Non si alterò sotto i tre primi re normanni la forma, nè, a quel che parmi, il valore intrinseco de’ tarì o robâ’i fatemiti. Di raro par si fossero coniati de’ dînâr o mezzi dinar,[1172] nè ci avanza gran copia di monete d’argento con iscrizioni arabe o bilingui; ma si rinvengono spesso delle monete di rame. Per cagion del breve regno e delle popolazioni musulmane, che sempre più si dileguavano, coniò poche monete arabiche Tancredi, poche Arrigo VI; e scarseggiano similmente quelle di Federigo, il quale mutò il sistema monetario, surrogando coll’agostale le frazioni del dinar. Ma ancorchè sieno estranee al nostro argomento le monete latine dei re di Sicilia, non vogliam passare sotto silenzio che i Guelfi, tra le altre singolarità attribuite all’imperator Federigo, narrarono ch’egli avesse data fuori della moneta di cuoio,[1173] come la tradizione popolare di Sicilia dice di Guglielmo il Malo. Ed ancorchè nessuno antiquario n’abbia vista fin qui la prova materiale, non ripugna al vero la imitazione di tal trovato, quando noi sappiam che i Cinesi, precorrendoci anche nelle teorie del credito, adoperaron moneta di cartone fin dal settimo secolo dell’èra volgare. La corte di Roma, nella gran salmeria de’ motivi che accompagnavano la scomunica del milledugentrentanove, chiamò Federigo “falsario di nuovo genere,” apponendogli d’aver fatto coniare del rame coperto di sottile foglia d’argento:[1174] e io debbo dire che, non ostante la nota audacia di tali accusatori, mi sembra anco verosimile questo fatto, perchè n’abbiamo esempii nella numismatica antica ed anco nella musulmana,[1175] e perchè l’imputazione è di quelle che niun osa fare quando manca il corpo del delitto.
CAPITOLO XIII.
Ho differito fin qui il ragionamento su l’architettura e le arti ausiliari, perchè mi è parso bene toccarne in quest’ultimo capitolo, ordinato a notare i vestigii che le colonie musulmane lasciarono in Sicilia; de’ quali nessun altro è più splendido e più certo di que’ che scorgonsi ne’ monumenti del duodecimo secolo. Io non dico de’ secoli precedenti, non sapendo, in vero, se in tutta l’isola rimanga oggi in piè alcun edifizio surto nella dominazione musulmana. Que’ che i padri nostri le riferivano con piena fede, ormai scendono ai tempi normanni. Sognarono alcuni eruditi del secento che l’Annunziata de’ Catalani in Messina fosse stata, in origine, mausoleo d’un supposto Messala, re di supposti Alamidi; del quale essi leggean proprio l’epitaffio nelle tavole di marmo bianco, spezzate in parte e capovolte, onde sono rivestiti gli stipiti della porta maggiore di quella chiesa.[1176] Ed ecco che, deciferando senza tanta fatica l’elegante scrittura neskhi intarsiata in quelle tavole a caratteri di serpentino e rabeschi di porfido, se ne raccapezza de’ versi, pei quali re Ruggiero invitava i grandi della corte ad entrar nel suo paradiso terrestre: senza dubbio la reggia di Messina, dove l’iscrizione adornò qualche vestibolo o corse su le pareti di qualche sala.[1177] Per errore meno indegno di scusa furon credute, e da taluno credonsi ancora, opera saracenica i palagi della Zisa e della Cuba e le rovine di Mimnerno, o meglio direbbesi Menâni, presso Palermo. Ma la Cuba mal nascose l’età sua agli occhi di Girault de Prangey; e infine è stata tradita da quella medesima iscrizione arabica che parea documento dell’origine musulmana, poich’evvi intagliato a caratteri cubitali il nome di Guglielmo II e l’anno millecentottanta del Messia.[1178] La Zisa anch’essa dopo averci tenuti tutti in rispetto con quel suo sembiante arcaico, giudicata or che abbiamo migliori lezioni d’una cronica e d’una epigrafe e che sappiam l’età della Cuba, torna a Guglielmo il Malo e in parte anco al figliuolo.[1179] Menâni poi è attribuito da una cronica a re Ruggiero; nè le sue rovine danno indizio che ci porti a mettere in forse quell’attestato.[1180]
Si può assegnare, sì, origine più antica al castello di Maredolce[1181] ed ai Bagni di Cefalà;[1182] se non che la forma primitiva di que’ due monumenti è mutata, tra pei guasti del tempo e per fabbriche sovrapposte. Diciam lo stesso della Porta della Vittoria[1183] e dell’edifizio di San Giovanni de’ Lebbrosi.[1184] Poco poi è da sperare in certi castelli d’aspetto saracinesco, abbandonati, anzi mezzo distrutti, come que’ del monte Bonifato,[1185] d’Entella e di Calatamauro in val di Mazara[1186] e qualche altro in val di Noto,[1187] non parendo che dalle ruine di fortilizii si possa ritrarre un compiuto sistema d’architettura. Io non ho fatta menzione delle chiese che chiamiamo normanne, perchè le son tutte evidentemente del duodecimo secolo, e se in una o due si potesse scoprire qualche lavoro degli ultimi lustri dell’undecimo, non porterebbe divario nell’epoca.
Del rimanente bastano gli edifizii del duodecimo secolo per determinare l’indole dell’arte che fiorì in Sicilia in tutto il periodo delle colonie musulmane. Gli autori moderni, ai quali è occorso quest’argomento, notan tutti nell’architettura siciliana de’ tempi normanni uno stile peculiare, molto diverso da quello delle nazioni europee contemporanee e perfin della Spagna musulmana;[1188] onde lo dicono misto di varii elementi, bizantino, normanno, moresco, e che so io; ai quali ogni scrittore pur attribuisce proporzioni diverse. Altri sostiene che l’architettura volgarmente chiamata gotica, della quale par che i Goti non abbian saputo mai nulla, venne dal Levante e pria di passare nel Settentrione, dov’era destinata a produrre tanti miracoli d’immaginazione, fe’ sosta in Sicilia. Allargandosi per tal modo la quistione, io sono costretto ad entrarvi, male armato com’io mi sento: onde chiederò aiuto ai maestri dell’arte, innanzi tutti al Coste, il quale studiò lungamente gli edifizii del Cairo e si valse dell’erudizione musulmana. A questa fonte attingerò anch’io qualche notizia su l’origine e i progressi dell’architettura appo gli Arabi: e sarà gran fatica, poichè non è trattato quest’argomento da nessun de’ loro scrittori ch’io m’abbia letti. Ibn-Khaldûn, nei Prolegomeni, lo tocca con alte considerazioni di filosofia storica; egli scende fino alle pratiche de’ muratori e de’ legnaioli; ma, proprio su l’origine, dice una volta che gli Arabi appresero l’architettura da’ Persiani e par lo neghi in un altro capitolo.[1189]
Gli Arabi, come ognun sa, non aveano altra parte d’incivilimento da recar seco loro fuor della Penisola, se non che un linguaggio copiosissimo, rigoglioso e ben coltivato. Meno che ogni altr’arte avea potuto svilupparsi l’architettura in quella nazione, il cui corpo era nomade e le estremità, se possedeano edifizii, li doveano a’ popoli finitimi: a settentrione Petra e Palmira piene di monumenti romani; a levante Hira con le fabbriche de’ tempi sassanidi e il famoso castello di Khawarnak, edificato ne’ principii del quinto secolo dall’architetto greco Sinimmar per comando del re arabo Nomân;[1190] a mezzogiorno il Iemen, con quell’architettura che gli potean recare i Persiani, ovvero i Cristiani d’Abissinia imitatori de’ Bizantini. La ragione storica, dunque, portava che, emigrando gli Arabi nella Mesopotamia, nella Persia, in Siria, in Egitto, nell’Affrica propria e nella Spagna, ed occorrendo loro di fondare cittadi, edificare moschee, castella, palagi, e adattare agli usi proprii gli edifizii sacri e profani de’ popoli vinti, dovessero cercare architetti nelle schiatte straniere; sia tra i vinti medesimi, schiavi, liberti, tributarii, ovvero fatti musulmani e concittadini; sia tra i sudditi dell’impero romano o degli usurpatori delle sue province. E le memorie musulmane provano che l’architettura penetrò appunto per coteste vie nella nazione arabica, ringiovanita e ingrandita prodigiosamente per numero e territorio. Le medesime vie, diciamo, per le quali i Musulmani appresero gli ordini di pubblica amministrazione de’ Sassanidi e de’ Bizantini e la medicina, le matematiche, la geografia, la chimica, la logica, la metafisica; le quali scienze tutte essi tolsero in prestito dall’antichità e le tramandarono alla rozza Europa del medio evo, più sollecitamente che non abbian fatto i Greci, eredi del gran nome romano. Pur sembra che, tra gli abitatori dell’impero musulmano, que’ di schiatta ariana abbian tanto superati i padroni loro nell’esercizio dell’architettura, quanto nelle scienze e nella pratica della pubblica amministrazione; nelle quali discipline gli uomini più notevoli erano d’origine straniera, ancorchè la lode di tutte lor fatiche fosse stata usurpata dagli Arabi, che loro aveano imposta la religione e donata la propria lingua.
Fin da’ primissimi conquisti, i Musulmani adoperarono nella costruzione l’ingegno e la mano dei nuovi sudditi. Arde, entro un anno forse dalla fondazione (638), il misero aggregato di baracche che era allor Cufa, ed ecco i coloni arabi pensano a fabbricar case di mattoni e calce; il califo Omar assente, a condizione che non le faccian tanto alte;[1191] ma commette a un gentiluomo di Hamdân (Ecbatane), per nome Ruzabeh, di disegnare un grande edifizio da porvi insieme la moschea e il tesoro pubblico: e per la moschea si tolgono colonne da’ tempii sassanidi[1192] e altri materiali dai palagi di Hira.[1193] Ruzabeh costruiva anco i mercati di Cufa a mo’ di portici;[1194] ed a capo di un secolo furono fabbricate in quella gran città delle botteghe con vòlte di mattoni e gesso, per comando di Khaled-ibn-Abd-Allah-el-Kasri,[1195] governatore dell’Irâk (725-739), celebre pei canali, i ponti ed altri pubblici lavori, di cui arricchì la provincia, per le grosse entrate che ne cavò, e pel favore che dette agl’Infedeli.[1196] Ma già a quel tempo l’architettura era progredita appo i Musulmani. Sappiamo che, occorrendo rifare più spaziosa la moschea cattedrale di Cufa, Ziad, ufiziale del califo Moawia (661-680), consultossene con architetti persiani, ai quali sforzossi di significare il concetto ch’egli avea in mente, ma non lo sapea spiegare. Pure un vecchio ingegnere dei re sassanidi lo capì; gli rispose che si doveano alzare colonne di trenta braccia, tutte di pietra di Ahwaz, assicurata con arpioni di ferro e saldature di piombo; che poi s’avea a costruire il tetto, murar le navi laterali e l’abside in fine. “Ecco per l’appunto ciò ch’io pensava,” ripigliò Ziad: e così fu fatta l’opera.[1197]
Più audace e maestosa comparisce l’arte sotto il califato di Walîd (705-715), il quale rizzò di pianta molti edifizii e molti ingrandì e decorò. Era già surta a Wâset di Mesopotamia (703) una fabbrica detta El-Kubbet-el-Khadrâ, ossia la Cupola Verde.[1198] Walîd ne fece innalzare un’altra nel maggior tempio di Damasco; della quale si narra che quando il severo Omar-ibn-Abd-el-’Azîz (717-720) si proponea di rimuovere dalla moschea tutti i vani ornamenti accumulati con molta spesa dal predecessore, venne a Damasco un ambasciatore bizantino, il quale, entrato nella moschea con parecchi mercatanti di sua nazione, alzando gli occhi alla cupola si turbò fieramente, e richiesto del perchè, rispose avere già sperato che la fortuna degli Arabi durasse poco, ma or che vedea quali edifizii sapessero fabbricare, si aspettava diuturna la possanza loro.[1199] Grande opera sembra anch’essa, alla metà dell’ottavo secolo, la cupola che edificò sul palagio di Khawarnâk, testè ricordato, un partigiano degli Abbasidi, persiano d’origine, quand’egli ebbe in dono il palagio, all’esaltazione della nuova dinastia.[1200] Nella prima metà del nono secolo, l’emir aghlabita Ziadet-Allah, sotto il cui regno fu conquistata la Sicilia, rifabbricando tutta di mattoni e di pietra la vecchia moschea cattedrale del Kairewân, fece innalzare una cupola sul mihrâb, ossia nicchia che designa la dirittura della Mecca.[1201] Allo scorcio del medesimo secolo se ne vide sorger anco nelle loggette dei giardini, dove posavano mollemente gli emiri d’Egitto;[1202] mentre il feroce Ibrahim-ibn-Ahmed alzava nella moschea del Kairewân un’altra bella e maestosa cupola, sostenuta da trentasei eleganti colonne di marmo.[1203]
Ma ritornando a Walîd, è da notare che in particolar modo ei promosse l’ornato. L’anno ottantotto dell’egira (707), quand’egli volle ampliare la moschea del Profeta a Medina, Giustiniano secondo gli mandò centomila dinar, cento artefici e quaranta some di materiali da mosaico; le quali non bastando, il bizantino ne fe’ cercare, terribile accusa della Storia, per tutte le città abbandonate dell’impero.[1204] Walîd fu anco il primo che ornasse la moschea di Damasco con mosaico a ramoscelli e fogliame, disegnati in varii colori su fondo d’oro.[1205] In quella della Kaaba alla Mecca egli aggiunse degli archi con iscrizioni a mosaico bianco e nero, e rivestì i pilastri di marmi a due colori alternati, e talvolta anco a tre, bianco, rosso e verde.[1206] Due secoli appresso, la corte di Costantinopoli donava similmente del materiale da mosaico al califo omeiade di Spagna, Abd-er-Rahman, quand’egli diè l’ultima mano alla moschea cattedrale di Cordova. Tra gli altri ce l’attesta Edrîsi, dicendo che gli archi del mihrâb «eran tutti vestiti di mosaico, da parere smaltati come tanti orecchini, e che ci si ammirava un lavorìo, sì pari, sì elegante e sì fine, che nè Musulmani nè Rûm arrivarono mai a tanta perfezione.»[1207] Notevoli parole in uno scrittore che avea forse sotto gli occhi i mosaici della Cappella Palatina di Palermo!
Su lo stesso argomento degli ornati è da ricordare che nell’Affrica propria Ziadet-Allah rivestì il mihrâb di marmi da capo a piè; ornollo di iscrizioni e rabeschi; vi pose intorno intorno delle colonne picchiettate di nero e bianco (granito?) e n’alzò di faccia al mihrâb due di splendido rosso (porfido?), che non se n’era mai viste più belle in Ponente nè in Levante; per le quali l’imperatore di Costantinopoli profferì tant’oro quanto elle pesavano, ma Ziadet sdegnò di venderle.[1208] La favola di tal profferta attesta, secondo me, il commercio con architetti bizantini di Costantinopoli, del Napoletano o piuttosto della Sicilia. E poichè l’arte bizantina si estese talvolta, insieme con la protezione politica, infino all’Abbissinia, va ricordata qui la tradizione che Abd-Allah-ibn-Sa’d, governatore d’Egitto (645-656), abbia avuto in dono da quel re il bel pulpito di legno intagliato, che fu collocato nella moschea cattedrale dal legnaiolo B..kt..r di Dendera, mandato a bella posta dall’Abbissinia.[1209]