[1309]. Iakût, Ibn-Sa’id, Scehâb-ed-dîn-’Omari, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 124, 134, 150. Abbiamo riferito nel capitolo v del presente libro, a pag. 536 del volume, ciò che ne scrisse nel XII secolo il vescovo Burchardo. Si vegga anco il trattato dell’imperatore Federigo II col principe hafsita di Tunis, di che nel cap. ix di questo stesso libro, pag. 626.
[1310]. Deca I, lib. I, cap. i.
[1311]. Si ricordi il fatto che noi abbiamo riferito sull’autorità del Kazwini, nel lib. IV, cap. xij, a pag. 422 del secondo volume.
[1312]. Si vegga il libro V, cap. vj, e il presente libro, capitoli j, vj, viij, a pag. 178, 388, 555, 603.
La testimonianza del vescovo Burchard, testè citata, dee cedere il luogo alla prova contraria, ch’è la fondazione del vescovado e la successione non interrotta de’ vescovi fin dal principio del XII secolo.
[1313]. Gian Francesco Abela notò il primo l’indole di cotesto idioma, nella Descrizione di Malta, ec., Malta, 1647, la quale fu tradotta in latino nel tomo XV del Thesaurus di Graevio e Burmanno, e ripubblicata con aggiunte da Giovanni Antonio Ciantar, Malta, 1772-80, due vol. in foglio.
Son comparsi poi glossarii, grammatiche e proverbii maltesi, di Vassallo, Panzavecchia, Falzon, Taylor ed altri: ma quegli che con maggiore autorità ha trattato questo subietto è il baron De Slane, nel Journal Asiatique del 1846 (Serie IV, vol. 7, pag. 471 segg.).
[1314]. Questi tre diplomi, appartenenti tutti e tre alla Chiesa di Cefalù e serbati in oggi nel Regio Archivio di Palermo, van riferiti alla prima metà del XII secolo, ancorchè un solo, ch’è scritto in lettere rabbiniche, abbia data, e questa scritta in cifre alfabetiche che non sembrano esatte. Lo stile volgare di coteste carte comparisce talvolta dal verbo “essere” pleonastico, talvolta da’ casi costruiti con la preposizione mta’, e sempre dalle lungaggini e ripetizioni. È da notare anco in uno di cotesti diplomi il iâ, ossia elif breve, mutato in elif, all’affricana.
[1315]. Anche l’ultimo de’ diplomi arabi di Sicilia ch’io m’abbia visti, cioè l’arabo-latino del 1242, appartenente alla Chiesa di Girgenti, è scritto correttamente, se si eccettui lo stile pesante e le voci straniere civis e judex scritte in carattere arabico, alle quali pur è data, quando occorre, quella forma di plurale che la grammatica araba prescrive per le voci di tale origine.
[1316]. Si vegga il cap. v di questo libro, a pag. 494, nota 3.