[698]. Si vegga il Cap. viij del libro V, pag. 259 di questo terzo volume.

[699]. Diploma greco del 1143, citato nel Cap. iij del presente libro, pag. 449, del volume, dove ho corretto il testo dello ’alâma arabico di questo diploma, pubblicato dal Morso e dal prof. Caruso. La clausola arabica del diploma non fu letta meglio che lo ’alâma. Il Morso la tradusse a suo modo: “Mense maii; indictione sexta, rogatus fuit Dominus noster Rex augustus, sanctus, cujus regnum Deus perpetuet, ut imprimeret suum nobile signum in hoc diplomate, ut sciatur quod ejus potentia, ordinatione divina constituta, hoc etiam concessit annuitque responsione, et se contentum declaravit, impressitque suum sublime signum. Sufficiens est Deus et propitius ei qui confidit in illo.” E segue immediatamente la soscrizione di Giorgio.

Parendomi che la formola della omologazione regia di somiglianti atti, dia molta luce alla diplomatica ed alla legislazione del tempo e che la lezione del Morso in parte sia sbagliata, do qui una nuova versione del testo arabico, com’io l’ho letto nell’originale molto chiaramente: Del mese di maggio, sesta indizione, io ho chiesto al nostro padrone il re venerato e santo, il cui regno Iddio eterni, di far porre il suo eccelso ’alâma in questo diploma, affinchè si sappia ch’Egli, la cui possanza Iddio mantenga, abbia permesso e ratificato questo (atto). Ed Egli ha impartita l’approvazione, omologato (l’atto) e fatto porre in testa di quello il sublime ’alâma suo. Facciamo assegnamento in Dio, che ben provvede.

[700]. Cosmos, edizione francese del 1848, tomo II, 233, 519. Veggansi inoltre Venturi, Commentarii sopra la Storia e le teorie dell’Ottica, Bologna, 1814, in fol., tomo I, pag. 34 a 59; Caussin, nelle Mémoires de l’Institut de France, Acad. des Inscriptions, tomo VI (1822). N’avea trattato lo stesso Humboldt nella Raccolta di Osservazioni astronomiche, tomo I (1811), pag. lxv a lxx, e poi il Delambre nella Storia dell’Astronomia etc.

L’Humboldt studiò il ms. di Parigi, Ancien Fonds, 7310; il Caussin questo e un altro della medesima biblioteca, del quale ei non dà il numero, nè io ho potuto rinvenirlo: finalmente ei cita con dubbio un altro codice della Bodlejana. In Italia, poi, abbiamo i due codici dell’Ambrosiana che citerò nella nota seguente; uno della Vaticana nº 2975; due della Bibl. nazionale di Firenze (Raccolta Magliabechiana) segnati XI, D. 64 e II, II, 35; cd uno del principe Baldassare Boncompagni di Roma, descritto nel catalogo di Enrico Narducci, Roma, 1862, pag. 136, seg., nº 314.

Mentr’io correggo queste pagine, so che si prepara appo noi la pubblicazione di questo libro che avea già intrapresa il Venturi allo scorcio del secol passato, e poi dovette abbandonarla. Spero che i dotti editori odierni, da me ben conosciuti, trovino Mss. più antichi di quelli che ho visti io, i quali tornano alla fine del XVI, e principii del XVII secolo, e, s’io ben mi appongo, son tutti italiani ed anco stretti parenti l’un dell’altro. L’età e il paese ben rispondono al movimento scientifico rivelato dall’accelerata propagazione delle copie.

[701]. Ecco questo proemio che ho copiato sul ms. 7310 di Parigi (XVII secolo) e confrontato e corretto con una copia dello stesso squarcio, mandatami nel 1856 dal dotto e cortese Antonio Ceriani, in oggi prefetto dell’Ambrosiana. Questa copia fu fatta sul codice Ambrosiano T. 100, con le varianti del Codice D. 451. Inf. (XVII secolo). Non fo il confronto con gli altri codici delle nostre biblioteche, perchè appartiene ai novelli editori; e sol dirò che i codici magliabechiani e i romani, hanno anch’essi ammiraco in luogo di ammirato. Tralascio gli errori manifesti e le varianti di minore importanza e seguo l’ortografia attuale.

“Incipit liber Ptolomæi de Opticis, sive aspectibus, translatus ab amirato (cod. par. ammiraco) Eugenio Siculo, de Arabico in latinum.”

“Cum considerarem Optica Ptolomæi necessaria utique fore scientiam diligentibus et rerum perscrutantibus naturam, laboris onus subire et illa in presenti libro interpretare non recusavi. Verumtamen, quia universa linguarum genera proprium habent idioma, et alterius in alterum translatio, fideli maxime interpreti, non est facilis; et præsertim arabicam in græcam aut latinam transferre volenti, tanto difficilius est, quanto major diversitas inter illas, tam in verbis et nominibus quam in litterali compositione reperitur, unde, quia in hoc opere quaedam forte non manifesta apparent, dignum duxi intentionem auctoris ab arabico libro evidentius intellectam, breviter exponere, ut lectoribus via levior efficiatur. In primo quidem sermone, quamvis non sit inventus, tamen sicut in principio secundi exprimitur, continetur quo visus et lumen comunicant et ad invicem assimilantur, et quo differunt in virtutibus et motibus, nec non differentiae eorum et accidentia. In secundo etc.”

Così il traduttore continua l’indice de’ capitoli e poi ripiglia: