Molto ci aiuta in coteste ricerche l’Egitto, sì per le profonde radici che vi messe la schiatta arabica fin da’ primi principii del conquisto; sì per la inesauribile ricchezza, nutrice delle arti, e infine perchè quivi i monumenti del medio evo sono stati, meglio che in tutt’altro paese musulmano, illustrati dagli scrittori indigeni e studiati dagli europei. Il Makrizi, diligentissimo raccoglitore delle notizie sparse negli annali del suo paese, fa la cronaca di ciascun monumento. Sappiam da lui le vicende della moschea cattedrale di Amru, o meglio si scriva ’Amr, al Cairo vecchio,[1210] ristorata varie volte e riedificata al tempo di Walîd; per cui comando fu abbattuto (710) il tetto che parve troppo basso, e ricominciato il nuovo edifizio (maggio e giugno 711), fu terminato a capo di tredici mesi per opera di un Ichia-ibn-Henzela, liberto de’ Beni ’Amir-ibn-Liwâ,[1211] onde sembra anch’egli di schiatta persiana e forse di Hamdan stessa.[1212] In vero, nei disegni che noi abbiamo della moschea di ’Amr, l’arco dei portici, formato di due curve che s’incontrano, ritondato bensì al vertice e un poco rientrante nel pièritto, par che racchiuda gli elementi dell’arco aguzzo e di quello a ferro di cavallo, che poi svilupparono l’uno nelle parti orientali e l’altro nelle occidentali dello impero musulmano. Vi si scorge anco la costruzione con pietra di due colori alternati; e verosimil sembra che quegli archi rimangano in piè fin dall’ottavo secolo.[1213] Ma non ragioneremo su le probabilità, quando abbiamo la certezza nella moschea d’Ibn-Tulûn. Il Makrizi ci dà ampii ragguagli e precisi di questo monumento, edificato proprio nel secol d’oro della civiltà musulmana: che anzi la schiatta araba già declinava, già prendeva a nolo spade straniere per godersi meglio i piaceri dell’intelletto e de’ sensi, e già le province spiccavansi dall’impero, del quale restava il nocciolo spolpato a Bagdad. Allora Ibn-Tulûn, soldato di schiatta turca, mandato a governare l’Egitto e fattosene padrone, edificava, in quel ch’oggi chiamasi il vecchio Cairo, stanze di soldati, palagi, acquidotti, spedali; e tra gli altri monumenti immaginò una nuova moschea cattedrale. Narrasi com’avendo flagellato e messo nel carcere di polizia l’architetto cristiano che poco prima gli avea costruito un acquidotto, Ibn-Tulûn chiamò altro architetto per la moschea; ma che sentendosi chiedere trecento colonne da raccattare nelle chiese cristiane per tutto l’Egitto, ei ripugnava a tal partito e non sapea che si fare. Il cristiano allor gli scrive dalla prigione che ei fidasi di murar la moschea senz’altre colonne che le due del mihrâb: chiamato dal principe, gli abbozza il disegno sopra una pelle, e quegli approva il partito; fa rivestire l’architetto d’un pallio, com’or sarebbe attaccare al petto una decorazione; gli fa noverare centomila dinar e dà carta bianca per lo rimanente della spesa: onde l’opera fu fornita a capo di due anni, il dugensessantacinque dell’egira (878- 879). La moschea d’Ibn-Tulûn abbandonata, ristorata, ma non mai mutata sostanzialmente,[1214] è stata osservata dal Marcel,[1215] studiata dal Coste ed ammirata da tutti gli Europei, com’uno dei più bei monumenti del medio evo e come il più antico edifizio costruito con archi acuti.[1216] E veramente i disegni che ne dà il Coste, ci mostrano in quegli archi sostenuti da robusti pilastri il sesto acuto poco allungato e similissimo a quello degli edifizii siciliani del duodecimo secolo[1217] ed anco a quello del Nilometro di Raudha,[1218] il quale era stato fabbricato il dugenquarantasette dell’egira (861), al dir di Makrizi.[1219] Questo scrittore poi ci attesta il gran lusso d’architettura, di che sfoggiarono i successori d’Ibn-Tulûn, allo scorcio dello stesso secolo, e più di loro i Fatemiti nel decimo e nell’undecimo.[1220] E s’egli non ci sa dir la patria di tutti gli architetti, nè anco del cristiano d’Ibn-Tulûn, pur ci narra che tre porte del Cairo, innalzate verso il millenovanta dell’èra volgare, furon opera di tre fratelli nati in Edessa.[1221]
Non occorre particolareggiare altrimenti le memorie de’ monumenti egiziani del secolo decimo e dell’undecimo, poichè l’arte rimanea la medesima, ancorchè il gusto forestiero si fosse insinuato negli ornamenti.[1222] Lo stesso Ibn-Tulûn, dotto e pio musulmano, non rifuggì dal porre due leoni di stucco dinanzi una porta del suo castello.[1223] Il figliuolo Khamaruweih, che gli succedette, fece ritrarre sè e le sue cantatrici in una palazzina de’ sontuosissimi suoi giardini, le mura della quale eran tutte d’oro e d’azzurro, e le figure dipinte in una larga fascia e ornate di corone, orecchini e altri gioielli di gran valore.[1224] Conquistato poi l’Egitto da’ Fatemiti per mano di Giawher, liberto siciliano di schiatta greca o latina, l’uso delle immagini si fece più frequente; e perfino nella celebre moschea dell’Azhar (972) furono scolpite sui capitelli certe figure di volatili e si spacciò fossero talismani da tener lungi dal tempio le passere, le tortore e le colombe.[1225] II vero è che gli architetti dei principi egiziani dal decimo secolo in poi s’erano invaghiti de’ capricci e de’ complicati ornamenti; sì come avvenìa già nella letteratura arabica, com’avvien sempre nelle arti dopo un’epoca di bella semplicità.[1226] Contuttociò non fu abbandonato l’arco aguzzo, se non che comparisce insieme con esso qualche arco tondo o trilobato; ma non si mutò essenzialmente lo stile, nè si può dir che sia succeduta a’ be’ tempi del Nilometro e della moschea tolunida una età barocca, come quella che ingombrò l’Europa nel decimosettimo secolo. Anzi e’ parmi che dopo le Crociate l’arte arabica d’Egitto siasi ritemprata nell’antica severità. I monumenti di Kelaûn, di Berkûk, di Kaitbai, surti nel decimoterzo, decimoquarto e decimoquinto secolo, ci danno argomento di meraviglia e di riflessione, per la somiglianza loro con gli squisiti edifizii fiorentini di quelle medesime età.
Da un’altra mano ci rimarrem noi dall’esame dell’arte arabica in altri paesi; poichè a levante dell’istmo di Suez i monumenti musulmani anteriori al duodecimo secolo, per quel po’ che se n’è studiato, non mostrano forme diverse da quelle d’Egitto; e se guardiamo a ponente di Barka, non troviamo nell’Affrica propria altri edifizii di quella età che la inesplorata moschea del Kairewân. Lasciam anco da parte la Spagna, dove gli Arabi esordirono seguendo da presso l’arte romana dell’Europa occidentale e di Bizanzio, e poi continuarono con lo stile, bene o mal chiamato, moresco: ma nè questo nè il primo rassomiglian allo stile siciliano del duodecimo secolo, se non che nell’ornato.
Limitandoci dunque all’Egitto, noi chiameremo col Coste architettura arabica pura quella che vi si ammira ne’ monumenti del nono e del decimo secolo:[1227] e conchiuderemo che cotesta forma d’arte nacque su le due sponde del Tigri, e fu esercitata per lungo tempo dalle schiatte de’ vinti. Nel qual giudizio ci conferma l’esempio d’un’arte affine, quando sappiamo che, devastata la Mecca da una inondazione, il califo Abd-el-Melik, l’anno ottanta (700), mandava un ingegnere cristiano a costruire gli argini che difendessero in avvenire la città e il tempio; il qual cristiano aveva appresa l’arte, com’egli è verosimile, nelle irrigate pianure della Mesopotamia.[1228] Non dico io già che l’arte arabica sia stata creata dal nulla. Si formò al certo di antiche tradizioni della Mesopotamia, della Media e della Persia e di tradizioni bizantine, miste a lor volta di stile romano e d’orientale e pervenute nel centro del novello impero arabico per doppia via; cioè a dirittura dalle province che ubbidivano a Costantinopoli, e, di rimbalzo, dall’abbattuto reame sassanida, il quale aveva apprese tante arti e scienze dalla Grecia e dalla nuova Roma. E sì che questa gran sede di civiltà sparse luce al paro su l’Europa e su l’Asia: e in Santa Sofia diè splendido esempio delle cupole e delle iscrizioni cubitali messe a ricordo e insieme ad ornamento; le quali furon poi sì largamente usate da’ Musulmani di ogni regione. Ma con tutta la parentela e la rassomiglianza di molte parti, non si può al certo chiamare bizantino lo stile arabico, nel quale nessuno negherà lo elemento persiano. La storia ci dice l’origine dei primi architetti dei Musulmani; i monumenti sassanidi son lì ancora, con lor vòlte ovoidi per ogni luogo, e con l’arco ellittico del Taki-Kesra, per attestare che nel quinto e sesto secolo dell’èra nostra[1229] le curve descritte da unico centro non bastavano più al gusto orientale, ancorchè i Bizantini non le avessero barattate giammai.[1230]
Dove e quando sia stato per la prima volta appuntato l’arco dello stile arabico, non si ritrae da quei pochi studii che gli Europei han fatti fin qui nelle regioni adiacenti al Tigri ed all’Eufrate. Mi s’affaccia l’ipotesi che sia avvenuto nell’ottavo secolo alla Mecca. Noi sappiamo che i Musulmani, quando fabbricavan di pianta le moschee, copiavano il disegno di quella che cinge la Kaaba.[1231] Sappiam che questo santuario dell’islam era circondato di case; in modo che, ingrandito il ricinto, avvenne che da varie parti rimanessero tra l’una e l’altra angusti passaggi per aprire novelle porte al tempio. Abbiam anco, da un autore meccano del nono secolo, il numero delle porte, ciascuna delle quali era costruita ad uno, due, o parecchi archi, e sappiamo la dimensione di ciascun arco,[1232] la quale il più delle volte si adatta meglio che al tondo, al sesto acuto, che realmente si osserva oggidì nelle nuove strutture di quel tempio.[1233] Verosimile egli è dunque che cotesta forma d’arco, la quale si sparse rapidamente per tutto l’impero musulmano, eccetto l’estremo Occidente, siasi vista assai per tempo alla Mecca. L’arco ellittico della Persia ne dava il principio; lo spazio angusto consigliò forse di ravvicinare i due rami della curva sì che si tagliarono; o forse l’idea venne dall’intersezione di due o tre archi tondi nelle porte divise da quattro o cinque colonne. Ed ho messo nell’ipotesi l’ottavo secolo, perchè nel corso di quello la moschea della Kaaba fu ingrandita tre volte, e perchè l’arco aguzzo, non per anco sviluppato nelle fabbriche della moschea di ’Amr che vanno riferite a Walîd (714), si vede già bello e compiuto nel tempio d’Ibn-Tulûn (879).
Ignoriam noi come e quando siasi cominciato in Sicilia a smettere lo stile romano o bizantino. Le nuove costruzioni cominciarono di certo nel nono secolo, allorchè gli emiri aghlabiti ristoravano e ingrandivano Palermo;[1234] al qual tempo è da riferire la prima origine della strada maggiore del Cassaro, copiata forse dal mercato centrale di Kairewân, ch’era lungo quasi due miglia.[1235] Può darsi ancora che l’impulso fosse venuto da Mehdia, allorchè i Fatemiti, venti anni appresso lor nuova capitale, fabbricarono la Khâlesa (937) nella capitale della Sicilia;[1236] ovvero a capo di trent’anni, nel rinnovamento degli ordini pubblici intrapreso da’ Kelbiti,[1237] del qual periodo abbiamo i frammenti dell’iscrizione monumentale di Termini[1238] e sì, in rozzi disegni, gli avanzi di quella che coronava Bab-el-Bahr,[1239] com’or veggiamo nella Zisa e nella Cuba; oltrechè Ibn-Haukal fa menzione d’altre fabbriche nuove ch’ei notò (872).[1240] Un secolo appresso viene il conte Ruggiero ad affermarci lo splendore degli edifizii ch’avea trovati e distruttane gran parte:[1241] e di que’ che rimanevano in piè nella prima metà del duodecimo secolo ci fa fede il libro di re Ruggiero, o di Edrîsi. Questi accenna, tra gli altri, all’antico tempio di Palermo, sacro al culto cristiano, poi fatto moschea e infine cattedrale cristiana di nuovo, nella quale si ammiravano “sì peregrini lavori ed opere di dipintura, doratura e calligrafia, sì eleganti ed originali da vincere ogni immaginativa.”[1242] In ogni modo egli è certo che prima del conquisto normanno l’architettura fioriva in Palermo e in altre città della Sicilia; nè men certo che continuò a fiorire. Lo stesso Edrîsi descrive la cittadella normanna, della quale or non rimane che la cappella palatina e parte d’una gran torre. “S’erge, dice egli, nel più elevato luogo del Cassaro la nuova cittadella del gran re Ruggiero, edificata con ciottoloni[1243] e massi di pietra da taglio: fortezza ben complessa, munita d’alte torri, di saldi minaretti e robusti propugnacoli che difendono i palagi e le sale.”[1244] Si confronti cotesto ragguaglio con que’ d’Ibn-Giobair, di Romualdo Salernitano e di Ugo Falcando, i quali non occorre replicar qui; ricordinsi gli edifizii suburbani, de’ quali abbiam detto in principio di questo capitolo; vi si aggiungano le molte chiese e monasteri e gli edifizii privati di che veggiam qualche avanzo, o ne fanno menzione le antiche scritture, e si comprenderà quanto e quale sia stato il lusso architettonico della Sicilia nel duodecimo secolo.
Ma lo stile degli edifizii che rimangono di quel tempo torna all’arabico dell’Egitto. Ecco gli archi, moderatamente acuti, delle chiese in Palermo, in Cefalù, in Morreale; que’ della Badiazza presso Messina,[1245] del monastero di Maniaci,[1246] del ponte dello Ammiraglio, di Maredolce, della Zisa, della Cuba, simili, diciamo con rigore geometrico, a que’ del Nilometro e della Moschea d’Ibn-Tulûn! Ecco nelle fabbriche esteriori della Martorana, del chiostro di Morreale e in un muro anco di quel Duomo gli spigoli delle vòlte e varii membri degli ornati alternarsi bianchi e neri come nell’Azhar del Cairo! Ecco le cupole di San Giovanni degli Eremiti, della Cappella Palatina, della Martorana, di San Cataldo, di San Giovanni de’ Lebbrosi, e quella che copre la loggetta del giardino di casa Napoli presso la Cuba, e l’altra più piccina, vera sebîl che disseta ancora i viandanti nello stradale tra Villabate e Misilmeri![1247] Tornan tutte queste cupole ad una sezione di sfera, sostenuta sopra spazio quadrilatero con bel congegno di archetti pensili che s’aggruppano a ciascun angolo in forma di pina scavata, e tutte discostansi dalla costruzione delle cupole bizantine, in guisa da doversi riferire piuttosto a quella che par sia passata dalla Mesopotamia in Egitto[1248] e in Affrica. Cotesti riscontri notansi nelle parti essenziali della struttura, con tanti altri che gli uomini dell’arte hanno descritti più particolarmente.[1249]
Nè il comune legnaggio arabico apparisce men chiaramente negli ornati, ancorch’essi appartengano ad arte accessoria, capricciosa per natura e per vezzo particolare degli Arabi, e derivata anch’essa dalle province bizantine. Un fino conoscitore nota la somiglianza degli ornati siciliani con que’ de’ monumenti musulmani più antichi, per esempio della cattedrale di Cordova.[1250] Il palco di legno della moschea di Cordova, come cel descrive Edrîsi, era compagno di quel ch’ora veggiamo nella Cappella Palatina di Palermo, se non che i cassettoni, o canestri che voglian chiamarsi, erano parte circolari e parte esagoni a Cordova[1251] e in Palermo han figura di ottagono inscritto in una stella. A chi guardi il fregio di mosaico che corona le tavole di marmo bianco della Cappella Palatina di Palermo e del Duomo di Morreale, par che l’abbiano disegnato le stesse mani che fecero il modello de’ merli e de’ parapetti straforati delle moschee d’Ibn-Tulûn, di Hâkem, di Hasan o di quella detta l’Azhar. Gli arabeschi che ammiransi ne’ pulpiti di quelle moschee sembran originali o copie di quei che rendon sì vaghi i pavimenti e i troni regii della Palatina o di Morreale.[1252] E perchè nulla manchi al paragone, l’iscrizione arabica cristiana, che si è scoperta non è guari dentro la cupola della Martorana, è dipinta su assi, appunto come quelle del Cairo. Da un’altra mano lo stile di Maredolce, della Zisa e della Cuba, ch’è pur manifesto nelle rovine del palagio di re Ruggiero all’Altarello di Baida, s’accompagna quivi ad un altro elemento, offrendo ne’ pochi avanzi della gran sala terrena una reminiscenza dell’arte sassanida: una nicchia grande, o piccola abside che voglia dirsi, la quale s’innalza da un’area rettangolare e chiudesi al vertice in sezione ellittica con l’asse maggiore perpendicolare, in guisa da ritrarre uno spaccato di cupola ovoide.[1253] Ritornano in campo per tal modo negli edifizii siciliani del duodecimo secolo alcune delle prime fattezze dell’arte arabica ch’erano rimase latenti negli anelli intermedii della catena, sì come avviene nella generazione degli animali per quella legge che i naturalisti or chiamano atavismo. Non reca minor maraviglia il vedere in alcuni capitelli dei monumenti sassanidi la medesima forma di quelli, de’ quali abbiam tanta copia ne’ monumenti normanni di Sicilia.[1254]
Va notata altresì la rassomiglianza de’ giardini di sollazzo. A legger quelle pagine che si direbbero tolte da’ racconti arabi, nelle quali il prosaico e diligente Makrizi, su la fede di autori più antichi, descrive i palagi suburbani, le peschiere, i canali, le loggette, i verzieri degli emiri tolunidi e de’ califi fatemiti,[1255] ci par di vedere, un poco più particolareggiati, i medesimi ragguagli che danno gli scrittori del duodecimo secolo, cristiani, musulmani ed ebrei, intorno le delizie dei re normanni di Sicilia. Come il Cairo, Palermo ebbe quella che Ibn-Giobair chiama collana di ville regie:[1256] la Zisa, Menâni, la Cuba e Maredolce, le quali giravano quasi a semicerchio intorno la città da ponente a libeccio e scirocco. Non traviarono dal gusto orientale i fondatori della Zisa, quando la gran sala terrena, splendidamente ornata come una Ka’ah moderna d’Egitto,[1257] ha in fondo una fonte ed è tagliata in mezzo dall’aperto canale di marmo, pel quale l’acqua va a raccogliersi fuori il castello in una gran vasca, nel cui centro surse elegante loggetta fino allo scorcio del decimosesto secolo.[1258] Nella Cuba, la base del prospetto rivestita di cemento idraulico, la porta più alta del suolo, e gli avanzi degli argini, attestano che il castello rispondea sopra un laghetto artificiale;[1259] e le vestigie del medesimo cemento si scorgono nelle rovine di Menâni.[1260] Più lunga la cronica di Maredolce, o Favara che vogliam dire. Sappiamo che fu villa regia di sollazzo fino al principio del secolo decimoquarto;[1261] che Arrigo imperatore, allo scorcio del duodecimo, dimorò nel castello e trovò il parco pien di cacciagione.[1262] Pochi anni innanzi, Beniamino da Tudela, o il viaggiatore copiato da lui, faceva andare a diporto sul lago il re normanno con le sue femmine;[1263] del quale lago, disseccato in oggi, possiam noi misurare il circuito lungo la radice del monte e gli avanzi degli argini; e l’altezza si scorge dall’intonaco idraulico ond’è rivestito in alcune parti il muro del castello.[1264] I poeti di re Ruggiero, nella prima metà del secolo stesso, aveano descritti i nove canali scavati alle acque, e i pesci, gli uccelli, i boschetti di aranci e le due palme che s’innalzavan come vessillo su que’ giardini d’Armida.[1265] I quali già nel secolo precedente avean mosso a maraviglia il conte Ruggiero, quand’egli irruppe (1071) nella pianura di Palermo;[1266] ed erano stati acconci forse in sul principio del secolo, poichè il castello, fino al tempo d’Ibn-Giobair (1184), si addimandò Kasr-Gia’far;[1267] dond’egli è verosimile che l’abbia edificato l’emir Kelbita di quel nome (998-1019). L’attiguo bosco di palme, che stendeasi fino all’Oreto,[1268] va noverato forse tra i luoghi di sollazzo che Ibn-Haukal avea visti in riva al fiume, verso la metà del decimo secolo[1269] e che i Pisani aveano depredati il millesessantatrè.[1270] Dobbiamo far menzione ancora della vasta bandita che, al dire di Romualdo Salernitano, avea creata re Ruggiero in alcuni boschi e monti presso Palermo, circondatili a quest’effetto d’un muro di pietra, piantatovi nuovi alberi, e messavi gran copia di daini, caprioli e cinghiali; il qual parco dalla reggia stendeasi per parecchie miglia a libeccio oltre i gioghi de’ monti e chiamavasi, com’io credo, Menâni, col nome stesso del castello.[1271] Romualdo aggiugne che il re passava l’inverno alla Favara e l’estate a cacciare ne’ boschi del Parco. La loggetta sormontata di cupola che rimane intatta tra Menâni e la Cuba, torna sempre, qual che fosse l’età sua, al gusto dei giardini regii dell’Egitto.[1272]
Se i principi normanni seguirono gli usi dei Kelbiti, questi a lor volta aveano imitati i califi del Cairo. E la storia ce ne mostra il perchè. La casa kelbita dei Beni-abi-Hosein, mandata da Moezz a mettere, se possibil fosse, un morso in bocca a’ riottosi Musulmani di Sicilia, avea gran seguito a corte di quel califo. Sotto i degeneri successori di Moezz crebbe la possanza de’ Kelbiti, al segno ch’e’ prevalsero ne’ consigli del Cairo più facilmente che lor non avvenisse di comandare nella capitale della Sicilia.[1273] Dalla intima relazione delle due corti, seguì naturalmente maggiore frequenza di commerci tra’ due paesi: il qual fatto, se occorre nelle memorie del duodecimo secolo, del decimoterzo e fino al decimoquarto,[1274] era nato al certo avanti le Crociate e avanti il conquisto normanno dell’isola.