Vicus qui dicitur Zucac germes (Zokâk-el-Kirmiz? ossia “Vicolo del Chermisì”).

Garbuymara (Gar bu ’imâra, col volgare bu in luogo di abu. “Grotta di Abu ’Imâra”).

Zucao elmucassem (Zokâk el-Mokassem, ossia “Vicolo di Mocassem” o “del Bello”).

Cantariddoheb (Kantarat-ed-Dseheb, “Ponte d’oro”).

A questi si aggiungano i nomi di Halka, Genuardo ed altri che ci sono occorsi altre volte.

La piazza oggi detta Ballarò e ricordata da Fazzello, secondo le antiche scritture, col nome di Segeballarat, si addimandava di certo Suk-el-Balharà, “mercato di Balhara,” dal nome del villaggio che sorgea presso l’odierna Morreale.

[1306]. Kalsa negli scritti, e Gausa a viva voce, è il noto quartiere Khalesa. Si ricordino inoltre Cuba, Zisa, Favara, ec. La contrada detta finoggi Lattarini era di certo Suk-el-’Attariin, “il mercato de’ droghieri;” chè così chiamansi alcune contrade di Tunis e d’altri paesi musulmani.

È da notare che le sorgenti d’acqua hanno serbato quasi tutte i nomi arabi, con poco guasto: Gabriele, Sciarabbu, Danisinni (’Ain-es-Sîndi?), Sicchiaria, Garraffu, ec. Mi occorre qui un nome arabico nato nella seconda metà del duodecimo secolo. Un vicoletto dietro il Duomo di Morreale si appella del Raccamo, scritto così a caratteri cubitali nella lapida; nè sembra verosimile che tal forma volgare del vocabolo “ricamo” sia stata solennemente ammessa lì, allato al Seminario arcivescovile ch’ebbe fino alla metà del nostro secolo un’ottima scuola di lettere latine e italiane e dove l’arcivescovo fu signore feudale della città fino a’ principii del secolo. D’altronde non so che sia stato mai in quel posto un opificio di ricamo, nè, se vi fosse stato, la lingua siciliana l’avrebbe chiamato così. Ma rakkâm in arabico suona “marmoraio, scarpellino, segatore di marmo” ed è cosa naturalissima che di cosiffatti artigiani fossero dimorati presso il luogo, dove surse quel labirinto di preziosi marmi ch’è il Duomo di Morreale, e che da loro fosse nato il nome del vicolo.

[1307]. I capitoli 69 a 72 di Federigo l’Aragonese trattano della conversione de’ Saraceni liberi o servi; il cap. 65 vieta a’ Saraceni di comperare servi cristiani; il 66 loro comanda di portare un nastro rosso di traverso sul petto, affinchè non si confondessero co’ Cristiani. Ma egli è da riflettere che altri capitoli pubblicati nello stesso giorno stabiliscono somiglianti restrizioni alla libertà de’ Giudei e che il cap. 72 tratta de’ Greci di Romania fatti schiavi e convertiti all’ortodossia romana. Indi è probabile che i Saraceni, a’ quali si riferiscono queste leggi, sieno i mercatanti che ancora affluivano in Sicilia, o i novelli schiavi. Ricordisi che le leggi siciliane chiamavano “villani,” non “servi,” i contadini musulmani vincolati alla gleba.

[1308]. Si vegga la mia Guerra del Vespro Siciliano, edizione del 1866, vol. I, pag. 309 segg., e vol. II, pag. 397 segg.