[800]. Bréholles, op. cit., pag. DXXV.
[801]. Op. cit., pag. DXXXVI.
[802]. Op. cit., pag. DXXXVII.
[803]. Wolf, tom. IV, p. 861, citato dallo Steinschneider, nell’opuscolo di cui si è detto poc’anzi.
[804]. Codice della Biblioteca di Modena, citato dal Tiraboschi, tomo IV, parte II, pag. 342. La versione italiana manoscritta (XV secolo) che possiede la Biblioteca nazionale di Firenze, non ha nome d’autore, nè di traduttore.
[805]. Su la parte ch’ebbero i Giudei in questo celebre insegnamento, si vegga il Carmoly, Histoire des Médecins juifs, Bruxelles, 1844, in 8º, tomo I, § XXIII, e il De Renzi, Collectio Salernitana, Napoli, 1852, tomo I, pag. 106, 119, et passim ed anco ne’ tomi II, III, IV.
[806]. De Renzi, op. cit., III, 328.
[807]. Ibn-Giobair, da noi citato nel cap. v, di questo libro, pag. 534 del volume.
[808]. Mi riferisco pei particolari e per le citazioni, al Bréholles, op. cit., Introduction, pag. DXXXVIII, DXXXIX.
[809]. Articolo di Mr Cherbonneau, nel Journal asiatique di maggio 1856, pag. 489, nel quale si dà ragguaglio d’una raccolta di biografie musulmane del XIII secolo, per Ahmed-Gabrini. L’Autore dice che Taki-ed-dîn fu benaccolto da El-ibratur, re cristiano dell’isola; la qual voce va corretta di certo imbiratûr, e forse designa Manfredi, come pensa l’erudito Mr De Freméry, l. c.