D’altronde la coltura della vite e dell’ulivo, ricordata espressamente dal Falcando,[1039] si può ben supporre accresciuta, ma non incominciata appena nel mezzo secolo che separò quei due scrittori. Il Falcando ricorda anco gli ortaggi dell’agro palermitano e le macchine da adacquarli;[1040] e non contento al dir che i giardini “davano ogni maniera di frutte,” nomina singolarmente quelle che pareano più rare a un transalpino[1041] e non l’erano punto agli occhi di Edrîsi. Il quale, rimanendosi, com’io penso, a particoleggiare le specie preferite dal commercio, fa ricordo soltanto di Carini, dalla quale si esportavano per tanti paesi delle frutta secche: mandorle, fichi, carrube.[1042] Il territorio di San Marco producea della seta in abbondanza;[1043] s’imbarcava da Milazzo gran copia d’ottimo lino,[1044] e assai se ne coltivava in terre irrigue a Galati,[1045] al qual territorio noi possiamo aggiugnere quel di Ragusa.[1046] Frequentissime, dice Edrîsi, in quel di Partinico le piantagioni del cotone, della henna, pianta tintoria molto usata dagli Arabi, e di altre leguminose:[1047] e da un diploma si argomenta che il cotone sia stato coltivato anco nelle vicinanze di Catania al tempo di re Ruggiero.[1048] Della henna e dell’indago poi sappiamo che al tempo dell’imperator Federigo si pensava di piantarne alla Favara presso Palermo.[1049] E forse Edrîsi, avvezzo a’ viaggi d’Affrica e di Levante, sdegnò di ricordare le palme dell’agro palermitano; ma supplisce al suo silenzio Ugo Falcando:[1050] e noi ben sappiamo che nel secolo decimoterzo si diè opera a far fruttare il palmeto, il quale dalla Favara stendeasi fino alla sponda dell’Oreto,[1051] e che il milletrecentosedici i soldati angioini venuti all’assedio della città tagliaron quel bosco,[1052] del quale avanza tuttora qua e là qualche pianta.
A dimenticanza manifesta è da apporre il silenzio del compilatore su le piantagioni di cannamele e sull’opificio dello zucchero. Perchè lo zucchero di Sicilia si consumava nella capitale dell’Affrica propria fin dalla prima metà del decimo secolo;[1053] e, nella seconda del duodecimo, il Falcando fa menzione non sol delle cannamele, ma anche della cottura del melazzo e del raffinamento dello zucchero.[1054] Un diploma del secolo duodecimo fa ricordo dei frantoi o strettoi da cannamele;[1055] uno del decimoterzo mostra la sollecitudine che si prendea l’imperator Federigo per ristorare le raffinerie di zucchero in Palermo.[1056] La coltivazione poi delle cannamele e la manipolazione dello zucchero continuarono in Sicilia fino alle età più malaugurate della sua storia economica;[1057] e non è punto verosimile che così fatte industrie sieno state intermesse al tempo di Ruggiero. Poco dice Edrîsi de’ boschi: nomina la binît di Buccheri, e spiega come torni in arabico a pineta;[1058] fa menzione del catrame e della pece che si esportava da Aci,[1059] del gran traffico di legname che faceasi a Randazzo,[1060] delle navi che costruivansi a San Marco con gli alberi tagliati in quei monti.[1061] Vi si può aggiungere, secondo un geografo del duodecimo secolo ed uno del decimoterzo, il mastice di Pantellaria cavato da’ lentischi e lo storace odorifero.[1062] La coltura degli aranci e altri agrumi, della quale non fa motto Edrîsi, è attestata ampiamente dal Falcando, da un diploma dell’undecimo secolo e dai poeti arabi che cantarono le lodi di re Ruggiero.[1063]
Della pastorizia, come dell’agricoltura, è forza confessare che quel compilatore, o trascurò le notizie, o gli bastò accennarvi da lungi; poichè non fa menzione di pascoli nè di greggi nè d’armenti, se non che nei capitoli di Malta,[1064] Rahl-el-Merat,[1065] Mineo,[1066] Golesano,[1067] Montalbano, Mangiaba[1068] e Galati.[1069] Ma parmi superfluo dimostrare che questo ramo d’industria agraria sia stato importante in Sicilia nel duodecimo secolo: basti ricordare il diploma dell’imperator Federigo che attesta come, ai tempi di Guglielmo II, il fisco dava in fitto a’ Musulmani grandissimo numero di buoi, tra indomiti e mansi.[1070] Da un’altra mano supplisce Pietro d’Eboli al libro di Ruggiero, lodando nel suo carme i cavalli trinacrii, montati in una grande solennità da’ nobili di Salerno:[1071] onde veggiamo nel duodecimo secolo la continuazione delle razze lodate già nell’undecimo.[1072] E la cura che prendea l’imperator Federigo per mantenere de’ cameli in Malta, ci conduce a supporre che quegli animali v’attecchissero ancora.[1073] Si facea del miele, a detta di Edrîsi, in Malta, Caltagirone e Montalbano.[1074]
Tra i prodotti del mare primeggiava l’ottimo corallo di Trapani, e notavasi l’abbondante, anzi, dice Edrîsi, “strabocchevole copia di pesci che si prendeano in quelle acque,” non escluso il tonno grande, così lo chiama, al quale si tendean ampie reti.[1075] E similmente ei fa ricordo delle reti da tonno nella marina dei Bagni Segestani;[1076] delli ordegni con che lo si pescava a Milazzo;[1077] della quantità grande che se ne prendea ad Oliveri;[1078] della rete messa in mare dinanzi Caronia,[1079] e del tonno che si pescava anco nel porto, non so se di Termini o di Trabìa.[1080] Ei non fa menzione di tonnare su la costiera di Levante nè di mezzogiorno, nè della pescagione minuta in altri mari che di Trapani e Catania. Dice pur del rei, il quale compariva in primavera nel fiume di Termini;[1081] de’ pesci grossi e squisiti che dava il Simeto;[1082] degli svariati e copiosissimi che si prendeano nel fiume di Lentini e si mandavano per ogni luogo,[1083] e di quei del fiume Salso, pingui e saporosi.[1084] Il povero Oreto anch’esso par sia stato più pescoso che in oggi, quando l’imperator Federigo rivendicava al demanio regio una pescaia che v’avean fatta, cheti cheti, i monaci della Trinità di Palermo.[1085]
Tarbi’a, che suona la “quadrangolare” e noi n’abbiam fatto Trabìa, era amena villa, al dire di Edrîsi: le grosse polle d’acqua, che sgorgan quivi a piè della roccia, movean di molti molini; e vasti casamenti erano addetti a lavorare l’itria, o vogliam dir le paste e particolarmente i vermicelli,[1086] de’ quali si caricavano bastimenti e spedivansi in Calabria e in tanti altri paesi di Cristiani e di Musulmani:[1087] onde si vede come l’industria cittadina raddoppiava il valore prodotto dall’industria agraria, e apprestava materia di nuovi guadagni alla navigazione e al commercio.
Pochi altri ragguagli possiam cavare da Edrîsi intorno l’industria cittadina, appartenendo tanto agli artigiani quanto a’ bottegai, i mercati ch’egli va notando in varie città e terre.[1088] Fa menzione poi, in Girgenti, Mazara, Alcamo, Naro, Castrogiovanni e Randazzo, d’altri artefici, tra i quali credo sian di quelli che in oggi chiameremmo artisti:[1089] e ognuno intende che se il compilatore non ne parla nella descrizione delle città primarie, è forse che gli parea superfluo; nè dobbiamo dimenticare ch’egli non bramava già di tirar con regola e compasso degli specchietti statistici a modo nostro, ma volea soprattutto fare sfoggio d’eleganza nella lingua e nello stile. Donde noi cercheremo i particolari in altri scritti, o in qualche avanzo di manifatture che è pervenuto per buona ventura infino all’età nostra. Al punto stesso in cui i Musulmani sgombravano dalla Sicilia, noi veggiamo in Melfi, Canosa e Lucera, legnaioli, intarsiatori, armaiuoli, magnani ed “altri maestri” saraceni, salariati dall’imperator Federigo, insieme col fattore d’un suo vivaio, e co’ famigli addetti ai cameli, alla lonza da caccia ed ai mangani, s’io ben leggo.[1090] Di cotesti o altri intarsiatori abbiamo anco i nomi proprii e sembran tutti siciliani.[1091] Il vocabolo stesso di tarsîa, arabico puro, sembra passato di Sicilia nella Terraferma italiana, e prova meglio che il dir di qualunque scrittore come quell’arte sia fiorita dapprima nell’isola. S’altro attestato occorresse, avremmo delli scrigni intarsiati con epigrafi arabiche che si conservano tuttavia in Sicilia;[1092] e se dubbio rimanesse ancora, mostrar potremmo gli avanzi di due grandi e magnifiche iscrizioni, intarsiate su marmo bianco, in pietre dure di colore, a quel modo che in oggi si chiama mosaico fiorentino,[1093] tra il quale e l’intarsiatura in legno o avorio non è altra differenza che la materia. Si ritrova in Sicilia nel duodecimo secolo, come ognun sa, l’arte di lavorare il porfido, attestata non solamente dagli avelli regii del duomo di Palermo, ma altresì dagli ornati sì frequenti nelle chiese normanne, ai quali si deve aggiungere un lavorìo minuto e difficilissimo: una profonda coppa da bere, fornita di anse, che serbavasi nella Cappella Palatina di Palermo infino a’ principii del decimoquarto secolo.[1094]
Chi sa quanto sia moderno il gusto di far collezioni delle stoviglie del medio evo, mi condonerà se in questo capitolo dell’industria siciliana io tocco, semino dubbii e passo. Palermitani e senza alcun dubbio siciliani sono gli orci e le brocche di terra cotta, varii per la grandezza e per la forma, grossolani di fattura, e alcuni con tappo fisso, bucherato, e la più parte sciupati al forno, dei quali si trovò, com’io ritraggo, un piccol numero nel demolire la chiesa di San Giacomo la Marina in Palermo (1864), e poi se n’è cavato parecchie centinaia sopra le vòlte della Martorana, ponendo mano (1870) alla ristorazione di questo prezioso edifizio, che torna alla prima metà del secolo duodecimo. Credono i periti che questo insolito materiale s’abbia a tenere contemporaneo delle prime fabbriche. Che che ne sia, si scorge in quel vasellame una grossiera imitazione di motti e ornati arabi; onde non andrebbe riferito a’ tempi in cui le colonie musulmane serbavan la lingua loro, e potrebbe scendere alla seconda metà del duodecimo o fors’anco del decimoterzo secolo.[1095]
Ammetto io volentieri, coi trattatisti di ceramica medievale e moderna, che sia stata in Sicilia, fin dai tempi musulmani, una scuola di maioliche; ancorchè io non mi affidi del tutto alla pratica di quegli antiquarii che battezzano, con data e patria, questo o quell’altro lavoro.[1096] Pur oso dir che i più preziosi ch’io abbia mai visti, i due stupendi vasi di Mazara, mi sembrano spagnuoli, sia delle isole o della terraferma.[1097] È forza poi che io ricusi la cittadinanza di certi elegantissimi orcioletti arabi da armadio e da salotto, i quali a prima giunta si potrebbero dir siciliani, essendo frequentissimi nelle collezioni della Sicilia e rari nelle altre d’Europa. Ma la data segnata nella più parte di siffatte stoviglie par che torni a’ principii del decimoquarto secolo, quando gli ultimi residui de’ Musulmani erano usciti di Sicilia fin da tre o quattro generazioni, e se rimaneano le tradizioni delle industrie ed arti loro, la lingua era perduta e dimentica o celata la origine.[1098]
Si veggono ne’ musei di Sicilia, come in tutti gli altri d’Europa, delle ciotole di bronzo o rame, di quelle che i Musulmani usano per bere, e alcune grandi catinelle o dischi degli stessi metalli, ma nessuno indizio ci porta a rivendicarli all’industria siciliana; anzi, tornando comunemente così fatti lavori al decimoterzo, decimoquarto o decimoquinto secolo, e somigliando perfettamente a quei notissimi di Siria e di Egitto, è da supporre che li abbia recati in Sicilia il commercio, sì come fece in altre parti d’Italia, e più che ogni altra in Toscana.[1099] Pur si ritrae che i Musulmani di Sicilia lavoravano egregiamente i metalli. Il museo del Louvre possiede un piccolo mesciacqua di rame, in forma d’un pavone, in petto al quale si legge, preceduto da una croce, il motto Opus Salomonis erat, e sotto quello in arabico, Fattura di Abd-el-Melik-en Nasrâni, ossia il Cristiano. Il dotto archeologo, che ha illustrato cotesto vaso, lo riferisce al duodecimo secolo ed alla Sicilia, sì per la forma de’ caratteri, per la coincidenza de’ due idiomi e per l’apostasia dell’artefice musulmano, e sì per la somiglianza di quest’opera con altre dell’arte arabo-sicula. Dimostra inoltre l’autore con molti esempii, che “opera di Salomone” significava allora “sottil congegno;” e sostiene che un cannellino, del quale rimane ancora vestigia, era adattato sul dorso del pavone affinchè, mescendosi l’acqua dal becco, l’aria entrata dal cannellino rendesse un sibilo.[1100] Nel gabinetto poi delle antichità in Parigi è esposta una coppa di bronzo, ageminata in argento con figure d’animali e rabeschi di stile arabico, la quale, ne’ tre soliti cartelli tondi, invece di motti arabi, porta lo stemma d’un arcivescovo di Morreale del decimoquarto secolo; onde l’erudito autore del catalogo ha ben’aggiudicata quest’altra opera alla scuola arabica di Sicilia.[1101] Abbiamo in cotesti bronzi parigini il simbolo de’ due ultimi stadii dell’industria arabo-siciliana: l’uno, cioè, quando i Musulmani si convertirono alla religione de’ vincitori e appresero la loro lingua oficiale, senza smettere la propria; e l’altro quando, mutata lingua e religione, ritenner pure le tradizioni di lor arte: finchè nel decimosesto secolo furono attirati dal maggior astro che risorgea nella terraferma d’Italia.
Abbiam già fatta menzione del tirâz regio di Palermo,[1102] nel quale, si tesseano e ricamavansi i drappi di seta, come afferma precisamente il Falcando.[1103] E però non ne daremmo or che un cenno, se non fosse uscita alla luce, dopo il secondo volume della presente istoria, una erudita e sontuosa illustrazione delle insegne dell’antico Impero germanico, serbate in Vienna; la qual collezione è composta in gran parte di ricami e drappi siciliani.[1104] L’abbondante materia vuol che si tratti separatamente di quelle due manifatture, e si torni anco addietro al periodo al quale arrivammo nel quarto libro.