Ormai tra il libro di re Ruggiero e i diplomi suoi e de’ successori; tra Falcando, Ibn-Giobair e gli altri cronisti e geografi, si può delineare un prospetto delle condizioni topografiche ed economiche della Sicilia nell’ultimo periodo delle colonie Musulmane. Si posson anco particolareggiare alcuni compartimenti del quadro. A chi abbia sotto gli occhi la descrizione dell’Edrîsi, accurata com’essa è in alcune parti, viene in mente la prima cosa di cercare quali mutamenti siano accaduti nella geografia fisica dell’isola. E la curiosità delusa ci ricorda qual breve spazio siano sette secoli nella cronologia del globo. All’infuori di Panaria, la quale manca di certo per dimenticanza,[991] noi troviamo intorno la Sicilia le stesse isolette; delle quali, allora appunto com’oggi, ardean sole Stromboli e Vulcano, e quest’ultima con rarissimi intervalli.[992] Sarebbe sì da notare, come vestigia d’antichi fatti geologici, la diversità di certi quadrupedi in diverse isolette; poichè Edrîsi dice che viveano in Pantellaria capre domestiche rinsalvatichite,[993] in Vulcano, capre selvatiche, e in Marettimo, capre e antilopi.[994] Ma non sappiamo quanta fede meritino così fatte distinzioni, nè se meglio sarebbe aggiugnere a quegli animali i cervi di Favignana che ricordansi nel decimottavo secolo,[995] e raccoglierli tutti quanti in unica specie, quella per lo appunto onde par sia venuto il nome di Egadi alle isole vicine a Trapani e quello di Capri, Caprera, Capraia ad altre più settentrionali.
Abbiam toccato in uno dei precedenti libri la quistione del menomato volume delle acque fluviali in Sicilia.[996] A quella or si rannoda la deteriorazione che parrebbe avvenuta in alcuni porti: ma è da ricordare che Edrîsi estende l’appellazione di marsa, ossia porto, a’ piccoli scali; e che in quella età, ancorchè non mancassero navi capaci al par delle nostre fregate, pure si adoperavano ordinariamente piccoli legni e soprattutto men cavi che i nostri. Contuttociò non è da negare assolutamente la differenza di profondità che comparisce nel fiume di Lentini e nelle foci di que’ che prendono il nome da Mazara e da Ragusa, quando Edrîsi scrive che le navi arrivavano con tutto il carico entro la prima di quelle città, posta a sei miglia dentro terra;[997] che legni addetti al traffico con Calabria, Affrica ed altri paesi, caricavano e scaricavano alla imboccatura del fiume di Ragusa;[998] e che navi salpavano e barche svernavano presso la città, nel fiume Mazaro.[999] Indi possiamo supporre avvenuto in cotesti luoghi un interrimento o un sollevamento del suolo, di che abbiamo tanti esempii in Sicilia e fuori. Possiamo creder anco rimpiccioliti per simili cagioni i porti di Catania, Girgenti e Trapani, i quali or si lavora a ristorare, quando sappiam che al tempo di re Ruggiero erano i due primi gremiti sempre di navi;[1000] il terzo sicurissimo da tutti i venti e immune della risacca, onde vi si svernava.[1001] Dei due porti di Siracusa leggiamo che il piccolo fosse più frequentato che l’altro.[1002]
Edrîsi fa menzione della fonte intermittente, detta Donna Lucata,[1003] presso Scicli e dell’Amenano che scorre sotterraneo in Catania e talvolta irrompe nelle strade.[1004] Dobbiam altresì, a chi raccolse le notizie topografiche, un abbozzo di statistica archeologica dell’isola, leggendosi col predicato di azali, che appo noi suonerebbe “aborigene,” le castella di Termini, Tusa, Kala’t-el-Kewârib (Santo Stefano), Caronia, Taormina, Noto, Ragusa, Girgenti, Marsala, Trapani, Kala’t-et-Tirâzi (Calatrasi presso Corleone), Battelari (presso Bisacquino) e Calatafimi; oltrechè son chiamati kadîm, ossia «antico» il castel di San Marco e Noto or or nominata: e si dice a Termini del teatro e de’ bagni; a Girgenti degli antichi avanzi che dimostrano la possanza alla quale arrivò un tempo il paese; a Taormina del ponte, del teatro romano, testimone della grandezza di chi edificollo, e di un colle che addimandavasi Tûr, celeberrimo per miracoli e pratiche di devozione.[1005]
Passando alla geografia politica, novello studio sul testo di Edrîsi e su le altre memorie di quei tempi, mi sforza a confessare che mancano ne’ documenti del duodecimo secolo le prove della tripartizione amministrativa della Sicilia, ch’io, seguendo il Gregorio, supponea ristorata da re Ruggiero.[1006] Se altre carte non ci daranno ragguagli più precisi, è da ritenere che sotto i Normanni la Sicilia sia stata divisa in varie province o distretti, di estensione assai disuguale e fors’anco mutabile.[1007]
Con maggiore certezza ritraggiamo da Edrîsi la distribuzione degli abitatori sul territorio dell’isola. Noveravansi in questa centrenta grossi paesi, escluse, com’espressamente ci avverte il compilatore, le ville, i casali e le terre minori. Percorrendo i centrenta, veggiamo che trentuno, posti la più parte su la marina, aveano de’ mercati, ossia, secondo l’uso dell’Oriente e dell’Europa del medio evo, delle contrade abitate da artigiani dello stesso mestiere o venditori della stessa merce. Undici paesi, de’ quali un solo dentro terra, vanta van de’ bagni;[1008] Palermo avea de’ magazzini di grandi mercatanti;[1009] Palermo stessa, Lentini e Marsala, de’ fondachi;[1010] Catania, Siracusa, Mazara e Marsala, de’ khân:[1011] ed oltre Palermo, Messina, Catania e Siracusa, segnalavansi, per palagi e grandi edifizii, Castrogiovanni, Noto, Butera, Girgenti, Carini: e notavansi le larghe vie di Mazara, e le villette di delizia intorno i bagni Segestani.[1012] Delle isolette adjacenti, erano abitate per tutto l’anno Malta e Pantellaria; Lipari soltanto in certe stagioni, ma avea pure un castello:[1013] disabitate sembrano le altre, non facendovisi ricordo di popolazione nè di agricoltura, ancorchè quelle isolette fossero state esplorate diligentemente, come si argomenta dalla descrizione dei porti loro, delle acque dolci, della legna che vi si trovava, e della frequenza de’ navigli che soleano cercarvi asilo nelle fortune di mare.[1014] Leggiamo con maraviglia essere abbandonata, senza guardia d’armati nè pur d’un custode, la inespugnabile fortezza dell’Erice, chiamato allora Gebel-Hâmid;[1015] quando Ibn-Giobair, trent’anni appresso, la dicea vegliata sì gelosamente.[1016] Il libro di Ruggiero pone entro la fortezza di Giato una segreta pe’ rei di maestà;[1017] dice tramutata in Sciacca la popolazione di Caltabellotta, fuorchè un piccol presidio;[1018] e ci fa saper che la ròcca di Kala’t-es-Sirût, che torna al Golisano del medio evo, o Collesano, com’è piaciuto poi di scrivere, era stata spiantata, per comando del re, e tramutati i terrazzani in sito men difendevole.[1019] Del qual episodio non fanno menzione le croniche; ma sta bene nella tragedia che si travagliò per tanti anni tra re Ruggiero e Rainolfo conte d’Avellino, marito d’una sua sorella e nemico implacabile del cognato. De’ centrenta grossi paesi, poi, una trentina sono scomparsi oggidì dal novero de’ comuni, e ne riman appena il nome in qualche villa o in qualche castello abbandonato e sovente rovinoso. Giacciono, la più parte, nelle province di Palermo, Trapani, Girgenti, o vogliam dire in quello che fu val di Mazara.[1020] Guardando una carta geografica, si vede ancora la cicatrice della gran piaga che vi fu aperta alla fine del duodecimo e prima metà del secolo seguente.
Il qual fatto mi conduce a chiarirne un altro, assai più grande e funesto. Raccogliendo tutti i nomi de’ luoghi abitati che occorrono negli scritti geografici o storici e ne’ diplomi, dal principio dell’ottavo al principio del decimoquinto secolo, si notano in Sicilia più di mille nodi di popolazione, tra piccoli e grandi; dal qual numero si può togliere forse una dozzina per nomi raddoppiati, ma vanno aggiunte parecchie centinaia di nomi ignoti finadesso, o perduti del tutto con tanti diplomi pubblici e privati. A fronte dei mille luoghi e più, che si debbono supporre abitati nel tempo più florido della Sicilia del medio evo, ossia nel regno di Guglielmo il Buono, mettiamo le cinquecensessanta abitazioni che si contavano, tra comuni e villaggi, alla fine della dinastia borbonica, e si vedrà la enorme mancanza d’una metà per lo meno.[1021] Or supponendo l’attuale popolazione della Sicilia uguale a quella del duodecimo secolo, e tale io la credo senza timor di grosso sbaglio, perchè il numero è cresciuto rapidamente da cento anni in qua, egli è evidente che gli uomini sparsi una volta nelle campagne si sono raccolti nelle grosse terre; il che vuol dir che l’agricoltura è andata a male. Notissima cosa ella è veramente che in Sicilia la più parte de’ contadini abita lungi dal suolo da coltivare, ossia che si sciupano molte ore della giornata o molti giorni della stagione propizia, e che la più parte delle terre di Sicilia rende assai meno di quel che potrebbe, serbate d’altronde tutte le altre condizioni attuali, che non sono al certo le migliori. Cotesta rovina economica principiò, a creder mio, con le molestie suscitate contro i Musulmani fin dagli ultimi anni di Guglielmo II; si accrebbe a volta a volta nelle vicende successive, e Federigo II, filosofo e buon massaio quant’ei si fosse, dievvi pure una dura spinta. Le guerre del Vespro siciliano non eran fatte al certo per guarir quella piaga; la quale squarciossi vieppiù nell’anarchia feudale del decimoquarto secolo, e gangrenì sotto la dominazione spagnuola, sotto le giurisdizioni baronali e la possessione di tante manimorte. Giova sperare che i cresciuti commerci dell’età nostra, lo aumentato valor delle terre, e con ciò il vigor di novella vita nazionale, l’aria libera che respiriamo, le savie leggi civili, gli studii promossi, e la sicurezza pubblica, s’e’ verrà fatto di ristorarla, riconducano a’ campi le popolazioni che ora stentan la vita nelle città.
La mutata proporzione tra cittadini e contadini che, certissima in fondo, ma senza particolari, abbiamo ritratta dal riscontro de’ nomi topografici, comparisce molto precisa ne’ territorii di Giato, Corleone e Calatrasi, che noveransi tra le centrenta città e castella descritte nel libro di Ruggiero. I quali essendo stati donati da Guglielmo II al monastero di Morreale (1182), ne abbiam noi ne’ diplomi di concessione le note catastali, onde si scorge che que’ tre territorii contigui conteneano cinquanta tra castella e casali. La superficie, la quale su per giù prende mille chilometri quadrati, è in oggi suddivisa ne’ territorii di dodici comuni, de’ quali il solo Corleone serba l’antico nome:[1022] il che basti a mostrare i rivolgimenti sociali di quelle parti dell’isola. La proporzione, poi, di tre grossi paesi a cinquanta piccoli nel duodecimo secolo, e de’ cinquanta castelli o casali d’allora, a’ dodici comuni della nostra età, non si può di certo applicare a tutte le altre regioni dell’isola: contuttociò si badi che, a quella stregua, tornerebbe scarso il numero de’ mille paesi abitati che abbiam trovati nelle memorie del medio evo, e dovrebbe raddoppiarsi, o accrescere almeno d’una metà.[1023]
Venendo in particolare alle sorgenti della pubblica ricchezza, e prima ai minerali, ci accorgiamo di non pochi mancamenti nel libro di Ruggiero. Il quale accenna al ferro cavato dalle montagne di Messina ed esportato ne’ paesi vicini,[1024] alle saline di Trapani,[1025] alle pietre molari del territorio di Calatubo;[1026] ma dimentica molti altri simili capi di commercio, che noi abbiamo ricordati nel periodo precedente, nè egli è verosimile, fossero mancati:[1027] e, quel ch’è più, tace dello zolfo e del petrolio. E qui si potrebbe credere studiato il silenzio della relazione ufiziale, per celare quanto più si potesse gli ingredienti del fuoco greco;[1028] perchè l’estrazione di quelle due produzioni minerali era stata descritta da Ahmed-ibn-Omar-el-’Odsri, o el-’Adsari, uno appunto degli autori di geografia citati nella Prefazione di Edrîsi.[1029]
Secondo il luogo di Ahmed, che raccattiamo dalle citazioni di due autori più moderni, lo zolfo giallo di Sicilia, miglior di quello di tutt’altro paese, trovavasi nell’Etna, ovvero, se preferiamo un’altra lezione, nell’isola di Vulcano; lo cavavano picconieri pratici in così fatto lavoro, ai quali talvolta accadea che lo zolfo scorresse liquefatto, onde lor bastava scavare de’ fossatelli, e quand’era rappreso lo tagliavano con le accette. A’ picconieri, aggiugne Ahmed, che solean cascare i capelli e le unghie, per la natura calda e secca di quel minerale, dice egli, con le idee fisiche del suo tempo.[1030] Più precise notizie dava Ahmed dell’”olio di nafta:” che questo sgorgava nel mese di scebbât[1031] e ne’ due seguenti, entro certi pozzi vicini a Siracusa; che scendeasi in quei pozzi per gradini; che l’uomo si cammuffava il volto e turava ben le narici, perchè se mai avesse respirato laggiù sarebbe morto all’istante; che raccolto da costui il liquido, lo si metteva a riposare in truogoli, e poscia l’olio che rimaneva a galla era riposto in fiaschi e quindi adoperato.[1032] E parmi stia bene tal descrizione. Ma nel cavamento dello zolfo manca forse il principio, e si confonde la liquefazione col caso d’incendio d’alcuna miniera; oltrechè è corso, a creder mio, qualche errore nel designare la regione solforifera. Accenna Ibn-Ghalanda generalmente alle acque minerali della Sicilia;[1033] Edrîsi dice soltanto delle termali di Segesta[1034] e di Termini.[1035]
Alla scarsa industria delle miniere, possiamo contrapporre la grande prosperità dell’agricoltura, attestata da tutti gli scrittori e, meglio di loro, dal gran commercio che la Sicilia esercitò nel duodecimo e decimoterzo secolo. Nè Edrîsi è parco di frasi quand’ei tocca la fertilità dell’isola; nè sdegna i particolari, poichè, in ottanta dei centrenta contadi ch’ei rassegna, fa menzione espressamente degli estesi terreni da seminare. Vero egli è che non distingue la specie del raccolto, se frumento, o altre granaglie, o civaie; e che in alcuni luoghi rimane al tutto ne’ generali, ed usa, tra gli altri, un vocabolo tanto vago, quanto sarebbe appo noi a dir derrate. Ei nota che nelle campagne di Aci “il caldo temperamento del terreno” portava a mieter, pria che nel rimanente della Sicilia.[1036] In più di trenta luoghi sparsi per tutta l’isola ei dice di orti, o giardini, e dell’abbondanza delle frutte. Fa menzione di vigne in cinque soli, Caronia, Oliveri, Hisn-el-Medârig (Castellamare), Paternò e Capizzi; il che mi par confermi che le piantagioni di vite fossero scarse anzi che no in Sicilia nel corso di quel secolo; ma non mi farà mai credere che si limitassero a’ luoghi nominati.[1037] Forse il compilatore intese dir anco della vite, quand’e’ ricordava genericamente i giardini: e lo stesso parmi dell’ulivo, poich’Edrîsi non ne fa ricordo se non che nella descrizione di Pantellaria.[1038]