[1226]. Si veggano, nel Coste, op. cit., le tavole VII, VIII, e il testo, pag. 33 e seguenti.

[1227]. Coste, op. cit., pag. 32.

[1228]. Azraki, testo arabico pubblicato dal Wüstenfeld, nelle Chroniken der Stadt Mekka, Leipzig, 1858, I, 396.

[1229]. Flandin et Coste, Voyage en Perse (1840-1841), Parigi, senza data. Si veggano le tavole 24 (Sarbistan), 42 (Firuzabad), 216 (rovine sassanide dette Taki-Kesra a Ctesifone), e il testo pag. 43, 173. Si notino le cupole molto frequenti e per lo più ovoidi, ossia generate da un’ellisse che gira perpendicolarmente su l’asse maggiore. Nel Taki-Kesra il grande arco, che arriva al colmo della gran sala, è a sesto acuto con la punta arrotondata, come que’ della moschea d’Amr al Cairo vecchio.

[1230]. Il Gally-Knight, The Normans in Sicily, pag. 351, mette innanzi due conghietture, delle quali la prima mi pare molto plausibile e la seconda molto strana: cioè che l’arco acuto sia passato in Sicilia dal Kairewân, e che ve l’abbia recato un architetto bizantino. A sostegno di questa seconda opinione, l’autore allega l’arco acuto che si vede nel menologio dell’imperatore Basilio Macedone alla Vaticana.

Questo preziosissimo codice greco in carta pecora, ch’è segnato nella detta Biblioteca col n. 1613, contiene le agiografie de’ primi sei mesi dell’anno, cominciando dal settembre; ed è illustrato in ogni pagina con una bella miniatura, che ne prende almeno la terza parte e che rappresenta spesso degli edifizii.

Il testo greco con traduzione latina, stampato in Urbino il 1727 in tre volumi in foglio, col nome del cardinale Annibale Albano del titolo di San Clemente, nei primi due volumi riproduce in rami quelle miniature.

Ora esaminata la splendida edizione d’Urbino e visto anco il codice originale, debbo dir che l’erudito inglese cadde in errore. Arco acuto propriamente detto non si vede mai nel menologio dell’imperatore Basilio. V’ha soltanto (edizione di Urbino, II, 67, 69, 78, 90, 107, 121, 127, ec.) intorno alcune figure di santi, una specie di trittico formato da quattro colonne o pilastri e terminato nella parte superiore da un angolo rettilineo tra due archi di circolo, o, al contrario, da un arco circolare tra due angoli rettilinei. Ma, come ognun vede, queste tornano a mère cornici, non son veri membri di architettura: e d’altronde l’angolo rettilineo, adoperato sovente come ornato in architettura, non si è chiamato mai arco, nè può farne l’ufizio.

In un sol posto, a pag. 102, cioè, del I volume, si rappresenta propriamente un portico, formato di colonne che sostengono, invece di archi tondi o aguzzi, degli angoli rettilinei della fattura che abbiamo testè descritta. Di due cose dunque l’una: o il dipintore delineò il portico per ghiribizzo, mettendo un ornato in vece di un arco; ovvero ei volle imitare rozzamente gli archi a sesto acuto, che al suo tempo, cioè nella seconda metà del IX secolo, erano in uso appo i Musulmani. La scena di questa miniatura è per l’appunto in Antiochia, occupata allora da Musulmani. E così il dipinto prova che i Bizantini, non che costruire archi acuti nei loro edifizii, non li sapeano nemmeno, o non li voleano, imitare col pennello.

[1231]. Burckhardt, Travels in Arabia, Londra, 1829, vol. I, pag. 284; e Burton, Personal narrative of a pilgrimage, etc., Londra, 1855, vol. I, cap. vj, pag. 138. Si veggano a pag. 131 segg. le idee del Burton su l’architettura sacra dell’Oriente.