Poichè ci sembra con molta verosimiglianza lavoro del tirâz di Palermo, il pallio che il gran ribelle di Puglia donò all’imperatore Arrigo II; il qual cimelio si ammira oggidì nel duomo di Bamberg.[1105] E veramente il disegno somiglia in generale a quello del manto di re Ruggiero; e il planisfero celeste, ch’evvi raffigurato con qualche nota astrologica, torna per l’appunto agli studii ed a’ gusti musulmani di quel secolo, non ostante le figure di santi, tramezzati alle costellazioni in grazia del pio personaggio pel quale era fatto il pallio. Si scorge anco la mano straniera nelle iscrizioni latine con lettere trasposte e alcuna capovolta.[1106] Oltre a ciò manca ogni fondamento a supporre un tirâz in altra città d’Italia;[1107] nè è mestieri andarlo a cercare in Affrica o Spagna, quando l’abbiamo in Sicilia e sappiam la lega di que’ Musulmani (1011) con Melo o Ismaele, come or non si può esitare a chiamarlo, leggendo il nome nel pallio.[1108] Seguono nell’ordine de’ tempi il notissimo pallio di re Ruggiero,[1109] con la data del cinquecenventotto dell’egira (1133); il camice di seta bianca, ornato con larga fimbria di porpora e d’oro e con lunga iscrizione bilingue, che porta in latino e in arabico i titoli di Guglielmo II e l’anno millecentottantuno;[1110] le gambiere col nome e i titoli dello stesso principe ricamati in lettere arabiche.[1111] L’editore, il quale ha studiati, meglio che niun altro erudito europeo, i paramenti ecclesiastici del medio evo, attribuisce anco agli artefici musulmani di Sicilia i guanti di seta rossa trapunti in oro; due cinti da spada; un paio di ricchi sandali; il manto chiamato d’Ottone IV, e altri lavori che non hanno data nè lettere arabiche, ma gli ornamenti e lo stile di essi confrontano con que’ del tirâz palermitano[1112]. Contro il qual giudizio non abbiam che dire: se non che il merito del lavoro va scompartito tra’ Musulmani di Sicilia e i Greci, quando si sa dalle croniche il fatto de’ lavoranti di Tebe e Corinto, uomini e donne, menati prigioni in Palermo; i quali di certo non dettero principio a quell’opificio, ma non si può ammettere neanco che non abbiano giovato nulla a perfezionare i lavori.[1113] Vanno ricordati infine i ricami in lettere e disegni arabici della veste con la quale fu sepolto l’imperator Federigo: onde le prove materiali di quell’arte arrivano infino alla metà del decimoterzo secolo.[1114]

Circa i drappi fabbricati in Palermo, le prove materiali e gli attestati scritti forniscono particolari sì copiosi da convenire più tosto ad apposito e tecnico trattato, che alla presente rassegna. Basti dunque citare i drappi de’ pallii ricamati, de’ quali testè abbiamo discorso e i soppanni di quelli, tutti opera siciliana, a giudizio dell’autore della descrizione; i quali sono tessuti con bell’artifizio a figure di animali e di piante, rilevati ad oro ed a colori diversi; e rassomigliano per la fattura agli scampoli rimasi nelle cattedrali di Palermo e di Cefalù, dei quali l’autore pubblica qualche disegno.[1115] Vengon poi i vestiti che si osservarono nelle tombe regie del duomo di Palermo, quando la ristorazione del monumento die’ occasione ad aprirle.[1116] Leggiamo nella cronica dell’Abate di Telese che, nelle feste dell’incoronazione di re Ruggiero, le mura del palagio eran parate di pallii e per fino gli infimi servitori vestiti di seta.[1117] Nella seconda metà del medesimo secolo, il Falcando attesta la varietà de’ drappi di seta tessuti nel palazzo reale e ricamati ad oro e perle, e la copia altresì de’ drappi stranieri e de’ pannilani che vendeansi nel vico degli Amalfitani entro il Cassaro di Palermo;[1118] e Ibn-Giobair nota il lusso di vestimenta delle dame cristiane di quella capitale ed anco delle musulmane che davano, com’or direbbesi, il figurino.[1119] V’ha memoria d’un gran padiglione di seta da sedervi a mensa dugento persone, che Riccardo Cuor di Leone pretese da re Tancredi, insieme con altri tesori, dopo la baruffa di Messina.[1120] Le antiche poesie francesi ricordano lo sciamito e il zendado di Palermo.[1121] I diplomi siciliani, citando quelle e tante altre maniere di drappi operati o ricamati, mostrano la grande attività del commercio e dell’industria indigena.[1122] Danno simile testimonianza le denominazioni de’ dazii ordinati dai re normanni e svevi;[1123] e perfino il dialetto siciliano attesta l’origine e la importanza di quella industria, chiamando i tessitori in generale col vocabolo arabico careri.[1124] Gli opificii della seta decaddero in Sicilia, al par che tante altre sorgenti di pubblica ricchezza, nella seconda metà del decimoterzo secolo, per le varie cagioni a che abbiamo accennato; tra le quali non è da dimenticare la emigrazione de’ Musulmani. Delle città di Terraferma, Lucca fu la prima a raccogliere la eredità della Sicilia. Rivaleggiarono poi con quella città, Firenze, Venezia, Genova: e artisti italiani recarono tal ricca industria a Lione, a Tours e in altre città della Francia. Pur la esportazione de’ drappi di seta rimase bel capo di commercio in Sicilia infino al decimosesto secolo.[1125]

E nessuna maniera d’opificii, necessarii al vestire ed anco al lusso, potea mancare in Sicilia nel duodecimo e decimoterzo secolo, s’egli è vero che le industrie si rannodan tra loro, e che una ne favorisce un’altra e sovente la porta con seco necessariamente. Così, in un paese celebrato pe’ drappi di seta, la gabella su l’arco del cotone,[1126] che parmi voglia dire la battitura de’ bocciuoli per cavar la bambagia, fa supporre i telai da tesserne il filo. Abbiamo precise testimonianze per le tintorie[1127] e per gli opificii di pelli dorate, che si adopravano in varie manifatture e segnatamente negli stivaletti da donna.[1128] I guanti di seta tessuti a maglia, che si rinvennero nell’avello di Arrigo VI, sono da riferire anch’essi all’industria siciliana.[1129] Nè può dubitarsi che i fermagli smaltati e gli ornamenti gittati in oro, che furon cuciti in alcune delle vestimenta imperiali, non siano opera degli orefici palermitani; que’ medesimi a’ quali sono da attribuir le corone dell’imperator Federigo e della sua prima moglie Costanza d’Aragona.[1130]

Verosimil cosa è, ma punto provata, che nel periodo, del quale trattiamo, si fosse lavorata in Sicilia della carta da scrivere. Furon gli Arabi, come ognun sa, que’ che recarono in Occidente la carta di cotone, fabbricata nel Khorasân ad imitazione di quella della Cina, ch’era fatta di seta o d’erbe;[1131] nè cade in dubbio che opificii di carta siano surti in Spagna e particolarmente a Xativa, donde, nella prima metà del duodecimo secolo, se ne mandava in Levante e in Ponente, al dir di Edrîsi.[1132] Il silenzio del quale, nella descrizione della Sicilia, sarebbe grave argomento contro il mio supposto, se in questo medesimo capitolo non avessimo trovate più volte fallaci le prove negative fondate su quel libro. Ritraggiam noi che, allo scorcio dell’undecimo secolo, i diplomi normanni di Sicilia, perfino que’ che portavano concessioni territoriali, furono scritti in carta di cotone; onde, in men di mezzo secolo, re Ruggiero volle rinnovare tutti i titoli di proprietà, con l’occasione o il pretesto che molti originali fossero logori, cancellati o corrosi dalle tarme.[1133] Continuossi, ciò nonostante, a copiare in carta di cotone gli atti privati ed anco i pubblici, finchè, a capo d’un secolo, l’imperator Federigo dichiarò nulli que’ di certe classi che non fossero scritti in cartapecora;[1134] ma la sua cancelleria, in Sicilia e nella terraferma d’Italia, usò tuttavia la carta negli atti che parea non dovessero passare alla posterità.[1135] Il basso prezzo della materia, provato da cotesti fatti, fa credere più tosto a fabbricazione indigena che ad importazione dalla Spagna o dall’Oriente.[1136] S’aggiunga che la denominazione di carta di papiro, occorrendo per la prima volta nelle Costituzioni di Federigo, sembra nata in Sicilia, per essere questo il solo paese d’Europa che produce quella pianta, e che l’usò comunemente nella cancelleria dello Stato fino alla seconda metà del decimo secolo;[1137] quando egli è probabile che la carta di cotone a poco a poco sia stata surrogata al papiro, e con l’ufizio ne abbia preso anco il nome.[1138]

La narrazione de’ fatti politici in questo e nel precedente libro, e la rassegna delle produzioni del suolo nel presente capitolo, ci ha condotti a toccare le notizie commerciali, in guisa che, volendo or trattarne appositamente, basterà di accennare alle cose già dette, le quali sono confermate da’ trattati di commercio[1139] dalle generalità che affermano alcuni scrittori.[1140] Hanno avuta i lettori occasione di riflettere che i principi della Sicilia, massime re Ruggiero e Federigo, indirizzarono spesso le pratiche e imprese loro a scopo di utilità mercantile; e che poservi zelo tanto maggiore, quanto eran essi i primi mercatanti del paese. E veramente le vaste possessioni demaniali, la riscossione delle gabelle in derrate, l’esempio degli Ziriti di Mehdia, e da un’altra mano la forma del principato feudale, sospingeano a quell’errore economico, il quale pur fruttava gran parte dell’entrata dello Stato, o della Corte che dir si voglia.

Principalissimo capo del commercio siciliano furono i grani, nel duodecimo secolo,[1141] al par che ne’ seguenti infino al decimottavo, e continuo sbocco di quelli fino al secolo decimosesto, fu la costiera di Barbaria, travagliata sempre dalla fame.[1142] Mandava la Sicilia in Venezia de’ grani ed altre vittuaglie e, con rammarico d’un uomo di Stato di que’ tempi, ne traeva gran copia di merci e poco denaro.[1143] Si è già detto delle paste lavorate della Trabia, imbarcate per varii paesi cristiani e musulmani.[1144] Dopo le granaglie, erano capi d’esportazione, importanti nel duodecimo secolo, ed, a quanto parrebbe, assai più nel seguente, le frutte secche e il cotone;[1145] il quale ritraggiamo che sino ai principii del decimosesto secolo si mandava perfino in Inghilterra grezzo e filato:[1146] ed è anco da mettere in conto il corallo, il mastice di Pantellaria e lo storace odorifero.[1147] Nè possiam supporre scarso a’ tempi normanni il traffico dello zucchero, poichè quello di prima coltura e le frutte giulebbate andarono sino al decimoquinto secolo dalla Sicilia in Costantinopoli, Alessandria d’Egitto e Inghilterra, non che ne’ mercati della nostra Penisola[1148]. Da un’altra mano esportavansi dei drappi di seta per le regioni occidentali d’Europa.[1149] Documenti del duodecimo secolo attestano l’associazione di mercatanti genovesi e siciliani per intraprese commerciali in varii paesi.[1150] Sappiamo delle navi siciliane ancorate ne’ porti di Barcellona e di Alessandria d’Egitto:[1151] e ritraggiamo da altre sorgenti il traffico della Sicilia in que’ due grandi emporii[1152] e in quelli di Pisa,[1153] Marsiglia[1154] Amalfi,[1155] Calabria e Malta.[1156] Di certo le navi genovesi conduceano gran parte di que’ commerci in Sicilia come in tutto il Mediterraneo;[1157] pure gli altri navigatori italiani rivaleggiavano sempre con essi, ed anco i Siciliani; poichè sappiamo delle costruzioni navali di San Marco e del gran traffico di legname che faceasi a Randazzo, per trasportarlo, com’e’ sembra verosimile, nel porto di Messina.[1158] Il quale ritolse a Palermo il primato della navigazione, in quel gran movimento che per tutto il duodecimo secolo spinse l’Occidente, a traverso il Faro, in Palestina e in Siria: onde Messina nella seconda metà del secolo divenne la stazione principale del navilio da guerra, in vece di Palermo.[1159] Nè son pochi gli emporii minori nominati da Edrîsi: Termini, Cefalù, Kala’t-el-Kewâreb (Santo Stefano), Milazzo, Taormina (ossia Giardini), Aci, Catania, Siracusa, Scicli, Ragusa, Olimpiade (Licata), Girgenti, Sciacca, Mazara, Marsala, Trapani, Kala’t-el-Hamma, Calatubo, Carini, San Marco.[1160]

Continuando a ciò che abbiam detto intorno le monete del primo conte di Sicilia,[1161] è da notare che sotto Ruggiero e i due Guglielmi furono coniati in grandissima copia dei quartigli d’oro, volgarmente detti Tarì, e citati con tal denominazione negli atti pubblici di quel tempo. De’ quali son pieni i musei pubblici e privati d’Europa, e se ne trova sempre qualcuno presso gli orafi e i rivenduglioli in Sicilia ed anche fuori; oltrechè sappiamo come e’ corsero per le contrade in due grandi rapine, una volta in Palermo e una volta in Roma.[1162]

L’ampia collezione pubblicata dal principe di San Giorgio Spinelli ci aiuta a conoscere le monete normanne di cotesto periodo, meglio che la non abbia fatto per quelle dell’undecimo secolo; quantunque non ci spiri, nè anche qui, piena fiducia per le date ed altri amminicoli.[1163] Userò io, dunque, cotesto libro per quel ch’e’ vale, col sussidio di altre opere e delle monete che ho vedute con gli occhi miei.[1164]

Lascio addietro, perchè non battuta in Sicilia, nè, a quanto parmi, col fine di soddisfare a bisogno economico, la moneta di rame, che ha da una faccia la protome di San Niccolò con iscrizione greca e dall’altra, in caratteri cufici, la data di Bari, anno cinquecenquarantaquattro dell’egira (1149).[1165] Le altre monete arabiche de’ Normanni di Sicilia coniavansi in Palermo e in Messina, talvolta con leggende bilingui, cioè arabico e latino, ovvero arabico e greco. Quelle di Ruggiero secondo hanno, la più parte, nel rovescio un segno, che altri ha creduto figura della croce tronca in cima, altri iniziale del classico nome di Trinacria. E per vero l’è sigla, secondo l’uso dei tempi e delle dinastie normanne d’Italia; ma compendia, a creder mio, il nome di Tancredi, padre di Roberto Guiscardo e del primo conte Ruggiero: Tancredi di Hauteville, ceppo della dinastia, della quale i due rami sovrani regnarono insieme in Palermo dal millenovantuno al millecenventitrè, e governarono la città con unica amministrazione.[1166] Ognuno intende che non vi tenean essi al certo due zecche, nè poteano trovare miglior simbolo, per l’unica moneta loro, che la sigla di Tancredi. Ciò non togliea che il vecchio conte Ruggiero e i due successori immediati battessero moneta per conto proprio loro in Messina, nè che Ruggiero duca di Puglia tenesse in opera la zecca di Salerno.[1167] E si ricordi che la T di varie forme, e variamente rabescata e ornata di puntini, comparisce più sovente nelle monete d’oro, quelle cioè che doveano avere corso più largo ne’ dominii normanni e fuori.[1168] Noi sappiam che allo scorcio dell’undecimo secolo i grandi della corte di Sicilia invocarono talvolta la buona fortuna della progenie di Tancredi,[1169] e che re Ruggiero si vantò sempre erede non men del padre che dello zio; ond’e’ par ch’abbia potuto usare molto volentieri la sigla di Tancredi. Mi conferma in tal concetto l’ornato bizzarro, dato ai due rami della T in alcune monete e nel gran pallio di Nuremberg: il quale è diviso in due quadranti dalla medesima lettera, se non che l’asta perpendicolare, grossa e rabescata, rassomiglia ad un tronco di palma.

Afferma lo Spinelli[1170] che Ruggiero, assunto il titol di re, abbia mutato cotesto tipo monetario, prendendo quello che fu serbato da’ due Guglielmi, nel quale rimase da una faccia il nome del principe, ma fu sostituito nell’altra alla formola musulmana il noto motto greco “Gesù Cristo vince.” Ma l’autore stesso ci fa veder pure l’antico tipo dopo il millecentrenta:[1171] e il vero è che un fatto di sì gran momento non si potrà accertare se pria non saranno rivedute da occhi più pratici tutte le date e le leggende. Aggiungo aver osservata io stesso nel Museo di Napoli una moneta che ha da una faccia la formola musulmana e dall’altra la T rabescata, con la leggenda arabica “Per comando — del re — Ruggiero.” Io ritengo che la formola musulmana era già disusata negli ultimi anni di Ruggiero; ma che l’aveano abbandonata a poco a poco, e adoperata per molti anni promiscuamente col tipo che portava la croce e il motto bizantino. Chi voglia, poi, applicarsi all’iconografia delle varie monete arabiche dell’epoca normanna e sveva, e soprattutto di quelle figurate con immagini sacre, o d’animali e di piante, troverà campo larghissimo nell’opera dello Spinelli.