,[1305] sì che pochi ne avanzan oggi.[1306] Potrebbe supporsi, in vero, da’ capitoli di Federigo l’Aragonese, che fosse rimaso qualche avanzo di popolazione musulmana infino alla prima metà del secolo decimoquarto;[1307] ma quando si riflette al silenzio di ogni altra memoria per sessant’anni, sembra più verosimile che quelle leggi abbian avuto di mira i mercatanti musulmani stanziati o passeggieri nelle città marittime, e gli schiavi recati dalla costiera d’Affrica, e soprattutto dall’isola delle Gerbe, dopo il milledugentottantaquattro.[1308]