Visse sotto re Ruggiero Abd-er-Rahman-ibn-Ramadhan da Malta, detto il cadi, ancorchè non si fosse mai dato alla giurisprudenza, ma solo alla poesia; nella quale i critici del tempo in loro stile sentenziavano che “egli ebbe un mar di pensieri ed una scaturigine bollente d’estro,” e aggiugneano che moltissimi versi ei scrisse a lode di Ruggiero, chiedendo licenza di ritornare in Malta, ma non ne cavò altro che aspre ripulse.[973] Imâd-ed-dîn non trascrive pur un di que’ versi e mal ce ne compensa con due epigrammi, l’uno fredduccio, l’altro bello ma amaro.[974] La coincidenza del nome patronimico, della patria e della età, mi fa credere sia questi il medesimo Abu-l-Kasim-ibn-Ramadhan, del quale il cosmografo Kazwini ci ha serbato l’emistichio ch’egli improvvisò vedendo una clepsidra. E starebbe bene, del resto, che Imâd l’avesse notato col nome proprio Abd-er-Rahman, e il Kazwini col soprannome familiare Abu-l-Kâsim. In ogni modo va aggiunto ai poeti siciliani Ibn-es-Sementi, che compiè il verso e il madrigale, sì come abbiam detto.[975]

E così venuti alle poesie minori, ci occorre Abd-el-Halîm-ibn-Abd-el-Wâhid, il quale, educato nell’Affrica propria, Siciliano, dice Imâd-ed-dîn, per soggiorno, come quegli che stanziò in Palermo, “apprese ogni bel sapere da’ letterati di quella città, e dettò versi che rassembrano a’ grappoli dell’uva ed orazioni che sembran collane.” Affettuoso il suo distico su la terra che gli die’ ospizio:

“Amai la Sicilia nella prima gioventù. Essa parea giardino d’eterna felicità.

E non m’incomincian per anco a biancheggiare i capelli, che eccola, già divenuta gehenna ardente!”[976]

Anche i suoi versi d’amore son eleganti ed arguti.[977]

Un altro musulmano di Mehdia, venuto in Sicilia qualche mezzo secolo dopo Abd-el-Halîm, dettò alcuni versi sopra un giovanetto cristiano, garzon di bettola in Palermo, i quali vo’ tradurre come ricordo dei costumi, non che io ci vegga tante bellezze. Il poeta si addimandò lo sceikh Abu-l-Hosein-ibn-es-Sebân; e sappiamo ch’ei passò di Sicilia in Damasco, dove morì il cinquecensessanta (1164-5), dopo il soggiorno di più di dieci anni.[978]

Credo nato in Sicilia Abu-l-Fadhl-Gia’far-ibn-el-Barûn, non solo perch’egli è detto Siciliano nell’antologia, ma altresì perchè una iscrizione arabica di Termini ricorda un Barûn, paggio della corte siciliana, fondatore di non so qual monumento.[979] Forse Barûn fu soprannome e divenne casato in persona de’ figli. Tra quali si può noverare questo Gia’far “uno degli unici nell’arte di far ottimi versi,” scrive Imâd-ed-dîn, e accenna particolarmente ad alcuni in lode del vino, ma non li dà. I versi d’amore, dei quali ci rimangono quattro squarci, sembrano eleganti e non senza originalità.[980] Que’ di metro più breve corrono sopra unica rima come gli altri.[981] Gareggiano i due antologisti nelle lodi del giureconsulto siciliano Abu-Mohammed-ibn-Semna; del quale l’anonimo dice ch’ei seppe unire l’arte poetica alla scienza del diritto; ch’ebbe indole vivace, pronta e arguta risposta, conversazione amena e scherzevole. Imâd-ed-dîn rincalza: parergli le costui poesie, lavoro sublime e frutto maturo. Ma si avverta che la critica è scritta in prosa rimata, con vocaboli contrapposti, assonanze e bisticci, che l’è una maraviglia. Piacque soprattutto un battibecco tra questo Ibn-Semna e ’Isa-ibn-Abd-el-Mo’nim, e la cortese risposta, fatta in otto versi, ai rimbrotti, che ’Isa, punto da parole riportategli, avea scritti in tre versi[982] dello stesso metro e rima.

Visse in Egitto, uscito di Sicilia non sappiam quando, e fu primo segretario del califo fatemita Fâiz-billah (1155-60), un Abd-el-Aziz-ibn-el-Hosein, di sangue aghlabita, detto Sikilli e Sa’di,[983] e soprannominato El-kadhi-el-Gialîs (Il cadi compagnevole); il quale morì d’oltre settant’anni, il cinquecensessantuno (1165-6). Parecchi squarci delle sue poesie, serbati da un biografo del secolo decimoquarto, cel mostrano poco diverso da’ poeti minori contemporanei; chè al par d’ogni altro ei sciorina le pupille omicide, le fonti di lagrime e tutto il resto.[984] Pur v’ha di lui qualche grazioso epigramma,[985] e il principio dell’elegia dettata per un suo figliuolo, che morì per naufragio, ci sembra pien d’affetto.[986] L’era forse tutta la kasida e per questo appunto parve sì scipita al biografo; il quale ne dà un solo verso, confermando con ciò che, da ’Imad-ed-din a lui, il gusto de’ letterati arabi di cattivo era fatto pessimo.

Son questi gli ultimi poeti arabi che verseggiarono in Sicilia. Agli stranieri è da aggiugnere Jehia-ibn-et-Teifasci da Kâbes, ucciso in Sicilia da’ Franchi, dice Imad-ed-dîn, dopo il cinquecencinquanta (1155) quand’e’ fecero la carnificina de’ Musulmani:[987] ch’è da riferirsi, secondo me, alla rivoluzione del millecensessantuno. Scrittore e poeta di maggior fama, venne in Sicilia (1168), com’abbiamo detto,[988] il cadi Ibn-Kalâkis d’Alessandria, il quale ripartì con un ambasciatore egiziano che di Palermo tornavasi al Cairo. Par che Ibn-Kalâkis abbia soggiornato parecchi mesi nell’isola, poich’egli vide Palermo, Termini, Cefalù, Patti, Lipari, Caronia, Messina, Siracusa. Oltre il libro dedicato ad Abu-l-Kasim e i versi che gli scrisse quand’ebbe a toccar l’isola di nuovo per fortuna di mare, sappiam ch’ei lodò re Guglielmo in una kasida e abbiamo i versi ch’ei dettò, a proposito delle mentovate città di Sicilia, trovando sempre a ridire: qua sul nome, là sul clima o su le acque; ed or lamentando i disagi della navigazione, or le molestie degli uomini, or l’uggia del veder cavalieri cristiani serrati in fila con le spade sguainate, come i denti di qualche belva che stèsse per avventarsi addosso a’ Musulmani.[989] Al contrario lodava l’umanità della corte siciliana un de’ Beni-Rowaha, il quale, preso dall’armata mentr’ei navigava, chiese grazia con versi non tanto studiati, dicendo aver lasciati a casa una madre vecchia e de’ figliuoli piccini in grandi strettezze, i quali, volesse Iddio, conchiuse il poeta, che fossero qui prigioni, “poichè appo voi non ci manca vitto nè vestito.” E si narra che il re liberò costui, gli donò mille dirhem, e lo rimandò appo i suoi, spesato di tutto. Ma non sappiamo a chi si debba riferire il beneficio, poichè Scehâb-ed-dîn-’Omari, che trascrive cotesti versi, non dà il nome del re, nè il tempo, nè altro particolare che il casato del poeta.[990]

CAPITOLO XII.