“Incipit sermo secundus Opticorum Ptolomæi, olim de græca lingua in arabicam, nunc autem de arabica in latinam, translatorum ab amirato (cod. par. ammiraco) Eugenio Siculo, ex duobus exemplaribus, quorum novissimum, unde presens translatio facta fuit, veratius est: primus tamen sermo non est inventus.”
Gli argomenti dei cinque discorsi, o libri come si vogliano chiamare, son questi: 1º Ipotesi su la visione per raggi lucidi emanati dall’occhio; 2º Correzione degli errori ottici per mezzo degli altri sensi; 3º Catottrica; 4º Degli specchi concavi in particolare; 5º Diottrica.
[702]. Primo di tutti il Caussin citò queste profezie nella sua Memoria su l’Ottica di Tolomeo, per determinare l’età in cui visse l’ammiraglio Eugenio, del quale ei non aveva altre notizie.
Ricercati e trovati i mss. nella Biblioteca Nazionale di Parigi, io ho visto che dànno, con poco divario, il nome e l’ufizio d’Eugenio e la misteriosa provenienza di quell’opera. Son essi notati: Mss. Latins, Ancien Fonds, 3595, 6362, 7329, e Sorbonne 316, dei quali il primo e il terzo sembrano del XIV secolo, il secondo del XV, e il quarto è del XVI. Il libro è intitolato anche: Vasilographi, idest imperialis, nel 6362. L’uficio poi d’Eugenio è scritto admiratus in questo, nel 3595. (fol. 37 segg.) e nel 316 Sorbonne, ed ammiratus nel 7329, (fol. 98 recto), il qual ms. comincia con l’Astrologia Guidonis Bonati de Forlivio. Il traduttore greco è detto, dove toxapater, dove Dox pater dove daxopetri e lasciato in bianco nel 7329.
[703]. Si vegga Walz, Rhetores Græci, nei Prolegomeni del vol. II, pag. 11, e nel vol. VI, pag. 11. Tolgo questa citazione dalla Nouvelle Biographie etc. del Dott. Hoefer, articolo Doxipater, non avendo alle mani, mentre io scrivo, l’opera del Walz.
[704]. Si vegga il Cap. iij di questo libro, a pag. 452 segg. del volume.
[705]. Libro V, Cap. vj, pag. 173 segg. di questo volume.
[706]. Ibn-Khaldûn, ne’ Prolegomeni, espressamente lo dice hammudita e capitato in Sicilia dopo la espulsione de’ suoi progenitori da Malaga, della quale eran signori. Questo passo fu citato pel primo dal baron De Slane, in un importantissimo articolo ch’ei pubblicò su la geografia di Edrîsi, nel Journal Asiatique, 3me série, tomo XI (1841) pag. 362 segg.
[707]. Il baron De Slane, ch’è de’ più assidui e dotti ricercatori di manoscritti arabi, die’ nel citato articolo, pag. 574 segg., una lunga lista di opere ch’egli avea percorse senza alcun frutto, per trovare notizie biografiche d’Edrîsi.
[708]. Il trattato De Viris illustribus apud Arabes, dove Leone Affricano dà a cap. XIV la biografia dello “Eseriph Essachali,” com’ei lo chiama, fu scritto o pensato in arabico, tradotto dall’autore stesso in quella specie d’italiano ch’ei possedeva, e pubblicato in latino dall’Hottinger, poi dal Fabricius, Bibl. Græca, tomo XIII (1726), pag. 278, e infine dal Gregorio, Rerum Arab., pag. 238. Al dir di Leone, l’autore del Nushat alabsar nacque in Mazara, fu mandato da’ suoi concittadini a re Ruggiero conquistatore della Sicilia e gli presentò quel libro. Il re, fattoselo tradurre in latino, fu preso della bellezza dell’opera sì fattamente, ch’ei donò ad Eseriph non so qual castello e lo invitò a stare a corte: ma quegli, non amando tal soggiorno, vendè il castello per un milione di ducati e se ne andò in Affrica dove morì il 1122. Questo pasticcio non farà alcuna maraviglia a chi abbia lette le nostre osservazioni su le opere di Leone Affricano, nel Cap. x del I libro, pag. 234 segg.